martedì 12 febbraio 2019

TEMPO DEBITO





ph. Giorgio Olmoti





Son tempi che fuggono. La velocità. Alla televisione, sui muri, alla radio è un moltiplicarsi di spot per sensibilizzare la gente rispetto al problema dell'eiaculazione precoce. Mica roba da ridere. Ma come cazzo fai con l'aria che tira attorno. Ci son fior di pubblicitari che studiano strategie della comunicazione efficace per rivenderti il tempo che ti spetterebbe di diritto e che ti sei fatto mangiare da questi giorni in cui l'ansia corre su fibra ottica. E vedo uomini desolati che si guardano attorno e hanno in tasca un telefono che trasporta parole e immagini a velocità fotonica, e sono bombardati da notizie che arrivano prima che i fatti avvengano, e hanno cablaggi e bande larghe che corrono per i muri e sotto il pavimento, e macchine con i tachimetri che sussurrano al muro del suono e treni che ti potrebbero portare da Torino a Lione, che tu prima non ci avevi mai pensato quanto ci tenevi a andare da Torino a Lione, in diciotto minuti e infatti non ti danno nemmeno il giornale da leggere che in quel tempo lì a stento ti puoi leggere l'etichetta del flacone del bagnoschiuma, come al cesso quando hai letto tutti i Topolino disponibili. Vedo uomini pallidi aspettare ascensori che li proiettano ai piani alti che nemmeno a Cape Canaveral. Vedo uomini fiduciosi nello Stato, che quando possono godersi le manganellate che gli sbirri adorati calano sul cranio di quegli altri brutti sporchi e liberi, che ansia la libertà, si ritrovano a fare il tifo per la Celere e questa per capirla devi leggerla un paio di volte. Vedo uomini che quando vogliono rilassarsi vanno a correre. Vedo uomini che la domenica assistono al gran premio e che vibrano nell'enfasi di quei rombi aspettando come corvi la morte e lo schianto appollaiati al digitale terrestre. Poi di colpo si sente una voce perentoria e c'è uno che sciorina dati e statistiche e ti spiega che oggi milioni di uomini concludono i giochi troppo presto e quelli lì sbarrano gli occhi, che forse il dubbio gli era pure venuto, pure quello in largo anticipo, ma ora col dato statistico alla mano c'è la certezza. E allora vanno al supermercato, la madre di tutte le soluzioni, e si guardano intorno perduti, sospettando negli occhi di femmina attorno il disprezzo statistico di competenza. E cercano negli scaffali ma tutto quello che vedono si chiama Slim Fast o, peggio, "Svelto, l'amico delle casalinghe". Escono passando dalla cassa, rapida pure lei, e le lacrime che gli rigano le guance, quelle davvero scendono giù con impietosa lentezza. Ora è ben chiaro perché ho fatto un viaggio con il Ciao. Mastica e sputa.

SENZA AVERE SETE






cimitero di Halki. ph. Giorgio Olmoti





Ma cosa cazzo c'è da dire, da specificare, da fare i dovuti distinguo, da stabilire incredibili catene di causa e effetto, degne dell'esercizio di associazione di idee fatto fare a un serial killer. L'umanità è imbarazzante, a volte temo che, da ogni parte politica, le venga anche il dubbio di esserlo e lli vedi questi e sono inguardabili e basta ma ormai sono prigionieri della loro narrazione, non possono mettere in crisi la loro identità costruita a colpi di niente imbottito di merda sui social. La chiamano "le mie idee" e questo è il lasciapassare per tutto quello che non ha conferme, che non esiste. Basterebbe solo distinguere il bene dal male, gli stronzi dalla brava gente senza un incredibile castello di principi etici. state nello stesso gioco, siete al servizio dei vostri carnefici ma pensate di saperla lunga e la storia, la memoria, ormai ve la raccontate come cazzo vi pare perché vale tutto, da qualsiasi parte voi crediate di stare, state dalla parte della carne trita e vi sentite destrieri galoppanti che vanno incontro all'onore, vi piace l'onore, un'altra balla che vi hanno raccontato, al pari dei peccati, per darvi il servofreno alla fatica di essere uomini, al maledetto mestiere di vivere. Nulla vi giustificherà mai se non vostra mamma, che sorride a vedervi così appassionati nella vostra stanzetta. siete le vittime e, come un'orda di zombie, girate per la Rete a ridurre altri nel vostro stato, perché a essere massa mugghiante pare d'essere nel giusto. studiare dovete, leggere, confrontare, accendere un benedetto motore critico e invece vi ingozzate di luoghi comuni e la vostra fonte è sempre uno che ha fatto il militare a Cuneo. E non avete più vincolo morale e sapete pensare la morte atroce di qualcun altro come prima pensavate a che contorno prendere, a versare l'acqua nel bicchiere anche senza avere sete.

sabato 12 gennaio 2019

Fabrizio De Andrè e i piedi che piangono










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Fabrizio De Andrè e qualcosa di personale

Mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
e che bello il tuo tempo
che bella compagnia”

Cominciare dalla fine.
A Venezia faceva freddo e non c’è meraviglia, che da quel mese lì abbiamo da aspettarci giusto gelo frequente e rare preghiere. Di speciale quel gennaio aveva che era la porta dell’ultima stanza. Ancora pochi passi lungo i corridoi di questa casa al civico Novecento e poi via. Trasloco. Altro millennio, altra strada, altre facce e tempo per riadeguarsi e sperare. E mai a sfiorarmi il dubbio che i pochi sguardi concessi a noi, reduci d’un secolo che non è di moda e d’orgoglio portarsi addosso, in quest’era nuova, con la cilindrata portata a Duemila per darti accelerazione da strappare il cuore, li avremmo fatti senza certe parole scritte taglienti e offerte a voce calda. In quell’undici gennaio Fabrizio De Andrè è morto. L’avevo saputo già dal mattino. Rientrato coi cani da un lungo giro in riva al Torre, allora vivevo nella campagna friulana, tentavo di dare un senso a fogli e appunti e files che sarebbero diventati oggetti di discussione nel mio pomeriggio veneziano e la notizia s’è piantata come un cuneo nei miei affanni domestici. La radio, con un imbarazzo che mai avevo saputo scoprirle in anni di convivenza, me l’ha confidato d’un soffio. Morto. Sono rimasto lì, col gesto fermato a mezzo. Ho chiesto posto ai cani sul divano e ho lasciato che le mie dita goffe finissero dove in qualche modo cominciava una chitarra. Cullandomi su un arpeggio suo, un paio di accordi facili e fragili. Da amico. E s’è fatta l’ora di partire e ho raccolto le mie cose e ho lasciato che la moto mi portasse fino al treno.
La stazione di Venezia Santa Lucia se ne rimane proprio sul bordo del canale e, appena fuori, sai da subito che sei in quella città lì e in nessun’altra. La meraviglia, a distanza di anni, mi si rinnova tutte le volte. Quel giorno non ricordo nemmeno d’esserci arrivato. So solo che decisi di farmela al passo, e di piedi, uno davanti all’altro, c’era da metterne parecchi fino alla meta. Una volta a destinazione avrei ostentato sicurezza e disinvoltura, pregando in cuor mio che mi confermassero margini di sopravvivenza con l’ennesimo contratto a tempo. Tempo rubato, tempo debito. Pioveva. Indossavo scarpe che avevano la suola in cuoio, le uniche di questi miei anni, regalo paterno recuperato in qualche svendita fuori tutto. Scarpe doverose nello sforzo di rendermi credibile in quell’incontro dove mi giocavo la sopravvivenza con le solite tre carte sul tavolo. E sperare che il trucco riuscisse ancora. La pioggia fredda s’era stesa a velo insidioso sul lastricato veneziano e le suole lisce minavano pure la mia sicurezza minima di riuscire a stare in piedi. Con la borsa, caricata a fogli, che mordeva la mia spalla destra. Sempre nello stesso punto, che in quegli anni precari mi si era scavato nella carne un solco ergonomico reggicinghia. Le stimmate laiche di una generazione trentenne, obbligata a mostrarsi flessibile nel lavoro e nello stomaco. Questi nostri sono gli anni del “boom ergonomico” e ridisegniamo ogni giorno le nostre attitudini su quello che accettiamo di fare perché è tutto quello che c’è. L’Italia dei Sessanta, industriosa e industriale, culla dei cambiamenti e delle contraddizioni che proprio Fabrizio aveva guardato senza stupore, sorridendo a volte amaro e lasciandosi scappare qualche maledizione, ce la siamo persa e ora, orfani della campagna e negati all’industria, nel nostro mondo prevalgono i servizi, che nella memoria di scolaro bambino erano i cessi e forse ci sarà un motivo. E ancora mi ripetevo ch’era morto, credendoci da subito, perché solo nei film ci si risveglia chiedendo “dove sono” dopo una botta in testa.
Le scarpe, dicevamo. Roba da poche lire e, a dichiarare il conio di quel tempo ancora spargo tracce di memoria storica, che a partire dal 2001 il caffè si pagherà in euro e negli occhi e nelle tasche degli italiani ci sarà da leggere smarrimento. E allora vale la pena ricordare che a qualche mese di distanza dall’introduzione della moneta unica qualche politico aveva rimproverato gli italiani perché continuavano a pensare in lire spendendo in euro e di conseguenza i conti già tentennanti si asciugavano(1). Popolo distrattone. Meno male che a redarguirlo c’erano loro, la classe dirigente, gente abituata a parlare con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni. Fabrizio aveva nutrito certe sue invettive anche di questi personaggi imbrattati di governo e non si sarebbe certo meravigliato quando i dati sul potere d’acquisto della famiglia media italiana, giusto qualche mese dopo, avrebbero dimostrato che a voler dare la colpa alla distrazione di chi spendeva c’era da essere o fini umoristi o tragici incompetenti(2). Ma forse a lui, a De Andrè, gli sarebbe interessata di più la frenesia dei falsari che negli ultimi giorni della lira immisero sul mercato tutti i fondi di magazzino, migliaia di banconote stampate con attenzione maniacale, certe più belle di quelle vere(3).
Insomma procedevo per le calli con queste scarpe mie di cuoio rosso macchiato pioggia e passando l’ennesimo ponte sento sotto le piante del piede un’insistenza d’acqua che va oltre quello che ero disposto a sopportare. Sollevo il piede, sbircio e scopro che la suola di millantato cuoio doveva essere fatta in realtà con i cartoni delle pizze per asporto. Con la pioggia la suola s’era sciolta. Camminavo col calzino a contatto col selciato. E dovevo andare che mi aspettavano. E la testa era ingombra di quell’unico fatto, di quella morte inattesa. Fabrizio. Avrei voluto mi vedesse in quel momento, così degno della mia età e del mio tempo, con i miei dischi, i miei libri e i miei film a corrermi dentro con le piastrine e i globuli. Chissà come l’avrebbe raccontato Fabrizio uno come me che si portava sulle spalle il suo mestiere per le calli veneziane, che l’odore salso e l’antica memoria di potenza marinara facevano vicine ai suoi carrugi. M’avrebbe cantato divertendosi mentre campavo credendo normale quella vita incerta, piangevo un lutto immenso e le scarpe si scioglievano sotto la pioggia. Sempre perché i politici tromboni, che accennavamo prima, s’erano imperlati la fronte a gridare che era il tempo del lavoro flessibile. E lo dicevano muovendo appena la benedetta tovaglia.

Acqua che non si aspetta, altro che benedetta.

Sono arrivato in Campo qualcosa e m’attendevano. Salendo le scale il mio passo faceva uno sciaguattio, che rimbombava in quell’edificio illustre precedendomi. Altro che “archivi fotografici e didattica”, pareva andassi a dare dimostrazione di pratica circense, trascinandomi dietro un’otaria pinnante per le scale. Mi accolse una segretaria e le scrutai gli occhi per leggerle lo sgomento che ritengo d’obbligo il giorno della morte di Fabrizio De Andrè. Non dovevano averla ancora avvertita, a giudicare dall’efficienza fredda del suo ricevermi e io, che non so trovar parole mai, lascio ad altri il compito. Il dubbio che la cosa, il lutto intendo, la sollecasse poco non mi sfiorava. La seguii lungo il corridoio e lasciai un’impronta umidiccia, che null’era se non il mio calzino intriso d’acqua, che ora lascia giù anche venature blu. Entrai in una sala col tavolone enorme e troppe ne ho viste in questi anni e non avrei avuto soggezione alcuna se non fosse stato per questo mio avanzare incerto sui piedi zuppi e nudi. Quando ci si fa parecchio male il cervello stacca la connessione, dando agio al corpo di riprendersi senza restituirci memoria e misura del dolore. Si sviene e si va in coma per difendersi. Credo di essermi ridotto in quello stato deplorevole con l’intento inconscio d’avere altri pensieri a colmare quell’insistenza di vuoto che mi stordiva. Per ubriacare il dolore. Per non pensare Fabrizio morto. Poi si accese il proiettore alle mie spalle, preparai i materiali nell’ordine in cui andavano esposti e guardai le facce, tutte rivolte verso di me. Già, le facce, non m’ero nemmeno accorto ci fossero e erano tanti. A me capita a volte di fare e dire cose mentre dentro c’è una voce che mi sussurra “non avrai mica intenzione di farlo”. “Avete sentito che è morto De Andrè”. Perplessità negli astanti. Alcuni accennarono a chiedere di chi stessi parlando, perché tutti o quasi ce l’avevano in testa che c’era uno che cantava da quarant’anni e si chiamava così ma io sono lì per parlare di progetti didattici e siamo nell’era delle specializzazioni. Roba che per sua natura nega l’emozione. Secondo quelli attorno al tavolo, questo dolore, in quel momento, a me non competeva. Altro sarebbe stato se fosse morto il proiettore. Allora sicuro m’avrebbero accordato le lacrime. Poi qualcuno disse qualcosa sul fatto che lo ascoltavano da ragazzi e chissà ora e quanti anni aveva ma si vede che non c’era gran coinvolgimento. Attaccai la parte mia e tenni botta per un paio d’ore di show. Il piede, per tutto il tempo, non smise mai di far correre lacrime, perfetta succursale del mio dolore.
A giornata finita, a lavoro preso, in treno mi aggiustai il passo con un pezzo di plastica trasparente ficcato nella scarpa. Nello scompartimento trovai una ragazza con la faccia di una che condivideva certo mio smarrimento. Le due ore di viaggio volarono.
Poi, a casa e tra gli amici, ci siamo rincorsi col telefono e qualcuno è partito per Genova, qualcuno s’è trovato a suonare e a bere. Qualcuno ha pianto. Io avevo i cani e una vigna dietro casa. Tra le altre cose.




A De Andrè ci sono arrivato per gradi. Piano e senza folgorazioni. Piuttosto sedotto da certo frequentarsi che faceva quasi abitudine. Io ero quello nella stanzetta, lui quello che raccontava dal registratore. A dire il vero l’apparecchio per musica domestica lo chiamavamo “gelosino” anche se la marca non era quella. La Geloso era stata un riferimento industriale significativo nel panorama nazionale, contribuendo a dotare le case degli italiani di radio e televisori. Al punto che nel nostro lessico familiare qualsiasi registratore era stato promosso al rango di “gelosino”. Archetipo di tutti i riproduttori sonori. Le cassette le tenevo sul mobiletto vicino al letto e sotto, nello scaffale grande, c’erano i dischi. Già i dischi, il vinile, con quelle copertine che si prestavano a diventare arte a loro volta, per non parlare dei titoli e delle note e dei nomi dei suonatori che si leggevano chiari, ben altra cosa rispetto alla fiducia nelle diottrie dell’utente di cui sono portatrici le confezioni dei CD. Il primo trentatre giri che mi sono permesso è stato “Radici” di Francesco Guccini. De Andrè ce l’avevo in cassetta. Avevo quasi tutto su nastro perché il vinile a usarlo sul mio giradischi mono da poche lire, roba recuperata col fiato corto di qualche tredicesima paterna che troppi buchi avrebbe dovuto tappare, si rovinava presto. E allora, per ovviare all’usura, registravamo i dischi con un microfonino esterno piazzato nei pressi dell’altoparlante e la qualità del suono ne risultava agghiacciante anche per le possibilità limitate del “gelosino” di riprodurre. C’erano delle cassette che me le facevo registrando, sempre coi medesimi ridotti mezzi tecnici, direttamente dalla radio e i generi si mischiavano e toccava schiacciare STOP in fretta che altrimenti chi trasmetteva riattaccava a parlare e se ne conservava imperitura memoria nei miei archivi domestici. La radio, a pile, era in cucina e nelle registrazioni in sottofondo si sentivano le padelle che friggevano, il telefono che squillava con quel trillo che i telefoni tutti avevano, lontani da certe agghiaccianti personalizzazioni modernissime. Un tappeto sonoro che è già fonte storica per la descrizione di una famiglia media alle prese con la morsa dei Settanta. Allo storico l’arduo compito di filtrare la traccia sonora per riuscire ad ascoltare certi rumori di fondo. In barba alla trentesima generazione del Dolby. E i nostri strumenti di fruizione musicale ci hanno già obbligato in un ambito ristretto, superati dalle nuove tecnologie che non hanno avuto pietà per le nostre abitudini e le nostre emozioni(4).
De Andrè ce l’avevo su nastri originali, piccolo irrinunciabile lusso, e le custodie mi pare di ricordare fossero per lo più rosse, ma qui l’oltraggio della memoria mi potrebbe ingannare, anche se un paio di quelle che mi restano corrispondono alla descrizione. A dire il vero, fino al ginnasio le canzoni di Fabrizio me le ritrovavo nelle orecchie quasi sempre senza cercarle, come molti nati insieme a me nella prima metà dei Sessanta, e nel disperato tentativo di gridare al mondo la mia decisione di esserci quasi mi sembrava poco efficace servirmi dei suoi arpeggi e di quella voce che raccontava di puttane delicate mentre a un tiro di sguardo, nello scaffale accanto del negozio di dischi, certi scalmanati gridavano rabbia in distorsione e in inglese. In un modo che mi pareva buono per essere vivi. E a quell’età, nel subbuglio di emozioni, ormoni e attenzioni nuove, la voce, che va pur’essa cambiando, la si cerca forte negli altri, perché ci pare che anche la nostra trarrebbe giovamento da quell’amplificazione e qualcuno si potrebbe accorgere che è il turno nostro di diventare uomini. E Fabrizio quasi ci faceva timidi delle nostre emozioni e dentro ci confessavamo che ci piaceva da morire ma in branco avevamo da sventolare altre bandiere. Del resto certe canzoni parevano mostrare la corda, portatrici di ingenuità che erano solo di superficie ma che non sapevamo sopportare. Fabrizio, che s’era preso l’onere di traghettare la musica popolare verso un’esperienza poetica complessa, con una connotazione letteraria senza precedenti, a tutt’oggi, nel panorama nazionale, pareva gettarci nell’imbarazzo di doverlo ascoltare assecondando valzerini e ballate che ci facevano sentire poco in sincrono col pulsare frenetico di quella nostra stagione adolescenziale. Al punto da dividermi tra la musica che ascoltavo a casa e quella che condividevo col branco. E questo capitava con De Andrè, Guccini, De Gregori e l’esperienza si perde in infiniti rivoli che, negli anni, mi hanno fatto incontrare Lolli, Ciampi e Conte. Citando a caso e sempre con lo stesso gusto. Poi verso i quattordici anni scoprii che altri ce n’erano come me, incantati dalle parole e da quelle voci e fu quella l’epoca di certe condivisioni che erano già segni d’appartenenza incancellabile, amicizia solida a cui non saprai mai più voltare le spalle. Fratelli di sangue e di musica. Quegli amici di allora non li ho più persi.

Negli anni a seguire l’anima, che pure sostengo di portarmi nello zaino di tela blu, l’ho corredata di quelle canzoni e di quelle voci, con De Andrè sempre tra i privilegiati dalla mia attenzione. La mia aspirazione libertaria si nutriva inizialmente di fiaccole dell’anarchia lanciate a sasso sulla strada e insulti biechi gridati alla regina d’Inghilterra, in un inquietante frullato che mi metteva egualmente a mio agio in un osteria o sotto un palco a pogare. Intanto De Andrè s’insinuava, restava, mentre gli altri andavano. A distanza d’anni certe cose, che avevo pure imparato a suonare con la chitarra, acquistavano ancora nuova luce e alla fine ho scoperto che nel mio vizio della scrittura non riesco a cucire una parola sull’altra se non ho De Andrè a cantare in sottofondo. Qualche tempo fa ho dato alle stampe un libro che è un diario sconclusionato dei miei giorni e soprattutto delle mie notti(5). E ho scritto, sempre con quell’accordo insistente che picchiava nel cuore e le parole che mi davano urgenza. Voglio vivere in una città dove all’ora dell’aperitivo non ci siano spargimenti di sangue e di detersivo… . L’ho usata come incipit. Quello che è giusto è giusto.
Quando è nato Orso, mio figlio, Stefania era ancora sotto anestesia e mi hanno piazzato il nanetto in braccio e ci hanno lasciati da soli, me e lui, a cercare di capire in che guaio eravamo finiti entrambi.

Lo porto alla finestra e scosto la tenda. Fuori c’è un cielo meraviglioso e io voglio rubare al mondo questo momento irripetibile del suo primo cielo. Poi lo troverà normale e smetterà la meraviglia ma ora è ora. Comincio a cantargli piano Hotel Supramonte di De Andrè, che per fare bella figura mi piacerebbe buttare giù una scaletta meravigliosa di pezzi selezionati per vantarmi di averglieli cantati tutti con la voce calda e invece ripeto come un ebete le uniche due strofe di quella canzone. E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo tu vedrai… .(6)

A De Andrè il merito, in questi anni, d’avermi irrobustito i pensieri. D’avermi insegnato un po’ come si cammina per le strade strette e come anche le cose minime necessitino di massime attenzioni.




1 “Euro, un anno dopo tra rincari e inflazione”, in Repubblica, 22 dicembre 2002.
2  Le indagini dell’Eurispes, di concerto con le associazioni della Coalizione dei consumatori, sul rincaro dei prezzi registrano tra il novembre 2001 e il novembre 2002 un incremento dei costi sui generi alimentari pari al 29 per cento, I dati sono in contrasto con i calcoli Istat che invece per lo stesso periodo segnalano un aumento del 3,8 per cento. La discrepanza dei dati tiene conto di un metodo di conteggio diverso utilizzato dall’Eurispes rispetto all’Istat ma anche volendo adottare la formula di calcolo tradizionale la variazione risulterebbe del 13 per cento, tre volte superiore a quella denunciata dall’Istat che come ribadirà agli organi d’informazione in quei giorni il ministro  delle Attività produttive Antonio Marzano “resta l’unica fonte ufficiale per la rilevazione dei prezzi”.
3  Sulla frenetica attività di spaccio delle lire false negli ultimi mesi prima dell’avvento dell’euro confronta tra gli altri Enzo Gallotta, Euro in arrivo, occhio alle lire false, “Il Giornale di Brescia”, 13 dicembre 2001.
4  Tramontato ormai l’antico disco in vinile, vero e proprio oggetto rivoluzionario nell’immediato secondo dopoguerra, il consumo avviene attraverso forme tecnologizzate: alla radio e alle musicassette si sono affiancati mezzi di ascolto come i compact disc, il walkman e lo stesso computer. Accanto all’elemento sonoro si è poi affiancato quello iconico: dalle trasmissioni televisive, musicalli e di varietà si è passati al videoclip, strumento di una comunicazione musicale che oggi è anche visiva.”
Stefano Pivato, La storia leggera, IL Mulino, Bologna, 2002, pag 30.
5      Giorgio Olmoti, Torino da bere, Stampa Alternativa, Viterbo, 2002.
6      Giorgio Olmoti, op. cit., pag. 43.





















venerdì 2 novembre 2018

mastica e guarda




Dei primi giorni di scuola alle medie, ero alla Ellero di Udine, mi ricordo le prove di evacuazione. Niente di tecnologico, che la cosa più all’avanguardia di quell’istituto lì era la preside che si chiamava Fannì e era una signora avanti negli anni e con un continuo fremito di sopracciglia foltissime che facevan tutt’uno con la montatura tartarugata degli occhiali a lente spessa. Insomma, reduci di recentissimo sisma, certi dicono sismo, ci addestravamo a fuggire con ordine. Un bidello mezzo sciancato passava dall’aula e diceva “uscire” o altra frase concordata. che per quei tempi lì deliranti avrebbe potuto essere anche “uomo in mare” o “tora, tora tora”. Noi ci alzavamo e in fila vociante scendevamo le scale. In cortile c’erano gli altri alunni, almeno quelli raggiunti fino a quel momento dal segnale di evacuazione. Si giocava col frisbee che a quel tempo era una novità sconcertante e c’erano quelli veri comprati al negozio di giocattoli di via Paolo Sarpi o all’Upim, ma la maggior parte erano ricavati dal coperchio del fustino di una certa marca. Questi succedanei del frisbee erano in plastica blu e erano a ben guardare più pesanti e quando ti arrivavano in testa era una manganellata da non scherzarci. Del resto in quello stesso cortile, giocando a calcio con la parabola di un vecchio maggiolone, a me m’hanno tranciato il naso e sarà per questo che a tutt’oggi distinguo solo certi specifici odori tra cui spiccano la pizza, la passera, il cacao, le pagine stampate di fresco, le fragole, la moto, la pelle anche quella dei giubbotti.E con questo mi sono risparmiato di rivelarvi più avanti i miei gusti e il senso ultimo della vita a mio giudizio. Sia come sia in quei giorni era scoppiata la moda delle Big Babol e in classe era un continuo PAF di palloni che esplodevano sulle facce nostre ottuse. si sentiva l' odore di quelle gomme, tipo fragola sintetica, misto agli afrori della nostra età di transito, con le voci che passavano dal falsetto al baritono e un' ombra di baffo che ai più svelti già compariva sul labbro superiore. Poi si è sparsa la voce che il bambino che cantava "Mi scappa la pipì papà", una canzone che all'epoca furoreggiava, era morto per aver masticato un inverosimile bolo di gomme Big Babol e per molti della mia generazione è iniziata l'epoca della prudenza. Abbiamo imparato a guardare il presente virare in storia continuando a masticare piano, come mucche a bordo strada. Ed è stato l'inizio della fine.

la domenica delle salme














https://www.youtube.com/watch?v=-IYXROBDLdE


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La canzone nella storia



Nel 1984 De Andrè, affiancato da Mauro Pagani, realizza un album, Creuza de mä, che gioca d’anticipo rispetto ai tempi e che risulterà essere una perla significativa della produzione del cantautore ma anche una pietra miliare della storia della musica italiana(1). Il disco, cantato in genovese, accoglie nei suoi solchi i suoni del Mediterraneo, frutto di una lunga ricerca di Pagani, poi condivisa con De Andrè. La conferma di questa ricercata unità culturale del Mediterraneo arriva proprio dal risultato finale raccolto nel disco, in cui l’uso del genovese conferisce a quei suoni, prodotti da strumenti difficili e a volte rarissimi, una musicalità che trasporta l’ascoltatore come poche volte accade. In altre parole un capolavoro. Riproporsi dopo un gioiello simile al pubblico e ai critici che attendono la prossima mossa non è cosa facile. Infatti passano degli anni, spesi in giro in barca con Pagani, a raccogliere altre suggestioni per quella storia che avevano iniziato a raccontare con Creuza de mä, e ancora consumati in un progetto mai portato a buon fine sui suoni della Mongolia, che doveva vedere anche la partecipazione di Vasco Rossi. In buona sostanza, anni passati da De Andrè a fare il contadino nella sua tenuta all’Agnata, lasciando che l’idea prendesse forma. Guardando il pascolo e il cielo e le nuvole.
Proprio le nuvole.

Vanno vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono lì tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia. (2)

Aristofane (3) aveva usato la metafora delle nuvole per parlare dei sofisti, mettendo Socrate nella stessa schiera, considerati come cattivi consiglieri, che indicavano ai giovani un modello di comportamento in antitesi col governo conservatore ateniese. Del resto Aristofane era un aristocratico e si serviva della sua scrittura, della sua arte, anche per difendere i suoi privilegi.
Per De Andrè le nuvole sono il presagio ombroso sui nostri tempi, il dilagante malcostume che fa della cosa pubblica la palestra in cui si anabolizzano l’arroganza, l’illegalità e la sopraffazione. Su questo palpito d’angoscia il cantautore costruisce Le nuvole, l’album del 1990 che vede ancora la collaborazione con Pagani, musicologo e polistrumentista. Il disco è diviso in due parti, la prima in italiano, la seconda in dialetto, a proseguire il racconto affrontato con Creuza de mä e utilizzando l’italiano come l’ennesimo dialetto, mischiato agli altri dell’incrocio salmastro del Mediterraneo. Fulcro del disco è La Domenica delle Salme, una canzone scarna dal punto di vista musicale, con una chitarra insistente, quasi inchiodata su un unico accordo ossessivo, e interventi brevi e lancinanti con il violino, il kazoo e una sirena. Già dal titolo il riferimento è alla Domenica delle Palme, ovvero alla breve euforia prima della tragica croce e vi si può leggere una metafora del Sessantotto e delle speranze di quegli anni. Nei giorni in cui De Andrè scrive i versi di questa canzone molti di quelli che erano negli anni Sessanta sulle barricate, si proteggono adesso dietro porte blindate e l’occasione persa di far emergere i valori nuovi sostenuti dalla contestazione ispira al cantautore questa corrosiva e impietosa canzone. Carica anche di una affilata autocritica, perché De Andrè si aggiunge alla schiera compatta di quelli che si negano ormai l’incazzatura, la rabbia per i temi alti e si concedono il ringhio solo quando direttamente toccati in quelle sicurezze d’abitudine a cui non sanno più rinunciare. Lo Stato è però il principale obiettivo dei versi taglienti di questa canzone, in quanto portatore di una subdola dittatura che chiama democrazia ma che s’è comprata col sorriso delle pubblicità le cellule reattive della sua gente. Lasciando a regnare su tutto una pace terrificante.

La domenica delle salme diventerà anche un video, per la regia di Gabriele Salvatores. Il disco, solo nel 1990 vende oltre 330.000 copie. Segue una serie trionfale di date nel tour che promuove il disco, che troveranno testimonianza nell’album 1991 Concerti. 




La storia nella canzone


La Domenica delle Salme nasce come un’invettiva, come una rasoiata sul volto della nostra politica peggiore, in barba alla traccia sapiente dei chirurghi plastici che spianano rughe ma non sanno celare opportunamente certa voglia di potere. Ancora, La domenica delle salme è il canto allucinato irrigidito in uno stato di trance indotta, la rivelazione. Perché se questa canzone voleva essere una riflessione sull’Italia degli anni Ottanta, grondante arroganza e stilismo e onnipotenza partitica, e sul sogno utopico inghiottito nel buco nero della memoria dei Settanta, alla fine risulta essere l’impietoso specchio dove un intero secolo, alla chiusura delle sue stagioni, potrebbe guardarsi per un’ultima sistemata alla maschera rossa della morte che indosserà al gran ballo finale. Questa canzone è una delle composizioni più marcatamente segnate dal senso della storia, e sulla spettrale passerella costruita sul vuoto degli ideali dei nostri giorni sfilano, agghiaccianti, le ombre della memoria oscura del Novecento. Rivelazione dicevamo e, nel rispetto della profonda spiritualità laica di De Andrè, non pochi scrupoli si sono fatti avanti tra i nostri appunti nel definirla tale, ma quell’incipit con la fuga del poeta della Baggina non può non lasciare attoniti nella sua coincidenza. La Baggina è la denominazione popolare del Pio Albergo Trivulzio, una casa di riposo milanese passata agli onori della cronaca, perché da un’indagine su tangenti e appalti in quella struttura, gestita dal socialista Mario Chiesa, parte l’azione della magistratura milanese, che colpisce pesantemente la rete clientelare e di finanziamento illecito alle strutture partitiche.

Le circostanze dell’arresto di Chiesa sono di estremo interesse anche sotto il profilo simbolico. I magistrati milanesi erano stati messi al corrente dei suoi maneggi da Luca Magni, titolare di una piccola impresa che aveva ottenuto l’appalto delle pulizie del Pio Albergo Trivulzio, la casa di riposo di cui Chiesa era presidente. Come altri imprenditori e fornitori nella sua stessa situazione, Magni si racava abitualmente a pagare le tangenti in contanti nell’ufficio di Chiesa presso il Pio Albergo.(…) Il magistrato Antonio Di Pietro ne fu informato, e Magni andò a pagare la tangente successiva con un microfono nascosto nella sua persona e i carabinieri a due passi. (4)

In poco tempo, con un effetto valanga, l’operazione Mani Pulite fa cadere nella sua rete politici e imprenditori. Le comunicazioni giudiziarie partono ogni giorno a decine dal Palazzo di Giustizia milanese (5). I partiti più colpiti da questa offensiva sono la Democrazia cristiana e il Partito socialista (6).
Da Milano l’indagine si estende nel corso del 1993 all’intero territorio nazionale, rivelando mille piaghe purulente nelle amministrazioni locali e la connivenza tra apparati politici e grande industria.

L’ammontare delle tangenti versate nelle casse dei partiti e finite nelle tasche dei mediatori, nei conti svizzeri e nei paradisi fiscali di mezzo mondo diventava sempre più cospicuo; si parlava ormai di centinaia di miliardi e la maxitangente pagata per il riacquisto da parte dello Stato delle azioni della famiglia Ferruzzi dopo il fallimento della fusione ENI-Montedison veniva valutata addirittura attorno ai mille miliardi. (7)

Ai tempi della stesura de La Domenica delle Salme lo scandalo della Baggina e il successivo sollevamento del coperchio sul calderone ribollente di Tangentopoli, ancora non aveva riempito le pagine dei giornali e le aule dei palazzi di giustizia. Eppure, se anche non vogliamo parlare di rivelazione, dobbiamo convenire che De Andrè, con un istinto forse affinato anche da certe travagliate esperienze personali (8), annusa nell’aria il pericolo corso dalla libertà individuale. Mentre il letto del poeta in fuga, brucia sulla strada di Trento, e già a nominarla quella città evoca altri fantasmi (9) che poi prenderanno forme definite con lo scorrere dei versi. E il presentimento, all’evocazione di Trento, trova conferma nei versi successivi, quando Renato Curcio, nei passi obbligati della sua cella, viene esplicitamente citato. De Andrè lo evoca per parlare dell’uso della giustizia che obbliga al carcere un uomo, certamente ideologicamente coinvolto nella lotta armata, ma a cui non sono ascritti delitti e che porta su di sé la colpa di non essersi dissociato. E per la Gallura circolano liberi i sequestratori del cantautore, beneficiari di quella legge che confonde la delazione col ravvedimento.

Il riferimento a Curcio è preciso. Io dicevo semplicemente che non si capiva come mai si vedevano circolare per le nostre strade e per le nostre piazze, piazza Fontana compresa, delle persone che avevano sulla schiena assassinii plurimi e, appunto, come mai il signor Renato Curcio, che non ha mai ammazzato nessuno, era in galera da più lustri e nessuno si occupava di tirarlo fuori. Direi solamente per il fatto che non si era pentito, non si era dissociato, non aveva usufruito di quella nuova legge che, certamente, non fa parte del mio mondo morale… Il riferimento poi all’amputazione della gamba, voleva essere un richiamo alla condizione sanitaria delle nostre carceri. (10)

Curcio il carbonaro, è quindi pretesto per parlare anche delle condizioni delle prigioni italiane, ancora piene di detenuti politici di destra e di sinistra. Il nesso tra carcere e società è sempre stretto. Il meccanismo detentivo si propone da sempre due scopi: il recupero dei soggetti devianti e l’allontanamento dei pericolosi dal consesso civile. Dunque allontanamento e recupero sono due aspetti racchiusi in una stessa funzione, con evidenti problemi di gestione, considerata la contraddizione insita nelle due finalità. Per questo il sistema detentivo necessita di essere continuamente riformato.
Se nei primi decenni dell’industrializzazione il carcere è una struttura di adeguamento alla fabbrica, in cui i detenuti vengono avviati alla produzione progressivamente, con l’avvento della società del benessere e con la richiesta di specializzazioni del sistema produttivo, questo criterio viene progressivamente abbandonato e il carcere diventa lo strumento del controllo sociale. Nelle società avanzate la detenzione serve a disciplinare le irrequietezze, le insofferenze, le aspettative che esse stesse hanno generato; le celle si riempiono prevalentemente di individui che vivono ai margini della società opulenta o la rifiutano. A raccontare quelle ore di cella e le passeggiate e l’isolamento ci si prova con successo Giuliano Naria, costretto a passare in carcere nove anni e sedici mesi della sua vita perché sospettato d’essere un brigatista rosso e in seguito prosciolto da ogni accusa. Il suo libro, I duri, più di ogni dato statistico restituisce la situazione carceraria degli “anni di piombo”, fatti non solo di detenuti politici ma anche di comuni legati ai diversi clan e autori di eclatanti gesta criminose, e per lo stile con cui è scritto e anche, a tratti, per l’ironia che traspare nel raccontare certi episodi, si rivela anche una prova letteraria di ottimo livello.

Ho alzato la testa e ho visto un’eternità di giorni assenti, una sfilata di solitudini senza termine. Ho aperto la scatola di salsa di pomodoro che mi ero portato dall’Asinara facendola in barba alle guardie e ai caramba, ho montato il cannone e sono andato in cerca dell’assoluto”, così ha raccontato Piero Montecchio al giudice istruttore di Brescia che gli aveva chiesto perché avesse sequestrato quattro agenti e tre infermieri.
Il carcere recide sistematicamente tutti i tuoi rapporti, vuole imperativamente diventare il tuo unico interlocutore. Annebbia e confonde la tua fantasia e la sostituisce con il nulla di un’eternità destinata a guardare verso il vuoto. Si può resistere soltanto avendo chiara consapevolezza, o credendo di averla, di ciò che si cerca e di ciò che si è disposti a rischiare.(11)

La Domenica delle Salme viene celebrata per quelli nelle celle e per quelli fuori, che contano sulla sicurezza della loro libertà e che invece vengono lentamente schiacciati dal potere invadente che scandisce i suoi tempi non sulle stagioni ma sull’ora dell’aperitivo. Un’Italia da bere, assistendo alla tragedia col bicchiere sospeso tra due dita e i salatini lì, accanto al modulo per accendere l’ennesimo finanziamento alla vita.
E non solo il nostro Paese. Il senso della storia che scandisce l’accordo insistente della canzone allarga la visione oltre l’Italietta a un passo dalla Seconda repubblica, anch’essa ampiamente prevista in questi versi. I Polacchi ai semafori lustrano gli occhi al loro sogno d’occidente mentre i nostri imprenditori d’assalto colonizzano l’Est europeo e i nuovi mercati dove la manodopera è a costi bassissimi e si può produrre con significativi guadagni merci che poi vengono reintrodotte sui mercati occidentali. Nel giugno del 1989 in Polonia si svolgono le prime elezioni libere dell’Est europeo. Il Partito comunista polacco viene prepotentemente sconfitto, mentre trionfa Solidarnosc (12). Di li a poco anche in tutti gli altri stati dell’Est, quasi sempre in maniera pacifica (13), con un effetto domino, passano dal regime comunista alla democrazia. Prima tocca all’Ungheria e poi è la volta della Germania dell’Est, col simbolico crollo del muro che divideva in due la città di Berlino (14). E i fantasmi del Novecento più nero, con la scimmia del quarto Reich che balla la polka sopra il muro, sembrano riproporsi nelle notti di quegli anni Ottanta, respirate coi polmoni pieni del gas esilarante che un apposito Ministero del sorriso si occupa di liberare nelle strade. Perché le fucilate d’un tempo sono imbarazzantemente fuori moda nell’Europa degli anni Ottanta. E allora si può pensare anche alla piramide di Cheope, tutta da ricostruire

masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.

Il crollo del muro segna anche la fine della guerra fredda, ovvero del confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, giocato sullo scenario internazionale. A risentirne, tra i paesi occidentali, è, insieme alla Germania che si riunifica, soprattutto l’Italia, il paese del blocco occidentale con il più forte partito comunista, che si era giovata di speciali attenzioni da parte dei paesi membri dell’alleanza occidentale. In contropartita il nostro paese doveva garantire lealtà all’alleanza e l’accettazione di una condizione di particolare tutela da parte degli Stati Uniti, in relazione ai rapporti tra i governi della repubblica e il Partito comunista.

Con la fine della guerra fredda e il crollo del comunismo, veniva meno quella rete di protezione che era stata stesa per rafforzare la democrazia italiana. Ne rimanevano indeboliti i partiti di governo che se ne servivano per consolidare il loro sistema di potere e che dai rapporti speciali con gli Stati Uniti derivavano una particolare legittimazione, mentre sul versante dell’opposizione il crollo del comunismo internazionale provocava la profonda crisi di quello italiano. (15)

Sarà a partire da questa crisi di baluardi ideologici ma anche dalla paralisi della politica tradizionale di fronte all’assalto della magistratura di Mani pulite che si costruirà la parabola politica del trionfatore della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi. Proprietario di un gruppo considerevole che poggia le sue fondamenta nell’edilizia e nell’editoria, il futuro presidente del consiglio, si incorona salvatore della patria, che considera scempiamente governata per quarant’anni per colpa dei comunisti. E chi meglio di lui, proprietario delle televisioni più viste e dei giornali più letti e della pubblicità più efficace e dei comici più salaci e dei tragici più commoventi può rapire le coscienze che trovano sollievo in quel già citato gas esilarante.

Ora, dentro una situazione di questo tipo, pericolosamente vicina allo sfascio dell’Impero, mi sembrava giusto intervenire: con la satira, con l’ironia, con la “denuncia sociale”. Un po’ come avevano fatto, certo meglio di me, Apuleio con L’asino d’oro e Petronio col Satyricon. (16)

Mentre nelle strade si celebra il funerale di Utopia e l’atmosfera richiama certe pellicole da sopravvissuti al dopobomba, De Andrè non risparmia le sferzate agli stessi cantautori

voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo

La Domenica delle Salme, la canzone, che ha attraversato la memoria del Novecento, per riferimenti precisi e per atmosfere accennate, si chiude con un frinire di cicale, inutile vibrante protesta senza seguito, ultima voce di dissenso assenso.









(1)          Creuza de mä riceve moltissimi riconoscimenti anche internazionali. Tra i più significativi ricordiamo il premio assegnato all’undicesima edizione del Club Tenco, come miglior album e migliore canzone in dialetto dell’anno. La rivista “Musica e dischi” alla fine del 1984 interpella cento critici musicali per un referendum che elegge miglior disco della categoria leggera e della categoria rock. A coronamento di questi successi, arriva la dichiarazione di David Byrne, già leader dei Talking Heads e grande esploratore delle contaminazioni sonore, dichiara che Creuza de mä è uno dei suoi dischi preferiti in assoluto.
(2)          Versi tratti dal brano Le nuvole, contenuto nell’omonimo album.
(3)          L’ateniese Aristofane,  (445 ca. –385 ca. a.C.) è il più celebre commediografo dell’antichità. La sua produzione è particolarmente testimoniata perché ci sono pervenute ben undici commedie intere della sua produzione che ne doveva comprendere circa una quarantina. Le sue commedie, in cui si mischiano l’osservazione finissima della realtà, la buffoneria caricaturale e un delicato lirismo, sono dominate da una conduzione letteraria brillante e da un’inesauribile vis comica, che a volte può apparire grossolana ma che sa utilizzare anche un’ironia sottile e allusiva.
(4)          Paul Ginsborg, L’Italia del tempo presente, Einaudi, Torino, 1998, pag. 478.
(5)          Alla fine del 1992 si calcola che il numero dei parlamentari inquisiti aveva superato il 15% del totale.
(6)          Nel febbraio del ’93 il ministro della Giustizia Claudio Martelli, raggiunto da un avviso di garanzia, per concorso in bancarotta del Banco Ambrosiano, è costretto a dimettersi. A distanza di pochi giorni tocca anche al segretario del PSI, Bettino Craxi, che abbandona la segreteria del partito, dopo diciassette anni in cui ha mantenuto incontrastato il vertice. In marzo e aprile dello stesso anno i democristiani Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani sono raggiunti da comunicazioni giudiziarie. Il processo ad Andreotti, accusato di associazione mafiosa, si protrae per anni e rappresenta, in un certo senso, il processo alla Prima Repubblica di cui questo politico era, nel bene e nel male, figura iconica. Alla fine Andreotti viene prosciolto da ogni accusa.
(7)          Giuseppe Mammarella, L’Italia contemporanea 1943-1998, Il Mulino, Bologna, 1998, pag. 570.
(8)          Dal 27 agosto al 22 dicembre del 1979 De Andrè e la moglie Dori Ghezzi rimangono nelle mani dei sequestratori che li prelevano dalla loro azienda agricola in Sardegna e li costringono a rimanere incatenati nei boschi fino al pagamento del riscatto, che ammonta a seicento milioni di lire e che fu versato dal padre del cantautore. Da questa esperienza De Andrè trasse ulteriori conferme alla sua tesi sulle persone costrette ai margini della storia e l’album che compose con Massimo Bubola e con il quale si ripresentò al suo pubblico dopo la brutta esperienza sarda (il disco, senza titolo, viene anche detto L’indiano, a ragione di un pellerossa a cavallo disegnato sulla copertina) è un parallelo tra gli indiani d’america e i pastori sardi, due realtà schiacciate sotto il peso del nuovo che avanza e trita identità. Siamo nel 1981 e ancora sono in pochi a parlare dei pericoli di un sistema globalizzante.
(9)          Nel 1968 a Trento la facoltà di sociologia che aveva fatto arrivare nella cittadina ragazzi da tutte le parti d’Italia, vede nascere uno dei focolai della protesta più accesi, che successivamente da stimolo alla formazione delle Brigate Rosse, il gruppo eversivo di sinistra più noto e agguerrito. Da Trento parte l’esperienza politica e umana di Renato Curcio e Margherita Cagol. Il primo lo ritroveremo ancora nel corso dell’analisi de La domenica delle salme, mentre per quanto riguarda la Cagol, compagna di vita di Curcio, passata alla lotta armata, viene uccisa in un violento scontro a fuoco in un cascinale, presso Acqui Terme.
(10)      Doriano Fasoli, Fabrizio De Andrè. Passaggi di tempo, pagg. 68, 69.
(11)      Giuliano Naria, I duri, Baldini & Castoldi, Milano, 1997, pag. 37.
(12)      Solidarnosc era un sindacato indipentdente sorto in Polonia nell’agosto del 1980, sull’onda degli scioperi dei cantieri Lenin a Danzica. Il suo principale esponente Lech Walesa fu incarcerato nel dicembre del 1981 e fino al 1989 l’organizzazione agì in clandestinità. Nel 1989, con la caduta del regime comunista Solidarnosc ottenne grandi consensi ma negli anni a venire la sua spinta propulsiva andò esaurendosi fino quasi a fa scomparire l’intera organizzazione.
(13)      Dei paesi europei del blocco comunista, solo la Romania ebbe un passaggio al sistema democratico violento, che culminò con la condanna a morte del dittatore Ceausescu.
(14)      Nel 1961, ad opera della RDT, fu eretto un muro che impediva il passaggio e quasi il contatto visivo tra il settore Est e quello Ovest della città. Il 9 novembre una folla festante assaliva il muro con arnesi più o meno improvvisati. In pochi giorni il muro veniva demolito e i suoi resti diventavano merce da vendere ai turisti, con tanto di certificato che ne attestava l’originalità.
(15)      Giuseppe Mammarella, L’Italia contemporanea 1943-1998, Il Mulino, Bologna, 1998, pag. 543.
--> Cesare G. Romana, Fabrizio De Andrè, amico fragile, Sperling & Kupfer, Milano, 1991, pag. 145.