sabato 12 aprile 2014

Palla a Missile

fai partire la canzone qui sotto e poi comincia a leggere.







Udine dei primi anni Settanta non era ancora uno dei gangli pulsanti del nordest produttivo. Non era neppure la reduce dello scellerato terremoto. Il miracolo economico in Friuli s’era sentito appena, c’erano le fonderie, qualche fabbrica sparsa ma era ancora terra di contadini. Quelli rimasti, che i friulani s’erano sparsi ai quattro venti per cercar fortuna.
A Udine c’erano un mucchio di caserme, a dire il vero in tutto il Friuli era un proliferare di fortezze Bastiani perse tra Carnia e Carso. Mio padre era un militare e siamo piombati dal nostro Sud su Udine perchè il lavoro per uno che difende la patria era concentrato tutto lì, baluardo contro il pulsante pericolo rosso. Se mio padre fosse stato operaio saremmo finiti a Sesto San Giovanni a canticchiarci nell’orecchio tutte le mattine la canzone dei Gang. Invece si partì per Udine. I meridios, i napuli, i terroni, i mandarini da quelle parti non erano ancora roba diffusa. Malgrado la mimesi linguistica attivata, malgrado il biondo e gli occhi chiari, era palese che ero cosa altra. Piombammo su Udine nella primavera del Sessantotto, io coi miei tre anni e il respiro incerto, mia madre con la rinuncia alla vita agiata per seguire l’amore, mio padre con la mimetica sbragata e una macchina nuova, l’unica della nostra vita, ordinata alla Fiat per l’occasione. Se uno compra l’unica auto nuova del suo esistere e la compra di una nota marca torinese e la ordina nella primavera del Sessantotto poi non si deve lamentare. E noi per mesi, a piedi nella città sconosciuta, abbiamo fatto come se fosse normale mentre dai cancelli di Mirafiori il nostro 124 bianco non usciva mai.
Stavamo in un appartamento piccolo al primo piano. I soldi se ne andavano in buona parte per l’affitto e poi si mangiava le cose di plastica dei supermercati in quegli anni lì che quando allo Zecchino vinse “il caffè della Peppina” a me sembrava una canzone neorealista. Si stava parecchio in casa, con la tele a due canali biancoenero e con la merenda a base di pane e marmellata: Le confetture arrivavano in certi pacchi di mia nonna che sembravano gli aiuti umanitari al Burundi e dentro c’erano i carciofini, le sopressate, le tende per la cucina, le foto di battesimi e comunioni di parenti mai visti. C’erano pure i vestiti dismessi delle mie cugine e lo capisco che si risolveva una parte del bilancio familiare ma uno già deve fare lo sforzo di integrarsi e se si presenta a scuola con un cappotto rosso e i bottoni dorati può avere qualche difficoltà in più. Se poi si toglie il cappotto e ha un maglione, fatto ai ferri dalla zia, con scene di vita campestre prive di qualsiasi proporzione e la gallina e la casetta che sono alte uguali, le cose si complicano vieppiù. Per buona sorte erano anni tristi per quasi tutti e nessuno a scuola poteva fare tanto il fighetto. Da più grande ho scelto d’essere punk così giustificavo gli anfibi vecchi di mio padre ai piedi e un assurdo, pesantissimo pastrano che se appoggiavi l’orecchio alla tasca destra sentivi ancora il Piave mormorante.
La camera mia era arredata con un lettuccio di ferro e un baule in legno pesantissimo che serviva a tenerci i giocattoli. Per sollevare il coperchio del baule, facendolo ruotare su cardini bastardi, ho rischiato più volte le falangi. Le dimensioni incredibili del baule non erano giustificate dal contenuto, che di giocattoli se ne vedevano rari, giusto qualche soldatino per inventarmi le avventure di un padre che vedevo poco. All’epoca pensavo che i figli dei fruttivendoli avessero dei fruttivendolini con cui giocare, i figli dei medici dei medicini e così via. Lo giuro.
Dalla finestra di camera mia vedevo il palazzo di fronte. Al primo piano c’era un appartamento con una terrazza che ci si poteva allestire un paio di campi da tennis regolamentari e ancora avanzava. Tutto il tetto della coop dove si faceva la spesa era la terrazza di questi qui di fronte. In quel privilegio lì ci scorazzava un bambino, sempre da solo. Il padre lavorava in banca, questo seppi un giorno. Mi feci l’idea che la banca dovesse essere di loro proprietà. Insomma, questo bimbino della medesima età mia aveva sempre un sacco di giocattoli nuovi, prevalentemente a tema aerospaziale, che quelli erano gli anni della corsa alla conquista dello spazio ma anche del telefilm UFO con gli intercettori e il comandante Streicker che vigliacco se so come si scrive. C’erano tutte queste marche di modellini “in metallo pressofuso” recitava la pubblicità su Topolino, e si chiamavano Dinky Toys, Mebe Toys, Corgy Toys. Io avevo i soldatini Baravelli con certi difetti di fusione che il fucile sembrava la pala per fare le pizze. Quello lì, quel bambino lì, aveva invece tutti gli aerei e le navicelle e le macchinine e anche un casco da astronauta che se lo infilava e si accendevano le luci con l’intermittenza. A me era dato sapere di questi suoi averi perché passava il tempo a gridare “ammaraggio”, “decollo”, “aziona i flap”, nella foga di far vivere ai suoi giochi avventure mozzafiato. Passavo la giornata incollato al vetro della mia finestra, con le ginocchia piantate sul baule che avevo posizionato strategicamente. Così almeno serviva a qualcosa. Sorridevo quando abbatteva nemici, andavo in ansia quando annunciava un’avaria, non sapevo cosa cazzo fossero i flap. Lui, dal canto suo, se n’era accorto e tutto quel circo lo faceva solo nella porzione di terrazza che stava di fronte a casa mia. Quando mia madre mi chiedeva notizie di me, nemmeno vivessimo nella reggia di Caserta, rispondevo “sto guardando Missile”. Avevo iniziato a chiamarlo così per gioco, quasi una piccola vendetta da pitocco che irride il re, ma alla fine Missile era diventato il suo nome naturale, privo di qualsiasi sfumatura. Un giorno, mentre camminavamo bordo strada con mio padre che poco sapeva di me, passò una macchina veloce e ci lavò alzando un’onda anomala da una pozzanghera enorme. Gridai d’istinto “ammaraggio” e mio padre mi guardò sbigottito mentre i nostri vestiti Postalmarket piangevano lagrime d’oltraggio. Pensa tu se avessi gridato “aziona i flap”.
A questo punto vale la pena spendere due parole sui miei genitori. Mia madre arriva da una famiglia di imprenditori, proprietari di fabbriche, aziende agricole e lusso ardito. Al contrario mio padre cresce in una famiglia di pescatori e marinai, mille figli e pochissimi soldi. Insomma una vera storia d’amore di quegli anni lì. Pino, mio padre, era bravissimo a scuola ma essendo povero, aveva due possibilità rapide per continuare a studiare: o diventava prete o entrava nell’esercito. Visto e considerato che la predisposizione di mio padre, che è poi cosa genetica che mi ritrovo, mal si accorda coi doveri dell’abito talare, una volta si beccò pure un Auricchio nella nuca scagliato dal padre pizzicagnolo di una sua fidanzata, scelse l’esercito. Gli erano rimaste però le stimmate della sua giovinezza di strada e ancora adesso se vede un albero carico di frutta non può trattenersi. La mamma invece cercava di salvare la forma in quel suo cadere a picco dall’agio alla borghesia piccola piccola, arrivando a comprarmi un cappello da fantino che secondo lei dovevo indossare nella vita di tutti giorni. Col cappotto rosso da femmina. Conciato così mio padre la domenica mi portava a rubare la frutta e a pescare di frodo nelle valli del Natisone. Quando saccheggiavamo i fiori di zucca indossavo un enorme paio di guanti da elettricista per proteggermi da quelle spine sottili sottili. Mio padre aspettava a bordo strada col motore acceso. Solo ora capisco che nessuno ci avrebbe mai detto niente per quelle mele stroppiate che si potevano mangiare solo cotte e certe castagne stitiche ma allora la nostra tabella dietetica dipendeva molto dal bottino del finesettimana e dalla prontezza di riflessi di mio padre quando una bestia commestibile attraversava la strada. A volte ce ne andavamo sul greto del Torre e recuperavamo cose inutili, tipo un cavo telefonico lungo qualche centinaio di metri che rimase in cantina per anni. Noi il telefono l’abbiamo messo nell’ottantasette. Quando sono venuti a istallarlo il cavo mia madre lo aveva già buttato via e non abbiamo potuto vantarci.
Una sera mio padre mi svegliò per mostrarmi il regalo che mi aveva portato. Di solito erano scatole di Settesere Perugina che erano degli assortimenti di cioccolatini che vinceva al biliardo del circolo ufficiali. Di solito quando tornava la sera coi cioccolatini poi i miei litigavano. Un giorno mio padre ha vinto la medaglia d’oro a boccette e allora le acque si sono calmate che s’è capito che era uno sportivo vero e non un tiratardi. Vedi alle volte a trarre subito le conclusioni. Quella sera però il regalo era davvero merce preziosa: un pallone da calcio. La marca non me la ricordo ma era tipo i Supertele che sono quei palloni leggerissimi che costano niente ma in genere si bucano se li guardi troppo intensamente o se uno fa un rumore improvviso. Quando si giocava con quei palloni lì, dopo il goal nessuno esultava per non compromettere l’unità molecolare del Supertele. Insomma mi ritrovo questo pallone bianco a scacchi neri al centro della mia stanza, ovvero tra il letto di ferro e il baule di legno, che vivevo come Ismaele a bordo del Pequod. Non mi ricordo la reazione, so per certo che non litigai con mio fratello per il possesso dell’ambito oggetto perché ero ancora figlio unico. Voglio immaginare che stropicciai gli occhi, percorso da fremiti come i bimbi della pubblicità del materasso che cantavano bidibodibù e erano tutti boccoluti. Purtroppo io già da piccolo ero brutto e facevo piuttosto l’effetto di un randagio che viene svegliato con un secchio d’acqua ma in ogni caso penso che aprii gli occhi e vidi la mia vita di bimbo occupata dalla presenza di un pallone da calcio. Da non crederci. Da non credere soprattutto che mio padre l’avesse comprato alle dieci di sera. Chissà dove l’aveva recuperato. Non feci domande, ingombrato dall’unico pensiero del pallone.
Rimasi tutta la notte a fissarlo e di tanto in tanto mi alzavo, lo toccavo, lo annusavo. Il mio pallone. Il giorno dopo era domenica e a questo punto della narrazione dovrei dire “lo ricordo come fosse adesso”. Colazione lampo ingollando il solito panellatte e fuori, che in casa non si gioca a pallone. Il cortile divideva il mio palazzo da quello di Missile. A dire il vero come calciatore ero imbarazzante ma mi muovevo gridando frasi inconsulte come in una indiavolata telecronaca e sparavo sulla parete del palazzo. Del palazzo di Missile per la santa precisione. E lui si affacciò dalla terrazza e rimase a fissarmi e io mi indiavolai cento volte di più. Poi rientrò in casa e i calci miei divennero quasi annoiati e stavo già pensando di tornare a casa quando lo vidi. Era lì, davanti a me, alto come me. Avanzava nel cortile. Missile aveva abbandonato le sue basi spaziali e i suoi misteriosi flap e aveva deciso di scendere in cortile colmando lo spazio tra la mia finestra e la sua portaerei terrazza. Quello che però attrasse la mia attenzione era il pallone. Il suo pallone. Non una cosa qualsiasi ma il signore di tutte le sfere calciabili. Il pallone di cuoio, il Santo Graal di tutti gli eserciti dei campetti rinsecchiti di periferia. Io e quelli come me il pallone di cuoio nel negozio cercavamo anche di non guardarlo che sembrava brutto. Insieme alla bici cross con la radio che stavo cercando di vincere col concorso delle merendine a cui probabilmente devo il degrado attuale del mio fisico, il pallone di cuoio era in cima a tutti i miei desideri. Missile lo posò a terra senza guardarmi e cominciò a tirare calci maledetti a quella meraviglia di pelle bovina. E ogni volta che colpiva il muro, del mio palazzo ovviamente, quel rumore pieno era il segno dell’umiliazione feroce. Mi misi a sedere sul cordolo di cemento col mio sgalfo pallonastro tra i piedi. Sentivo che nell’intimo della mia stanza gli avrei voluto bene ancora, come certi cani che li prendi da piccolo e poi crescono e sono orrendi ma tu, sdraiato sul divano, gli gratti la schiena di puro affetto, incurante che con l’età hanno pure preso il vizio di scoreggiare. Però in quel momento battevo in ritirata sconfitto in impari confronto. Di colpo Missile parve stancarsi del suo tramestio cuoiuto e si mise a sedere di fronte a me, con la schiena appoggiata al muro, il suo muro. Sazio di quelle pallonate corpose. Il pallone lo lasciò lì, in mezzo al cortile. Quasi non gli interessasse più e intendesse abbandonarlo. Furono minuti pesanti. Sospesi. Poi mi alzai e mi accostai alla cuoiopalla. Missile mi guardava stupito. “Posso fare un tiro” dissi, ed erano le prime parole tra noi. Ancora carico di meraviglia fece un cenno d’assenso con la testa e non aveva nemmeno finito che avevo già caricato un puntalone cattivo su quel pallone di vacca sacra. La botta fu tremenda. Lo presi in faccia, e giuro che non era nelle mie intenzioni, almeno in quelle manifeste. Il poveretto andò a sbattere forte con la nuca contro il muro a cui era appoggiato e si accasciò riverso con un rivolo di sangue che gli usciva dal naso. Sbarrai gli occhi. Presi il mio pallone e mi diedi alla fuga. Arrivato a casa dovevo averci l’aria terrorizzata. Mia madre mi chiedeva con insistenza cosa avessi. “Missile è morto” dissi a un certo punto rompendo il silenzio. E dire che m’ero giurato di non confessarlo mai. Mia madre s’allarmò e mi chiese spiegazioni: “Niente, è venuto giù a giocare e a un certo punto è morto. Da solo” “Ma dov’è adesso” “Giù”. Corsa per le scale di mia madre con me al seguito. Missile era ancora lì per terra e piangeva. Segno che non era ancora completamente morto, pensai io. Questione di minuti. Mia madre lo soccorse. Non ricordo molto ma a un certo punto arrivò anche la sorella di Missile, la stessa che anni dopo ascoltavamo di nascosto mentre chiusa nella sua stanza col fidanzato faceva delle misteriose prove ginniche e di respirazione. Chiesi scusa, perché la regola della palla a Missile prevede che il vincitore chieda scusa sotto lo sguardo minaccioso della madre.

Qualche giorno fa ho portato mio figlio a vedere il cortile in cui sono cresciuto a Udine, adesso vivo a Torino ma ho ancora una casa nei boschi friulani dove torno a cercare buona acoglienza all'emozione. Non ho resistito e sono andato a leggere i campanelli. La famiglia di Missile vive ancora lì. Sul muro, certo frutto della suggestione, m’è sembrato di ritrovare le tracce di quel nostro sport. Uno di questi giorni a mio figlio gli spiego cos’è un flap che non voglio che arrivi impreparato a certe tappe della vita.

martedì 11 marzo 2014

a Pino, Ro e White






--> A Pino, Ro e White. Se v’è capitato mai di avere per le mani qualche libro mio, ce n’è uno in particolare che inizia proprio così. Anche in casa editrice, all’epoca della pubblicazione, mi chiesero chi erano i personaggi a cui dedicavo le pagine mie. Chi lavora con me ha nozione della moltitudine di incredibili atleti dell’esistenza che mi circondano e a frequentarmi c’è da farsene una ragione per non impazzire ma quella volta, di fronte a quella dedica, anche l’animo del redattore incallito si scosse. E questi adesso chi sono, da che circo sono scappati. Senza sapere che stavo solo citando l’incipit di uno scritto per me fondamentale, pagine a cui devo sicuramente la vita. Ro è una ragazza di buona famiglia che vive una vita di agi e privilegi nell’Italia degli anni Sessanta. Ha la patente e una Fiat 1100, mica la sganghera utilitaria vallettiana che possono permettersi gli italiani mentre scorrono i titoli di coda del miracolo economico. A una festa conosce Pino, uno mica tutto in bolla che fa il militare, il sottotenente per la santa precisione, in una caserma da quelle parti, ci muoviamo in area salernitana. Ro è bella, sembra un’attrice di quei film lì dell’epoca e Pino sembra proprio uscito da una pellicola americana e gira con una Dauphine bianca, continuamente inseguito da padri e fratelli di ragazze della zona e sempre in bilico su quell’istinto cresciuto nella sua infanzia di strada e quei milioni di pagine divorati la notte, nell’angolo della casa troppo stretta per tutti e con un padre che di notte era in mare. Ro vive tra Roma e Salerno, Pino vive allora in una stanzetta di una caserma sperduta di un posto che non sospettava prima. E si incontrano ancora in piazza madonnina a Battipaglia, così la chiamano anche se non si chiama così e la famiglia di Ro non è mica contenta che quei due si frequentino. Lui la porta al mare sulla Dauphine bianca e il mare lui lo conosce e se la gioca tutta. Ma l’ostacolo della famiglia resta, c’è apprensione per quel personaggio di cui non si conosce nulla e di cui niente si riesce a scoprire. E lui lo dichiara che non ha nulla da presentare se non se stesso. Fuori dagli schemi, con in tasca una antologia di poeti beat che ancora conservo e con quell’auto che è anche la sua casa possibile. A un certo punto lo minacciano e gli dicono di sparire. La notte, nella sua stanza, Pino, che ha un vizio maledetto della scrittura, prende carta e penna e mette nero su bianco il suo piano di fuga per farlo avere a Ro. L’ incipit “Pino, Ro e White”. Pino e Ro sono mio padre e mia madre e senza quel foglietto scritto di notte in una camerata di caserma mentre tutti gli altri dormivano vinti dalla fatica e da quell’odore lì che hanno i posti dove s’ammassano corpi sudati e disperati, io non ci sarei adesso. Non ci sarebbe il vizio mio di scrivere e quello di averci una macchina che è anche casa e l’abitudine di non sentirti a casa mai e di riprendere di nuovo il passo e il trucco del mare e i libri e la follia. Ah già, se non l’avete capito White era la vecchia e gloriosa Dauphine, comprata spendendo tutto quello che aveva per correre in un’Italia che si muoveva pressata in anonime scatolette tutte uguali. Noi del tutt’uguale ce ne siamo sempre fottuti. La canzone d'apertura è Borgo antico e la ritroverete nelle pagine di Ragazzi di vita, il libro che m'ha raccontato Pino da ragazzino, che lui in quelle pagine con Rancio Peloso e Primo e il rimorchiatore ci sarebbe potuto entrate tutt'un pezzo. Quella canzone lì la cantavamo in macchina d'estate durante i lunghi viaggi estivi. E la canto ancora e la canta anche mio figlio. E ridiamo.

Oggi, soprattutto oggi la dovevo raccontare questa storia. Oggi ce la dobbiamo ricordare e ci dobbiamo ricordare di Pino, di Ro e di White.











 

lunedì 3 marzo 2014

Domenica è sempre domenica







Tema: come sono uscito miracolosamente vivo dal mio finesettimana. Svolgimento. il finesettimana arriva alla fine della settimana e già che si chiama fine qualcosa dovrebbe farti presagire che non devi abbassare la guardia nel nome del meritato riposo. il venerdì io lavoro ma già la sera devo scontare il fatto che stiamo bussando alle porte del finesettimana. questa volta Dani era andato nel pomeriggio in garage e aveva tirato giù tutt'intero il motore dal "comandante diavolo" che è, come è noto a questo pubblico attento, il motorino razza ciao che sto allestendo per il viaggio che mi vedrà attraversare la penisola tutta e anche vostra solrella se avanza tempo. Sta di fatto che c'era il pavimento del mio studio, dico così pomposamente ma trattasi di stanza sganghera piena di obsoleto cartaceo fino al soffitto e dischi e giacche e chitarre e stronzate accumulate in una vita vissuta nel culto delle stronzate. una sorta di vittoriale ma se possibile ancora più idiota e in un palazzone a due passi dai cancelli di Mirafiori, la madre di tutte le fabbriche. Stimolati dalla competizione con la catena di montaggio che freme a poche centinaia di metri ci siamo dannati a ricostruire sano sano il motore del ciao e con i pezzi avanzati, lo giuro e seguiranno foto, abbiamo assemblato un secondo motore di riserva che ha una cilindrata esagerata e dai nostri calcoli dovrebbe farci superare agevolmente l'apecar dello spazzino che è un po' la nostra pietra di paragone quando parliamo di velocità. Insomma abbiamo finito a notte fonda e ho capito che la casa era un disastro quando ho visto il cane, quello a macchie bianche, tutto nero come l'altro che è già nero e quindi non puoi valutare l'impatto ambientale di quando ti porti un'officina al quinto piano di un palazzo di periferia.
il sabato siamo andati da Zichella a fare colazione e poi in giro perchè erano già le undici e visto che dani aveva un concerto con l'orchestra alle sette di sera e alle tre aveva le prove Ste ha pensato bene di restare in giro, che a quel punto non aveva senso tornare a casa. Ste è turista estrema e non smette di andare e vedere. Dani in orchestra suona il violoncello, e io che sono uno previdente gli avevo detto di scegliere triangolo come Dino Campana ma lui ha preso dalla mamma e se decide una cosa non lo smuovi. Ci siamo dunque camallata un violoncello per diverse ore nel nome del santo vagare. Una volta portato Dani alle prove abbiamo vagato ancora per librerie e botteghe del centro sotto una maledetta pioggia che pare bagnare solo me visto che Ste cammina con bella disinvoltura mentre io arranco come l'ultima riga di "centomila gavette di ghiaccio". La sera orchestra con repertorio allegrotto e carnascialesco. Quamdo vedo Dani suonare in un orchestra un repertorio classico mi commuovo e penso che nessuno lo sa che male deve fargli alle dita suonare dopo aver smontato un Ciao ma lui pare felice di questa vita che è l'unica che abbiamo. Durante il concerto, che è una cosa seria e lo capisci perchè dani è vestito con la camicia e il pantalone nero e le scarpe nere eleganti che sembra uno che lavora per Tecnocasa, c'è stato anche l'intervento agghiacciante dei piccoli cantori che sono un coro che dice che sono prestigiosi ma a noi forse ci avevano mandato le riserve. L'orchestra invece è stata favolosa e il fatto che ci suona mio figlio non mi impedisce una visione distaccata e razionale. Bravi bravi bravi. La sera pizza coi ciccioli da Pulcinella e ancora ritocchi al Ciao in nottata con verniciatura al buio di pezzi in balcone. Questa cosa della verniciatura non è stata una bella idea perchè la puzza è entrata in casa e si soffocava. Ste ha dato la colpa a me ma a dire il vero anche il cane era in balcone ed è quindi complice.
La domenica dovevamo andare a Nizza ma non sto a spiegarvi cosa e come che poi dite che scrivo lungo ma non ci siamo più andati. Ovviamente colazione da Zichella, quindi siamo andati al carnevale di Ivrea e all'inizio come tutti gli anni abbiamo dichiarato che ci saremmo tenuti fuori dalla mischia ma a breve posterò video (devo decidermi a montarlo un minimo e a ridurlo di peso) in cui si vede che bella famigliola selvaggia siamo e stiamo sotto al carro a tirare arance e a riceverne il giusto. Ringrazio la signorina che si è presa un'arancia in pieno volto facendomi da scudo umano mentre filmavo da vicinissimo, unico a filmare sotto sotto perchè in me alberga lo spirito di Robert Capa e di Pappagone tutt'insieme. La signorina non la conosco ma immagino che anche sua mamma abbia difficolta a riconoscerla ora. Il carnevale di Ivrea è palestra blackbloc formidabile e sarebbero da gemellare con i valsusini che almeno una volta possono sorridere della loro forza disperata. A sera siamo arrivati a casa distrutti ma non ci siamo fatti mancare un piatto di paccheri col raù perchè domenica è sempre domenica.




venerdì 28 febbraio 2014

Di me, del tempo e di Luciano Bianciardi









ho quarantotto anni. ci penso a volte, che fra venti sarò un vecchio e non sarà una nozione meramente morale, un'attitudine al pensiero canuto ma piuttosto la misura fisica dell'impaccio, della fatica d'essere e di camminare, una misura di quel fiato che manca e che serbi con parsimonia al futuro prossimo che a quell'altro di futuro non c'è più da pensare. non sono mica tanti vent'anni e allora chiudo gli occhi e penso cosa ho fatto nei miei primi vent'anni e dopo e ancora e le frazioni e i bisesti da contare col dubbio del baro al tavolo della tua mano di tempo. fra vent'anni sarò un vecchio, un vecchio abbastanza, e mio figlio sarà quasi me adesso e si porterà nel mondo pezzi miei, che siamo da generazioni razza vagante. fra vent'anni farò ancora l'amore ma forse non sarà quella disputa coi sensi che mi fotte tutti i giorni ora e prima, che i segni di quello scorrere impietoso del tempo non si palesano ancora sulle mie voglie e non sono di quelli che vanno tutti i giorni a correre al parco che ho da ballare piuttosto tra le lenzuola. ma chi può sapere tra vent'anni. non è una cosa che mi preoccupa, ci penso con curiosità e quasi con la certezza che altri venti non ho nemmeno da farli tutti interi per quello che mi resta e per quello che ho speso. fra vent'anni certo non sarò diventato più ricco, non son buono d'essere ricco e se lo fossi spenderei fino alla povertà. fra vent'anni guarderò alla mia vita come a una sfacciata fortuna, perchè è così che la guardo ora, vada come vada. fra vent'anni sarò morto o a un passo dal crepare e altri cento ne vorrei di anni, magari solo per poter camminare in confidenza con la risacca e sulla sabbia con accanto chi dico io. poi penso che quando è morto Bianciardi era già stato tutto e niente dentro un corpo solo e aveva la mia età adesso. mi sto regalando l'inutilità di altri vent'anni di questo passo.




lunedì 17 febbraio 2014

Shine on me











disguidi metropolitani. sto camminando verso il parco con il cane. sono completamente svuotato dall'ultima sessione davanti al computer e tra i fogli, per una di quelle cose di mestiere, che cerco di smazzarmi il finesettimana incastrando parole e immagini e pagine e file e chiavette e zippature e te l'ho mandato e non l'ho ricevuto e revisioni e maledizioni e sonno perduto e musica per respirare. Già, il mio mestiere, questo arranco editoriale bianciardiano che mi tiene in vita e mi ucciderà con immutata grazia alla fine. ma ora è notte e mi scrollo i copia e gli incolla dalla punta delle dita e i mela qualcosa, ricordandomi mentre cammino che l'ultima volta che ho mangiato era venerdi a pranzo e ora è sabato ed è notte e nemmeno uno straccio di kebab a portata di passo. respiro però e il cane mi guida come faceva un tempo con le pecore, che tra lui e me c'è comunanza per mestiere di vivere a volte e senza metafora. sono nel controviale che conosco a memoria come conosco a memoria tutte le strade sotto tutte le case che ho riempito in questi anni del niente disordinato che mi camallo da un trasloco all'altro, con la disinvoltura di un assassino seriale di memoria. Non passa nessuno nel viale e ce la camminiamo in punta di notte e il cane, tre passi avanti, ogni tanto si volta a vedere se sono ancora vivo, che le chiavi di casa ce le ho io e non si sa mai. Poi arriva questo con la sua macchina troppo coupè, troppo nuova, troppo giusta, troppo tedesca. Frena davanti al semaforo che è in turno di riposo e respira del sonno che sanno prendersi quegli aggeggi lì quando emettono con regolarità una luce gialla pulsante, che è presa di distanza da ogni responsabilità eventuale, che ti dice fai come cazzo vuoi che è notte ma poi non venirmi a cercare. Questo frena la sua macchina di lusso e scende sul bordo dell'incrocio. Avrà la mia età ma governa uno sproposito di cavalli mentre io ho un cane che potete anche chiamare Libero se volete e ho le dita che ancora grondano resti di parole. Scende e barcolla e è male in arnese e troppi ne vedo di questi che vengono a raccattare un pizzico di bonza dai senegal all'angolo per sentirsi vivi e per giustificare il guizzo della cravatta allentata e della risata e della faccia degna di un quadro di Kokoschka. Quel pittore lì ho sempre pensato che sarebbe stato perfettissimo per illustrare "Il tamburo di latta" fosse stato mai illustrato. come Lada per Sveick, la morte sua. E pure la morte di questo qui che è sceso dalla Porsche, che vigliacco se la propunci con la "e" finale che le spetterebbe. Barcolla e sta male. Arriva davanti all'auto si volta e vomita di getto. Sul cofano. Solo sul cofano. Mi guarda senza vedermi. Il cane s'è fermato e punta come quando c'è un conto in sospeso. L'altro risale in macchina pulendosi le labbra gonfie e bluastre con la manica della giacca. Ha i bottoni dorati. Riparte sgommando. Senza lasciare traccia perchè è così che si muove l'organismo complesso di questa città terminale. Il parco è lì a due passi e noi si riprende a vagare in punta di notte.





mercoledì 12 febbraio 2014

Bau Bau Freak Antoni














io son di quella razza lì che quando gli skiantos iniziavano a cantare già li sapevo e giravano i 45 giri e tutti ciondolavamo la notte ululando alla voglia di quell'età lì che ci piacevano le sbarbine. io son di quella razza che per ogni lampeggio azzurro che sciabolava nei vicoli magari attaccava a correre ma dentro gli partiva il karabigniere blues. io son di quella razza che al liceo saliva in piedi sulla cattedra e recitava i versi dedicati a buba loris e poi m'hanno bocciato. io son di quella razza che siamo rimasti quei ragazzi semplici che eravamo e il successo non ci ha cambiato. io son di quella razza che ci siamo fatti da soli. molti hanno anche salutato educatamente prima di andarsene. io son di quella razza che leggeva frigidaire e dentro le storie di paz c'era quella broda di freak. io son di quella razza che scriveva pure su frigidaire perchè al peggio non c'è mai fine e la razza mia lo sa bene. io son di quella razza che un'estate a sinalunga mentre mi stavano rubando un pezzo di vita che io i lucchetti non li metto mai tanto perdo le chiavi, sono andato al campo sportivo e c'era una festa di paese, di quel paese dove ci vivevo io e c'è nata rosi bindi e ci stanno asserragliati gli eredi ultimi del duce, e c'era un palco della musica da ballo che pompava sulla folla e un altro palco piccolo e sopra si agitava uno coi pantaloni mimentici larghissimi e dietro io l'ho riconosciuto che c'era il bestiale dandy bestia e erano loro al completo e hanno fatto un concerto per sei persone e poi abbiamo bevuto e ci siamo abbracciati per scambiarci il niente e ci siamo rullati di cartoni. io son di quella razza che ha i suoi libri di quello lì conservati dalla prima edizione. io son di quella razza che gli ha voluto bene sul serio. giù il cappello che se n'è andato Freak Antoni. bau bau baby.




domenica 2 febbraio 2014

Moto d'animo



eddai. come le altre volte. fai partire la canzone qui sotto e poi inizia a leggere.






Ho visto cose che voi umani non  riuscireste a immaginare, perché sono il vostro quotidiano, i vostri passi che credete sempre diversi e invece premono, alla stessa ora e con la stessa millimetrica forza, le solite piastrelle e i soliti vialetti e le solite scale. Ho visto cose che farebbero tremare i polsi ai più arditi ma che solo la distrazione cela allo sguardo. Ho visto cose che pochi possono guardare con i miei stessi occhi strabici, che mi consentono d’essere attento a due scene, in due direzioni contemporaneamente. Sempre con grande danno per l’esperienza e per il cervello.

Corso Vittorio al sole, nell’ora di punta dell’uscita dagli uffici e dalla noia. Per correre come furetti furenti verso quell’altra noia catodica e i piatti caldi come questa estate che porta sole e gente ai murazzi la sera. Sono le sei ma siamo nelle giornate più lunghe dell’anno o forse la mia memoria infallibile vacilla e sono solo le quattro ed è maggio o luglio o settembre nero. Arrivo all’incrocio col lembo ultimo del Valentino e poi davanti ho di nuovo il Po a marcia invertita che è più un rito di passaggio che un luogo in questa capitale sabauda cloppetettante sui tacchetti amplificati ad arte. Il Po passa schiumando tra i piloni di cemento, sempre nella direzione opposta alla mia sensazione. Da piccolo passavo i ponti e vedevo la distesa d’acqua, compatta e a specchio, senza indizi che svelassero il senso della corrente. O forse c’erano e non li sapevo decifrare. Adesso attraverso con la moto, attento come posso al traffico che marca a uomo, a cofano, a paraurti. Ho solo un attimo per guardare l’acqua e ogni volta mi meraviglio. Il Po a piazza Vittorio marcia contromano da un pezzo e la gente non se ne accorge. Mille anni prima di ora, non ricordo in quale carne io mi celassi ma c’ero, venivo in riva a quest’acqua che correva come dio consiglia, da piazza Vittorio a corso Vittorio, che allora si chiamavano con altro nome e migliore fantasia.
Ma stavolta è successo qualcosa. Si è sfasciato un tubo, una condotta, un qualcosa che pompa acqua nelle vene della metropoli e lo slargo è riempito da mezzo metro d’acqua furibonda. Un paralitico se ne rimane in mezzo al gorgo con le ruote affondate nel pantano e tutti sono sgomenti e quei vigili, chili di cerebro rubati dal barattolo dell’AB qualcosa, dirottano il traffico in un vialetto del parco che è strada chiusa e non sembra che si siano accorti del tipo che stringe le dita sulle ruote della carrozzella, i denti contro i denti e cerca di scampare al diluvio che tutti ci punisce ma lui lo fotte proprio. Dio è giusto. Giusto un po’. Sono in rara tenuta giacca e cravatta, capita con la cadenza delle eclissi totali o quando cambio lavoro. Per la santa precisione in questi ultii quindici anni m'è capitato questa volta qui e un'altra volta che con il Boia ci siamo ficcati in una storia che va bene da raccontare la sera al bar tra amici ma che rendere pubblica è azzardato. Insomma sospetto che a me la giacca e la cravatta non portino grande fortuna anche se quella volta con il Boia ci hanno cavato fuori dai casini. Ma torniamo alla porzione di città allagata. Me ne rimango seduto sulla mia Guzzi, che in questa sede eviterò di celebrare con enfasi ma che è evidentemente un parto della volontà divina cui l’uomo ha aggiunto la vernice e i filetti dorati tirati a mano. Il bicilindrico, badate bene che mi sono risparmiato di dire il mitico che di questa parola c’è manifesto e prolungato abuso, borbotta e tossicchia davanti a quell’acqua che sembra un modellino in scala delle tragedie di Po, delle acque invasate che invadono. Qui poi c’è pure puzza di merda. Mi affianca uno con un’Honda customizzata che mi guarda. Soprattutto la cravatta guarda questo qui e piega di rinforzo la faccia a ghigno. Ha un casco plasticoso e mimetico. Un pupazzo come ne girano tanti nel percorso garage bar. Quando viaggi per il mondo questi non li incontri mai. Memore dei guadi con Jeio, roba da dogma assoluto e fede incrollabile nella tecnica meccanica mandelliana, non degno di sguardo e dico vado. La prima strappa, anzi è la frizione che strappa mentre la prima entra con quel vezzo di certe volte di farsi sentire da tutto l’isolato. E muovo tutto quel peso tronfio, quell’eccesso di trippa ferrosa e affondo con le ruote e non mollo il gas per non succhiare acqua con gli scarichi e sfioro il paralitico che mi guarda speranzoso e lo supero che ho la moto mica il pattìno del bagnino e raggiungo l’asciutto e vado oltre. Nello specchietto, per tutto il tempo, mi è rimasto quello con l’Honda, a seguirmi fiducioso. Poi scivola e cade e è solo un'assenza nello specchietto per quello che mi riguarda. La città, questa città, è una giungla e ci sono pure le sabbie mobili.