domenica 17 novembre 2013

Al santuario di Oropa per una santa ragione



E sono rimasto tre giorni nel santuario di Oropa, un'enorme fortilizio della fede a far da bastione ai sentieri partigiani che corrono alle sue spalle. a milleseicento metri di quota. il secondo santuario d'Europa a dominare la valle biellese, teatro di guerre di resistenza e industrie tessili del miracolo, ancora il miracolo e quindi il santuario è pertinente, economico con l'ombra della sua miracolosa madonna nera. Guai a chiederglielo alla chiesa ufficiale il senso compiuto di quelle madonne nere sparse dal sasso materano alla costa zingara della Camargue, giusto per citare due luoghi della mia storia e della mia vita a cui tengo particolarmente. Se gliene chiederai ragione di queste madonne nere, in ombra di pagani riti fertili sopravissuti, in sospetto di complesse articolazioni antropologiche del dialogo tra uomo e natura, ti diranno che le madonne si scurivano per il fumo delle candele o al massimo borbotteranno vaghi riferimenti all'oriente bizantino iconoclasta. Non è così importante ora. Per me almeno non lo è. Siamo rimasti questi giorni in montagna, mentre il freddo della stanzetta che m'era stata assegnata batteva il tempo sui miei denti la notte e mi dava misura del corpo ideale della monaca e del pellegrino, così distanti dal mio a giudicare dall'ergonomia del lettuccio stretto che non sapeva contenere l'oltraggio adiposo del mio peccare militante. Siamo rimasti lì, un pugno di folli a raccontarci di didatica e storia e io a giocare il numero mio di foto e canzoni e parole a filo di memoria e a ridosso della metodologia della ricerca. Sempre coi modi miei, con quell'attitudine a dirti che quello che ho da condividere è roba seria e che quindi è d'obbligo il sorriso. Siamo rimasti lì e c'ero io e altri come me, parecchi di più di quanti ne avrei immaginati, a inventarci il modo di insegnare la storia, di cercarla negli indizi minimi, e a dirlo ficcati nelle sale di un enorme santuario già ti mancava il fiato. La sera poi ci sono state canzoni, anche eretiche direi, e ancora una volta non erano solo tempo riempito di tempo battuto ma ennesima prova per la storia e le storie, per quella cosa lì che passa dall'accademia e dal saggio ma che per quanto mi riguarda è soprattutto incardinata sull'esigenza della narrazione sempre, come forma militante di respiro, di pulsazione coronarica. La notte io e Marco Peroni, mio fratello di sempre, dopo aver dato ancora bella prova del nostro mestiere di vivere, che se eravamo lì era anche in ragione del soldo e non ci può essere vergogna a dirlo che questo è il mio lavoro e questa è la mia dignità leale, ci siamo girati tutti i corridoi infiniti di quel luogo enorme e deserto, abbiamo letto il libro del mondo da un ex voto all'altro e camminavamo scansando i radi fiocchi di neve che cadevano quasi a rispettare un contratto con i luoghi comuni più triti lì. Sulla montagna dei pellegrini, di notte e tra le colonne infinite del santuario. Piantati nel bel mezzo del bosco, con quell'architettura che dominava la valle e raccontava duemila anni d'esercizio del potere, mentre una volpe arrivava sul piazzale dal nulla del buio a dirmi che questo bosco era anche come il bosco mio, quello in cui mi ficco quando voglio riguadagnarmi alla mia considerazione, quel bosco e quella casa che pochissimi di voi qui hanno davvero visto. Un'altra storia mia da raccontare, e altre ne ho rubate a tavola, tra i corridoi e pure spiando le facce di quegli altri mentre stavo lì, col filtro imbarazzante di una cattedra a dividerci fisicamente, a raccontare la mia storia, che proprio di storia si trattava.
Poi son tornato a casa e Ste m'ha guardato in faccia e ha letto quanto avevo dovuto lavorare col piede di porco per sollevare la maledetta pietra che grava su una timidezza che pochi sanni riconoscermi. M'ha baciato, non m'ha chiesto nulla e m'ha ficcato nella macchina. Mi ha portato da Zichella a Sansalvario, la mia pasticceria bar preferita, un posto che non troverete nelle guide perchè le guide son per i boccaloni che camminano guardando il mondo dall' ipad che gioca con la realtà aumentata e io, dopo quell'assenza astinente, sapevo riconoscermi un'unica possibilità d'aumento del reale in certe dimensioni mie basse e intime che forse non lo so ma son pure queste amore. E mentre ci mangiavamo la nostra torta al cioccolato e ridevamo guardandoci, un tizio grosso è entrato nel bar ha guardato sotto il tavolo e mi ha detto "ma quello, il cane, tiene un occhio marrò e un occhio azzurro". Ho fatto la faccia stupita "come scusi?" "Il cane, ho detto, tiene un occhio e un occhio (sic). lo vedi... ha un occhio marrono e uno azzurro". ho guardato a mia volta sotto il tavolo "oddio, è vero, ha un occhio e un occhio (sic)... non me n'ero mai accorto... pazzesco" l'ho detto gridando. La gente attorno guardava, quelli che mi conoscono scuotevano la testa, Ste rideva e voleva ficcarmi con la faccia nella torta al cioccolato, una tipica reazione a bivio delle donne. "io me ne ho accorto subbito... appena entrato... io mi intendo di cani" ci siamo sorrisi e ha ordinato un Campari. Finalmente riguadagnato alla mia quotidianità. Ho cominciato a canticchiarmi "nella prossima vita" di Federico Sirianni, che sta diventando la colonna sonora di tutte le stagioni mie. Con immutato affetto, sempre vostro.

martedì 5 novembre 2013

La fatica







Dire che aveva perso il lavoro era ancora addolcire la pillola. L'avevano mandato via. Cacciato con il marchio della colpa infamante. La motivazione diceva, in soldoni, che passava le ore a scaricare immagini porno da Internet. E lo spiegavano con certi giri di parole e un uso di sinonimi nauseante. Annusava file di sesso esplicito. Così chiamavano la documentazione scopereccia che infarciva le maglie lasche della rete. Invece di fare il suo dovere, per il quale era pure pagato e a loro, ai capi, sembrava già di fargli un gran favore a dargli lo spettante tutti i ventisette. E ogni mese, con la busta, si beveva la loro faccia da "devi solo ringraziare che". In realtà le cose erano andate diversamente e la sua propensione pornofila non era mai esistita. Tutto era partito dalla moto. La sua. Aveva l'alternatore che caricava male e la batteria se n'era andata al bar a prendere qualcosa di caldo, che in strada pioveva a secchiate. Il motorino d'avviamento, dopo un paio di singulti partecipi, roba di cui non s'era mai fidato, aveva cominciato ad affannarsi e arrancare. Poi il collasso. Dallo scarico destro partì un botto da capodanno. Cazzo. E pure la puttana pioggia a metterci il suo. Guardò verso il discesone del garage. Riservato ai dirigenti. Una spinta con la seconda inserita, mollando la frizione. E sperare. Occhio solo al bagnato e alla ripidezza che enfatizza la potenza dell'auto dei capi ma uccide i tentativi di messa in moto dei sottoposti. Qualora, arrivato giù, la fottuta moto non si fosse accesa, sarebbe stato un casino riportare alla luce il cadavere rugginoso. Ma era l'unica possibilità. Spinse la moto fino all'imbocco della discesa. Si sistemò, con il culo a cercare il comodo sulla sella bagnata. Le palle presero subito la punta di freddo e reagirono a riccio. La sua natura maschia si adeguò e il potenziale di successo con le femmine in quel momento toccò il fondo. Si spinse coi piedi e poi, a frizione tirata, giù verso il buio e l'incognito. I dischi davanti sibilavano. Sempre più giù. Più veloce. Ora. Aspetta ancora. Adesso. Aspetta ti dico. Vai che c'è la curva. Motore che tossisce. Il cardano si punta e la ruota di dietro accenna a intraversare la moto. Boia. Altra tosse dallo scarico. Attacca ed è lei. Viva e roca. Tira la frizione e tiene i giri alti. A corpo morto, giù in fondo. La curva, il buio e il volpino. Cazzo. Cosa ci fa un volpino.



La moglie dell'amministratore delegato aveva un volpino. E ci teneva pure. Lo portava in giro con uno di quei guinzagli che schiacci un bottone e il cane se ne va a zonzo a corda lunga, ripremi un altro bottone e il cane viene richiamato come col mulinello da pesca. Se poi il cagnolo è piccino, in un lampo te lo riporta alla mano e se non ci stai attento te lo avvolge attorno al polso. Insomma lui sbucò dalla discesa in bomba e rombo e fischio di freni, tutto quel casino che fa una Guzzi quando parte. La ruota anteriore passò tra testa e coda della bestiola e, a seguire, il pneumatico posteriore e tutto il carico di ferro e cromo. Nemmeno un lamento flebile. Lo sfiato dell'olio sbrodolò l'eccesso di qualche sera di bagordi. Sul volpino. "Brummel vieni" disse lei pigiando il tasto e un brandello di cane e sangue gli si avventò sul vestito costoso. Costoso, costoso, costoso. La dama svenne. Juri si voltò e li vide. Illuminati dalla luce dello stop. La padrona del cane, volendo anche la sua padrona, scomposta in terra con una pizza di volpino sulla faccia.

Poi si sono inventati quella storia delle foto porno su Internet e l’hanno cacciato via.