Da tutta la vita mi ripeto che mi piacerebbe fare un
documentario sulla bestia uomo, giocando sui criteri narrativi dei documentari
classici, quelli col leone nella savana che si spanza sotto l’albero e la scena
dopo con la leonessa che attacca gli impala mentre si abbeverano al fiume.
Alcuni potranno riscontrare in questa mia suggestione l’ennesimo indizio che
porta i più intimi a ritenermi ossessionato in maniera compulsiva dalla figura
filmica di Tarzan e ammetto che certa mia propensione alla mutanda leopardata
non aiuta ma in questo caso lo scopo scientifico prevale. Proviamo a immaginare
una sorta di storyboard, una traccia su cui muovere i passi del mio racconto
documentaristico. Lo scenario è la città che è qui che la bestia uomo agisce in
tutta la sua agghiacciante ferinità. Il risveglio con l’ingozzo al bancone di
certi bar del centro dove fai colazione inzuppando nel cappuccino i gomiti
degli altri pressati con te. Bave di marmellata sospese tra il labbro e il
cornetto, tracce di grevi strati di rossetto impastano i bordi delle tazzine,
qualcuno chiede un caffè corretto e son quelli più rassicuranti che a quest’ora
a far paura sono i cravattuti che stanno rientrando nel loro mondo smartphone e
ne usciranno solo a sera per la partita di calcetto con gli amici o una scopata
alla veloce con la donna, spesso altrettanto coinvolta nello smartmondo, giusto
per timbrare il cartellino all’esistenza. Li chiamo da sempre i tecnocasa
perché sotto casa mia ce n’erano una schiera colle sopracciglia sottilissime e
la cravatta sgargia e le femmine taglierizzate il giusto. E poi la mattina
fanno paura quelle tutte corazzate di trucco e spazzola che vanno a lavorare al
negozio e si portano dentro una vipera che morde l’anima. E poi quelli e quelle
che corrono a portare i figli ai nonni, all’asilo, a scuola e fanno
i conti col respiro corto e con la cena che comporta rapide incursioni serali
al supermercato e ancora fiato che manca.
Ma non sono questi quelli che mi interessano davvero per il mio
documentario, questi son facili, li trovi in ogni angolo della giungla città. A
me piacciono quelli che restano dopo la grande mareggiata, quelli che non hanno
fretta e quelli che non hanno e basta. I vecchietti al parco che li vedi e
pensi “eccerto, tu te lo puoi permettere di portare il botolo alle dieci ma io
che lavoro…” salvo poi ritrovarli anche alle sei del mattino al parco. Il mio
preferito era un serbo che dormiva nelle panchine del parco quest’estate e che
come gli altri è sparito dopo che hanno lasciato stecchito un puscher proprio
lì. Questo tizio si alzava e andava seminudo a lavarsi alla fontana. Poi si
rivestiva avendo cura di mettersi le magliette e i calzoni che aveva lavato la
sera prima e messo a asciugare sulla panchina. Poi dallo zaino militare, lui stesso
aveva avuto un passato in armi e la traccia di certi condizionamenti era
evidente, tirava fuori un fornelletto un bricco di alluminio e si faceva il tè.
Il fornelletto era di quelli pieghevoli che vanno con la pastiglietta di
combustibile. Minimalissimo ma efficace. Poi si faceva una sigaretta, se c’ero
io facevamo due chiacchiere, rimetteva tutto nello zaino e spariva verso il
centro. La sera era di nuovo lì. Mi colpiva questa sua ossessione per
l’abitudine, che pensi sempre che se davvero ti vuoi lasciare andare alla
strada a quel punto fai come cazzo viene e invece lui aveva ‘sta disciplina che
non capivo, che non mi appartiene e che sarebbe stato un bel documentario di
insuccesso. Del resto sono il più grande narratore di insuccesso che la storia delle
storie ricordi e quindi il cerchio si chiude.
"e io piangerò e saranno lacrime di silicone, perchè il futuro tutti ci svelerà per quegli androidi di prima generazione che siamo, difettosi nel chip dell'emozione." blughost
martedì 24 gennaio 2012
martedì 17 gennaio 2012
crisi di rigettone
"Anche l'abito fa
il monaco; la blusa nera e i calzoni d'oltreoceano costituiscono una specie di
immunizzazione morale di quell'esercito di gaglioffi"
Con queste parole il ministro di Grazia e Giustizia Guido Gonella
tuona dalle pagine della rivista Oggi
del 17 settembre 1959. Promotore di una legge mai approvata contro il teppismo
Gonella si fa portavoce di una diffusa inquietudine che trova conferme nelle
sale cinematografiche dove si proiettano film com Gioventù bruciata e Il
selvaggio. Nelle librerie circolano volumi pseudo sociologici come Giovani
al doppio gin. Sulle pagine dei giornali frequenti titoli segnalano con
allarme che la situazione sta tragicamente degenerando. Il Messaggero del 27
maggio 1959 ai lettori sgomenti propone il seguente titolo: Aggredisce per strada una signora tentando
di strapparle le vesti poi va a giocare a flipper. Il bravo cittadino, padre
di famiglia, legge queste cronache recandosi al lavoro con il tram. "Mi chiedo, di questo passo, dove andremo a
finire" mormora mentre attorno a lui altri scuotono la testa. E,
ancora, destano preoccupazione le canzoni diffuse dagli infernali juke-box, antenati
commerciali degli store on line dei nostri giorni, che consentono l'ascolto di
brani grazie alla moneta che si inseriva nell'apposita fessura. Cantanti
stranieri, presto imitati anche dalle nostre nuove leve canore, con i loro brani si contrappongono alla
consolidata linea melodica della canzone tradizionale. I testi poi, almeno
quelli in italiano, sembrano un oltraggio sistematico alla morale. Una
provocazione continua proposta lì a bella posta agli adulti che passano davanti
a quei juke box con la fretta che quei giorni di esplosione della produzione e
del mercato impongono. Siamo in pieno Boom economico, a metà tra gli anni
Cinquanta e i Sessanta, e l'Italia è ai vertici dei mercati internazionali. La
produzione di elettrodomestici, l'industria automobilistica, il settore del
petrolchimico e delle materie plastiche sono alcuni dei settori che decretano
il successo italiano nel mondo. Tra il 1959 e il 1963, mentre nell'aria suonano
i juke box, si quintuplica la produzione di autoveicoli. Nello stesso periodo
un milione e mezzo di frigoriferi prodotti e 634.000 televisori ci raccontano
che oltre alla produzione sono di certo aumentati i consumi. A partire dagli
anni Cinquanta i consumi vengono pilotati su specifiche categorie che, fino a
quel momento, si può dire non fossero riconoscibili nel tessuto sociale. Le
casalinghe sono le destinatarie di elettrodomestici e alimentari di produzione
industriale, ma anche di riviste e cataloghi a loro espressamente dedicati.
Attorno ai bambini si costruisce un fiorente mercato di articoli per
l'infanzia, giocattoli, alimenti e manualistica riferita ai temi
dell'educazione e dello sviluppo. La novità sono però i giovani. Fino alla
seconda guerra mondiale l'individuo era destinato sostanzialmente a dividere la
sua esistenza in due fasi: il mondo dell'infanzia e quello degli adulti. A
volte la prima fase era decisamente e drammaticamente ridotta per lasciare
subito spazio al mondo del lavoro. I giovani si collocano dunque in una sorta
di terra di mezzo tra queste due fasi temporali dell'esistenza. Si tratta di
una realtà fortemente connotata e caratterizzata da una contrapposizione al
mondo degli adulti e quindi alla tradizione. I giovani europei e americani
parlano, vestono, pensano in antitesi
agli adulti. Scelgono canzoni e libri a loro espressamente riferiti,
addirittura acquisiscono abitudini alimentari nuove. I primi capelloni, emuli
degli idoli del cinema e della musica, cominciano a girare per le strade
italiane. Sono figli anche della politica di quei giorni. Gli americani dopo la
seconda guerra mondiale elaborano con il piano Marshall un sistema di distribuzione
di aiuti che consenta agli stati europei la ripresa economica postbellica. Tra
gli accordi di questo piano c’è l’impegno italiano a doppiare e diffondere pellicole americane nelle sale del
paese. Si diffonde così un mito in cui elementi come i jeans, i calzoni
d’oltreoceano contro cui inveisce il ministro Gonella, o la gomma da masticare
diventano simboli della modernità e della moda giovanile. Alberto Sordi
racconta questa suggestione filmica e i risultati grotteschi che esercita sui
govani dell’epoca nel celebre Un
americano a Roma ma, con intenzioni più serie e con esiti altrettanto
grotteschi, si alternano in parlamento gli interventi che demonizzano questi
nuovi costumi. Ma è solo l’inizio. La distanza tra giovani e adulti è ormai un
dato di fatto, riproposto a ogni salto generazionale, da nuovi linguaggi, nuove
abitudini e nuovi eroi. Fino ai nostri giorni dove il mercato del lavoro carico
di incertezza costringe le persone a rimanere giovani, dipendenti dalla
famiglia e adattati alla precarietà di lavori a tempo determinato, oltre ogni
lecita speranza.
mercoledì 11 gennaio 2012
bocca di rosa e mani di fata
Bocca di rosa non si concede per
noia, né meno che meno per professione, lei fa l’amore per piacere. Per il suo
piacere a essere precisi. Scatenando furibonde reazioni e impennate
d’entusiasmo e celebrazione profana nel paesino di San Vicario, che nella seconda
versione del disco, quella registrata in stereofonia e proposta al pubblico a
pochi mesi dalla prima, diventa Sant’Ilario, offrendo appigli di realtà
trattandosi di un paese ligure realmente esistente. Sant’Ilario è metafora
dell’Italia intera, che in quegli anni s’interroga sul senso della morale, in
bilico tra nuovi comportamenti e tradizione. Di questo confronto culturale e
sociale si trova traccia in tutti i periodici di quegli anni, anche in quelli
che a tutta prima parrebbero meno interessati a certe dispute, perché vocati a
temi specializzati. Per lo storico trovare tracce significative su determinati
ambiti di ricerca in territori scarsamente sensibili a quella trattazione
significa che il dibattito su quel tema è così sentito da far tracimare i
livelli di discussione fuori dagli ambiti tradizionalmente dedicati. Prendiamo
ad esempio Quattroruote, una notissima rivista italiana specializzata
che si rivolge a un pubblico appassionato di tutto quello che riguarda il mondo
dei motori. Nel numero di aprile 1970 un lettore scrive al periodico.
La risposta che Quattroruote ha dato
a (…) (Quattroruote di gennaio, pag. 12) mi ha irritato perché
era di un’assoluta ambiguità in quanto voleva ironizzare sugli appunti mossi da
quei signori a proposito di vostre certe copertine e pagine pubblicitarie,
secondo loro indecenti o comunque inadatte ad essere guardate da giovani sotto
i vent’anni (…).
Date addosso a certa cinematografia
erotica, e poi esaltate l’amore come il più bel fatto naturale: ma amore ed erotismo
secondo me sono la stessa cosa. (…)
Pubblicate quello che volete, ma non
fate la predica agli altri (…).
Risponde la redazione.
Abbiamo l’impressione che
lei confonda amore e moralità con l’immoralismo sessuale, cioè con un pericolo
che sta dissolvendo ogni ordine. Lei sembra ignorare che l’amore deve venir
difeso dal pudore, dalla dignità che il pudore conferisce a tale sentimento (o
a tale istinto): senza dignità l’amore muore, non è più amore ma matta
bestialità.
Noi non vogliamo fare la
morale a nessuno, e se anche lo volessimo, sarebbe impresa disperata, perché
abbiamo l’impressione che la vera rivoluzione che sta scuotendo (o sovvertendo)
il mondo (come preferisce) sia proprio una rivoluzione sessuale, per cui sembra
di vivere non più in democrazia, ma in pornocrazia (…).
Il dibattito sulla morale s’impiglia
in intricati sofismi. Il lettore chiede solo che si pubblichino pure le foto di
donne poco vestite accanto alle ultime auto uscite sul mercato, ma evitando di
spiegare che le finalità della rivista sono alte, ben lontane da certe
operazioni di basso mercato, per le quali la redazione punta il suo indice
censorio. La rivista risponde con una complessa digressione sul senso della
morale che quasi fa apparire il povero lettore l’unico immorale. Nelle parole
della risposta pare di leggere i discorsi dei politici al governo in quegli
anni e soprattutto, alla luce delle acquisite conoscenze sul linguaggio
dell’immagine, oggi sappiamo che la scelta delle donne vestite di niente da
accostare alle automobili non è affatto casuale.
Questa consapevolezza di sé e del
proprio corpo, che traspare dall’ incedere di Bocca di rosa nella piazza di una
provincia archetipa italiana, è l’annuncio della rivoluzione che investe anche
i costumi sessuali in quegli anni e che troverà il suo apice deflagrante nei
giorni della vicina contestazione. Eppure a distanza di anni, declinata al
presente, Bocca di rosa mostra tutta la difficoltà che la società italiana ha
dovuto fare per cercare di metabolizzarla. Senza riuscirci. Se si digita su un
motore di ricerca “operazione bocca di
rosa” si scopre che in questi nostri anni recenti molte operazioni di
polizia, segnalando l’adesione a un disinvolto e condiviso copyleft da parte
degli art directors delle forze
dell’ordine, sono state chiamate così. Tutte volte a sgominare giri di
prostituzione. E mentre la sua eroina erotica è stata per comodità relegata,
nell’immaginario condiviso, al ruolo di meretrice, giusto per non doversi
prendere il carico di riflettere, De Andrè avrebbe potuto ridere dei luoghi in
cui si sono svolte le indagini, dalla lombarda Cornate alla siciliana
Ficarazzi, quest’ultima con tanto di video on line a raccontare il successo
delle forze dell’ordine. Già Cornate e Ficarazzi, andate su Google se non ci credete,
sono lo scenario formidabile in cui arrivano, a decenni dall'invenzione di
Bocca di rosa, gli alfieri della morale comune. Quando si dice un Destino ridicolo.
martedì 10 gennaio 2012
Svuotare il pappagallo
E sono al bar. Il cane sotto il tavolo. La tazza del caffè,
ormai vuota, ormeggiata a bordo giornale giusto per attestare il mio diritto di
cliente. Tutt’attorno la solita gente di quell’ora lì che non è il mio bar
d’abitudine ma il più vicino a casa e ogni tanto mi fermo lì tornando dal giro
del mattino con il cane e prendo un caffè e a volte un cannolo alla crema
marsala. Fa freddo, ho poche ore di sonno sulle spalle e il raffreddore che mi
rende poco trattabile per cui mi infilo lì dentro per non rischiare parole che
m’uscirebbero davvero di peso. Ieri sono andato all’università per l’ultimo
giro di esami della mia vita. Non insegnerò mai più lì dentro e questa cosa mi
solleva parecchio, che ormai mi sembrava di far lezione con la stessa coscienza
pulita di certi venditori di auto usate che abbassano i chilometri e sorridono
a comando. Ma non è di questo che volevo raccontare. Dicevo che sono andato in
facoltà che è in centro e ci sono andato per forza in moto che il parcheggio lì
è impresa titanica riportando a casa un bel raffreddore. Io con il raffreddore
son simpatico come un’ape assassina nelle mutande. Baffino che è il barista mi
lascia lì, da parte. E’ uno di cui ci si può fidare. Accanto a me le
macchinette del video poker vanno già a mille e quasi fuori è ancora buio. Un
vecchio sta seduto al tavolo di fronte. Guarda fisso il cane o forse gli
piacciono le mie vecchie scarpe. O forse si domanda cos’è quell’alone verde
sulla punta della scarpa destra ma non è che posso mettermi a spiegare la
storia del fumogeno preso a calci. Né a lui né a altri. Mettiamoci il cuore in
pace. Il vecchio ha un cappello blu da marinaio, di quelli con la visiera e il
cordoncino. Occhiali da vista con la montatura dorata a goccia. Enormi lenti
giallastre. Occhi cisposi. Una giacca verde di velluto a coste, tipo
cacciatore. La sciarpa della Juve e ancora grazie che Baffino gli ha portato il
caffè tollerandolo che lì son tutti del Toro. Baffino ha un toro tatuato sul
bicipite ma oggi è inverno e si va di felpa. Siamo in parecchi lì dentro con la
felpa col cappuccio. Le svendite di Decathlon hanno colpito nel segno. Il
vecchio continua a guardare sotto il mio tavolo e ora è chiaro che fissa il
cane. Non credo possa rompere i coglioni per il cane nell’esercizio pubblico
perché fino a novembre legato al termosifone c’era il dogo di Baffino. Poi è
morto per un boccone avvelenato raccattato al parco. Questa città è una
giungla. Il vecchio a voce alta, a trombone, che il bar è quello che è come
spazio e va tutto in risonanza. “Amme mi piace gli animal ma come si fa a
tenerlo che io ho settantadue anni e se prendo un cane quello campa più di me”
“Se lo sposi gli lasci la pensione” gli risponde una che la trovo sempre lì con
la giacca fosforescente e il furgonetto della monnezza elettrico e ecologico
parcheggiato fuori. Tutti ridono. Lui manco la guarda. Parla a me. Ai miei
piedi almeno. Il cane accenna un ringhio basso di circostanza. Nulla di
significativo ma prova tu a startene sotto il tavolo con un vecchio che ti
fissa e parla a trombone. Riprende. “Ce li ho sempre avuti animal, cane, gatte,
pesci, coccodrillo, tutte quante”. Gli altri intuiscono il numero d’acrobazia
narrativa e smettono di interrompere che siamo tutti professionisti di barismo.
Ridacchiano e si danno di gomito. Quello al video poker fissa il monitor e
schiaccia il tasto col dito meccanicamente. E’ morto da un pezzo. “Tenevo certi
pesci che li ho presi alle giostre a pallina e son fatti grandi come capitoni e
li ho buttati nella Dora che a casa non c’era più posto. I cani ne ho avuti
tanti che non me lo ricordo ma l’animale che più di tutti è incredibble” ora
lavora sulla tensione affabulatoria e ha alzato lo sguardo e mi parla direttamente
e pianta una pausa che è tensione scenica pura “è il pappagallo cenerino. Quello
è un uccello inteliggentissimo che lo aveva comprato uno del palazzo che poi se
n’è andato di nuovo giù al paese con la pensione e me l’ha domandato se lo
volevo che io andavo sempr a veterlo nel terrazzo perché gli scienziati hanno
pesato il suo modo di capire e il pappagallo a razza cenerino è più
intelligente dell’uomo anche se è scienziato e infatti quando lo misuravano di
intelligenza era lui che gli spiegava a quelli come dovevano fare”. Qualcuno
ride girandosi dall’altra parte ma al vecchio interessa solo la mia di
attenzione. Capita spesso così. Prendete una piazza gremita di gente. Arriva un
pazzo sbraitando e io sto seduto all’estremo opposto. Quello è sicuro che fende
la folla e viene da me. “Questo pappagallo parla più di noi e dopo che stava a
casa un po’ si è studiato come andava la faccenda da noi e si è convinto di
innammorarsi con mia moglie. Amme mi beccheva e soffiava come fanno le oche se
andavo a vicino ma a mia moglie devi vedere come ci faceva tutte le moine e
prendi la fettina di mela e prendi il petto di pollo”. Quando dice petto di
pollo gli occhi si sbarrano ma l’esperienza ci dice che non si deve mai fare
dibattito. “All’inizio ridevamo ma poi venivano a casa le persone e questo
fatto che il pappagallo faceva innamorato a mia moglie tutti lo dicevano e
ridevano e poi qualcuno stupid comincia a dire che a mia moglie gli fa piacere
avere l’uccello tutto lei e cose di stupidi che a me non mi importa ma tutti
ridono e nel palazzo e in giro e mia moglie fa la stupida più di loro che ci fa
vedere a tutti che lo da a mangiare la mela dalla bocca e io gli dico non fare
schifo così che poi la gente a te ti ride con gentilezza ma fuori ti schifa. A
un certo punto al pappagallo che si chiamava Santokan tutti lo chiamavano
Porcobello che qualche spupido del palazzo gli era venuta l’idea di prendere
ancora in giro.Insomma a me alla fine questo pappagallo coll’intelligenza sua
mi odiavo a vederlo e i pappagalli dice che campano più di un prete e quinti io
me lo trovavo tutta la vita e pure i miei nipoti. L’inverno gli ho tenuto
sempre la finestra aperta alle spalle e poi chiudevo e mettevo vicino al
termosifone e non so com’è stato ma lui è morto però pure io ho avuto problemi
a una spalla di reumatismi per via che stavo sempre a aprire e chiudere. A me
gli animali mi piacciono ma qualcuno è troppo particolare. Almeno il cane lui
ti lecca la mano e basta”. Scoppiano tutti a ridere. Pensano tutti alla moglie
e a un frenetico barboncino. Ne sono sicuro. Si alza paga e va via.
martedì 13 dicembre 2011
il cuore è uno zingaro e s'è fatto la macchina del cardiologo
Io me lo ricordo di quando sono andato al cine che c’era “balla
coi lupi”. Avevo addosso una bella porzione di giovinezza, che son passati a
spanna più di venti anni e era in un cinema di Perugia che forse ora non è più
un cinema ma anche Perugia ora non è più Perugia e quindi i conti tornano. Mi
ricordo anche che il film durava come un film e mezzo e quindi toccava
appoggiare un supplemento in biglietteria e mi portavo dietro la ragazza e
pagavo io pure se ero uno abbastanza fuori da queste smancerie ma a farmi
pagare il cinema mi sentivo una tragica citazione gucciniana e quindi ci tenevo
a fare la parte mia. E mi ricordo che quel film non mi era piaciuto, m’era
sembrato una gondola in miniatura colle lucine da comprare a Venezia sulle
bancarella che confrontato alle storie di laguna vere fa la sua misera figura.
Però lo so che le gondole luminose hanno più mercato delle storie che piacciono
a me. Lo so da sempre. Da quando mi hanno regalato una gondoletta luminosa
almeno. Da quando studiavo lo sciamare degli scarafaggi dai tombini prima
dell’acqua alta. Ma questa è un’altra storia. L’indiano di quel film si
chiamava “vento nei capelli” o giù di lì, che dev’essere stato per via che
quello che gli cavalcava davanti sofriva di aerofagia ma per quanto cercassi di
destrutturare un’impalcatura narrativa fatta di stereotipi da spot
pubblicitario tutti attorno a me si commuovevano. Quando ammazzavano il lupo
“due calzini” la gente piangeva. Ora io volevo dirglielo “fratelli, il lupo non
c’è più a giro perché li abbiamo ammazzati tutti, amici il lupo è quella roba
lì che proiettate nell’immaginario dei vostri figlioletti per dare carne alla
paura, sodali il lupo se ve lo trovate davanti non vi commuove di certo ma non
ve lo trovate davanti perché un lupo me l’ha detto che ai cuccioli per fargli
paura gli dicono “ti prende l’uomo cattivo” e loro hanno più ragione di noi a
sostenere questa tesi, numeri alla mano”. Invece non ho detto nulla. Il film
continuava raccontando come vivono i pellerossa e come è affascinante il loro
legame armonico con la natura. Poi arrivano i bianchi e sterminano tutti. E giù
di nuovo a piangere. Si accendevano le luci e tutti cogli occhi gonfi gonfi.
Un giorno invito Gianni Berengo Gardin a parlare a un
nutrito gruppo di docenti delle superiori. Si parla di memoria e narrazione
fotografica. Sempre ‘sta dannata narrazione direte voi. Io batto il ferro
perché quello è il mestiere mio assegnato. Gianni è uno dei fotografi italiani
più importanti di sempre, sicuramente il più testimoniato a livello editoriale.
Gianni è uno che usa la macchina fotografica per raccontare ma con la
consapevolezza che i suoi scatti non sono contorno alla storia ma sono
piuttosto agenti di storia. Gianni entrava con Basaglia nei manicomi e ci
raccontava l’orrore di quelle stanze intonacate a merda, sputi, sangue e
disperazione. Gianni invece del filtro davanti alla lente sembrava avesse
montato delle sbarre di ferro, tante sono le foto che raccontano il mondo oltre
le grate.
Tutti guardavano
compiaciuti gli scatti. Gianni faceva vedere le foto di Venezia, col bacio
sotto i portici, e quell’altra della coppia a bordo oceano dentro la macchina,
un’icona senza tempo. Tutti guardavano compiaciuti gli scatti. Gianni alla fine
della meraviglia mostrava i campi degli zingari e gli interni delle roulotte e
i topi e i bambini. La gente lasciava da parte la meraviglia e cominciava a
mormorare “a me m’hanno rubato la radio in macchina” “a mia cugina gli sono
entrati in casa”. Uguali agli indiani della pellicola ma questi erano sotto
casa non come i lupi e i pellerossa relegati in parchoi e riserve e quindi da
piangere non c’era un cazzo di niente. A me non mi salta in mente di fare le
tirate sul fatto che gli zingari son buoni e bravi che li conosco e bene e son
dei discreti figli di puttana ma guardo tutti questi indignai e immagino non
nutrano lo stesso risentimento per l’uomo in giacca e cravatta della banca
anche se la porzione di furto consumata da quello lì va oltre tutte le
autoradio possibili. Senza un briciolo di fottuta retorica ma piuttosto per
completezza dell’informazione.
E allora mi son ricordato un altro film. Parla di due
motociclisti come son motociclista io e tanti altri, e forse se lo sono è per
aver consumato anche io la mia fetta consistente di suggestione filmica. ‘Sti
due motociclisti non hanno una dimora fissa, guarda tu come fossero zingari. Se
ne vanno in giro e vivono violando la legge, guarda un po’ tu, come capita agli
zingari. ?Sti due motociclisti incontrano a un certo punto un altro sbiellato e
son lì a raccontarsi che la gente, quel mucchiame lì indistinto di idea negata
che definiamo per fiacchezza dell’informazione “la gente”, passa il tempo a
parlarti dell’individuo ma quando se lo trovano davanti l’individuo poi si
cagano addosso. E infatti la gente lo ammazza a bastonate quello sbiellato lì e
poi si lavora anche gli altri due la bella gente lasciandoli morti sull’asfalto
a farsi portare dalle note di Roger mc Guinn che è compartecipe dell’original
soundtrack. Insomma io ho visto ‘sto film e l’ho capita la storia che devi
averci ben presente l’idea di libertà, che l’idea che la ragione è della
maggioranza non funziona, che la massa mugghiante non ha cervello ma monta come
il fiume di piena sull’argine debole e porta come il fiume carichi di merda e carogne.
‘Sto film mi ha spiegato che ad averci le idee preconfezionate, già saltate
nella padella, non c’è guadagno. Con buona pace di quelli che al cinema i film
gli hanno insegnato a piangere fino allo scorrere dell’ultimo titolo di coda.
Ora, mentre scrivo, nell’aria torinese stagna ancora la
puzza di bruciato. Una ragazza dopo aver scopato col suo uomo per paura della
famiglia dice che l’hanno violentata gli zingari. Dalle Vallette, che non è
proprio una zona d’agio, partono un mucchio di persone che dice che sono ultras
della juve e pensa tu il cortocircuito delle appartenenze e delle
territorialità che alle Vallette c’è pure il carcere torinese e le Vallette
sono uno dei contenitori urbani riempito negli anni Sessanta o giù di lì di
tutti i meridioni possibili. Bruciano un campo nomadi, che non mi sono
simpatici a prescindere, perché io al cinema piango solo per Dumbo, ma che non
posso odiare per abitudine. Non odio niente per abitudine, tranne i luoghi
comuni e l’isteria collettiva. Ma evidentemente questi il film dei due
motociclisti non l’hanno visto o non ci hanno capito un cazzo. Questi
preferiscono averci un’idea collettiva, anabolizzata di leggende metropolitane
e distorsioni del reale, questi si riconoscono sotto un segno d’apparttenenza,
un grugnito, una svastica, un qualcosa. Preferiscono fare così che averci delle
idee tutte loro, costruite a martellate su quello che la vita gli fa passare
davanti. Sarà così. Come diceva Danilo Dolci “non sentite l’odore del fumo”.
No, mi ripeto, questi il film dei due motociclisti non l’hanno mica visto mi
ripeto. O non ci hanno capito un cazzo. Può essere.
venerdì 25 novembre 2011
la memoria fotografica
La ricerca storica
tradizionale ha basato, fino a tempi relativamente recenti, la sua struttura
metodologica sull’analisi e l’esplorazione di precise tipologie di fonti, che
erano considerate più “affidabili” rispetto ai dati forniti. Allo scopo
l’esperienza dello storico era tutta circoscritta agli ambiti istituzionali,
come archivi pubblici, biblioteche, musei, fondi privati di particolare
consistenza. Anche in questi precisi ambiti il ricercatore tendeva a
circoscrivere ulteriormente il suo terreno d’indagine, evitando di prendere in
considerazione alcune tipologie di fonti. Negli ultimi anni la metodologia
della ricerca ha accettato di confrontarsi con le fonti in maniera molto più ampia e articolata. Lo
“storico orco” teorizzato da Marc Bloch, fagocitatore di tutti gli ambiti
documentali e in grado di analizzare le diverse tipologie di fonti riportandole
sempre sul piano prioritario dell’ambito storiografico, è ormai una figura
metodologica consapevolmente accettata dagli studiosi. Alle fonti tradizionali
si affiancano adesso bacini documentali meno esplorati e il cinema, la
fotografia, la musica, la pubblicità, la narrativa, il fumetto, la grafica, la
cultura materiale, s’ intrecciano e si confrontano, fornendo spesso aspetti
inediti e inconsueti delle realtà storiche e sociali che s’ intende analizzare
o, ancora, rafforzando con ulteriori prove, la lettura di un determinato
periodo già analizzato attraverso elementi consueti alla ricerca. Un impegno
metodologico di questo tipo pretende una robusta preparazione del ricercatore
che non può permettersi di indagare in modo superficiale le diverse tipologie
di fonti ma che deve altresì essere edotto dei problemi di gestione tecnica dei
materiali o di veicolazione degli stessi in rapporto al periodo di produzione.
Risulta evidente che la natura infinita di informazioni possibili da
confrontare sollecita un rapporto fitto di scambio all’interno della comunità
scientifica e la costituzione di specialità d’ambito che di volta in volta
possono essere coinvolte. Altro è l’ambito proprio dello storico dell’arte o
del cinema, più specificamente vocati alla dissezione di determinati materiali,
allo storico possono servire magari solo alcuni indizi contenuti nella tela o
nella pellicola ma un confronto interdisciplinare diventa irrinunciabile e
consente di acquisire altri elementi.
Il confronto tra le diverse fonti consente un’esposizione
dinamica della ricerca storica, che permette di trasferire informazioni in
maniera accattivante ma sempre senza banalizzare i contenuti. Soprattutto a
livello didattico, la possibilità di leggere un periodo storico, attraverso
l’interazione dei testi tradizionali e una rassegna di film o una panoramica
dei linguaggi pubblicitari dell’epoca, o, ancora,
attraverso la canzone, può offrire la possibilità di lavorare con la
variazione dei temi, su una soglia d’attenzione difficilmente raggiungibile
attraverso l’esposizione tradizionale.
Proviamo a fare un esempio d’approccio metodologico: la
lettura di un’immagine non è solo funzionale all’analisi tecnica o dei
contenuti cosiddetti espliciti. Un film non deve necessariamente essere
filologicamente corretto nella ricostruzione
del periodo e dei luoghi in cui i suoi personaggi si muovono ma spesso fornisce
indizi sulla storia sociale o politica di un determinato contesto che
rischiano di passare inosservati. Nel 1963 il regista Ugo Gregoretti propone
nelle sale italiane la sua prima opera cinematografica importante, sulla scia
dei successi televisivi di questo autore. Omicron, questo il titolo del film, è
uno stranito film fantascientifico in cui un extraterrestre entra nel corpo di un operaio torinese,
interpretato da Renato Salvatori, e inizia la sua esplorazione del mondo degli
umani. La pellicola segnò inesorabilmente la carriera cinematografica di
Gregoretti che non seppe più recuperare l’insuccesso di sala. A onor del vero,
a volte la storia raccontata nella pellicola risente di ingenuità piuttosto evidenti
che ne fanno a oggi un prodotto visto solo da cultori. Per lo storico però
questo prodotto minore consente la lettura di determinati aspetti sociali
significativi. L’extraterrestre arriva
alla catena di montaggio e l’uomo si prende la rivincita sulla macchina che dal
celeberrimo Chaplin di“Tempi moderni” aveva infierito sull’elemento umano,
ridotto a mero ingranaggio produttivo. Stavolta l’uomo è tale solo nell’aspetto
esteriore e lavora alla pressa con un ritmo forsennato, fino all’esplosione della
macchina utensile. Ai colleghi sbigottiti da tale incremento produttivo il
caporeparto sottolinea che da adesso si lavora a quel ritmo e che non vuole più
sentire parlare di supersfruttamento. A questo punto lo storico è sollecitato.
Il concetto di supersfruttamento fu materia di dibattito sindacale solo nel
’63, anno di produzione del film. Successivamente si ritenne inutile
distinguere tra sfruttamento e supersfruttamento e probabilmente di questa
polemica restano solo brandelli scomposti negli archivi ma in questa pellicola,
pure minore e sicuramente, per la scelta del regista, lontana da temi
marcatamente realistici, ne abbiamo sicuro riferimento. A questo punto il
laboratorio attivato comincerà a ricostruire gli anni del Boom economico
attraverso le canzoni dell’epoca, le fotografie, i giornali, la pubblicità e
gli apparati multidisciplinari svilupperanno in modo naturale un possibile
prodotto multimediale.
Abbiamo scelto un esempio piuttosto specifico e complesso
nella gestione perché risulta evidente che altri materiali danno immediata
ragione dei possibili collegamenti ma se tutto è fonte ci si può applicare
anche su temi considerati marginali e poco utili. Certo se si vuole parlare di
guerra di resistenza e si utilizza “L’Agnese va a morire” di Giuliano Montaldo
i riferimenti sono molto più diretti ma è lo storico che ci può raccontare
l’importanza di una pellicola sui temi della resistenza che ha per protagonista
una donna e che viene realizzato nel 1976, anno in cui la figura femminile è al centro di aspre lotte di rivendicazione.
L’interazione delle diverse tipologia delle fonti
restituisce efficacemente i quadri
politici, economici e sociali. Altro è raccontare il boom economico dell’Italia
degli anni Sessanta attraverso le tabelle di analisi demografica e i grafici
che danno ragione degli incrementi produttivi, altro è affiancare a questi dati
le pubblicità dell’epoca dove categorie sociali come la casalinga e il giovane,
compiutamente espresse in quel periodo, hanno una loro evidenza e sono in
relazione coi beni di consumo e le abitudini nuove. A livello didattico non
deve sfuggire il rapporto che corre tra l’utente medio e i materiali proposti.
Ci sono immagini, segni, gesti che sono entrati ormai nell’immaginario
collettivo come iconici di una determinata epoca. Se mostriamo un’ utilitaria
Fiat 500, sappiamo per certo che il richiamo agli anni del boom è piuttosto
automatico e conviene lavorare sul dato acquisito per fornire sicurezza e
consapevolezza. Successivamente all’immagine della famiglia stipata
nell’utilitaria affianchiamo la
pubblicità di un frigorifero e raccontiamo che sui mercati internazionali
l’Italia si colloca come massimo produttore di quell’elettrodomestico. Il dato
è interessante, curioso ma soprattutto reso meno lontano dalla vicinanza con la
nostra utilitaria che fornirà un ponte
tra le informazioni acquisite e quelle nuove.
Attraverso questo confronto si potranno definire le
differenti identità culturali, i modi sociali mutuati da ambiti esterni e più
in generale avere una visione complessiva degli eventi storici. A questo punto
proponiamo un film dell’epoca che mostra una famiglia in vacanza, lo associamo
a una canzone come “Con le pinne, il fucile e gli occhiali” e possiamo permetterci
una riflessione sul tempo libero e sulle ferie di massa e, più in
generale, sulle modalità di sviluppo
della società industriale.
Nell’ottica del “tutto è fonte” nuovo interesse destano i
materiali conservati all’interno dei singoli nuclei familiari e nelle piccole
comunità, supporti fondamentali di certo lessico familiare e conservati come
traccia di memoria domestica. I riti di passaggio fondamentali, la nascita, la
formazione di una coppia, la morte, trovano testimonianza efficace nei
materiali conservati nei cassetti delle case di tutte le famiglie,
indipendentemente dall’estrazione sociale. Lo storico trova spunti alla ricerca
anche in elementi che all’origine non rivestivano interesse specifico. Una foto
può ritrarre un lontano parente e per chi la possiede è già supporto alla
memoria, all’emozione ma magari lo storico troverà più interessante il tram a
cavalli che si intravede alle spalle del personaggio ritratto. In ogni caso non
c’è un ordine gerarchico di interesse dello studioso nei confronti delle fonti
e anche quelle domestiche possono rivelarsi efficaci testimoni.
martedì 22 novembre 2011
Cogli l'attimo furente
Il professionismo in fotografia si è svelato, nel corso dei passaggi storici attraverso il Novecento, come una dimensione eclettica che continuamente deve misurarsi con il mercato e con le evoluzioni tecniche. La moda, la foto industriale, il design, la politica sono ambiti che sanno ancora una volta svelare l’efficacia innegabile del mezzo fotografico nell’epoca della comunicazione di massa. La possibilità estesa a tutti di realizzare immagini si amplifica nell’era della fotografia digitale, stravolgendo i criteri di gestione dell’immagine professionale ma anche il rapporto dei mezzi d’informazione con il prodotto foto. Vale la pena fare una riflessione sulla fotografia come prodotto del presente. Con l’affermazione dell’immagine digitale, che consente una produzione di immagini altissima a costi contenuti e una altrettanto rapida veicolazione delle stesse, l’ambito professionale ha dovuto far fronte a nuove problematiche. La questione centrale dall’inizio era proprio la riconoscibilità autoriale. Tre sono le peculiarità che identificano il professionista nella massa fotografante: l’occhio, che consente di scegliere l’inquadratura più efficace per raccontare con le immagini e per catturare emozioni; la capacità di utilizzare efficacemente strumenti tecnici complessi; il confronto con il mercato. Con la fotografia digitale la stessa proprietà di un’immagine, attestata dal possesso del negativo originale, entra in crisi, rendendo meno definito il concetto di titolarità autoriale, per il quale tanto si sono battuti i fotografi professionisti nel corso di tutto il Novecento. Le fotografie reperite in rete possono essere scaricate e manipolate con una facilità mai prima registrata con i supporti tradizionali, e anche i materiali cartacei possono essere riprodotti con una fedeltà che con i sistemi analogici richiedeva una certa esperienza e attrezzature specifiche che ora sono compendiate efficacemente da scanner a prezzi abbordabili e da programmi di fotoritocco alla portata di una buona parte degli utenti di attrezzature fotografiche.
La realizzazione di immagini di qualità con gli strumenti disponibili sul mercato delle macchine digitali, che solo fino a pochissimo tempo fa offrivano prestazioni ancora lontane dai risultati ottenibili con le pellicole, consentono ora un incredibile controllo dell’immagine e l’impiego di attrezzature assai meno dispendiose e ingombranti di quelle tradizionali. Senza contare che non c’è la necessità di avere tra lo scatto e il prodotto finito la mediazione del laboratorio, perché il file è disponibile da subito, e inoltre può essere migliorato e modificato dai programmi studiati allo scopo, Le esigenze professionali fanno però in modo che anche in questo ambito le specializzazioni determinino l’utilizzo di attrezzature più sofisticate, giustificando gli investimenti con il rientro commerciale. Di pari passo con l’evoluzione tecnica, il professionista lavora sui moduli espressivi e sullo stile che in qualche modo possa caratterizzare il suo lavoro, cercando di connotare i suoi scatti attraverso una precisa personalità autoriale. Innegabilmente però, aldilà degli esiti della produzione di immagini professionali, la nostra epoca si caratterizza per una produzione enorme di fotografie e con questo dato deve confrontarsi necessariamente anche il professionista.
New York, undici settembre 2001, nella mattinata due aerei si schiantano in rapida successione contro le due torri del World Trade Center. A pilotare i velivoli, in un’azione combinata tremendamente efficace, è un gruppo di terroristi islamici. La nostra analisi di questo episodio si limiterà alla sua rappresentazione attraverso la realizzazione di immagini. Nella sua natura più strettamente dinamica, l’azione dell’aereo che impatta sull’edificio è caratterizzata da due elementi fondamentali che sono anche ispiratori delle soluzioni tattiche adottate dal commando: la rapidità e l’effetto sorpresa. L’aereo arriva veloce e inaspettato sul suo obiettivo, impedendo l’attivazione di qualsiasi contromisura dei sistemi di sicurezza. Un' azione così repentina non si può certo documentare agevolmente con una macchina fotografica. Nessun fotografo, per quanto ben scortato dal meraviglioso “istinto dell’attimo” potrebbe farsi trovare pronto, con le attrezzature sapientemente disposte, teso a fermare l’immagine dell’aereo che impatta contro l’edificio. Il professionista, e ben lo sanno quelli specializzati in foto naturalistica, si apposta valutando la probabilità che davanti ai suoi obiettivi si verifichi l’evento che dia un senso di eccezionalità ai suoi scatti o che almeno possa descrivere significativamente il contesto che intende raccontare con i suoi scatti. Ai fotoamatori che catturano frequenti immagini, a volte interessantissime, che pure resteranno nei cassetti ignare dei giochi del mercato, ai dilettanti presi da passione passeggera per la realizzazione delle fotografie, a quelli che girano con una macchina fotografica in tasca perché non si può mai sapere, resta da giocare la partita del caso, con un calcolo probabilistico che ai giorni nostri gli assegna già il premio per la puntuale documentazione grazie solo al loro numero enorme rispetto alla schiera selezionata dei professionisti.
E infatti dell’aereo piantato sul fianco del grattacielo e nella polpa dello sgomento di milioni di persone abbiamo testimonianza grazie a quelli che erano lì, in vacanza, concentrati a raccogliere schegge di memoria per implementare archivi domestici. Il rumore assordante dell’aereo che piomba sulla città e gli sguardi che d’istinto si rivolgono al cielo e l’inquadratura della famiglia sotto le Twin Towers che si perde perché l’obiettivo segue l’attenzione di chi scatta e guarda verso il cielo, verso l’incredibile: nelle videocamere riempite di sorrisi turistici, nelle fotocamere usa e getta, nelle webcam puntate sulla città statunitense paradigma dell’Occidente, quel momento viene impresso e passa dai bollettini su Internet ai notiziari e ai giornali e la qualità è poca cosa ma nemmeno dalle immagini di partigiani impiccati, scattate scostando appena un lembo del cappotto davanti all’obiettivo clandestino, ci si attendono esposizioni calibrate, dettagli e definizione. Eppure di quel breve attimo, non certo dell’agonia dei due grattacieli e delle facce dei soccorritori e dei corpi di quelli che scelgono di lanciarsi nel vuoto per non morire arsi vivi, tutte cose che già avevano addosso le lenti rapide, esperte dei professionisti, rimane memoria grazie al lavoro capillare di catalogazione dei gesti minimi che è caratteristica del nostro presente e che si affida alla moltitudine dei praticanti della fotografia. Già a partire dal secondo impatto, gli obiettivi dei grandi professionisti sono tutti puntati sulla scena, dando prova dell’efficienza della macchina complessa del mondo dell’informazione. Sui giornali e nelle mostre allestite successivamente, le immagini dei fotoreporter più o meno improvvisati e quelle dei professionisti viaggeranno in parallelo, e sarà difficile distinguerle tra loro.
Proviamo ora a spostare l’attenzione sulla realtà italiana. “Un morto, quasi seicento feriti (560), oltre duecento persone arrestate (219), circa cinquanta miliardi di danni: ecco le cifre del G8. Ecco i numeri del vertice degli otto paesi più industrializzati, andato in scena a Genova da venerdì 20 luglio a domenica 22. Tre giorni di discussioni per i grandi della terra, tre giorni segnati in maniera tragica dall’uccisione di un ragazzo di 23 anni, Carlo Giuliani, uno dei contestatori colpito venerdì pomeriggio da un colpo di pistola esploso da un giovane carabiniere. La foto di questo ragazzo, steso sul selciato di piazza Alimonda, con una pozza di sangue ad allargarsi dietro la testa, le braccia a croce e un compagno che tenta di rianimarlo è il simbolo di quello che è accaduto a Genova.” (1)
Genova nell’estate del 2001, in corrispondenza con il G8, che si è deciso di tenere nel capoluogo ligure, è attraversata da aspri scontri. Come era già accaduto nel luglio del 1960, stesso mese stesse scene per i carrugi genovesi, gli scontri tra dimostranti e forze dell’ordine sono violenti. Il culmine di questi eventi è l’uccisione del giovane Carlo Giuliani. La scena della tragedia è in piazza Alimonda. Un fuoristrada dei carabinieri viene assaltato da un gruppo di manifestanti. Dal finestrino rotto del veicolo spunta una mano che stringe una pistola d’ordinanza. Un giovane a volto coperto, Carlo Giuliani appunto, sta avanzando incontro al mezzo e ha tra le mani un’estintore che ha appena raccolto da terra e che, nelle probabili intenzioni, sta cercando di scagliare contro il fuoristrada dei carabinieri bloccato da un cassonetto. Rimane freddato dal proiettile che lo colpisce allo zigomo. Ebbene, di quella scena si scopriranno fotografie diverse, angolazioni e particolari che potranno offrire indizi alla verità.
Tutte le inchieste, le analisi, le cronache dei giornali utilizzeranno le immagini per spiegarsi e spiegare quei tragici secondi che passano tra il momento in cui il ragazzo raccoglie l’estintore da terra e il momento in cui giace immobile in una pozza di sangue (2). Perché di questo si tratta, di pochi secondi che pure sono testimoniati con un’incredibile quantità di materiali filmati e fotografie. Ancora una volta viene da chiedersi se per le vie del capoluogo ligure in quella giornata si muovessero fotografi e videoperatori dalla spiccatissima sensibilità, capaci di intuire la tragedia incombente e di fermarla sulle pellicole e nelle schede di memoria o piuttosto la mole di documenti fotografici prodotta in quelle ore era tale da farci pensare che di tutti i momenti di quella giornata tragica ci siano immagini testimoni ora conservate negli archivi istituzionali, nelle agenzie, negli schedari dei professionisti, nelle sedi delle diverse compagini scese in piazza per protestare e, infine, nei cassetti di casa. Addirittura la testimonianza che pare nei giorni successivi più attendibile e che tutti i giornali riportano è quella di un fotografo free lance (3), quasi che in quella moltitudine la sua possibilità esegetica fosse più significativa proprio per l’abitudine del mestiere che la collettività pare riconoscere (4). Quasi che, in quella moltitudine di testimoni sbigottiti, quello che il fotografo vede e può raccontare sia per sua natura più affidabile come documento. L’equivoco della foto come portatrice di verità pare irrobustirsi col tempo. A dispetto delle acquisite consapevolezze di chi indaga le fonti.A dispetto di chi resta in terra.
La conclusione di questa nostra riflessione ci porta ancora a ritenere che non è così azzardato affermare che più che grandi fotografi esistano grandi fotografie ma, nondimeno, certe figure autoriali hanno saputo negli anni costruire un lessico complesso e raffinato che è diventato pagina privilegiata per raccontare la nostra storia recente.
“Le immagini che nella società moderna hanno un’autorità praticamente illimitata sono infatti soprattutto immagini fotografiche, e la portata di questa autorità deriva dalle caratteristiche proprie delle immagini prese da macchine fotografiche.” (5).
note
(1) Il G8 finisce nel sangue. Ucciso un manifestante. La Repubblica, 22 luglio 2001.
(2) Una rassegna dei materiali fotografici e video è contenuta in rete sul sito www.piazzacarlogiuliani.org.
(4) Un primo comunicato stampa dell’ANSA, datato 20 luglio 2001, h. 20.16, recita: “Ho sentito due colpi. Pensavo fossero in aria invece ho visto cadere un ragazzo”. Bruno Abile, fotografo freelance di Parigi, racconta la sparatoria nella quale e' rimasto oggi ucciso un giovane a Genova. Questa testimonianza, arricchita da particolari, viene successivamente riproposta da molti giornali italiani.
(5) Addirittura l’esame autoptico della salma di Carlo Giuliani, un documento possibilmente basato sull’analisi scientifica, farà riferimento alla documentazione fotografica: Tenuto conto dell’altezza della vittima (165 cm) e della traiettoria balistica del proiettile bisogna ritenere che il feritore fosse più alto del Giuliani o meglio (alla luce anche della documentazione fotografica dei fatti) fosse in posizione elevata rispetto alla vittima. (il verbale è consultabile per intero sul sito www.piazzacarlogiuliani.org).
(6) Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, Torino, 1992, pag. 132.
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