domenica 22 marzo 2020

Di passaggio





Nel 1987 tutta la mia famiglia se n’è andata da Udine, Mio padre è stato trasferito prima a Perugia e poi a Roma, a finire la carriera militare spiaggiato, come si usa in quel mestiere lì delle armi, in qualche corridoio del ministero. I giorni del trasloco sono stati un frenetico imballare e impilare e impacchettare e pennarelloni per scrivere sulle scatole. Tutto quel tira e molla del trasloco. Io e mio fratello, nel fiore di quella demenza che non ci avrebbe mai abbandonato, ci immaginavamo le facce dei traslocatori quando avrebbero letto “testa impagliata della nonna” o “peli, unghie, tazze della colazione”. In quei giorni lì abbiamo buttato tutti i giocattoli di quando eravamo piccoli varcando la soglia verso l’età adulta come in un rito di passaggio di qualche tribù africana. Buttammo i soldatini Atlantic, che erano una sorta di Lilliput della vita lavorativa di nostro padre e da bambino pensavo mi fossero assegnati d’ufficio dal Ministero dei Beni ludici e che i figli dei fruttivendoli giocassero con dei fruttivendolini e i figli dei medici con dei medicini. Furono eliminati anche i Big Jim, quegli ometti di silicone che dovevano essere la variante maschia della Barbie e  avevano un tasto sulla schiena che gli provocava un su e giù del braccio che avrebbe dovuto essere un colpo di karate, ma che più probabilmente era stato la nostra palestra didattica verso l’atavico gesto onanistico. Un natale me lo avevano regalato anche a me lo sportivissimo Big Jim, nella versione base, ovvero, un triste tarchiatello anabolizzato in mutande, senza accessori e vestiti e mezzi di trasporto. Nelle pubblicità su Topolino questo personaggio era un’arma potentissima di americanizzazione delle giovani menti europee. Vestiva con camicie a scacchi e ampi cappelli da cowboy e aveva sempre un fucile o un pistolone in mano e elicotteri, barche, camper, rifugi atomici e catene di fast food. Lontanissimo dalla nostra realtà. Era difficile pensarlo alle prese con un Garelli tre marce e una rosetta con il salame ungherese. Come quando ti serve una foto per illustrare una famiglia italiana a pranzo e l’agenzia ti manda dei sanissimi californiani che pasteggiano mangiando tacchino ai mirtilli bevendo latte. Tu lo sai che quella foto non è plaiusibile ma è come se riconoscessi in quei gesti che non ti appartengono il segreto della loro potenza mondiale. Siamo culturalmente sudditi del mondo di Big Jim. E i vestiti del muscoloso bambolotto erano carissimi e il mio si dovette adattare a certi pantaloni di velluto a coste, cuciti da mia nonna utilizzando indumenti frusti miei. Praticamente il mio Big Jim era inabile a qualsiasi movimento, ingessato in pesantissimo pantaloni stretti alla vita da un pezzo di elastico di mutanda che su di lui facevano un tragico effetto cinto d’ernia. Quando andavo in cortile a giocare con gli altri il mio Big Jim, con i pantaloni di velluto a coste grossissime e l’elasticone alla vita e una canotta ricavata dal tulle di una bomboniera azzurra sembrava uscito da una rivista per soli uomini che gli piacciono gli altri uomini. Una sorta di grottesca replica di un set di  Robert Mapperthorpe in scala. Senza contare che mia nonna aveva scarsa dimestichezza con la lavorazione dei pellami, per cui il mio amico di silicone e velluto a coste girava a piedi nudi. Il fucile lo aveva ricavato mio padre da uno stecchino del ghiacciolo di legno. Lo aveva sagomato ed era venuto anche bene, che mio padre passava l’estate a intagliare pugnali e kriss malesi per me e i miei amici e il suo era anche un talento. Sta di fatto che quando arrivavo dai miei amici con il mio Big Jim conciato in quel modo finiva sempre che dovevo fare a botte per difendere l’onore mio e del mio bambolocchio estroso. Fino a quando tornò mio zio da un viaggio a New York e mi portò in regalo la versione americana di quel gioco lì, che avevo abboffato la uallera a tutta la mia famiglia con la storia che ero un appassionato di quei personaggi avventurosi. Il postino un giorno mi recapitò una grossa scatola e lo zio poi confessò di averla rubata rischiando la sedia elettrica perché in America se ti beccano a rubare in un negozio di giocattoli è un attimo e ti friggono. Dentro c’era un capo indiano che quanto a altezza e muscoli gli dava la pastina a Big Jim che, sia detto per inciso, era il solito complessato bassotto che si bombava di sostanze per darsi un tono, ma era pure più tappo di quello sfigato di Ken, il fidanzato ufficiale di Barbie. Insomma il mio capo indiano era un colosso come quello che volava sul nido del cuculo e parimenti forte. Aveva un set pieno di accessori, ricostruzione fedelissima di tutto l’armamentario di un vero capo Cherokee. Sembrava che più che un giocattolo quel set fosse una sala dello Smithsonian Museum a cui avevano collaborato antropologi, storici e John Wayne in persona. Sta di fatto che ogni volta che scendevo in cortile con il mio gigante con le trecce sentivo il peso di essere diverso. Tutti prendevano in giro il mio pupazzo piumato e nulla valeva spiegare cos'era un wampum o come si accendeva un kalumet. Alla fine andò in fondo a un baule e perse le mani in qualche zuffa con i soldatini in quel mondo di plastica dei miei giochi che sarebbe piaciuto a Lemuel Gulliver. Poi venne il trasloco e il Big Jim nel suo sudario di velluto a coste e il capo indiano con le mani mozze, come un Guevara della rivoluzione dei giocattoli, e i soldatini e le biglie finirono nei bidoni della spazzatura. A dire il vero non me ne resi conto, credo che mio padre si occupò di sopprimere l’ombra dei miei passi di bambino senza dirmi niente. E così tutta la famiglia è partita e io sono rimasto solo a Udine e ho trovato un cane nero, il primo di quella razza nera e spettinata che ha fatto la guardia all’ombra dei passi da uomo.




sabato 8 giugno 2019

ESSERE OBIETTIVI




Giorgio Olmoti, Frascati, Giugno 2019



Per alcuni anni della mia vita ho catalogato beni culturali. Giravo per la penisola e scattavo centinaia di foto e compilavo schede. Prevalentemente il mio lavoro era la documentazione fotografica da affiancare alle schede di altri ma la straccia laurea che mi porto addosso e i corsi successivi mi abilitavano anche alla gestione della scheda ministeriale e non mi sono fatto mancare niente. Da solo o con i miei soci di allora, mi alzavo la mattina, caricavo la macchina con i valigioni pieni di obiettivi e pellicole e corpi macchina e cavalletti e lampade e stativi e filtri e pannelli riflettenti e cavi e prolunghe e ponteggi e tra battelli e panini e bibite. Piovesse o ci fosse il sole si partiva. Le norme ministeriali parlavano chiaro. Ogni scheda di un oggetto degno di menzione in seno al catalogo dei beni storico artistici, e già qui c’erano ampi margini di manovra e fantasia da impegnare, pretendeva le coordinate croniche e topiche, la descrizione e una stampa in bianco e nero grande, i provini a contatto e il negativo. Con le campagne di catalogazione ci ha campato per anni un’intera generazione di laureati in storia dell’arte, architettura e affini. A proposito del fatto che non mi sono fatto mancare niente io seguivo come fotografo anche le campagne di catalogazione di antropologi e assimilati, compilatori entusiasti delle formidabili schede FK e qualcosa concepite per la catalogazione dei beni demo-etnoantropologici. Quella parte del lavoro era davvero incredibile. Giravo le campagne a fotografare utensili da lavoro, pentole, qualche raro strumento musicale e ancora mi ricordo i tipici campanacci documentati in Carnia con la scritta all’interno “made in France” o la lunga teoria di zappe del Mugello che ha occupato più di una delle mie giornate. Ho lavorato prevalentemente nel Triveneto e in Toscana, ma m’è capitato di muovermi anche in altre zone, sempre carico all’inverosimile di tutta quella ferraglia che ogni giorno mi camallavo tra chiese, musei, case perdute e vicoli e scavi e catacombe per fare ancora la magia del fotografo. Già, quando arrivavamo nei paesini, nelle pievi di campagna, nei conventi sperduti d’appennino, era come mi immagino dovesse essere l’arrivo dei musici e dei saltimbanchi in epoca medievale. La gente veniva a vedere attratta dai mila watt delle nostre Janiro aggrappate ai barracuda Manfrotto. Una suggestione in bilico sull’idea che tutti si portavano addosso del racconto del cinema e della televisione visto dalla parte del narratore. Ti facevano le domande, ti si sedevano vicini in trattoria e ti trattavano come uno importante e ti offrivano un bicchiere, due bicchieri e tu bevevi e pensavi che dopo saresti rimasto quattro ore in bilico sui ponteggi a decine di metri da terra e speravi nella buona sorte. Poi c’erano i giorni in città e la gente e il traffico e scaricare e spiegare al vigile. Scoprivi presto che tutto s’aggiustava se dicevi “lavoriamo per il ministero”, e bada che noi si lavorava per ditte o enti che appaltavano da altre ditte più grosse che a loro volte redistribuivano lotti di lavoro ciclopici assegnati da ‘sto lontanissimo ministero, sorta di galassia centrale che a noi pianeti ai lembi dello spazio conosciuto era dato solo intuire. Ora in qualche corridoio delle segrete ministeriali giacciono migliaia di scatti miei, che si portano addosso il freddo di tutti quegli inverni che ho passato chiuso nelle chiese e nelle cripte e nelle tombe a fotografare e misurare. Il freddo, quello non smetto di ricordarlo, che a volte ci abbracciavamo alle lampade roventi per riprendere l’uso delle dita. E dicevamo delle città. Lì le cose cambiavano, non era più il paese con l’oste che era anche guardiano della pieve e ti apriva certi catenacci rugginosi e un po’ ti guardava sospettoso un po’ gli scappava, e quante volte è successo, di chiederti se la domenica che si sposava la figlia si poteva scattare due foto così in amicizia. A Firenze fotografavo in Santa Croce coi turisti che arrivati in prossimità del mio cavalletto e dei miei stativi smettevano di parlare e camminavano in punta di piedi, a rischio di sovraesporre col rumore le mie delicate pellicole. Un mondo recente, roba che ha meno di vent’anni da misurare sul ricordo e che pure è stato spazzato via. Come un mucchio di cose di questi tempi. Un mucchio di cose che sento mie. Nel silenzio spazzate via. Pagine, pellicole, vinili, e voci che spariscono dalle cornette dei telefoni e facce che di colpo smettono di dividere i giorni con te e se ne vanno senza parole e senza saluti e se ce ne fosse la possibilità di dirsi qualcosa resterebbe l’imbarazzo di chi rimane. Quasi una colpa mentre il tuo mondo muore e tu resisti perché hai imparato a resistere e sei fottutamente coriaceo e di morire non se ne parla nemmeno da morti. E a sopravvivere ero già bravo allora e mi sono trovato a mangiare con gente che non ho mai più rivisto e ho sorriso a femmine di passaggio con la distanza incolmabile tra noi che l’esposimetro Gossen mi confermava. Del resto l’esposimetro fornisce molte più informazioni di quello che si crede ed è un potente generatore di stati d’animo, da uno stop all’altro.. Ho dormito in auto e case che non saprei descrivere perché ci arrivavo al buio e me ne andavo all’alba. Ho comprato formaggi da pastori che mai più saprò ritrovare. Una volta a Sansepolcro, mentre lavoravo su Piero della Francesca e affini, ho mollato le attrezzature all’albergo del Cavaliere che era il nostro personale angolo delle meraviglie e che aveva nell’enorme titolare, giocoliere di piatti e sapori, la figura di riferimento e sono partito. Con la moto mi sono ficcato nelle curve d’appennino per stare con Ste una notte e ho messo una ricotta comprata lì per lì nel bauletto. Ancora calda. Quando sono arrivato, complice la maledetta vibra del monocilindrico della mia Yamaha XT Tenerè sempre sia lodata, la ricotta aveva invaso il bauletto e era montata a neve aumentando di sei volte il suo volume originario. Ste ha sentito la moto planare nel giardino, allora vivevamo a Sinalunga, s’è affacciata ridendo della mia follia, che è un po’ un marchio di fabbrica che mi porto addosso da sempre, e io fiero di me ho spalancato il bauletto. La ricotta è esplosa in giro e ho guardato Ste con l’aria stupita di chi ha inventato la bomba atomica mischiando detersivo per i piatti e marmellata.
Tornando alla catalogazione dei beni culturali. Musei e chiese delle contrade senesi, pievi sul carso triestino, ossari veneziani con la puzza di umido a tagliarti la gola, le location del mio campare erano sempre variabili e imprevedibili e mi arrampicavo su ponteggi montati con i pezzi del meccano e una volta ho visto precipitare la mia Pentax seisette da una trentina di metri e polverizzarsi sulla nuda roccia. Sono stato perseguitato da preti resi pazzi dall’astinenza, che mi facevano discorsi deliranti, ho fatto amicizia con incredibili frati di montagna che avevano le api e raccoglievano i funghi. Dalle parti di Montalcino ho conosciuto un prete cacciatore che aveva distrutto un maggiolino, la Volkswagen mica l’insetto, per investire di proposito i cinghiali che nella notte aveva trovato sulla sua strada. Ci rimasi a cena e mi diede la grappa fatta da lui e mi mostrò le cantine e il congelatore con i lacerti di cinghiale tutti ordinati che nemmeno nella più efficiente delle morgue. In una piccolissima pieve senesem a non vi dico quale, ho ritrovato in una madia la testa mummificata di una monaca, con la pelle rossa come lo sciroppo di amarene e quattro denti che sporgevano, ficcata in un reliquiario con le vetrinette polverose. Un reperto da film dell’orrore, lontano dalle altre migliaia di reliquie: Mi sono immaginato che la monaca, forse in odore di miracoli e guarigioni, forse strega o chissà cosa, morta sul letto era oggetto dell’attenzione di un segaccio o di una mannaia che s’occupava del suo collo così da poterla tramandare fino a me nella migliore tradizione dei daiaki del Borneo di memoria salgariana.
Ho interagito con catalogatrici che già respiravano il lezzo del precariato a oltranza e s’aggiravano per le navate e le sagrestie come bestie ferite. La mia non era una situazione migliore ma io vivo sempre le cose per quello che di curioso sanno offrire. Mi sono misurato sul senso del bene, del male e del peccato per vincere la solitudine di quelle giornate di fottuto freddo chiuso nei luoghi sacri. Ne ho tratto debite conclusioni. Sospeso sulle impalcature ho visto una donna ben vestita rubare le elemosine e se sai che effetto fa una lampada da mille che si surriscalda e ti esplode in faccia già lo immagini che anche la mia condotta e le mie invocazioni non hanno potuto tenere in debito conto i luoghi in cui mi trovavo. Un giorno, sul Trasimeno, la macchina, ah già era una incredibile Renault Fuego nera duemila a gas, m’ha lasciato. Il meccanico che è venuto a ridarle vita ha visto le attrezzature e mi ha chiesto se facevo il cinema “No, faccio le foto” “Che fai, le foto porno?””No, fotografo i monumenti e le chiese””Per fortuna, se facevi le foto porno a forza di vedere la cicalina spalancata ti veniva magari a noia, ma se ti vengono a noia le statue che te ne frega”. Aveva potentemente riassunto il senso della mia vita.
Obiettivi decentrabili, scatti flessibili e rullini da caricare nei magazzini e fissaggio e tank e pentaprisma. Tutte parole lavate via da questa pioggia che mi mangia a bocconi voraci i giorni, il tempo e l’esperienza. E in bocca il gusto al mentolo dei rullini Ilford medio formato, che quando li avvolgevi dovevi fissarli con la linguetta adesiva come un francobollo e s’erano pensati quel gusto acidulo per far sorridere. Mi sono inventato altri mille mestieri, che quella stagione lì m’è morta mentre la tenevo stretta al petto come il più amato dei miei cani. Uno dei miei compagni di allora, mille se ne sono andati e qualcuno è riuscito a farmi pure schifo ma è nella regola, lo conservo come un fratello particolare e il suo nome se lo porta addosso mio figlio. Poi sono arrivate le macchine digitali e ho continuato a misurare la mia vita sul ritmo dei tempi e diaframmi ma erano più spesso le foto d’altri a occupare il mio tempo. Già, il tempo e la verità che pare occupino il senso compiuto delle fotografie e io non ci ho mai creduto. Nelle foto la verità non esiste. Ma avremo modo di parlarne. Intanto quella stagione è passata. In un altro maledetto sudario di silenzio. Tutto si trasforma ma non sempre ci riguarda davvero. Ma in fondo non è così importante. Almeno immagino non lo sia per gli altri. E questo vi può bastare.








mercoledì 1 maggio 2019

LABOR





Buon primo maggio a quelli che il lavoro è un diritto ma è un pezzo che mi va tutto storto. Buon primo maggio a quelli che sono a tempo indetermimìnato fino a quando il responsabile delle risorse umane ti convoca e ha il buon gusto di non indossare la divisa regolamentare del kapo e ti dice che tu non lo sapevi ma ti sei stufato di fare quel lavoro e vuoi cambiare e l'azienda è in attivo ma non dipende da noi è la sede centrale che ce lo chiede, come nel peggiore dei romanzi di Asimov e tu hai un affitto da pagare e cinquant'anni e una famiglia da mantenere e hai lavorato lì vent'anni e la notte da lì a sempre non dormirai più. Buon primo maggio alle partite iva che se son partite ci sarà un motivo e noi lì ad aspettare un ritorno che al confronto Godot era Lassie. Buon primo maggio a quelli degli uffici preposti. Buon primo maggio a quelli che di lavoro aiutano gli altri a trovare lavoro e svegliandosi la mattina e pagandosi il caffè al bar sono già in attivo con la coscienza. Buon primo maggio a quelli che dice che hanno tirato le pietre e hanno fatto le barricate e ora portano ancora la barba lunga ma lavorano per una multinazionale e fingono di non capire e acchiappano tutto quello che possono. Buon primo maggio a quelli che dice che ci rubano il lavoro e fanno i figli e ci cancellano la razza e poi vai a guardare e più son convinti di 'ste minchiate più è probabile che non abbiano figli e non lavorino da un pezzo sul serio. Buon primo maggio a quelli che insegnano a scuola mica perché era quello che volevano fare ma solo perché era quello che c'era e non sanno un cazzo, non vogliono sapere un cazzo, si trascinano dall'aula insegnanti alla tonnara didattica e stanno lì a aspettare la morte e basta aggrappati al programma ministeriale, insensibili alle lusinghe della conoscenza, inabili al racconto e anche solo alla parola, lontanissimi dalla pratica minima tecnologica, contatori di mesi alla pensione e di scatti e ferie e supplenze ma vincitori di concorso., sulla pelle dei ragazzi. Buon primo maggio a quelli che Lolli gliele ha cantate e per non restare a fare i pastori ora fanno i cani da guardia. Buon primo maggio a quelli che sono politici in carriera e fingono di averci un'idea, una qualsiasi, non necessariamente sempre la stessa e si danno incarichi tra loro e si fingono imprenditori e mecenati e illuminati e campano di esercizi di potere costruiti secondo gerarchie complesse che passano dal caffè al bar alla carica ministeriale, generando a catena altri mostri in coda, come loro, figli loro e dei loro sodali, peggio di loro, che nemmeno nella peggiore delle apocalissi dei morti viventi. Buon primo maggio ai camerieri che la mancia gliela tolgono dalla retribuzione. Buon primo maggio ai fogli di dimissione firmati in bianco. Buon primo maggio a quelli che da un call center in Albania rompono i coglioni per otto ore alla gente che li manda a fare in culo al telefono e quello è il loro lavoro e sono certo che a fine giornata la fatica pesa pari alla vergogna ma c'è la spesa da pagare. Buon primo maggio a tutte quelle parole di merda per dare distanza al dolore e dire esodati, a progetto, stagista, cooperativa di servizi. Buon primo maggio a quelli che picchiano i vecchi nelle case di cura per lavoro. Buon primo maggio agli artisti che non fanno un cazzo e si lamentano sempre, qualcuno ogni tanto si ammazza ma è tutta scena. Buon primo maggio a quelli che il lavoro rende liberi e a quelli che il tempo oltre il lavoro lo dicono libero, non fateli mai incontrare. Buon primo maggio ai lavori socialmente utili che non servono a niente per definizione in un mondo socialmente inesistente. Buon primo maggio a me che sono il peggiore di tutti perché il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro.



martedì 16 aprile 2019

Ho un progetto





Scrivere un progetto non è lavorare, nel senso che è una sorta di preliminare, un rito iniziatico prima di essere ammesso alla fatica. Tutta la vita a proporre progetti, a farmi finanziare progetti, a progettare progetti progettabili. Chiuso in casa lavoro da tutta la mattina a un progetto. Spesso sono concordati questi progetti, ci si dice stendiamo un progetto, che è un po' come fare il bucato delle idee. A volte però il maledetto progetto è una cosa d'azzardo, che ti viene in mente la notte e pensi che è un'idea imperdibile e irrinunciabile. Non dormi più, perchè tra i progettanti c'è la credenza che se chiudi gli occhi e ti riaddormenti dimentichi tutto quel bel fortino concettuale che ti eri costruito nella notte e che ti convinceva, lo sa dio quanto ti convinceva. Quando fai progetti così, senza un concreto committente, ti senti un po' perduto nel mar del niente e devi averci una fiducia smisurata nelle tue possibilità e alcune bollette in scadenza. Sta di fatto che questo progetto di oggi è davvero bello, mi convince già dal titolo. Però non vengo meno ai miei obblighi di squadra e a metà mattina sono sceso al supermercato e ho comprato quello che serve per allestire un pranzetto a Dani che torna da scuola. Dovevo essere travolto da questa idea del progetto, una sorta di cantiere della Sagrada Familia sempre attivo, che prendeva quota e impalcature nella mia anima da geometra improbabile. Ho fattola spesa immaginando sei pietanze diverse da cucinare e prendendo a casaccio gli ingredienti di alcune. Arrivato a casa ho realizzato che avevo ingombrato il tavolo di cose spesso fresche e deperibili e che tra due giorni partiamo tutti e vai a capire quando torniamo. A quel punto mi sono rimboccato le maniche e son partito sparato con le pentole e ho deciso di fare una lasagna incredibile con il ragù di salsiccia e la provola e poi hamburger con bacon e toma e di contorno cuori di carciofi saltati con la 'nduja. Ste è a Pesaro, almeno credo di aver capito che sia lì a lavorare, e io ho sulle spalle l'onere di essere padre ma anche madre. Cucino con un sorriso fisso che è più un sospetto di paresi. Intanto guardo un film d'amore al computer messo lì sul tavolo della cucina e i cani predano le chilate di cibo che mi cadono in terra mentre procedo spedito verso il pranzo per il mio ragazzo che tornerà stanco dalla fatica scolastica. Ore ai fornelli, vapore che invade la casa, sugo anche nel cassetto della biancheria in camera da letto e non capisco come. Si avvicina il bot, l'una per i non nordestini. Squilla il telefono. Mio figlio mi sta annunciando il suo ritorno. Rispondo cercando di contenere l'entusiasmo per non rovinare la sorpresa di quel pranzo meraviglioso che lo attende. Sono andato a comprare anche le cassatine al forno siciliano. Ci sono andato in bici e quasi mi uccide un tram. La voce di mio figlio e calorosamente accogliente e confidenziale. Anni di addestramento fanno la loro parte. Sto in guardia. Sta per dirmi qualcosa che potrebbe non piacermi. "Giò, io resto a pranzo in centro con gli amici... è un problema?" "Figurati... Tutto bene..." "Tutto benissimo... tu?" "...Progetto... " "Ah, ok, dai ci sentiamo dopo così ti dico cosa faccio" 
"... 'getto..." "Cià, se vai al parco con i cani tranqui, ho le chiavi" "pranzo... progetto... vabbè... non importa... non sto piangendo". Resto seduto sulla sedia della cucina e dentro una voce intona prepotente un inspiegabile "sono una donna non sono una santa...". Stasera chiamerà Ste e mi chiederà come sempre "Che hai fatto?" "Niente, niente, un progetto". Ah già, a pensarci il progetto era una cazzata tremenda. Lascio tutto nel forno per stasera e vado in strada. Mi prenderò un gelato e camminerò facendo come se fosse normale.


lunedì 8 aprile 2019

BLACK OUT











Ultimo spot.
Cassetta smagnetizzata e voce tremula
“...fermati, dove corri così in fretta...”
Il pezzo d’apertura è già puntato sull’altra piastra.
“...troverai un ambiente accogliente e rilassante...”
Ancora uno sguardo alla scaletta, preparata due ore prima, sicuro che anche questa volta non verrà rispettata.
Sempre la solita musichetta, sono ormai troppi anni, a chiudere lo spazio pubblicità.
Piccola pausa, pochi secondi per differenziare la sua voce da pizzerie e fabbriche di materassi.
L’orologione bianco, rassicuranti lancette trafittrici di cristalli liquidi e giapani, gli fa segno di partire
“Radio Etere presenta.”
Attacco di Downbound Train a volume sparato.
Sfuma.
“Babel.”
Risale.
Sfuma.
“Programma di musica, prosa e poesia.”
Risale e si attesta su un volume corposo.
I leds danzano dal basso verso l’alto. Un’occhiata ai livelli e via, a puntare il prossimo pezzo.
Le cuffie gli spaccano i timpani con il preascolto a volume stellare. Quando gli parlano spesso Milo non capisce ed è un mistero se è perché e più scemo o più sordo.
Il pezzo d’apertura viene sfumato. Sono anni che lo accompagna e certe confidenze se le può anche prendere.
“Bentrovati a tutti sulle doppie frequenze dei centottocento e dei novanta megahertz di Radio Etere. Ancora una volta cercheremo di aprire insieme i cancelli di questa notte che vi auguro fantastica, lasciandoci portare dalla corrente di suoni e parole.”
Sale il volume del sottofondo, sempre con il cursore manuale. Il tossicchiare dell’automatica gli ha sempre fatto girare i coglioni.
Romeo is bleeding.”
Parla di questa notte che deve cominciare, che tocca accompagnare aggrappandosi alla più triste retorica radiofonica.
Romeo continua a perdere sangue ma tutti hanno fatto il callo a questi drammi da vicolo.
Il tema della serata non esiste anche se la scaletta viene preparata cercando di concatenare i pezzi tra loro. Il metodo è quello delle associazioni, come dallo psicanalista e bisogna essere dei maghi perché Guccini possa venire prima di Lou Reed e dopo i Napalm Beach.
...il gioco è tutto sulle sensazioni, sugli odori dei suoni.” Dio quante stronzate mentre aspetta che la luce rossa si accenda.
“ Se comunque volete togliermi da questa morsa di solitudine, vi ricordo i numeri di telefono...” Come un nastro preregistrato.
All along the Watchtower.
La versione è quella di Michael Hedges e parte di botto, senza presentazione, lasciando il moncherino delle sue parole a penzolare nell’etere.
Clip Clop Zanzà  Cicadùm Bà Zanzà.
Chitarra acustica e mano veloce.
Colpi a mano aperta sulla cassa dello strumento.
Colpi di tacco sul palco.
Ancora uno sguardo alla luce rossa del telefono.
Sfuma sul pubblico che applaude.
“Cosa vedete dalla vostra torre di guardia, qual è il nemico che continuate ad aspettare mentre dal deserto arriva sempre la stessa sabbia sugli spalti. A combattere il tartaro siete rimasti voi e un paio di dentifrici.”
Se fosse in loro, negli ascoltatori, cambierebbe sintonia.
“Per quel che mi riguarda dalla mia fortezza ho il pieno controllo della situazione perché da qui, signore, si domina la valle.”
Banco del Mutuo Soccorso in crescendo sul suo sproloquiare.
Si accende la luce rossa.
“Radio Etere.”
Attesa.
“Milo, sono Fausto, ci raggiungi dopo ?”
“Dove ?”
“Siamo tutti da Marcella.”
Sente già l’aria densa degli spini, delle cazzate, del vino e delle cazzate ancora.
“Se ne ho voglia, vi raggiungo.”
“Con che stai ?”
“Motorino.”
“Se vuoi passiamo a prenderti.”
“Restiamo liberi, se mi gira passo io.”
“Se andiamo da qualche parte ti lasciamo un biglietto sul cancello.”
“Così se lo mangiano i cani come l’altra volta.”
“Ma no, è colpa di quella fulminata di Laura che ha scritto il messaggio sulla carta del prosciutto.”
“C’è pure Laura ?”
“Si, ma tu vieni lo stesso.”
“Vedrò se mi riesce.”
Il brano è finito e non ha fatto in tempo a prepararne un altro.
Acchiappa al volo un nastro e lo infila nella piastra, che si punta sul primo brano in automatico.
“Continuo a lasciare le mie briciole, camminando verso la notte, calco il passo nella sabbia e faccio di tutto per permettervi di seguirmi, di rintracciarmi.”
Parla senza pensare, mentre cerca di leggere almeno il titolo del pezzo che tra pochi secondi si libererà nell’etere.
Che schifo di calligrafia e come fare a inserirlo nel contesto.
“E se cercherete di seguirmi ancora sarà bene che mi preoccupi di intrattenervi.”
Cosa cazzo si potrà inventare.
“Ovviamente il tutto è commisurato ai miei esigui mezzi e tutto quello che posso offrirvi è un modestissimo ma divertentissimo hula-hop. Lui è T-Bone Burnett.”
Roba da darsi un morso nei coglioni.
Il pezzo parte e Milo non ha nemmeno le cuffie in testa, che col caldo che c’è lì dentro gli si sciolgono i padiglioni auricolari.
Comincia a cercare tra gli scaffali dei dischi, nella borsa, tra le cassette sparse. Niente che gli venga in mente.
Il pezzo ondeggia con il suo carico di percussioni e coretti.
Bum-Tabùm Bum-Tatàbum.
Cerca di raccapezzarsi in quella bolgia infernale.
Sta per finire.
“Era T-Bone Burnett, dall’album Proof through the night. Il pezzo si intitolava Hula-hop e a sentire questo brano me ne è venuto in mente un altro che era diverso tempo che volevo farvi ascoltare.”
Sale la musica.
Hefner and Disney. Il disco è sempre lo stesso, lui è ancora T-Bone Burnett” e se la cava.
Non ha mai capito perché questa canzone gli richiami alla mente L’oro di McKenna, un western americano che sembra l’imitazione triste di una produzione italo-spagnola, con Gregory Peck, Omar Sharif e Telly “Bellicapelli” Savalas. C’è un tesoro da trovare, seguendo un’antica mappa indiana. Di tanto in tanto nel film compare un particolare della mappa con sottofondo di nenia tamburosa che dovrebbe fare tanto atmosfera amerindiana e il brano che sta trasmettendo ora richiama la colonna sonora più per le sospensioni che per la struttura compositiva. Forse è solo lo scherzo della sua memoria rintronata e affogata nelle coperte del letto grande della nonna, che aveva la televisione in camera e quando toccava stare per lungo tempo a respirare l’aria buona del sud era tutta una giostra di pizze, frullati e film western. Forse nemmeno la pellicola è proprio quella ma non c’è da preoccuparsi, tanto al microfono si guarderà bene dal coinvolgere gli ascoltatori nei suoi frappé cerebrali.
Per fortuna è riuscito a riprendere le redini della scaletta e punta il brano in preascolto.
“Piano piano ci stiamo infilando in questa nuova notte.”
Parte un sottofondo che dev’essere roba tipo Miles Davis. Uno degli ultimi dischi prima di cacciarsi nella notte lunga. Lui per davvero.
“Stasera il telefono non suona, o forse dovrei dire non lampeggia, visto che qui in regia l’unica cosa che segnala l’arrivo di una telefonata è una lucina rossa vicino al mixer. Se devo dirvi la verità, meglio così. Non ho voglia di parlare con una voce che mi risponda. Preferisco farmi quattro passi in mezzo ai solchi di qualche disco polveroso.”
Mixa con il sottofondo e il pezzo parte.
“Willie Dixon. Walkin’the blues.”
Di solito nel corso del programma legge o fa leggere poesie e brani vari ma stasera non gli gira.
Di colpo le luci saltano, le spie hanno un singulto, la puntina sgomma in frenata su quei vecchi, preziosi solchi. Toglie le cuffie e le sbatte sul mixer. Che succede adesso. Il generatore d’emergenza non è partito e dalle finestre alcune luci accese danno l’idea che, più che di una cosa generale, si tratti di un casino circoscritto alla radio. Al condominio o forse solo al loro appartamento.
Ripensa a tutte le volte che in riunione si sono detti che così non si può andare avanti, le apparecchiature sono vecchie e gli impianti fanno schifo. E adesso?
Chissà le radio accese nelle case, nelle macchine, nelle teste, come lo faranno sentire questo vuoto di ora.
Rimane alcuni lunghi minuti seduto al buio, credendo al miracolo, poi prova a telefonare a Paolo ma, quando si dice troppo, pare che anche il telefono sia inchiodato. Tira un calcio alla poltroncina che corre sulle sue rotelle e finisce contro il mobiletto della classica. Al semibuio Milo cerca di raccattare la sua roba, sapendo che tutto quello che dimenticherà troverà triste sorte in questo covo di ladri di dischi, maestri del melopresti e devoti della madonna del mancato ritorno. Bestemmiando infila le cose alla rinfusa nella borsa. Esce dalla stanza che lì, pomposamente chiamano regia e inciampa nel buio, rischiando di finire con gli incisivi sulla moquette, in qualcosa di vagamente somigliante a un portaombrelli che non ricorda di avere mai notato prima. Sale il volume delle bestemmie. Raggiunge la porta con le mani protese in avanti, come i sonnambuli dei fumetti, apre ed è finalmente fuori.
Sul pianerottolo cerca, con le mani che lisciano sulla parete, l’interruttore della luce delle scale, crede di averlo trovato e, dopo qualche minuto di titubanza, sperando non sia il campanello della porta accanto, preme.
Niente. Fanculo a questo palazzo marcio. Con quello che costa di condominio, potrebbero anche sostituire le lampadine fulminate.
Scende le scale, guidato dal corrimano in legno e una volta nel portone cerca di stare attento a schivare la Vespa di quello del secondo che, per paura che gli fottano il rottame, la lascia sempre dentro, sotto le cassette della posta.
Quando il suo ginocchio impatta con il portapacchi dello scooter si piega in avanti, rischiando di sfregiarsi con lo specchietto tetanico. Le bestemmie vanno in distorsione e tocca riequalizzare la madonna e, inavvertitamente, gli parte un calcio di punta che va a piantarsi nella chiappa larga e lamierosa di quel simbolo del miracolo economico che fu.
Fuori, in strada, Milo ci arriva con il labbro serrato tra i denti e un ringhio sordo che sale dallo stomaco al paradiso. I lampioni che illuminano questo schifo di posto, prima qui davanti c’era il mercato ortofrutticolo, vanno a intermittenza ma la cosa non lo stupisce più di tanto. Visto e considerato che in genere sono proprio spenti.
Passa una volante a sirena spiegata ma neanche di questo c’è da stupirsi.
Milo arriva al motorino, lontanamente imparentato con la bastarda Vespa nascosta nel portone, Fissa la borsa al portapacchi, stando attento a non piegare i dischi e, con il solito borbottio, il motore parte alla prima mezza pedalata. Accende il faro e scende giù dal cavalletto. Deve ricordarsi di stringere i bulloni dello specchietto che penzola inutile, aggrappato al manubrio. Lascia scaldare e parte con un velo d’olio superfluo nella miscela che marca il territorio.
Mentre corre per le strade vuotate dalla sera canta, anzi urla, il ritornello di Born to be Wild, sempre con il rischio che qualche corpo estraneo, insetto o chissà cosa, prenda la via della sua bocca spalancata a forno.
Al semaforo di via Ranni si mette in coda a una Lancia familiare. Scatta il verde, la macchina fa per partire e si pianta. Si pianta anche lui, potenza del variatore, con la ruota sul paraurti e precipita in avanti, finendo con la faccia sul lunotto posteriore.
“Cazzo fai ?”
“Ma non lo vedi che mi si è fermata.”
“Se non sai guidare resta a casa.”
“Ma vaffanculo.”
Il tipo non è neanche sceso e grida guardando nello specchietto. Come urlare insulti all’arbitro davanti alla tele. Crede di cavarsela con un insulto a mano tesa e una sgommata ma è qui che sbaglia. Gira la chiavetta e cerca di ripartire ma la macchina non accenna a riavviarsi. Morta.
A sua volta, Milo lancia un occhio al parafango storto del motorino, raccoglie i suoi pezzi sparsi e dando sul gas, è giusto sottolineare che il prodigio su due ruote non si è neanche spento, si affianca allo stronzo.
“Vaffanculo tu.”
Parte tirando un calcio, santa serata dell’anfibio, allo sportello.
Di nuovo Born to be Wild a squarciagola.
In viale Marchetti i semafori sono spenti e passa tronfio. Non ha nessuna voglia di raggiungere gli altri, con il rischio che la notte pieghi in peggio, e infila sparato la strada di casa.
Nel vialetto del cortile c’è il ghiaino per la solita derapata, alla bella età di ventisei anni, ed è nel garage.
Chiude la saracinesca, Milo si pulisce le mani, nere di polvere e scarichi assassini, sulle tasche posteriori dei jeans.
Una spinta ed è nel portone. Qui non ha bisogno di accendere la luce, che queste scale le ha fatte in tutte le condizioni, sulle gambe, sulle mani, sul culo, sulle ginocchia, sulla lingua, combinando talvolta le singole tecniche.
Arriva alla porta di casa e, dopo l’autoperquisa di prassi per trovare le chiavi, apre mandando il battente a sbattere sulla parete, giusto per aggiornare la tacca in corrispondenza con la maniglia.
In cucina si dirige subito verso il frigo con la spiacevole sensazione di camminare in una pozzanghera. Avesse almeno la sua fida mantellina gialla e la sua cartella rossa della prima elementare, quella con scritto El Pachito, che non ha mai saputo cosa volesse dire, potrebbe mettersi a saltare, schizzando acqua tutto attorno. Invece è lì, ad un passo dalla laurea, e ha l’obbligo di bestemmiare ancora. Si sta giocando il paradiso in una serata e non gli sembra di avere chissà che carte.
Non ci vuole molto a capire che il frigorifero si è sbrinato e che il ghiaccio accumulato nella cella da anni di incuria si è sciolto con esiti nefasti. La luce funziona e c’è da credere che il frigo sia stato interessato dallo stesso black-out che ha stoppato la radio stasera. E lui che si era pure incazzato con gli impianti troppo vecchi. Probabilmente, se non si fosse lasciato prendere dalla rabbia e avesse aspettato qualche altro minuto, ora le cose sarebbero tornate a posto e avrebbe potuto riprendere a trasmettere, scusandosi per il contrattempo e seghe varie.
Di più, in questa zona della città il black out dev’essere durato un pezzo se è riuscito a squagliargli il ghiaccio nel frigo. Lui era in giro già dalla mattina.
Prende un pezzo di formaggio dal frigo, che rimane spento mostrandosi coerente con le posizioni prese stasera. Probabilmente la stanchezza di vent’anni di onorato servizio gli è pesata inesorabile sul compressore e quando la luce è tornata non se l’è sentita di ripartire.

Chissà domani.









martedì 12 febbraio 2019

TEMPO DEBITO





ph. Giorgio Olmoti





Son tempi che fuggono. La velocità. Alla televisione, sui muri, alla radio è un moltiplicarsi di spot per sensibilizzare la gente rispetto al problema dell'eiaculazione precoce. Mica roba da ridere. Ma come cazzo fai con l'aria che tira attorno. Ci son fior di pubblicitari che studiano strategie della comunicazione efficace per rivenderti il tempo che ti spetterebbe di diritto e che ti sei fatto mangiare da questi giorni in cui l'ansia corre su fibra ottica. E vedo uomini desolati che si guardano attorno e hanno in tasca un telefono che trasporta parole e immagini a velocità fotonica, e sono bombardati da notizie che arrivano prima che i fatti avvengano, e hanno cablaggi e bande larghe che corrono per i muri e sotto il pavimento, e macchine con i tachimetri che sussurrano al muro del suono e treni che ti potrebbero portare da Torino a Lione, che tu prima non ci avevi mai pensato quanto ci tenevi a andare da Torino a Lione, in diciotto minuti e infatti non ti danno nemmeno il giornale da leggere che in quel tempo lì a stento ti puoi leggere l'etichetta del flacone del bagnoschiuma, come al cesso quando hai letto tutti i Topolino disponibili. Vedo uomini pallidi aspettare ascensori che li proiettano ai piani alti che nemmeno a Cape Canaveral. Vedo uomini fiduciosi nello Stato, che quando possono godersi le manganellate che gli sbirri adorati calano sul cranio di quegli altri brutti sporchi e liberi, che ansia la libertà, si ritrovano a fare il tifo per la Celere e questa per capirla devi leggerla un paio di volte. Vedo uomini che quando vogliono rilassarsi vanno a correre. Vedo uomini che la domenica assistono al gran premio e che vibrano nell'enfasi di quei rombi aspettando come corvi la morte e lo schianto appollaiati al digitale terrestre. Poi di colpo si sente una voce perentoria e c'è uno che sciorina dati e statistiche e ti spiega che oggi milioni di uomini concludono i giochi troppo presto e quelli lì sbarrano gli occhi, che forse il dubbio gli era pure venuto, pure quello in largo anticipo, ma ora col dato statistico alla mano c'è la certezza. E allora vanno al supermercato, la madre di tutte le soluzioni, e si guardano intorno perduti, sospettando negli occhi di femmina attorno il disprezzo statistico di competenza. E cercano negli scaffali ma tutto quello che vedono si chiama Slim Fast o, peggio, "Svelto, l'amico delle casalinghe". Escono passando dalla cassa, rapida pure lei, e le lacrime che gli rigano le guance, quelle davvero scendono giù con impietosa lentezza. Ora è ben chiaro perché ho fatto un viaggio con il Ciao. Mastica e sputa.

SENZA AVERE SETE






cimitero di Halki. ph. Giorgio Olmoti





Ma cosa cazzo c'è da dire, da specificare, da fare i dovuti distinguo, da stabilire incredibili catene di causa e effetto, degne dell'esercizio di associazione di idee fatto fare a un serial killer. L'umanità è imbarazzante, a volte temo che, da ogni parte politica, le venga anche il dubbio di esserlo e lli vedi questi e sono inguardabili e basta ma ormai sono prigionieri della loro narrazione, non possono mettere in crisi la loro identità costruita a colpi di niente imbottito di merda sui social. La chiamano "le mie idee" e questo è il lasciapassare per tutto quello che non ha conferme, che non esiste. Basterebbe solo distinguere il bene dal male, gli stronzi dalla brava gente senza un incredibile castello di principi etici. state nello stesso gioco, siete al servizio dei vostri carnefici ma pensate di saperla lunga e la storia, la memoria, ormai ve la raccontate come cazzo vi pare perché vale tutto, da qualsiasi parte voi crediate di stare, state dalla parte della carne trita e vi sentite destrieri galoppanti che vanno incontro all'onore, vi piace l'onore, un'altra balla che vi hanno raccontato, al pari dei peccati, per darvi il servofreno alla fatica di essere uomini, al maledetto mestiere di vivere. Nulla vi giustificherà mai se non vostra mamma, che sorride a vedervi così appassionati nella vostra stanzetta. siete le vittime e, come un'orda di zombie, girate per la Rete a ridurre altri nel vostro stato, perché a essere massa mugghiante pare d'essere nel giusto. studiare dovete, leggere, confrontare, accendere un benedetto motore critico e invece vi ingozzate di luoghi comuni e la vostra fonte è sempre uno che ha fatto il militare a Cuneo. E non avete più vincolo morale e sapete pensare la morte atroce di qualcun altro come prima pensavate a che contorno prendere, a versare l'acqua nel bicchiere anche senza avere sete.