mercoledì 1 maggio 2019

LABOR





Buon primo maggio a quelli che il lavoro è un diritto ma è un pezzo che mi va tutto storto. Buon primo maggio a quelli che sono a tempo indetermimìnato fino a quando il responsabile delle risorse umane ti convoca e ha il buon gusto di non indossare la divisa regolamentare del kapo e ti dice che tu non lo sapevi ma ti sei stufato di fare quel lavoro e vuoi cambiare e l'azienda è in attivo ma non dipende da noi è la sede centrale che ce lo chiede, come nel peggiore dei romanzi di Asimov e tu hai un affitto da pagare e cinquant'anni e una famiglia da mantenere e hai lavorato lì vent'anni e la notte da lì a sempre non dormirai più. Buon primo maggio alle partite iva che se son partite ci sarà un motivo e noi lì ad aspettare un ritorno che al confronto Godot era Lassie. Buon primo maggio a quelli degli uffici preposti. Buon primo maggio a quelli che di lavoro aiutano gli altri a trovare lavoro e svegliandosi la mattina e pagandosi il caffè al bar sono già in attivo con la coscienza. Buon primo maggio a quelli che dice che hanno tirato le pietre e hanno fatto le barricate e ora portano ancora la barba lunga ma lavorano per una multinazionale e fingono di non capire e acchiappano tutto quello che possono. Buon primo maggio a quelli che dice che ci rubano il lavoro e fanno i figli e ci cancellano la razza e poi vai a guardare e più son convinti di 'ste minchiate più è probabile che non abbiano figli e non lavorino da un pezzo sul serio. Buon primo maggio a quelli che insegnano a scuola mica perché era quello che volevano fare ma solo perché era quello che c'era e non sanno un cazzo, non vogliono sapere un cazzo, si trascinano dall'aula insegnanti alla tonnara didattica e stanno lì a aspettare la morte e basta aggrappati al programma ministeriale, insensibili alle lusinghe della conoscenza, inabili al racconto e anche solo alla parola, lontanissimi dalla pratica minima tecnologica, contatori di mesi alla pensione e di scatti e ferie e supplenze ma vincitori di concorso., sulla pelle dei ragazzi. Buon primo maggio a quelli che Lolli gliele ha cantate e per non restare a fare i pastori ora fanno i cani da guardia. Buon primo maggio a quelli che sono politici in carriera e fingono di averci un'idea, una qualsiasi, non necessariamente sempre la stessa e si danno incarichi tra loro e si fingono imprenditori e mecenati e illuminati e campano di esercizi di potere costruiti secondo gerarchie complesse che passano dal caffè al bar alla carica ministeriale, generando a catena altri mostri in coda, come loro, figli loro e dei loro sodali, peggio di loro, che nemmeno nella peggiore delle apocalissi dei morti viventi. Buon primo maggio ai camerieri che la mancia gliela tolgono dalla retribuzione. Buon primo maggio ai fogli di dimissione firmati in bianco. Buon primo maggio a quelli che da un call center in Albania rompono i coglioni per otto ore alla gente che li manda a fare in culo al telefono e quello è il loro lavoro e sono certo che a fine giornata la fatica pesa pari alla vergogna ma c'è la spesa da pagare. Buon primo maggio a tutte quelle parole di merda per dare distanza al dolore e dire esodati, a progetto, stagista, cooperativa di servizi. Buon primo maggio a quelli che picchiano i vecchi nelle case di cura per lavoro. Buon primo maggio agli artisti che non fanno un cazzo e si lamentano sempre, qualcuno ogni tanto si ammazza ma è tutta scena. Buon primo maggio a quelli che il lavoro rende liberi e a quelli che il tempo oltre il lavoro lo dicono libero, non fateli mai incontrare. Buon primo maggio ai lavori socialmente utili che non servono a niente per definizione in un mondo socialmente inesistente. Buon primo maggio a me che sono il peggiore di tutti perché il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro.



martedì 16 aprile 2019

Ho un progetto





Scrivere un progetto non è lavorare, nel senso che è una sorta di preliminare, un rito iniziatico prima di essere ammesso alla fatica. Tutta la vita a proporre progetti, a farmi finanziare progetti, a progettare progetti progettabili. Chiuso in casa lavoro da tutta la mattina a un progetto. Spesso sono concordati questi progetti, ci si dice stendiamo un progetto, che è un po' come fare il bucato delle idee. A volte però il maledetto progetto è una cosa d'azzardo, che ti viene in mente la notte e pensi che è un'idea imperdibile e irrinunciabile. Non dormi più, perchè tra i progettanti c'è la credenza che se chiudi gli occhi e ti riaddormenti dimentichi tutto quel bel fortino concettuale che ti eri costruito nella notte e che ti convinceva, lo sa dio quanto ti convinceva. Quando fai progetti così, senza un concreto committente, ti senti un po' perduto nel mar del niente e devi averci una fiducia smisurata nelle tue possibilità e alcune bollette in scadenza. Sta di fatto che questo progetto di oggi è davvero bello, mi convince già dal titolo. Però non vengo meno ai miei obblighi di squadra e a metà mattina sono sceso al supermercato e ho comprato quello che serve per allestire un pranzetto a Dani che torna da scuola. Dovevo essere travolto da questa idea del progetto, una sorta di cantiere della Sagrada Familia sempre attivo, che prendeva quota e impalcature nella mia anima da geometra improbabile. Ho fattola spesa immaginando sei pietanze diverse da cucinare e prendendo a casaccio gli ingredienti di alcune. Arrivato a casa ho realizzato che avevo ingombrato il tavolo di cose spesso fresche e deperibili e che tra due giorni partiamo tutti e vai a capire quando torniamo. A quel punto mi sono rimboccato le maniche e son partito sparato con le pentole e ho deciso di fare una lasagna incredibile con il ragù di salsiccia e la provola e poi hamburger con bacon e toma e di contorno cuori di carciofi saltati con la 'nduja. Ste è a Pesaro, almeno credo di aver capito che sia lì a lavorare, e io ho sulle spalle l'onere di essere padre ma anche madre. Cucino con un sorriso fisso che è più un sospetto di paresi. Intanto guardo un film d'amore al computer messo lì sul tavolo della cucina e i cani predano le chilate di cibo che mi cadono in terra mentre procedo spedito verso il pranzo per il mio ragazzo che tornerà stanco dalla fatica scolastica. Ore ai fornelli, vapore che invade la casa, sugo anche nel cassetto della biancheria in camera da letto e non capisco come. Si avvicina il bot, l'una per i non nordestini. Squilla il telefono. Mio figlio mi sta annunciando il suo ritorno. Rispondo cercando di contenere l'entusiasmo per non rovinare la sorpresa di quel pranzo meraviglioso che lo attende. Sono andato a comprare anche le cassatine al forno siciliano. Ci sono andato in bici e quasi mi uccide un tram. La voce di mio figlio e calorosamente accogliente e confidenziale. Anni di addestramento fanno la loro parte. Sto in guardia. Sta per dirmi qualcosa che potrebbe non piacermi. "Giò, io resto a pranzo in centro con gli amici... è un problema?" "Figurati... Tutto bene..." "Tutto benissimo... tu?" "...Progetto... " "Ah, ok, dai ci sentiamo dopo così ti dico cosa faccio" 
"... 'getto..." "Cià, se vai al parco con i cani tranqui, ho le chiavi" "pranzo... progetto... vabbè... non importa... non sto piangendo". Resto seduto sulla sedia della cucina e dentro una voce intona prepotente un inspiegabile "sono una donna non sono una santa...". Stasera chiamerà Ste e mi chiederà come sempre "Che hai fatto?" "Niente, niente, un progetto". Ah già, a pensarci il progetto era una cazzata tremenda. Lascio tutto nel forno per stasera e vado in strada. Mi prenderò un gelato e camminerò facendo come se fosse normale.


lunedì 8 aprile 2019

BLACK OUT











Ultimo spot.
Cassetta smagnetizzata e voce tremula
“...fermati, dove corri così in fretta...”
Il pezzo d’apertura è già puntato sull’altra piastra.
“...troverai un ambiente accogliente e rilassante...”
Ancora uno sguardo alla scaletta, preparata due ore prima, sicuro che anche questa volta non verrà rispettata.
Sempre la solita musichetta, sono ormai troppi anni, a chiudere lo spazio pubblicità.
Piccola pausa, pochi secondi per differenziare la sua voce da pizzerie e fabbriche di materassi.
L’orologione bianco, rassicuranti lancette trafittrici di cristalli liquidi e giapani, gli fa segno di partire
“Radio Etere presenta.”
Attacco di Downbound Train a volume sparato.
Sfuma.
“Babel.”
Risale.
Sfuma.
“Programma di musica, prosa e poesia.”
Risale e si attesta su un volume corposo.
I leds danzano dal basso verso l’alto. Un’occhiata ai livelli e via, a puntare il prossimo pezzo.
Le cuffie gli spaccano i timpani con il preascolto a volume stellare. Quando gli parlano spesso Milo non capisce ed è un mistero se è perché e più scemo o più sordo.
Il pezzo d’apertura viene sfumato. Sono anni che lo accompagna e certe confidenze se le può anche prendere.
“Bentrovati a tutti sulle doppie frequenze dei centottocento e dei novanta megahertz di Radio Etere. Ancora una volta cercheremo di aprire insieme i cancelli di questa notte che vi auguro fantastica, lasciandoci portare dalla corrente di suoni e parole.”
Sale il volume del sottofondo, sempre con il cursore manuale. Il tossicchiare dell’automatica gli ha sempre fatto girare i coglioni.
Romeo is bleeding.”
Parla di questa notte che deve cominciare, che tocca accompagnare aggrappandosi alla più triste retorica radiofonica.
Romeo continua a perdere sangue ma tutti hanno fatto il callo a questi drammi da vicolo.
Il tema della serata non esiste anche se la scaletta viene preparata cercando di concatenare i pezzi tra loro. Il metodo è quello delle associazioni, come dallo psicanalista e bisogna essere dei maghi perché Guccini possa venire prima di Lou Reed e dopo i Napalm Beach.
...il gioco è tutto sulle sensazioni, sugli odori dei suoni.” Dio quante stronzate mentre aspetta che la luce rossa si accenda.
“ Se comunque volete togliermi da questa morsa di solitudine, vi ricordo i numeri di telefono...” Come un nastro preregistrato.
All along the Watchtower.
La versione è quella di Michael Hedges e parte di botto, senza presentazione, lasciando il moncherino delle sue parole a penzolare nell’etere.
Clip Clop Zanzà  Cicadùm Bà Zanzà.
Chitarra acustica e mano veloce.
Colpi a mano aperta sulla cassa dello strumento.
Colpi di tacco sul palco.
Ancora uno sguardo alla luce rossa del telefono.
Sfuma sul pubblico che applaude.
“Cosa vedete dalla vostra torre di guardia, qual è il nemico che continuate ad aspettare mentre dal deserto arriva sempre la stessa sabbia sugli spalti. A combattere il tartaro siete rimasti voi e un paio di dentifrici.”
Se fosse in loro, negli ascoltatori, cambierebbe sintonia.
“Per quel che mi riguarda dalla mia fortezza ho il pieno controllo della situazione perché da qui, signore, si domina la valle.”
Banco del Mutuo Soccorso in crescendo sul suo sproloquiare.
Si accende la luce rossa.
“Radio Etere.”
Attesa.
“Milo, sono Fausto, ci raggiungi dopo ?”
“Dove ?”
“Siamo tutti da Marcella.”
Sente già l’aria densa degli spini, delle cazzate, del vino e delle cazzate ancora.
“Se ne ho voglia, vi raggiungo.”
“Con che stai ?”
“Motorino.”
“Se vuoi passiamo a prenderti.”
“Restiamo liberi, se mi gira passo io.”
“Se andiamo da qualche parte ti lasciamo un biglietto sul cancello.”
“Così se lo mangiano i cani come l’altra volta.”
“Ma no, è colpa di quella fulminata di Laura che ha scritto il messaggio sulla carta del prosciutto.”
“C’è pure Laura ?”
“Si, ma tu vieni lo stesso.”
“Vedrò se mi riesce.”
Il brano è finito e non ha fatto in tempo a prepararne un altro.
Acchiappa al volo un nastro e lo infila nella piastra, che si punta sul primo brano in automatico.
“Continuo a lasciare le mie briciole, camminando verso la notte, calco il passo nella sabbia e faccio di tutto per permettervi di seguirmi, di rintracciarmi.”
Parla senza pensare, mentre cerca di leggere almeno il titolo del pezzo che tra pochi secondi si libererà nell’etere.
Che schifo di calligrafia e come fare a inserirlo nel contesto.
“E se cercherete di seguirmi ancora sarà bene che mi preoccupi di intrattenervi.”
Cosa cazzo si potrà inventare.
“Ovviamente il tutto è commisurato ai miei esigui mezzi e tutto quello che posso offrirvi è un modestissimo ma divertentissimo hula-hop. Lui è T-Bone Burnett.”
Roba da darsi un morso nei coglioni.
Il pezzo parte e Milo non ha nemmeno le cuffie in testa, che col caldo che c’è lì dentro gli si sciolgono i padiglioni auricolari.
Comincia a cercare tra gli scaffali dei dischi, nella borsa, tra le cassette sparse. Niente che gli venga in mente.
Il pezzo ondeggia con il suo carico di percussioni e coretti.
Bum-Tabùm Bum-Tatàbum.
Cerca di raccapezzarsi in quella bolgia infernale.
Sta per finire.
“Era T-Bone Burnett, dall’album Proof through the night. Il pezzo si intitolava Hula-hop e a sentire questo brano me ne è venuto in mente un altro che era diverso tempo che volevo farvi ascoltare.”
Sale la musica.
Hefner and Disney. Il disco è sempre lo stesso, lui è ancora T-Bone Burnett” e se la cava.
Non ha mai capito perché questa canzone gli richiami alla mente L’oro di McKenna, un western americano che sembra l’imitazione triste di una produzione italo-spagnola, con Gregory Peck, Omar Sharif e Telly “Bellicapelli” Savalas. C’è un tesoro da trovare, seguendo un’antica mappa indiana. Di tanto in tanto nel film compare un particolare della mappa con sottofondo di nenia tamburosa che dovrebbe fare tanto atmosfera amerindiana e il brano che sta trasmettendo ora richiama la colonna sonora più per le sospensioni che per la struttura compositiva. Forse è solo lo scherzo della sua memoria rintronata e affogata nelle coperte del letto grande della nonna, che aveva la televisione in camera e quando toccava stare per lungo tempo a respirare l’aria buona del sud era tutta una giostra di pizze, frullati e film western. Forse nemmeno la pellicola è proprio quella ma non c’è da preoccuparsi, tanto al microfono si guarderà bene dal coinvolgere gli ascoltatori nei suoi frappé cerebrali.
Per fortuna è riuscito a riprendere le redini della scaletta e punta il brano in preascolto.
“Piano piano ci stiamo infilando in questa nuova notte.”
Parte un sottofondo che dev’essere roba tipo Miles Davis. Uno degli ultimi dischi prima di cacciarsi nella notte lunga. Lui per davvero.
“Stasera il telefono non suona, o forse dovrei dire non lampeggia, visto che qui in regia l’unica cosa che segnala l’arrivo di una telefonata è una lucina rossa vicino al mixer. Se devo dirvi la verità, meglio così. Non ho voglia di parlare con una voce che mi risponda. Preferisco farmi quattro passi in mezzo ai solchi di qualche disco polveroso.”
Mixa con il sottofondo e il pezzo parte.
“Willie Dixon. Walkin’the blues.”
Di solito nel corso del programma legge o fa leggere poesie e brani vari ma stasera non gli gira.
Di colpo le luci saltano, le spie hanno un singulto, la puntina sgomma in frenata su quei vecchi, preziosi solchi. Toglie le cuffie e le sbatte sul mixer. Che succede adesso. Il generatore d’emergenza non è partito e dalle finestre alcune luci accese danno l’idea che, più che di una cosa generale, si tratti di un casino circoscritto alla radio. Al condominio o forse solo al loro appartamento.
Ripensa a tutte le volte che in riunione si sono detti che così non si può andare avanti, le apparecchiature sono vecchie e gli impianti fanno schifo. E adesso?
Chissà le radio accese nelle case, nelle macchine, nelle teste, come lo faranno sentire questo vuoto di ora.
Rimane alcuni lunghi minuti seduto al buio, credendo al miracolo, poi prova a telefonare a Paolo ma, quando si dice troppo, pare che anche il telefono sia inchiodato. Tira un calcio alla poltroncina che corre sulle sue rotelle e finisce contro il mobiletto della classica. Al semibuio Milo cerca di raccattare la sua roba, sapendo che tutto quello che dimenticherà troverà triste sorte in questo covo di ladri di dischi, maestri del melopresti e devoti della madonna del mancato ritorno. Bestemmiando infila le cose alla rinfusa nella borsa. Esce dalla stanza che lì, pomposamente chiamano regia e inciampa nel buio, rischiando di finire con gli incisivi sulla moquette, in qualcosa di vagamente somigliante a un portaombrelli che non ricorda di avere mai notato prima. Sale il volume delle bestemmie. Raggiunge la porta con le mani protese in avanti, come i sonnambuli dei fumetti, apre ed è finalmente fuori.
Sul pianerottolo cerca, con le mani che lisciano sulla parete, l’interruttore della luce delle scale, crede di averlo trovato e, dopo qualche minuto di titubanza, sperando non sia il campanello della porta accanto, preme.
Niente. Fanculo a questo palazzo marcio. Con quello che costa di condominio, potrebbero anche sostituire le lampadine fulminate.
Scende le scale, guidato dal corrimano in legno e una volta nel portone cerca di stare attento a schivare la Vespa di quello del secondo che, per paura che gli fottano il rottame, la lascia sempre dentro, sotto le cassette della posta.
Quando il suo ginocchio impatta con il portapacchi dello scooter si piega in avanti, rischiando di sfregiarsi con lo specchietto tetanico. Le bestemmie vanno in distorsione e tocca riequalizzare la madonna e, inavvertitamente, gli parte un calcio di punta che va a piantarsi nella chiappa larga e lamierosa di quel simbolo del miracolo economico che fu.
Fuori, in strada, Milo ci arriva con il labbro serrato tra i denti e un ringhio sordo che sale dallo stomaco al paradiso. I lampioni che illuminano questo schifo di posto, prima qui davanti c’era il mercato ortofrutticolo, vanno a intermittenza ma la cosa non lo stupisce più di tanto. Visto e considerato che in genere sono proprio spenti.
Passa una volante a sirena spiegata ma neanche di questo c’è da stupirsi.
Milo arriva al motorino, lontanamente imparentato con la bastarda Vespa nascosta nel portone, Fissa la borsa al portapacchi, stando attento a non piegare i dischi e, con il solito borbottio, il motore parte alla prima mezza pedalata. Accende il faro e scende giù dal cavalletto. Deve ricordarsi di stringere i bulloni dello specchietto che penzola inutile, aggrappato al manubrio. Lascia scaldare e parte con un velo d’olio superfluo nella miscela che marca il territorio.
Mentre corre per le strade vuotate dalla sera canta, anzi urla, il ritornello di Born to be Wild, sempre con il rischio che qualche corpo estraneo, insetto o chissà cosa, prenda la via della sua bocca spalancata a forno.
Al semaforo di via Ranni si mette in coda a una Lancia familiare. Scatta il verde, la macchina fa per partire e si pianta. Si pianta anche lui, potenza del variatore, con la ruota sul paraurti e precipita in avanti, finendo con la faccia sul lunotto posteriore.
“Cazzo fai ?”
“Ma non lo vedi che mi si è fermata.”
“Se non sai guidare resta a casa.”
“Ma vaffanculo.”
Il tipo non è neanche sceso e grida guardando nello specchietto. Come urlare insulti all’arbitro davanti alla tele. Crede di cavarsela con un insulto a mano tesa e una sgommata ma è qui che sbaglia. Gira la chiavetta e cerca di ripartire ma la macchina non accenna a riavviarsi. Morta.
A sua volta, Milo lancia un occhio al parafango storto del motorino, raccoglie i suoi pezzi sparsi e dando sul gas, è giusto sottolineare che il prodigio su due ruote non si è neanche spento, si affianca allo stronzo.
“Vaffanculo tu.”
Parte tirando un calcio, santa serata dell’anfibio, allo sportello.
Di nuovo Born to be Wild a squarciagola.
In viale Marchetti i semafori sono spenti e passa tronfio. Non ha nessuna voglia di raggiungere gli altri, con il rischio che la notte pieghi in peggio, e infila sparato la strada di casa.
Nel vialetto del cortile c’è il ghiaino per la solita derapata, alla bella età di ventisei anni, ed è nel garage.
Chiude la saracinesca, Milo si pulisce le mani, nere di polvere e scarichi assassini, sulle tasche posteriori dei jeans.
Una spinta ed è nel portone. Qui non ha bisogno di accendere la luce, che queste scale le ha fatte in tutte le condizioni, sulle gambe, sulle mani, sul culo, sulle ginocchia, sulla lingua, combinando talvolta le singole tecniche.
Arriva alla porta di casa e, dopo l’autoperquisa di prassi per trovare le chiavi, apre mandando il battente a sbattere sulla parete, giusto per aggiornare la tacca in corrispondenza con la maniglia.
In cucina si dirige subito verso il frigo con la spiacevole sensazione di camminare in una pozzanghera. Avesse almeno la sua fida mantellina gialla e la sua cartella rossa della prima elementare, quella con scritto El Pachito, che non ha mai saputo cosa volesse dire, potrebbe mettersi a saltare, schizzando acqua tutto attorno. Invece è lì, ad un passo dalla laurea, e ha l’obbligo di bestemmiare ancora. Si sta giocando il paradiso in una serata e non gli sembra di avere chissà che carte.
Non ci vuole molto a capire che il frigorifero si è sbrinato e che il ghiaccio accumulato nella cella da anni di incuria si è sciolto con esiti nefasti. La luce funziona e c’è da credere che il frigo sia stato interessato dallo stesso black-out che ha stoppato la radio stasera. E lui che si era pure incazzato con gli impianti troppo vecchi. Probabilmente, se non si fosse lasciato prendere dalla rabbia e avesse aspettato qualche altro minuto, ora le cose sarebbero tornate a posto e avrebbe potuto riprendere a trasmettere, scusandosi per il contrattempo e seghe varie.
Di più, in questa zona della città il black out dev’essere durato un pezzo se è riuscito a squagliargli il ghiaccio nel frigo. Lui era in giro già dalla mattina.
Prende un pezzo di formaggio dal frigo, che rimane spento mostrandosi coerente con le posizioni prese stasera. Probabilmente la stanchezza di vent’anni di onorato servizio gli è pesata inesorabile sul compressore e quando la luce è tornata non se l’è sentita di ripartire.

Chissà domani.









martedì 12 febbraio 2019

TEMPO DEBITO





ph. Giorgio Olmoti





Son tempi che fuggono. La velocità. Alla televisione, sui muri, alla radio è un moltiplicarsi di spot per sensibilizzare la gente rispetto al problema dell'eiaculazione precoce. Mica roba da ridere. Ma come cazzo fai con l'aria che tira attorno. Ci son fior di pubblicitari che studiano strategie della comunicazione efficace per rivenderti il tempo che ti spetterebbe di diritto e che ti sei fatto mangiare da questi giorni in cui l'ansia corre su fibra ottica. E vedo uomini desolati che si guardano attorno e hanno in tasca un telefono che trasporta parole e immagini a velocità fotonica, e sono bombardati da notizie che arrivano prima che i fatti avvengano, e hanno cablaggi e bande larghe che corrono per i muri e sotto il pavimento, e macchine con i tachimetri che sussurrano al muro del suono e treni che ti potrebbero portare da Torino a Lione, che tu prima non ci avevi mai pensato quanto ci tenevi a andare da Torino a Lione, in diciotto minuti e infatti non ti danno nemmeno il giornale da leggere che in quel tempo lì a stento ti puoi leggere l'etichetta del flacone del bagnoschiuma, come al cesso quando hai letto tutti i Topolino disponibili. Vedo uomini pallidi aspettare ascensori che li proiettano ai piani alti che nemmeno a Cape Canaveral. Vedo uomini fiduciosi nello Stato, che quando possono godersi le manganellate che gli sbirri adorati calano sul cranio di quegli altri brutti sporchi e liberi, che ansia la libertà, si ritrovano a fare il tifo per la Celere e questa per capirla devi leggerla un paio di volte. Vedo uomini che quando vogliono rilassarsi vanno a correre. Vedo uomini che la domenica assistono al gran premio e che vibrano nell'enfasi di quei rombi aspettando come corvi la morte e lo schianto appollaiati al digitale terrestre. Poi di colpo si sente una voce perentoria e c'è uno che sciorina dati e statistiche e ti spiega che oggi milioni di uomini concludono i giochi troppo presto e quelli lì sbarrano gli occhi, che forse il dubbio gli era pure venuto, pure quello in largo anticipo, ma ora col dato statistico alla mano c'è la certezza. E allora vanno al supermercato, la madre di tutte le soluzioni, e si guardano intorno perduti, sospettando negli occhi di femmina attorno il disprezzo statistico di competenza. E cercano negli scaffali ma tutto quello che vedono si chiama Slim Fast o, peggio, "Svelto, l'amico delle casalinghe". Escono passando dalla cassa, rapida pure lei, e le lacrime che gli rigano le guance, quelle davvero scendono giù con impietosa lentezza. Ora è ben chiaro perché ho fatto un viaggio con il Ciao. Mastica e sputa.

SENZA AVERE SETE






cimitero di Halki. ph. Giorgio Olmoti





Ma cosa cazzo c'è da dire, da specificare, da fare i dovuti distinguo, da stabilire incredibili catene di causa e effetto, degne dell'esercizio di associazione di idee fatto fare a un serial killer. L'umanità è imbarazzante, a volte temo che, da ogni parte politica, le venga anche il dubbio di esserlo e lli vedi questi e sono inguardabili e basta ma ormai sono prigionieri della loro narrazione, non possono mettere in crisi la loro identità costruita a colpi di niente imbottito di merda sui social. La chiamano "le mie idee" e questo è il lasciapassare per tutto quello che non ha conferme, che non esiste. Basterebbe solo distinguere il bene dal male, gli stronzi dalla brava gente senza un incredibile castello di principi etici. state nello stesso gioco, siete al servizio dei vostri carnefici ma pensate di saperla lunga e la storia, la memoria, ormai ve la raccontate come cazzo vi pare perché vale tutto, da qualsiasi parte voi crediate di stare, state dalla parte della carne trita e vi sentite destrieri galoppanti che vanno incontro all'onore, vi piace l'onore, un'altra balla che vi hanno raccontato, al pari dei peccati, per darvi il servofreno alla fatica di essere uomini, al maledetto mestiere di vivere. Nulla vi giustificherà mai se non vostra mamma, che sorride a vedervi così appassionati nella vostra stanzetta. siete le vittime e, come un'orda di zombie, girate per la Rete a ridurre altri nel vostro stato, perché a essere massa mugghiante pare d'essere nel giusto. studiare dovete, leggere, confrontare, accendere un benedetto motore critico e invece vi ingozzate di luoghi comuni e la vostra fonte è sempre uno che ha fatto il militare a Cuneo. E non avete più vincolo morale e sapete pensare la morte atroce di qualcun altro come prima pensavate a che contorno prendere, a versare l'acqua nel bicchiere anche senza avere sete.

sabato 12 gennaio 2019

Fabrizio De Andrè e i piedi che piangono










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Fabrizio De Andrè e qualcosa di personale

Mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
e che bello il tuo tempo
che bella compagnia”

Cominciare dalla fine.
A Venezia faceva freddo e non c’è meraviglia, che da quel mese lì abbiamo da aspettarci giusto gelo frequente e rare preghiere. Di speciale quel gennaio aveva che era la porta dell’ultima stanza. Ancora pochi passi lungo i corridoi di questa casa al civico Novecento e poi via. Trasloco. Altro millennio, altra strada, altre facce e tempo per riadeguarsi e sperare. E mai a sfiorarmi il dubbio che i pochi sguardi concessi a noi, reduci d’un secolo che non è di moda e d’orgoglio portarsi addosso, in quest’era nuova, con la cilindrata portata a Duemila per darti accelerazione da strappare il cuore, li avremmo fatti senza certe parole scritte taglienti e offerte a voce calda. In quell’undici gennaio Fabrizio De Andrè è morto. L’avevo saputo già dal mattino. Rientrato coi cani da un lungo giro in riva al Torre, allora vivevo nella campagna friulana, tentavo di dare un senso a fogli e appunti e files che sarebbero diventati oggetti di discussione nel mio pomeriggio veneziano e la notizia s’è piantata come un cuneo nei miei affanni domestici. La radio, con un imbarazzo che mai avevo saputo scoprirle in anni di convivenza, me l’ha confidato d’un soffio. Morto. Sono rimasto lì, col gesto fermato a mezzo. Ho chiesto posto ai cani sul divano e ho lasciato che le mie dita goffe finissero dove in qualche modo cominciava una chitarra. Cullandomi su un arpeggio suo, un paio di accordi facili e fragili. Da amico. E s’è fatta l’ora di partire e ho raccolto le mie cose e ho lasciato che la moto mi portasse fino al treno.
La stazione di Venezia Santa Lucia se ne rimane proprio sul bordo del canale e, appena fuori, sai da subito che sei in quella città lì e in nessun’altra. La meraviglia, a distanza di anni, mi si rinnova tutte le volte. Quel giorno non ricordo nemmeno d’esserci arrivato. So solo che decisi di farmela al passo, e di piedi, uno davanti all’altro, c’era da metterne parecchi fino alla meta. Una volta a destinazione avrei ostentato sicurezza e disinvoltura, pregando in cuor mio che mi confermassero margini di sopravvivenza con l’ennesimo contratto a tempo. Tempo rubato, tempo debito. Pioveva. Indossavo scarpe che avevano la suola in cuoio, le uniche di questi miei anni, regalo paterno recuperato in qualche svendita fuori tutto. Scarpe doverose nello sforzo di rendermi credibile in quell’incontro dove mi giocavo la sopravvivenza con le solite tre carte sul tavolo. E sperare che il trucco riuscisse ancora. La pioggia fredda s’era stesa a velo insidioso sul lastricato veneziano e le suole lisce minavano pure la mia sicurezza minima di riuscire a stare in piedi. Con la borsa, caricata a fogli, che mordeva la mia spalla destra. Sempre nello stesso punto, che in quegli anni precari mi si era scavato nella carne un solco ergonomico reggicinghia. Le stimmate laiche di una generazione trentenne, obbligata a mostrarsi flessibile nel lavoro e nello stomaco. Questi nostri sono gli anni del “boom ergonomico” e ridisegniamo ogni giorno le nostre attitudini su quello che accettiamo di fare perché è tutto quello che c’è. L’Italia dei Sessanta, industriosa e industriale, culla dei cambiamenti e delle contraddizioni che proprio Fabrizio aveva guardato senza stupore, sorridendo a volte amaro e lasciandosi scappare qualche maledizione, ce la siamo persa e ora, orfani della campagna e negati all’industria, nel nostro mondo prevalgono i servizi, che nella memoria di scolaro bambino erano i cessi e forse ci sarà un motivo. E ancora mi ripetevo ch’era morto, credendoci da subito, perché solo nei film ci si risveglia chiedendo “dove sono” dopo una botta in testa.
Le scarpe, dicevamo. Roba da poche lire e, a dichiarare il conio di quel tempo ancora spargo tracce di memoria storica, che a partire dal 2001 il caffè si pagherà in euro e negli occhi e nelle tasche degli italiani ci sarà da leggere smarrimento. E allora vale la pena ricordare che a qualche mese di distanza dall’introduzione della moneta unica qualche politico aveva rimproverato gli italiani perché continuavano a pensare in lire spendendo in euro e di conseguenza i conti già tentennanti si asciugavano(1). Popolo distrattone. Meno male che a redarguirlo c’erano loro, la classe dirigente, gente abituata a parlare con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni. Fabrizio aveva nutrito certe sue invettive anche di questi personaggi imbrattati di governo e non si sarebbe certo meravigliato quando i dati sul potere d’acquisto della famiglia media italiana, giusto qualche mese dopo, avrebbero dimostrato che a voler dare la colpa alla distrazione di chi spendeva c’era da essere o fini umoristi o tragici incompetenti(2). Ma forse a lui, a De Andrè, gli sarebbe interessata di più la frenesia dei falsari che negli ultimi giorni della lira immisero sul mercato tutti i fondi di magazzino, migliaia di banconote stampate con attenzione maniacale, certe più belle di quelle vere(3).
Insomma procedevo per le calli con queste scarpe mie di cuoio rosso macchiato pioggia e passando l’ennesimo ponte sento sotto le piante del piede un’insistenza d’acqua che va oltre quello che ero disposto a sopportare. Sollevo il piede, sbircio e scopro che la suola di millantato cuoio doveva essere fatta in realtà con i cartoni delle pizze per asporto. Con la pioggia la suola s’era sciolta. Camminavo col calzino a contatto col selciato. E dovevo andare che mi aspettavano. E la testa era ingombra di quell’unico fatto, di quella morte inattesa. Fabrizio. Avrei voluto mi vedesse in quel momento, così degno della mia età e del mio tempo, con i miei dischi, i miei libri e i miei film a corrermi dentro con le piastrine e i globuli. Chissà come l’avrebbe raccontato Fabrizio uno come me che si portava sulle spalle il suo mestiere per le calli veneziane, che l’odore salso e l’antica memoria di potenza marinara facevano vicine ai suoi carrugi. M’avrebbe cantato divertendosi mentre campavo credendo normale quella vita incerta, piangevo un lutto immenso e le scarpe si scioglievano sotto la pioggia. Sempre perché i politici tromboni, che accennavamo prima, s’erano imperlati la fronte a gridare che era il tempo del lavoro flessibile. E lo dicevano muovendo appena la benedetta tovaglia.

Acqua che non si aspetta, altro che benedetta.

Sono arrivato in Campo qualcosa e m’attendevano. Salendo le scale il mio passo faceva uno sciaguattio, che rimbombava in quell’edificio illustre precedendomi. Altro che “archivi fotografici e didattica”, pareva andassi a dare dimostrazione di pratica circense, trascinandomi dietro un’otaria pinnante per le scale. Mi accolse una segretaria e le scrutai gli occhi per leggerle lo sgomento che ritengo d’obbligo il giorno della morte di Fabrizio De Andrè. Non dovevano averla ancora avvertita, a giudicare dall’efficienza fredda del suo ricevermi e io, che non so trovar parole mai, lascio ad altri il compito. Il dubbio che la cosa, il lutto intendo, la sollecasse poco non mi sfiorava. La seguii lungo il corridoio e lasciai un’impronta umidiccia, che null’era se non il mio calzino intriso d’acqua, che ora lascia giù anche venature blu. Entrai in una sala col tavolone enorme e troppe ne ho viste in questi anni e non avrei avuto soggezione alcuna se non fosse stato per questo mio avanzare incerto sui piedi zuppi e nudi. Quando ci si fa parecchio male il cervello stacca la connessione, dando agio al corpo di riprendersi senza restituirci memoria e misura del dolore. Si sviene e si va in coma per difendersi. Credo di essermi ridotto in quello stato deplorevole con l’intento inconscio d’avere altri pensieri a colmare quell’insistenza di vuoto che mi stordiva. Per ubriacare il dolore. Per non pensare Fabrizio morto. Poi si accese il proiettore alle mie spalle, preparai i materiali nell’ordine in cui andavano esposti e guardai le facce, tutte rivolte verso di me. Già, le facce, non m’ero nemmeno accorto ci fossero e erano tanti. A me capita a volte di fare e dire cose mentre dentro c’è una voce che mi sussurra “non avrai mica intenzione di farlo”. “Avete sentito che è morto De Andrè”. Perplessità negli astanti. Alcuni accennarono a chiedere di chi stessi parlando, perché tutti o quasi ce l’avevano in testa che c’era uno che cantava da quarant’anni e si chiamava così ma io sono lì per parlare di progetti didattici e siamo nell’era delle specializzazioni. Roba che per sua natura nega l’emozione. Secondo quelli attorno al tavolo, questo dolore, in quel momento, a me non competeva. Altro sarebbe stato se fosse morto il proiettore. Allora sicuro m’avrebbero accordato le lacrime. Poi qualcuno disse qualcosa sul fatto che lo ascoltavano da ragazzi e chissà ora e quanti anni aveva ma si vede che non c’era gran coinvolgimento. Attaccai la parte mia e tenni botta per un paio d’ore di show. Il piede, per tutto il tempo, non smise mai di far correre lacrime, perfetta succursale del mio dolore.
A giornata finita, a lavoro preso, in treno mi aggiustai il passo con un pezzo di plastica trasparente ficcato nella scarpa. Nello scompartimento trovai una ragazza con la faccia di una che condivideva certo mio smarrimento. Le due ore di viaggio volarono.
Poi, a casa e tra gli amici, ci siamo rincorsi col telefono e qualcuno è partito per Genova, qualcuno s’è trovato a suonare e a bere. Qualcuno ha pianto. Io avevo i cani e una vigna dietro casa. Tra le altre cose.




A De Andrè ci sono arrivato per gradi. Piano e senza folgorazioni. Piuttosto sedotto da certo frequentarsi che faceva quasi abitudine. Io ero quello nella stanzetta, lui quello che raccontava dal registratore. A dire il vero l’apparecchio per musica domestica lo chiamavamo “gelosino” anche se la marca non era quella. La Geloso era stata un riferimento industriale significativo nel panorama nazionale, contribuendo a dotare le case degli italiani di radio e televisori. Al punto che nel nostro lessico familiare qualsiasi registratore era stato promosso al rango di “gelosino”. Archetipo di tutti i riproduttori sonori. Le cassette le tenevo sul mobiletto vicino al letto e sotto, nello scaffale grande, c’erano i dischi. Già i dischi, il vinile, con quelle copertine che si prestavano a diventare arte a loro volta, per non parlare dei titoli e delle note e dei nomi dei suonatori che si leggevano chiari, ben altra cosa rispetto alla fiducia nelle diottrie dell’utente di cui sono portatrici le confezioni dei CD. Il primo trentatre giri che mi sono permesso è stato “Radici” di Francesco Guccini. De Andrè ce l’avevo in cassetta. Avevo quasi tutto su nastro perché il vinile a usarlo sul mio giradischi mono da poche lire, roba recuperata col fiato corto di qualche tredicesima paterna che troppi buchi avrebbe dovuto tappare, si rovinava presto. E allora, per ovviare all’usura, registravamo i dischi con un microfonino esterno piazzato nei pressi dell’altoparlante e la qualità del suono ne risultava agghiacciante anche per le possibilità limitate del “gelosino” di riprodurre. C’erano delle cassette che me le facevo registrando, sempre coi medesimi ridotti mezzi tecnici, direttamente dalla radio e i generi si mischiavano e toccava schiacciare STOP in fretta che altrimenti chi trasmetteva riattaccava a parlare e se ne conservava imperitura memoria nei miei archivi domestici. La radio, a pile, era in cucina e nelle registrazioni in sottofondo si sentivano le padelle che friggevano, il telefono che squillava con quel trillo che i telefoni tutti avevano, lontani da certe agghiaccianti personalizzazioni modernissime. Un tappeto sonoro che è già fonte storica per la descrizione di una famiglia media alle prese con la morsa dei Settanta. Allo storico l’arduo compito di filtrare la traccia sonora per riuscire ad ascoltare certi rumori di fondo. In barba alla trentesima generazione del Dolby. E i nostri strumenti di fruizione musicale ci hanno già obbligato in un ambito ristretto, superati dalle nuove tecnologie che non hanno avuto pietà per le nostre abitudini e le nostre emozioni(4).
De Andrè ce l’avevo su nastri originali, piccolo irrinunciabile lusso, e le custodie mi pare di ricordare fossero per lo più rosse, ma qui l’oltraggio della memoria mi potrebbe ingannare, anche se un paio di quelle che mi restano corrispondono alla descrizione. A dire il vero, fino al ginnasio le canzoni di Fabrizio me le ritrovavo nelle orecchie quasi sempre senza cercarle, come molti nati insieme a me nella prima metà dei Sessanta, e nel disperato tentativo di gridare al mondo la mia decisione di esserci quasi mi sembrava poco efficace servirmi dei suoi arpeggi e di quella voce che raccontava di puttane delicate mentre a un tiro di sguardo, nello scaffale accanto del negozio di dischi, certi scalmanati gridavano rabbia in distorsione e in inglese. In un modo che mi pareva buono per essere vivi. E a quell’età, nel subbuglio di emozioni, ormoni e attenzioni nuove, la voce, che va pur’essa cambiando, la si cerca forte negli altri, perché ci pare che anche la nostra trarrebbe giovamento da quell’amplificazione e qualcuno si potrebbe accorgere che è il turno nostro di diventare uomini. E Fabrizio quasi ci faceva timidi delle nostre emozioni e dentro ci confessavamo che ci piaceva da morire ma in branco avevamo da sventolare altre bandiere. Del resto certe canzoni parevano mostrare la corda, portatrici di ingenuità che erano solo di superficie ma che non sapevamo sopportare. Fabrizio, che s’era preso l’onere di traghettare la musica popolare verso un’esperienza poetica complessa, con una connotazione letteraria senza precedenti, a tutt’oggi, nel panorama nazionale, pareva gettarci nell’imbarazzo di doverlo ascoltare assecondando valzerini e ballate che ci facevano sentire poco in sincrono col pulsare frenetico di quella nostra stagione adolescenziale. Al punto da dividermi tra la musica che ascoltavo a casa e quella che condividevo col branco. E questo capitava con De Andrè, Guccini, De Gregori e l’esperienza si perde in infiniti rivoli che, negli anni, mi hanno fatto incontrare Lolli, Ciampi e Conte. Citando a caso e sempre con lo stesso gusto. Poi verso i quattordici anni scoprii che altri ce n’erano come me, incantati dalle parole e da quelle voci e fu quella l’epoca di certe condivisioni che erano già segni d’appartenenza incancellabile, amicizia solida a cui non saprai mai più voltare le spalle. Fratelli di sangue e di musica. Quegli amici di allora non li ho più persi.

Negli anni a seguire l’anima, che pure sostengo di portarmi nello zaino di tela blu, l’ho corredata di quelle canzoni e di quelle voci, con De Andrè sempre tra i privilegiati dalla mia attenzione. La mia aspirazione libertaria si nutriva inizialmente di fiaccole dell’anarchia lanciate a sasso sulla strada e insulti biechi gridati alla regina d’Inghilterra, in un inquietante frullato che mi metteva egualmente a mio agio in un osteria o sotto un palco a pogare. Intanto De Andrè s’insinuava, restava, mentre gli altri andavano. A distanza d’anni certe cose, che avevo pure imparato a suonare con la chitarra, acquistavano ancora nuova luce e alla fine ho scoperto che nel mio vizio della scrittura non riesco a cucire una parola sull’altra se non ho De Andrè a cantare in sottofondo. Qualche tempo fa ho dato alle stampe un libro che è un diario sconclusionato dei miei giorni e soprattutto delle mie notti(5). E ho scritto, sempre con quell’accordo insistente che picchiava nel cuore e le parole che mi davano urgenza. Voglio vivere in una città dove all’ora dell’aperitivo non ci siano spargimenti di sangue e di detersivo… . L’ho usata come incipit. Quello che è giusto è giusto.
Quando è nato Orso, mio figlio, Stefania era ancora sotto anestesia e mi hanno piazzato il nanetto in braccio e ci hanno lasciati da soli, me e lui, a cercare di capire in che guaio eravamo finiti entrambi.

Lo porto alla finestra e scosto la tenda. Fuori c’è un cielo meraviglioso e io voglio rubare al mondo questo momento irripetibile del suo primo cielo. Poi lo troverà normale e smetterà la meraviglia ma ora è ora. Comincio a cantargli piano Hotel Supramonte di De Andrè, che per fare bella figura mi piacerebbe buttare giù una scaletta meravigliosa di pezzi selezionati per vantarmi di averglieli cantati tutti con la voce calda e invece ripeto come un ebete le uniche due strofe di quella canzone. E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo tu vedrai… .(6)

A De Andrè il merito, in questi anni, d’avermi irrobustito i pensieri. D’avermi insegnato un po’ come si cammina per le strade strette e come anche le cose minime necessitino di massime attenzioni.




1 “Euro, un anno dopo tra rincari e inflazione”, in Repubblica, 22 dicembre 2002.
2  Le indagini dell’Eurispes, di concerto con le associazioni della Coalizione dei consumatori, sul rincaro dei prezzi registrano tra il novembre 2001 e il novembre 2002 un incremento dei costi sui generi alimentari pari al 29 per cento, I dati sono in contrasto con i calcoli Istat che invece per lo stesso periodo segnalano un aumento del 3,8 per cento. La discrepanza dei dati tiene conto di un metodo di conteggio diverso utilizzato dall’Eurispes rispetto all’Istat ma anche volendo adottare la formula di calcolo tradizionale la variazione risulterebbe del 13 per cento, tre volte superiore a quella denunciata dall’Istat che come ribadirà agli organi d’informazione in quei giorni il ministro  delle Attività produttive Antonio Marzano “resta l’unica fonte ufficiale per la rilevazione dei prezzi”.
3  Sulla frenetica attività di spaccio delle lire false negli ultimi mesi prima dell’avvento dell’euro confronta tra gli altri Enzo Gallotta, Euro in arrivo, occhio alle lire false, “Il Giornale di Brescia”, 13 dicembre 2001.
4  Tramontato ormai l’antico disco in vinile, vero e proprio oggetto rivoluzionario nell’immediato secondo dopoguerra, il consumo avviene attraverso forme tecnologizzate: alla radio e alle musicassette si sono affiancati mezzi di ascolto come i compact disc, il walkman e lo stesso computer. Accanto all’elemento sonoro si è poi affiancato quello iconico: dalle trasmissioni televisive, musicalli e di varietà si è passati al videoclip, strumento di una comunicazione musicale che oggi è anche visiva.”
Stefano Pivato, La storia leggera, IL Mulino, Bologna, 2002, pag 30.
5      Giorgio Olmoti, Torino da bere, Stampa Alternativa, Viterbo, 2002.
6      Giorgio Olmoti, op. cit., pag. 43.