domenica 27 maggio 2018

Porta cavalleggeri, io porto il vino




ph. Giorgio Olmoti



A Porta Cavalleggeri c'è uno su una sedia a rotelle che presidia un lembo di strada davanti a un paio di pizzerie. Chiede l'elemosina ma senza troppo strepito a quelli che passano per andare o tornare dalla madre di tutte le chiese. Frotte di turisti di tutte le nazionalità e preti vecchi e preti giovani e suore e guide sudate con il microfono sudato e sandali e calzini e cappelli di paglia. Lui ha la faccia con la pelle di cuoio, come mio nonno che s'era fatto tre vite in mare. Sta lì seduto e l'ho visto combattere e vincere contro altri questuanti che si volevano fare la zona sua. Gli passo accanto mille volte, che ormai questa zona, senza volerlo davvero, è diventata la mia e nei bar mi sorridono e la trattoria comincia a scoprire cosa mangio e come mi chiamo. Da qui parto la notte per le mie lunghissime camminate con le scarpe da bosco e il coltellino svizzero che mi ha regalato Franchino quando eravamo ancora ragazzi e che a tenerlo in tasca mi sento invincibile. Stanotte verso le due, tornando da strade buie e misteriose, sono passato per quella strada e l'ho trovato infilato in un portone con una coperta addosso che dormiva. sempre sulla sedia a rotelle, sorta di centauro della modernità metà uomo e metà macchina. Dormiva con quella pelle di cuoio, che non si stende mai, a coprirgli la faccia. Ha aperto mezzo occhio sentendomi passare. mi sono chiesto come cazzo fa quando deve andare al bagno. Un pensiero stupido, leggero, della notte, a piedi tra cani di strada. S'è aggiustato la coperta e ha ripreso il respiro del sonno, del riposo è più difficile. e anche io ho continuato a respirare, Vivo di abitudini.





Piano ferie








Ho fatto diversi lavori da dipendente, il libretto di lavoro parla di una ventina d'anni distribuiti tra mansioni che vanno dal bracciante di quando facevo le vendemmie al lavoro culturale di bianciardiana memoria. La cosa più triste di quando facevo un lavoro da dipendente era la compilazione del piano ferie. Una sorta di programmazione della felicità a tavolino, in cui a marzo dovevi immaginarti felice a agosto. Era una cosa tremenda in cui usavi i giorni e le ore e i minuti distribuendoli sull'anno solare come merce preziosa, tenendo da parte qualche giornata perché non si sa mai e concentrando in un pugno di giorni quello che sentivi di essere tutto l'anno mentre in realtà continuavi a vivere di gesti e parole che non ti sentivi mai addosso davvero. Per non parlare dei colleghi, quella lotteria dell'umano che genera cortocircuiti della comunicazione e può farti scoprire amicizie bellissime e rancori che si trascinano dalla macchinetta del caffè alla bollatrice. Stima se ne respirava poca ma ci si sorrideva per sopravvivere. 
Poi te ne vai e non li senti più, non li vedi più e capisci che non era solo un sospetto. Ora faccio una maledetta fatica e le ferie praticamente non le ho mai, che lavoro sempre. ma lavoro dalla spiaggia, dal bosco, dal mondo e pure se non avrò mai una pensione e non avrò mai la malattia e non mi daranno mai un mutuo, non devo fare il piano ferie, non devo fingere di non aver capito che mi stai parlando di cose di cui non sai nulla. Il piano ferie mi faceva impazzire ma mai quanto il time report in cui rendevi conto delle ore, una a una, passate alla scrivania. Si compilava una volta al mese. come cazzo ho fatto dico io. I miei colleghi Bianciardi non lo sospettavano. E lavorano in editoria. Forse per questo riescono a resistere ancora.








mercoledì 28 marzo 2018

Latinitas







Dalle parti di Largo Argentina c'è questa salumeria e ci passo tutti i giorni nella pausa pranzo, che in questa porzione strana della mia esistenza è un tempo che dedico a camminare per le strade strette del centro romano, abiurando a lustri e lustri di pranzi in trattorie e tavole calde. Ci passo e guardo questo signore di bella pezzatura, con gli occhiali a scivolargli sul naso e la voce che si porta dentro la curva melodica sfottente che è tipica di questi posti e che mi ricorda mio padre. Il bancone è una barricata di salumi e formaggi e terrine piene di verdure saltate e pizza, pane e tutta una dovizia da banchetto trimalcioniano. Ci entri e se guardi bene, se hai l'occhio allenato, ti rendi conto che, a parte la trincea di salumi all'angolo del bancone, il resto del negozio è riempito di merce buttata lì senza cura o criterio. Ti fai un panino con la salciccia cotta al momento sulla piastra e la cicoria ripassata e prendi pure la bottiglia d'acqua e paghi tre euro, Qualsiasi cosa prendi in forma di panino costa tre euro, compresa l'acqua. Il signore dietro il bancone insieme al panino, sempre customizzato, ti omaggia di sentenze e frasi che percepisci prese da un rigido copione. Se ci vai spesso la smette di fare questa parte da caratterista e ti parla di questa sua vita di fatica infinita, sempre dietro un bancone. Poi sorride e ti dice. "M'ero messo in pensione ma i soldi erano pochi e gli acciacchi parecchi e allora ho accettato di venire a lavorare qui. Ci vengo qualche ora al giorno e faccio il romano, perché questo posto mica è il mio. La gente entra e crede che sono il padrone e che lui lavora per me" e indica un ragazzo pakistano che non parla mai e batte gli scontrini "ma è il contrario. M'ha assunto per trasformare 'sto minimarket, che così ce n'è un milione, in un posto tipico, che ci stanno certi che vengono qua apposta per i panini miei romani e sentimme mentre dico le fregnacce mie". Sorride mentre si toglie la fatica dalla fronte con uno straccio "e pensare che quando lavoravo per conto mio i panini mi rifiutavo di farli".

Questo personaggio qua è la metafora di qualcosa che non dovrebbe sfuggirmi ma che ancora non afferro compiutamente. O forse semplicemente non me lo voglio dire.

giovedì 1 marzo 2018

è la gente che fa la storia









e la gente, perchè dice che è la gente che fa la storia. fanno i corsi serali di degustazione di vini e poi dicono cose tipo "un retrogusto di sella di mustang bruciata e pannocchie peruviane limacciose conservate in un astuccio di violino" facendo schioccare la lingua sul fiotto di tavernello che il gestore della pizzeria ha travasato nella bottiglia di pregio. e fumano la sigaretta elettronica e scopano on line e quando viaggiano lo fanno con un'agenzia che pensa a tutto e comprano le attrezzature, tutte le attrezzature, da decathlon e si sentono come dei playmobil che cambiano cappello e cambiano avventura. non bevono alle fontanelle per strada e hanno un megafiltro montato sul rubinetto della cucina. vanno a vedere i film giusti per il gusto di farsi vedere mentre entrano e escono dal cinema. questi qui vanno a votare. c'è armonia nell'universo.

e la gente, perchè dice che è la gente che fa la storia. dicono che non possono guardare che gli fa troppa impressione, dicono che non possono sentire che gli fa impressione. per fuggire questa impressione che monta a neve tengono fisso davanti agli occhi lo smartphone, la linea Maginot dell'immaginario collettivo.

e la gente, perchè dice che è la gente che fa la storia. odiano l'odore di fritto. odiano i ragni. odiano le macchie sulla camicia, se si macchiano la camicia danno fuori di matto e certi si fanno ricoprire da sostanze mortali e poi spazzolano con vigore per gridare poi "oh no, adesso è ancora peggio, guarda che alone". odiano l'alone. odiano le cacche di uccello sull'auto. odiano i ciclisti se sono in auto, le auto se vanno in bici. odiano i cani che corrono, i cani che abbaiano, i cani che cagano, i cani che sbavano, i cani che mordono, perchè a questi qui i cani li mordono. odiano i bambini che gridano, i bambini che cagano, i bambini che sbavano, i bambini che mordono, perchè a questi qui i bambini li mordono. odiano i saldi perchè scoprono di aver pagato il doppio il mese prima. odiano andare a votare e si turano spesso il naso. non si accorgono che stanno fuggendo il loro odore.

e la gente, perchè dice che è la gente che fa la storia. ridono quando a uno gli domandano alla tele quanti sono i senatori e quello balbetta e dice dei numeri a caso oppure grida che non ha tempo da perdere. ridono tutti, tutta la gente ride. chiediglielo alla gente quanti sono i senatori. loro non lo sanno ma ti dicono però mica mi presento alle elezioni. chiediglielo alla gente se quella che hanno in casa e gli fa funzionare il lampadario e la lavatrice, per non dire la televisione, è corrente alternata o continua. ma non sono mica io che andrò sulla sedia elettrica ti risponderanno. per questo votano. per non andare sulla sedia elettrica.

e la gente ci tiene agli italiani e alla tutela di quella razza lì che a dirla così e a pensarla così gli italiani sono come il barboncino o il siamese ma è meglio non pensarci e impegnarsi a far baluardo col petto per difendere la razza. E vogliono prima gli italiani che io a girare per strada e sui treni e al bar mi guardo attorno e penso son questi qui gli italiani che dovrebbero stare primi, un coagulo di umanità dolente ma mica peggio delle altre umanità sparse, coerente con quell’idea dell’umano universale che non è poi immagine così edificante ma conviene farsene una ragione e adattarsi piuttosto che inventarsi ideali da tenere alti come bandiere e bandiere da sventolare come panni puliti. Dicono prima gli italiani e votano per governare una nazione che si fonda sulla loro condanna. vestono anche divise e si sentono servitori di uno stato e giurano su qualcosa che non può appartenergli perché li condanna. Fanno vite da clandestini sugli scranni parlamentari fingendosi tessere di un mosaico democratico e sognando il regime. Ecco, voterei per dirgli che sono in accordo con loro e odio i clandestini, li odio ringuattati nelle pieghe del tempo in attesa di straziare la vena di qualsiasi libertà. Odiano la libertà e hanno nemici farlocchi mentre la vita gliela succhiano i loro capi che ballano la danza macabra sulla loro ignoranza crassa e le loro storie da indignarsi sui social e fare la vittima belante. Piangono con i denti che grondano sangue. questi votano fingendo, sono i peggiori.








giovedì 22 febbraio 2018

viaggi nei paraggi


Il mio amico Daniele Sepe ha inciso un disco intitolato "viaggi nei paraggi" ed è con quella musica a battermi nell'anima che me ne vado in giro giorno e notte, come a affrontare un esodo nel cortile di casa.
Per alcuni giorni mi sono mosso da Perugia a Roma ma partendo e tornando infine a Torino. Ogni giorno alle quattro partivo a piedi da casa dei miei e arrivavo alla stazioncina di Perugia e da lì andavo a lavorare la sera. Tornavo a notte fatta, il tempo di una cena e poche parole. Ho visto facce e ho bevuto caffè e ho misurato il respiro del mondo, che, fatevene una ragione, non è quello che vi raccontate sui social e nei telegiornali


19 febbraio

 Partenza per Roma con flixbus. Arrivo alle 7 del mattino e vado a lavorare. Sono passato dal polski e ho fatto un racconto al volo per festeggiare il settimo compleanno di quel posto che é casa nostra. Parto. Da tutta la vita parto e lo so bene che il ritorno é una mera illusione. Statemi bene tutti. On the road again.




 20 febbraio

Ieri ero a Roma e ci ero arrivato dopo una notte passata su un Flixbus che pareva caricato a dannati. L'autostrada era uno Stige ostile e scivoloso e quel cazzo di bus correva avventandosi sulle curve mentre il carico d'umanitá dolente era persuaso al sonno dai miasmi di morte che giungevano dai corpi e dai bagagli. Notte ovunque. All'alba a Tiburtina ho sorriso agli spazzini che sono medici dell'anima e me lo scordo sempre. Ho parlato tutta la mattina a liceali di rete di vero e di falso. Fino a confondere il mio corpo con le fake news. Il pomeriggio ho avuto voglia di casa, mi succede raramente e non ho mai certezze. Ho preso un paio di trenini scassati e sono piombato a sorpresa a Perugia, a casa dei miei. Zuppa di pesce e due risate. Ho visto un film di vichinghi e mostri e mi sono addormentato con una specie di sorriso. Alle quattro ero di nuovo in strada. A piedi fino alla stazione in quel lembo buio di cittá che é giá quasi campagna. Strade morte, questa cittá è il set di un'apocalisse zombie che l'ha mutata antropologicamente negli ultimi anni. I merli si chiamano alle prime luci. I cani abbaiano annoiati al mio passo che fotte il silenzio attorno. É prodigioso come un paio di scarpe buone per andare e una giacca calda possano regalarti l'illusione dell'immortalitá. Arrivo alla stazione. Non c'é nessuno. Occhi bianchi sul pianeta Terra. Di questo passo saró leggenda. Per nessuno.






21 febbraio

Dal 1860 in poi l'Italia ha fatto i conti con un lungo processo di italianizzazione della sua popolazione. La lingua ufficiale era solo amministrativa e da regione a regione, da valle a valle, da cascina a cascina le parole cambiavano, prestandosi o escludendosi o variando in un caleidoscopio di suoni e immagini. E i cibi e gli usi e i santi a cui appellarsi, tutto variava in funzione di articolate antropologie. Nelle trincee della prima guerra mondiale si trovano a combattere fianco a fianco uomini diversi tra loro ma sulla carta identici. Il processo della costruzione degli italiani é lungo e passa dai flussi migratori che aggregano italiani diversi in un unico spazio di fabbrica che é omologazione e cancellazione identitaria. Si stavano facendo gli italiani. Tutti insieme, ammassati nell'impastatrice che prepara pane d'uomo e di patria buono per far la zuppa del potere.
Poi sali sui trenini locali, i regionali veloci che li chiamano cosí non per enfatizzarne l'efficienza ma piuttosto per richiamare alla mente la tragedia di certi maschi frettolosi di carne e desiderio che sbrigano e russano quasi in sincrono. E l'Italia é di nuovo divisa, partita in frazioni e ansimi, azzerata linguisticamente perché sono finite le parole, tutte le parole. Da una parte ci sono i frecciarossa, i frecciabianca e i frecciarosé e gli italo, che son cosi epici da portarsi addosso l'evocazione di Balbo eroe dell'aria. Dall'altra ci sono treni lentissimi e sporchi, spesso vuoti, a volte pieni a scoppiare. Provate a andare da Perugia a Roma, da Bari a Matera e capirete. Ci sono due Italie distinte e lontane. Una viaggia su poltrone Frau e é percorsa da signorine che ti chiedono dolce o salato, l'altra é puzza e respiro corto e giacche abbottonate a sconfiggere il freddo. Si badi, non é una distinzione per censo, sui frecciaqualcosa paghi un cazzo se ti sai muovere, ma di destinazione. La differenza sta nel tuo andare, c'é una sorta di sestante sociale che determina il bene e il male in funzione di parametri che valutano da dove arrivi e dove vai. Altro che fare gli italiani, qua c'é da fare le biglietterie. 
I bar delle stazioni la mattina presto e la notte sono un privilegio di storie regalate a manica larga ma anche qui la distanza tra i luoghi si é fatta incolmabile.
Resto nel vagone vuoto che corre nell'alba a annusare la vita e sospetto siano morti tutti e la macchina si muova eterna sul binari, come in un incubo di P K Dick. Sono solo e guardo fuori e ho una fottuta voglia di fare l'amore. Non chiedetemi piú se le storie che racconto sui palchi o nelle pagine sono vere. Venite piuttosto con me e state zitti e ascoltate. Guardate. Andate.

 


Per problemi sulla linea, a Orte ci hanno deviato su un percorso secondario. Procediamo a passo di motocarro tra le forre. Dice che arriveremo fortemente ritardati. Cosí almeno ripete la signora vicino a me. Effettivamente a giudicare dalle facce.. Effettivamente a giudicare dal tempo. Effettivamente Roma pare sempre piú lontana. A un certo punto il treno muore alla stazione di Poggio Mirteto. Mia nonna a Anzio quando voleva dire un luogo ameno diceva "pare Poggio Mirteto" e io non ero nemmeno certo che questo luogo esistesse davvero.. Ora son qui. Non mi sembra cosí bello ma ho recuperato un pezzo consistente di mitologia domestica. Poggio Mirteto é la mia Mompracen. Sono felice. Il trucco é trasformare i disagi in occasioni.






22 febbraio

Nessun compagno di viaggio. Anche oggi il treno parte e son l'unica forma di vita ad abitarne i vagoni se si escludono virus, acari e batteri. Un intero treno per me é un debito con la società che non potró mai onorare. Alle cinque meno qualcosa arrivo a piedi alla stazione di Perugia sotto una pioggia sottile. Buio pesto. Strade vuote percorse da rari furgoni del pane, del latte e dello spirito santo. Arrivo a bagaglio leggero e scarpe ben allacciate. Nell'androne invaso da una luce bianca fortissima c'é un rasta magrissimo con gli occhiali scuri e un giubbotto leggerissimo. Canta e balla. Da solo. É ben chiaro che non smette di muoversi per vincere il freddo. Gli faccio segno di un caffé. Scuote la testa e ride. "dammi un euro". Glielo allungo. É la quota caffé che gli avevo destinato. Mi pare giusto. Ieri notte stavo per fare a botte con un arabo ubriaco che rompeva il cazzo a una ragazzina cinese. Aspettavamo l'autobus e lui gridava e inveiva terrorizzandola e avvicinandosi oltre il lecito."Basta" gli ho detto appoggiando la mano leggerissima sulla sua spalla. Ero stanco. Di tutto. "io ammazzo tutti" mi ha detto barcollando. "Guarda bene" e ho indicato il buio attorno e i pochi disperati come noi appoggiati alla fermata del bus "Siamo tutti morti. Siamo giá morti" a voce bassa e in un soffio. Ha sbarrato gli occhi e si é seduto sulla panchina. Zitto. La cinese restava alla larga.
Adesso invece c'é il rasta che canta e trema dal freddo e nel bar due ragazze bellissime. Di qualche est possibile. Bevono coca cola per togliersi il sapore della notte e dei maschi. Parlano e una ha una tosse tremenda. L'altra le passa un inalatore per l'asma. Di colpo hanno smesso di essere belle e sono maschere di un quadro di Ensor. Come? Cosa dici? Non sai chi é Ensor? Non sapete mai un cazzo.
Il caffé della stazione ha un buon sapore o forse é l'unica fonte di calore ora. Il treno parte. Vuoto. Credo di non esserci nemmeno io. Sono rimasto nella nuvola di tosse di una puttana spiaggiata tra la stazione di Perugia e il mare e il deserto e la morte che passano dal canto di in rasta che trema dal freddo. Ma avete da decidere cosa votare per decidere cosa vivere e io torno a leggere il libro del mondo con parole cangianti e nessuna scrittura. Essere viaggiatore é attitudine che prescinde dalla distanza percorsa. Buongiorno a tutti.

 















mercoledì 20 dicembre 2017

RACCORDO DI NATALE






Vigilia di natale. Ho diciassette anni. Sto facendo seicento chilometri per passare il natale con i miei a Udine. Ho preso un treno senza sapere come e dove. Facevo sempre così, arrivavo alla stazione e prendevo un treno che mi portava più a nord o più a est o più a caso. Poi scendevo e ne prendevo un altro. Salivo sul treno e m’appoggiavo allo zaino di tela. Arrivavo velocissimo o mettendoci dei giorni. Non era così importante. Però quel natale i treni li avevo cannati tutti e mentre il pomeriggio tra Toscana e Emilia s’era lasciato ingoiare dal buio, ho realizzato che mi sarei perso il cenone e i filetti di baccalà fritti e gli spaghetti con le vongole.
Il treno era vuoto. Ricordo che faceva un maledetto freddo e forse era qualcosa di rotto nell’impianto, forse ero io vestito come capita. Me la giravo nel corridoio guardando gli scompartimenti vuoti. I miei anfibi tenevano il tempo, un passo dopo l’altro lungo i corridoi, e dal finestrino vedevo passare case e paesi che vai a capire. Alle mie spalle in ticchettio delle zampe di Blu. Cercava cibo come sempre. E avevo fame anche io. Non c’era più nemmeno il controllore, il capotreno, il personale viaggiante. Tutto vuoto. Un treno maledetto e fantasma.
Torno indietro dal mio giro ricognitivo. Nello scompartimento, nel posto di fronte al mio, c’è una ragazza. Faccio per entrare, la vedo e chiedo scusa. Ho sicuramente sbagliato posto. Poi guardo in alto e sulla retina dei bagagli c’è il mio zaino. Lei mi sorride “non c’era nessuno nel treno e ho pensato di venire a sedermi qui per non stare da sola”. A quell’epoca la timidezza se n’era già andata e ho pensato che era un regalo davvero. Mi ha chiesto quasi subito dei soldi, si portava addosso una storia falsa o vera di fuga da casa e cose così. Dopo qualche minuto, a gioco scoperto, s’è alzata e è sparita, inghiottita dal corridoio. Chiedermi soldi era stato un azzardo davvero. Bastava guardarmi. Ho dormito a Bologna in stazione e la mattina ho visto l’alba su Venezia mentre nelle cuffiette del walkman andava un disco di Bob Dylan, “New Morning”, che ora non si ricorda più nessuno. Ho provato in quel momento qualcosa che forse è quello che voi umani chiamate commozione. Per anni ho avuto fantasie erotiche pazzesche con la tizia nello scompartimento del treno e ancora oggi la cerco e spio negli scompartimenti per vedere che faccia ha adesso.






sabato 2 dicembre 2017

STORIA DI NATALE









Si avvicina il Natale. Conosco persone che vanno pazze del natale.Federico Sirianni fa l'albero a settembre. Andrea Bonopera ha un albero di natale perennemente acceso sulla pensilina del benzinaio e luci natalizie perenni in giardino. Questi sono cari amici ma il peggio ce l'ho in casa. Ste mi ha invaso la cara dimora di babbi natale e pupazzielli di neve di tutte le fogge e micropresepi e renne. Tutto quel repertorio diviso tra medio oriente e paesi nordici che noi diciamo che sono le nostre profonde radici e tradizioni, spacciando una certa dimestichezza con palme e cammelli e renne e slitte che se solo avessimo visto un paio di documentari lo sapremmo che la renna in palestina dura come una sottiletta alla parata dei topi. Ieri sera sono arrivato a casa è c'è già sulla porta un babbo natale serbo a forma di chiave in ferro battuto. Qualcosa di orrendo che però offre grande sicurezza contro i ladri, che mai toccherebbero quella porta così bardata e non per rispetto al natale ma piuttosto al possibile serbo che abita l’appartamento. Chiamala suggestione mediatica e ringrazia le tigri di Arkan se non ti fanno la casa a Natale. Ma è solo l'inizio. Ogni anno succedono cose e Dani è maledetto complice. Un anno Ste si mise in testa di fare l'albero come Pippi Calzelunghe o Gigi Ballista, adesso non ricordo di preciso a chi diceva di ispirarsi, che l’aveva visto in un film e troppo siamo caduti in quel set da canale privato secondario. Prese un abete di proporzioni ragguardevoli e lo addobbò di dolcetti e pupazzetti e cioccolatini e luci colorate e marzapanotti e frutti secchi e caramelle. Stracarico. Non so voi ma io ho sempre avuto un paio di cani a farmi compagnia nella mia vita travagliata. All'epoca avevo Blu, icona canina che tutti i miei amici sanno, e Babà, un boxer totalmente pazzo che mi diedero al canile perchè nessuno lo voleva in quanto squilibrato e enorme e che ha condiviso con me e la mia ganga una decina di anni fantastici. Due cani indimenticabili che si facevano i cazzi loro e convivevamo meravigliosamente con noi senza obbedire a degli ordini ma convenendo piuttosto con le nostre decisioni. E a casa mia questo è un pregio. Vivevo all'epoca in campagna ma i cani stavano in casa con noi e uscivano in giardino solo se uscivamo noi. L'unica volta che ho messo fuori Babà, con una testata ha sfondato la finestra della cucina ed è entrato. A casa mia questi gesti ti fanno guadagnare punti. Sta di fatto che Ste fa questo albero di natale che sembrava una tela di Hieronymus Bosch e poi esce per venirmi a prendere. Arrivavo in treno da Roma e ero andato a consegnare le bozze del mio libro sul Boom economico, un tempo facevo libri seri ora faccio libri acustici. Volevamo festeggiare. Lo so che lo state già immaginando. Quando siamo arrivati a casa la scena era agghiacciante. Fossero passati gli Unni sarebbero stati più gentili. L'abete abbattuto era precipitato sui mobili attorno in un delirio di danni e detriti. I dolcetti spiaccicati ovunque e masticati, le luci tranciate, la presa pericolosamente fiammata con il muro nero e l'impianto di casa saltato a morte. Siamo andati a dormire lasciando un campo santo bombardato in casa e al freddo perchè non avevo nessuna voglia di mettermi a trafficare con l'impianto di casa. Buon Natale a voi e alle vostre tradizioni e alle vostre radici forti come l'abete del salotto.