"e io piangerò e saranno lacrime di silicone, perchè il futuro tutti ci svelerà per quegli androidi di prima generazione che siamo, difettosi nel chip dell'emozione." blughost
mercoledì 8 aprile 2015
Ciò che è perso di noi
Tutto comincia come iniziano sempre le cose su cui poi poggia la parte consistente dei miei giorni. Un'altra di quelle travi che ficchi a sostegno della barcollante struttura che ti ostini a chiamare "la mia vita" e che a guardarla così, non troppo da vicino, rischia di farti l'effetto di certe tele impressioniste che fanno diventare le macchie un racconto. Insomma sono decenni ormai che tra noi tutti fratelli randagi di questo niente che non ha confini e non ha statuti e non ha neppure una grammatica condivisa ma che è tutto quello che s'è potuta permettere la nostra idea di libertà ci troviamo e ci lasciamo e gli abbracci, nell'uno o l'altro caso, si piazzano come pagine piegate all'angolo per tenere il segno sul libro del tempo. Un giorno, ne ho già scritto da qualche parte, ho chiamato un numero al cellulare e cercavo una redattrice per un corso di storia dell'arte e invece mi risponde una voce d'uomo. Mi parla in italiano e mi dice di vivere in Inghilterra e, guarda tu, arriva da Torino e abita vicino a casa mia e ce la raccontiamo e ridiamo della coincidenza che sbaglio numero e certo una col suo cognome e forse è una sua cugina ma vai a capire chi cazzo è. Solo mentre sto chiudendo la telefonata quella voce mi dice qualcosa che va oltre la coincidenza e soprattutto insiste sulla mia memoria amicale e anche su quel lusso di memoria da ascolto ragionato della musica e delle parole che ancora posso permettermi. Cazzo, io questo lo conosco. E mentre siamo ai saluti tra sconosciuti grido "Ma sei Stefano" e quello dall'altra parte si blocca e risponde che è lui e nella redazione della casa editrice dove lavoro, un open space che nella negazione alla minima intimità nasconde un agghiacciante pungolo alla produttività sempre, le mie telefonate sono sempre un momento topico della giornata e tutti si fermano a sentirmi, facendo finta di non ascoltare, che qua siamo pur sempre in terra sabauda e un contegno gli altri lo portano d'abitudine. Insomma quello dall'altra parte è il mio amico, mio fratello Stefano Giaccone e tra tutti e due ci siamo giocati i dadi nostri randagi che, così abituati a fermarci a quello che troviamo non ci siamo nemmeno accorti che c'era più necessità che caso in quel pezzetto di vita condivisa al telefono. Insomma l'ho cercato per caso Stefano, con il privilegio guadagnato negli anni di poter parlare in confidenza con uno di quelli che la stagione mia l'hanno cantata con la voce che io da solo ancora non sapevo tirar fuori e l'ho inseguito con tutto il branco suo dei Franti in giro per centri sociali e vinili distribuiti da un qualche dio minore del solco ficcato nei corridoi di una casa occupata o nella redazione di una radio libera ma libera veramente. L'ho cercato come lo cerco da sempre, da quando cammino coi passi miei, ho cominciato presto, e i suoi suoni cambiavano come cambiava la mia anina e l'attenzione delle mie narici all'aria attorno e lui era acustico quando io guardavo in bianco e nero e lui era rabbia quando camminavo per le strade con gli occhi stretti a fessura, sentendo la maledizione di sapere dove stavano le trappole e guardando quegli altri che con la vena vinta da una tagliola maledetta non smettevano di sorridere convinti di aver vinto loro. Da misurare non c'era che questa maledetta macchia bruna di sangue in comune. Questo sangue in comune. Questo maledetto sangue in comune.
Stefano all'affacciarsi dell'inverno è passato da casa mia a raccontarmi che se ne andava e che non aveva senso raccontare più come aveva raccontato fin'ora e io sono rimasto con il fiato sospeso e con la scusa di una lunga intervista che poi ho mandato alla radio in realtà ci siamo detti per ore cose tra noi, con il cane mio che arriva dal Galles sdraiato sotto la scivania e con lui che tornava da quelle parti a inventarsi padre come ci inventiamo padri noi che non siamo buoni se non come fratelli e solo per quelli della razza nostra. Insomma con un ultimo disco che sto recensendo finalmente in questi giorni, ce ne ho messo a convincere la rivista a farmelo pubblicare, Stefano se ne andava a masticare altra vita. Come abbiamo fatto tra tutti e come gli abbiamo visto fare altre volte. Però a salutarlo la sera tra pochi amici io me lo guardavo e speravo di poter legittimamente sospettare un ritorno.
L'altro giorno mi cerca Stefano. Torna, forse torna, e vuole spedirmi una cosa che ha fatto con suo figlio Talee alla batteria e lui al solito chitarra e voce. Un video in cento copie e mi dice "se ti va parlane che dietro c'è tutta una storia e voglio raccontarla" però le copie sono cento e insomma è una storia che non ci farà ricchi, nessuna storia è mai stata buona per provarci e quelle che sospettavamo le abbiamo scansate per timidezza, che le questioni di principio sono un esercizio di potere che non serve a un cazzo. Insomma mi arriva il dvd e apro il video e quella grafica e quelle frasi sono cose che riconosco e sono tempo di un altro tempo e sono la mia grammatica originaria, quei passi primi che ho fatto per muovermi nella parola. Mi passano davanti le fanzine e certi volantini appiccicati sui muri e sui pali della luce e dentro quel racconto c'è l'orrore della guerra che io porto in giro nello stesso modo, raccontando il massacro agghiacciante della prima guerra mondiale e le pagine di Ernst Friedrich. Siamo rimasti quelli lì, aggrappati a poche idee ma ostinate dicveva quell'altro.
La domenica mattina la casa è silenziosissima e io mi alzo presto e in mutande mi accoccolo nella poltrona dello studio e guardo cose e leggo pagine. Due guerre a confronto, la Prima e la Terza che stiamo combattendo noi senza consapevolezza, come capita a ogni buon fantaccino ubriacato che sta ficcato nei buchi scavati in terra. Guardo le immagini, leggo le frasi in punta anche di certa retorica che riconosco e mi fa sorridere, che il tempo a noi ci ha regalato anche l'ingiuria di qualche ruga nelle parole ma è giusto così. Ma il bello deve ancora venire. Dentro quel dvd c'è un tesoro di canzoni, un compendio di un'epoca riletto da Stefano in versione acustica. E alzo il volume e mio figlio si sveglia e viene a vedere e si siede sul divano e prende la chitarra elettrica e comincia a suonarci sopra e lo stesso faccio io e a un certo punto voglio sapere, voglio capire, che quasi mi incazzo che dentro quella mezz'ora di suono si concentra un tempo che mi pareva fosse immenso e invece sta tutto in un pugno e ora mi fa tenerezza chiamarla vita.
Lo cerco e Stefano mi spiega come stanno le cose con quel dvd e io vi giro la spiegazione sua. Per quello che mi riguarda ora ho un pallottoliere truccatissimo per fare i conti con il mio passato e aggiungere addendi al tempo di mio figlio. Direi che non è poco, non è poco per niente.
Grazie Stefano o, come dici sempre tu, mai soli.
Di seguito la storia per come me l'ha spiegata Stefano. Fatene buon uso e fatele buona guardia che la memoria non ce la può prendere nessuno. Perchè ciò che è perso di noi forse lo abbiamo solo nascosto troppo bene.
mercoledì 18 marzo 2015
Tango figurato del disdoro: figura 7
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Settembre 1976. Ho undici anni.
Sto seduto nello scompartimento di un treno. Seconda classe. Quelle poltrone
imbottite che scorrevano a formare un approssimativo giaciglio con la
complicità di chi ti stava di fronte. Quel conforto di tappezzeria e polvere su
cui s’erano masticati il sonno amaro del viaggio quelli prima di te, lasciando
sul panno tracce di bava, volendo restare su una visione ottimistica dell’umano
genere. Sei poltrone disposte a fronteggiarsi e chiuse nell’intimità di un
confine dettato dalla porta scorrevole. E sincronizzare il tuo mezzo sonno
sullo scorrere di quella porta fragoroso, che indicava l’irruzione del gendarme
obliteratore. “Biglietti prego”. Prego cosa. Prega piuttosto che sono ancora
troppo piccolo, che se quando mi sarò fatto uomo piomberai sul privilegio mio
da biglietto di seconda con codesta tracotanza me ne batterò del divieto e ti
lancerò come oggetto dal finestrino. E intanto quel treno attraversa la pianura
padana e mi riporta a casa dopo mesi di assenza. In un tintinnio di posacenere
grossi come urne e tavolini piegati al destino. E su tutto il monito dei moniti
che recita “tirare in caso di emergenza”. A rendermi più lieve il disgusto di
quell’andare che, l’avrete provato di certo, ti lascia in bocca e sui vestiti e
nelle mani quel sentore che dici “di treno”, certe riproduzioni monocrome delle
meglio meraviglie della penisola nostra. La piazza di Mazara, il palazzo
comunale di Vimodrone. Sulle teste dei viaggiatori le bagagliere, la rilettura
di quell’altro accessorio dell’epoca che erano i pesanti portapacchi montati
sui tetti delle auto. Ora si dicono barre e sono cose sottili e in odore di
ergonomia ma al tempo li chiamavano imperiali e a montarli c’era la sensazione
di incoronare la propria auto, come si sarebbe fatto con il miglior Carlomagno
della mobilità cittadina. Oggidì nei treni i bagagli sono riposti in angusti
fornetti plasticosi ma allora s’immaginava che le partenze fossero spesso esodi
domestici che obbligavano le famiglie al ciclopico sforzo di traslare pesanti
salmerie e gli scompartimenti erano soppalcati da pesanti grate su cui, alla
necessità, si poteva anche dormire.
Tutte le età sono buone per
viaggiare ma a undici anni mi stavo misurando con il mio primo percorso
ferroviario da solo, senza il supporto di familiari e affini. Certo non una
cosa da scherzarci troppo sopra. Da Torino a Udine. A maggio in Friuli c’era
stato il terremoto e mi avevano mandato dal parente torinese, ignari del
destino che mi avrebbe portato a vivere stabilmente nella capitale sabauda alla
mezza età e a vestirmi come il Gianduia della nota iconografia carnascialesca.
Avevo in quei giorni vissuto acquisendo ampie zone di libertà che da lì non
avrei più inteso restituire al nemico. M’era stata data una chiave di casa e
l’obbligo di ripresentarmi prima del buio. M’avevano segnalato per buono il
buffet della stazione se avessi avuto fame e m’avevano ficcato in tasca dei
soldi per badare a me medesimo. A undici anni a San Salvario. Provenendo da un
posto dove non succedeva mai nulla a parte i terremoti devastanti di tanto in
tanto. Sta di fatto che la mattina mi svegliavo, non mi lavavo affatto tanto
nessuno mi controllava e uscivo in strada a leggere il libro del mondo. Sotto
casa c’era un tosatore di cani e rimanevo davanti alle vetrine a guardare i
barboncini cotonati e le padrone dei suddetti cotonate anch’esse. In quei
giorni mi stava scoppiando qualcosa dentro che non sapevo gestire. Mi guardavo
attorno con un istinto di caccia e un desiderio che non trovava forma concreta
ma che mi si è ficcato nella pancia allora e non mi ha più abbandonato. Le
femmine erano passate al centro del mio universo e camminavo per la città, in
quella zona di suburra che m’era toccata della città, come il peggiore dei topi
di campagna arrazzati. C’erano anche le puttane a tutte le ore in giro per il
quartiere ma erano a prova di desiderio e fantasia e piuttosto me la giravo per
il mercato, ubriaco del frusciare delle vesti delle femmine domestiche.
Mangiare si mangiava quando
capitava, che il parente era spesso distratto da altro e mi lasciava a casa a
rincorrere mille pagine di fantascienza e orrore e dischi e quella tentazione
di prendere il fucile subacqueo dall’armadio e sparare ai piccioni del cortile.
Però certe volte andavamo a cena alla Pace e ordinavo per la famiglia numerosa
che cominciava ad albergarmi il corpo. E ridevo e mi divertivo e mi dimenticavo
la paura dei mesi prima a sentire il palazzo che rumbava sotto i miei piedi e
il buio e le grida.
Poi venne il tempo di tornare.
Mio padre mi aveva dato dei soldi ed era la prima volta che ne avevo di miei in
tasca. In terra straniera poi. Non li avevo spesi che non si può mai sapere e
me li ero portati arrotolati stretti nella tasca davanti dei pantaloni, che se
li metti in quella dietro sei un gaggio e poi non ti buttare nelle lacrime se
ti fanno la somma sul tram. Uno dei miei passatempi preferiti era stare a
guardare quelli che giocavano alle tre carte nel sottopassaggio della stazione
di Porta Nuova ma pregavo che non mi sgamassero la cifra che mi portavo addosso
anche se a dire il vero ci si sarebbero pagati forse una colazione. Insomma
l’ultima mattina a San Salvario vado al mercato di Piazza Madama e me la giro
con l’intenzione di recuperare qualcosa da portare a casa a mio fratello. Con me
c’era mio zio. Vediamo un monopattino di legno bellissimo e lui decide di
comprarlo senza pensare che viaggerò da solo. Poi però deve andare via e mi
lascia da solo con l’accordo che ci si rivede per andare a prendere il treno.
Ed è in quel momento che le vedo. Un ambulante vende canarini e criceti e pesci
rossi e in una cassetta ha, accatastate una sull’altra, alcune tartarughe di
terra. Mi avvicino. Mi abbasso a guardarle e con l’altezza che mi portavo
addosso non è un grosso sforzo. “E comprati una tartaruga” dice il tipo, portatore
di una sorta di tara genetica che getta l’ombra del sospetto incrocio della sua
stirpe con le testuggini che propone. Quasi si stesse vendendo i cugini.
“Quanto costano?”. Gorgoglia un prezzo e io devo aver fatto una faccia costernata
perché scoppia a ridere con quella sua bocca da rettile storta. “E quanto
volevi spendere?” “Ho solo questo” e pesco dal segreto della tasca anteriore. Guarda
le banconote ciancicate e le monete e ride ancora. “Sceglitene una” “No, ne
dovrei comprare due, perché una diventa triste da sola ma non ce li ho
proprio”. Ride ancora e ha un alito che ammazzerebbe le zanzare del vercellese
tutto con un paio di fiatate. “E tieni ragione, da sole si fanno tristi.
Scegline due” “Ma ho solo questi soldi” “E vabbè, tu scegli e non ti
preoccupare”. Del resto già una vota alla fiera di Santa Caterina ero andato
con mio padre e avevamo rotto il salvadanaio per scoprire che c’erano pochi
spiccioli e un dollaro regalato chissà da chi. Non ci avevo neppure pensato alla
possibilità che i soldi dei parenti che mettevo nel porcello di terracotta
venissero ripescati dai miei alla bisogna. Con la banconota che per me era
tutta l’America possibile ero andato da quello degli animali e ero riuscito con
mio padre a convincerlo a cedermi una tartarughina d’acqua. Quella volta non
potevo andare sulle giostre che eravamo in tempo di magra ma mia madre aveva
fatto le castagne e le tenevamo calde nella tasca del cappotto e ci sembrava
che eravamo molto più fortunati di quegli altri che andavano al freddo sulle
giostre. Diciamo che il mio rapporto con i venditori ambulanti di tartarughe è
sempre stato bizzarro ma la cosa è in sincrono con la mia vita tutta.
Nello scompartimento mi ci sistemo
grazie allo zio che m’ha caricato tutto sulla bagagliera. Compreso il
monopattino. E comprese pure le due tartarughe. Da sempre porto a casa animali
e da sempre mia madre si incazza. Stavolta l’ho fatta grossa. Non abbiamo un
giardino e viviamo nei palazzoni della periferia. Ma non è questo ora il
problema. Ho il mio biglietto ma le tartarughe viaggiano da clandestine perché
il parente per scherzo mi ha detto che dovrebbero fare il biglietto ma costa
troppo. Sono terrorizzato e soverchiato da quella maledetta timidezza che
allora mi rendeva muto e che adesso non mi azzittisce mai. Ho messo le
tartarughe in una scatola di cartone e sul fondo ci ho messo tre dita di sabbia
per gatti e due foglie di lattuga. Ho fatto posizionare la scatola proprio
sulla mia testa per tenerla sotto controllo. Non ho idea di quando arriveremo e
per i cinquecento chilometri che mi dividono da casa e dai miei guardo
continuamente fuori per scoprire indizi che mi segnalino che sono arrivato.
Leggo i cartelli azzurri delle stazioni e non ho che vaghe idee rubate alle
copertine dei quaderni “Regioni d’Italia Maxi Pigna” dei posti che attraverso.
Ogni tanto mi perdo un cartello e mi si serra la gola, che magari è la stazione
mia e devo scendere. Gli altri nello scompartimento forse si interrogano su di
me e tentano anche qualche approccio ma io sono un osso duro e non rispondo. A
un certo punto per mettere distanza tiro fuori un albo di Jacovitti con le
avventure di Zorrykid che mio zio mi ha comprato alla stazione e che conservo
gelosamente da allora. E mentre sto concentrato sulle pagine e sulle frenate
del treno che indicano il probabile transito in una stazione succede. Dalla
scatola in alto si sentono dei rumori ma sono coperti dallo sferraglio dei
binari e degli scambi. Io però li sento e sono in tensione. A un certo punto da
una fessura comincia a cadere sabbia di gatto. Sulla mia testa. Io resto
immobile. Minuti pesanti di silenzio. Tutti hanno notato. Un signore mi dice “Sta
cadendo qualcosa” ma io guardo dritto davanti a me e non rispondo. La sabbia
continua a cadere sulla mia testa, sorta di clessidra maledetta del tempo di
tutta la mia vergogna. Non mi devono scoprire. Non devono scoprire le mie
tartarughe clandestine. Quanto costa il biglietto ridotto tartaruga? Quando
arriva casa mia e mia madre e mio padre e mio fratello, che io non mi sono
fatto scoprire ma la notte a volte mi veniva un po’ da piangere a pensare a
loro quando stavo a Torino. Passa il controllore e i miei infami vicini di
poltrona gli dicono “Viaggia da solo”. Per fortuna quell’altro è al corrente
perché gli sono stato affidato ed è lui che mi farà scendere. Tranquillizza
tutti. Gli spiegano della sabbia e lui guarda la scatola e va via. Presumo sia
andato a prendere un moschetto per sparare a me e alle tartarughe in nome di
una speciale legge marziale che vige nei vagoni in transito tra Torino e Udine.
Torna con un vecchio quotidiano e lo piazza sotto la scatola. Rimango immobile
e silenzioso per tutto il resto del viaggio. La sera, sul balcone, diamo un
nome alle nostre tartarughe. Delle due una, Bonni, vive ancora sulla terrazza
dei miei e quando l’estate la ritrovo mi scappa un sorriso e io e lei ci siamo
già capiti, che da quella volta non ho smesso più di andare e di fare certe
figure da scemo.
mercoledì 4 febbraio 2015
Riti di passaggio
Riti di passaggio. Lei stava al mare, un mare del sud. La vado a trovare
e restiamo tutto il giorno insieme. La sera mi riavvio verso la
statale. Chiedo un passaggio. Sparo un passagio. Quello che vi pare. Sto
lì e sono ancora troppo giovane per fare davvero paura. Ho imparato che
dai quaranta in poi, quando spari il passaggio la gente o si schifa o
si spaventa e alla fine quelli che si fermano sono sempre la feccia
dell'umano genere. Per un fatto di affinità immagino. Quella sera sto al
buio della statale per un'ora ma è così che va quando spari il
passaggio ed è un po' come andare a pesca, devi lavorare sull'attesa
come una possibilità per il pensiero e il respiro. Sparare il passaggio è
rigenerante, specie se hai chiavato tutto il giorno chiuso in una
cabina del mare con le assi di legno che scricchiolano e la sabbia che
si infila ovunque. Stavo lì, intorpidito dalla temperatura della notte
che avanzava. un paio di scarpe di tela, un bermuda militare con le
tasche strappate e una maglietta di una squadra di qualche sport che non
ho mai saputo ma che avevo recuperato dai banconi delle pezze americane
pagandola un nulla. Non mangiavo dalla mattina. Stavo già valutando
l'ipotesi di dormire a bordo strada e ripresentarmi la mattina in
spiaggia. In realtà dovevo tornare indietro, perchè la mattina lavoravo
con quelli dei traslochi. Mi facevo tre giorni di carico scarico e
bestemmie, raccattavo i soldi e poi tornavo al mare. La prima volta che
ero andato a lavorare con quelli dei traslochi gli altri abituali mi
guardavano male, mi davano le cose pesanti, cercavano di sbilanciarmi
quando si portava le cose in due. Poi alla pausa pranzo io m'ero messo
da parte e facevo finta di niente e all'epoca non c'era nemmeno un
cellulare su cui fingere di leggere i messaggi e quindi fingevo di
appisolarmi. Ma loro oltre che padri di famiglia erano gente che quella
storia lì la sapevano bene e a un certo punto uno si è alzato e m'ha
passato la metà di un panino enorme. Ho provato a dire che non avevo
fame e sono scoppiati tutti a ridere e da lì è cambiata la storia. Però
ho imparato che i soldi me li potevo spendere tutti tranne quelli del
panino e le altre giornate arrivavo con il mio e loro sorridevano a
vedermi. La birra era calde e la dava il boss e era quella nelle
bottiglie grosse. Insomma la mattina dopo c'era da svuotare una casa.
Legalmente intendo. Quindi non avevo voglia di dormire in spiaggia o a
bordo strada ma pareva proprio che nessuno avesse in animo di farmi fare
quei settanta chilometri fino al letto mio. Avevo perso quasi le
speranze e stavo ormai seduto e quasi non facevo più cenni ai fari che
spuntavano dalla curva. E' importante, quando spari il passaggio,
posizionarti strategicamente all'inizio di un punto buono per la frenata
e l'ammaraggio del mezzo a bordo strada. Aiuta. A un certo punto vedo
arrancare un mezzo con un faro solo. Ansimava con fatica sull'accenno di
salita di quella strada. S'è fermato. Era un autocarro di quelli con il
cassone scoperto e la doppia cabina per portare gli operai in numero di
cinque a libretto ma anche dieci alla bisogna. C'erano tre muratori,
erano schizzati di calcina, seduti davanti. Mi chiedono dove vado e loro
vanno proprio da quella parte. Poi ridono e mi dicono "però ti devi
adattare". Ho viaggiato tenendo un cesso in braccio. Era un cazzo di
camioncino carico di tazze di cesso. Ci hanno tenuto a rassicurarmi che
le tazze non erano ancora state mai usate. La mattina, prima di arrivare
alla piazza dove il boss ci caricava, sono passato a farmi fare il
panino alla salumeria, che quei soldi me li ero conservati a casa per
non spenderli.
lunedì 19 gennaio 2015
ULTIMO RESPIRO
![]() |
| Hyppolyte Bayard, autoritratto come un annegato, 1840 |
Il mio vicino di letto è simpatico. Lo viene a trovare la moglie, brutta e materna, un figlio silenzioso, che forse lo odia, amici da bar e ragazze giovani. Quando ci sono queste ultime la moglie sparisce. Un giorno ci confesserà che conosce benissimo la passione del marito per le ragazzine, ma il medico gli ha detto di soprassedere. Lui parla con lei di Tavor, ne prende a quintali, di male e bene ma soprattutto di male. Con le amiche e gli amici parla di storie intrecciate, amori possibili sempre a portata di mano. La banconista del Torrenti, una delle più assidue, gli porta Quattroruote e bottigliette di Ballantines. Beviamo alla salute nostra, che solo a dirlo ci va tutto di traverso dal ridere e spruzziamo la miglior medicina sulle lenzuola bianche di questo reparto di merda. Ogni tanto arriva quello che fa il barbiere non ho capito dove, che forse ha trovato uno interessato alla macchina. Sono tre anni che lui e il mio compagno di stanza cercano di piazzare questa Austin, che a starci seduti sembra di strisciare con il culo per terra, ma nessuno ne vuol sapere di spendere tutti quei soldi per uno spiderino da rimorchio con i ricambi introvabili. I due ci hanno speso un capitale per rimetterlo a posto e ora vorrebbero almeno riacchiappare la spesa. Mi sono adeguato al linguaggio, come spesso del resto, e anche la mia vita sembra centrata sulla fase del motore. Parliamo molto di niente e ho sempre fame, chissà se è buon segno questa fame, e ancora sulla strada. Per fortuna Carlo, così si chiama il mio vicino, oltre che di macchine, è appassionato anche di moto. Ne possiede tre, anche le macchine sono tre, una da cross, una da strada e una grossa enduro per andare al mare. Di mestiere aggiusta i computers e tutti i soldi li spende in pistoni. Vive con la madre, è da lei che tiene tutta la mercanzia, dalla moglie e dal figlio torna saltuariamente.
Oggi è il turno dell’amica. Niente bottigliette ma un pacchetto di sigarette. Non fumo, ironia della sorte, ma sono contento per lui. L’altro giorno il primario, trascinando la sua gamba polio, è entrato nella nostra stanza. Ha chiesto al mio vicino se aveva fumato ancora e mentre Carlo giurava sulla moglie, sulla fighetta del Torrenti mai, gli ha afferrato una mano e, dopo avergliela annusata come un lagotto, l’ha coperto di insulti. Adesso, dopo aver fumato, Carlo si lava le mani con il bagnoschiuma al pino silvestre e giura di andare pazzo per le fondenti alla menta. Rido pensando che forse col suo male le fondenti possono rivelarsi fatali.
Carlo il suo cancro se lo porta nelle budella, niente a che vedere con il mio ampio respiro. Gli stanno facendo un sacco di analisi tremende ma nemmeno io me la passo bene. Tra qualche giorno lo aprono, di me non si capisce ancora.
I miei sono arrivati da qualche giorno e vengono a trovarmi con la frequenza degli altri ricoveri. Mia madre è sempre qui, che dice di star tranquillo con la sua faccia da sceneggiata che piange emigranti, carcerati e figli morti. Per quel che riguarda mio padre, si caga sotto come al solito e ogni volta che arriva mi tocca far finta di stare un capolavoro e faccio il pagliaccio, insulto i medici, rido degli altri che sono davvero malati mentre io me la spasso. Per fortuna di fratello ne ho uno solo, che se erano in tanti a prenderla così eran cazzi. La colpa di tutto è di quella volta che stavo al Forlanini, ancora il respiro protagonista, per la broncoscopia e la broncografia e lui, bassotto d’un pugno d’anni, non poteva entrare per venirmi a trovare. Una domenica mi sono vestito e sono andato davanti al bar dell’ospedale, lo stesso di quando, bassotto io, avevo brindato alla nascita del fratellino col latte e menta, tropical dicevo io. Lui stava lì, al tavolo con mamma e babbo e, porco quel cazzo, troppo pischello per essere uomo, mi sono messo a piangere che non ce la facevo più a stare lì. Lui mi guardava con gli occhi sbarrati fissi su quel buco in gola che m’avevano fatto e le braccia cariche di prove anallergiche giocavano a sfavore. Da allora credo mi odi ogni volta che sto male. Quando mi son operato d’ernia, relitto d’uomo direte voi, mio fratello l’ho visto solo quando si è presentato, mandato dalla provvidenza, a notte fonda con una scorta di cibi e bevande. Quella volta era Perugia, topaia subsanitaria con gli infermieri secondini che faceva schifo darli, adesso è Udine, efficientissima e, forse per questo, mille volte più inquietante.
Parlare di lei mi costa già più fatica. Quando entra nella stanza vorrei morire e i suoi occhi, troppo verdi e troppo grandi per ricordarmi che sono ancora chiuso qui dentro, si muovono attorno e riempiono tutto di luci e riflessi come in un planisfero. Sono sicuro che anche adesso, maledetto questo casino attorno, se ci lasciassero un po’ soli, lei si infilerebbe nel mio letto. Questo è il suo modo per dirmi che mi vuole vivo. In questi dieci anni passati con lei, a vedermi non sono certo un tipo gracile, non sono mai stato male e credevo che tutto fosse un ricordo, un impaccio adolescenziale. In tutti questi anni, io, che per prendere un’aspirina mi devono tenere in quattro e non ce la fanno uguale, sono rinato con lei, per lei.
Vengono anche gli amici, talvolta quelli veri, e mi portano libri, giornali e notizie. Roby mi ha portato, in prestito per fortuna, un libro enorme sulle battaglie della seconda guerra mondiale. Non capisco perché dovrei leggermi il resoconto di Guadalcanal ma sento che quell’enorme tomo, con le sue illustrazioni che celebrano il massacro, poggiato lì sul comodino, veglia il mio sonno con i suoi mille e mille morti descritti.
Nel cassetto del comodino tengo i pochi spiccioli e i guinzagli dei cani. Me li sono trovati in tasca quando sono arrivato qui e ho voluto tenerli. L’altro ieri ho detto a Stefania di portare Chinook e Blu sul marciapiede davanti alla mia finestra, un mozzicone di porfidi sconnessi che si intravede appena. Loro stavano lì e io fischiavo e mi sbracciavo. Non mi hanno visto, anche se sospetto che Blu abbia solo finto di non vedermi.
Carlo è appena uscito dal bagno, è andato a fumarsi un’altra fondente alla menta. Ascolto Tom Waits con le cuffiette, Rain Dogs è colonna sonora adeguatissima, e leggo Beerbohm senza prestargli eccessiva attenzione. Cigola nel corridoio il carrello del pranzo e ancora una volta regoliamo i nostri orologi biologici sulla demente scansione della giornata dell’ospedale. Sono le undici del mattino e noi si pranza. Oggi posso mangiare, dice la suora, ma il mio amico deve stare a digiuno. Sospettiamo che la storia del digiuno serva a far risparmiare alla confortevole struttura nella quale siamo alloggiati decine di pasti al giorno. L’altra settimana ho avuto diritto al cibo solo due volte e sempre con la scusa del prelievo, che se me ne levano ancora divento l’Horlà. Per fortuna, per il sostentamento ci arrangiamo come possiamo, col dubbio che i medici finiscano per credere che stiamo meglio grazie alle loro cure. Del resto stare meglio, nel nostro caso, finisce per essere solo uno stato d’animo.
Abbiamo anche un televisore, piccolo e in bianco e nero, lo stesso che i miei mi regalarono per la Prima ed Ultima Comunione. Allora non si navigava certo nell’oro, che anche ora si galleggia appena nei bot, e mio padre mi chiese se per regalo avrei preferito una moto, perfetta replica in miniatura di quelle dei grandi, motore e benzina compresi, o un bel tele per tutta la famiglia. Ho scelto la televisione, ingoiando il rospo senza dare a vedere la mia pena e sono stato così bravo che i miei, ancora oggi, non riescono a spiegarsi la mia sfrenata passione per le due ruote. Avrei potuto anche sopravvivere ma il fatto è che per tutte le elementari mi è toccato in sorte di dover passare davanti alla vetrina dove era esposta la maledetta, mai un Cristo che in tutti quegli anni avesse deciso di farne dono al suo fortunatissimo figlio, e alla fine mi pareva di sentire, ogni volta che la vedevo, le mani che vibravano strette alle manopole.
Mi apparecchio la tavola e mi siedo sconsolato. Prima di iniziare, non riesco a fare a meno di stare qualche minuto a rimirare la triste miseria di quello che mi hanno messo davanti. La minestrina, invoco i miei fidati peperini di antichissima memoria, è di un brodo color dell’acqua in cui galleggiano le aborrite farfalline. Di secondo ancora la principessa. L’abbiamo chiamata così per capirci almeno tra di noi. I primi giorni la suora arrivava e ci annunciava che c’erano le polpette, la polpetta. In seguito la stessa pallozza di carne è stata fatta passare per ameroteutonica hamburger. Sempre la stessa per un periodo l’han chiamata svizzera e, Dio sa cosa ci serba il futuro, per ora si dilettano a definirla medaglione di carne.
Finite le ricche libagioni mi vado a rimettere a letto. Non mi sento per niente male e, se non fosse per quell’agguato nero nei miei polmoni, me ne sarei andato a fare un giro con il tettuccio aperto e vecchie cassette da squarciarsi la gola.
Stefania mi ha portato una paccata di giornali. Adesso che mi potrei consolare, tanto fuori tira un’aria di regime da farmi strizzare le viscere, mi sento ancora peggio. Sento quell’idea, il tarlo, il carul, come lo chiamava quel rincitrullito del mio professore di latino e greco, che mi mangia le meningi. Insulto tutto e tutti e suono il campanello dell’infermiera solo per rompere i coglioni. Arriva un tizio col camice bianco, la sigaretta pendula e l’aria scocciata. L’hanno assunto perché categoria protetta e lui sbandiera la sua mano di legno come giustificazione del suo essere uno stronzo.
Abbiamo anche un televisore, piccolo e in bianco e nero, lo stesso che i miei mi regalarono per la Prima ed Ultima Comunione. Allora non si navigava certo nell’oro, che anche ora si galleggia appena nei bot, e mio padre mi chiese se per regalo avrei preferito una moto, perfetta replica in miniatura di quelle dei grandi, motore e benzina compresi, o un bel tele per tutta la famiglia. Ho scelto la televisione, ingoiando il rospo senza dare a vedere la mia pena e sono stato così bravo che i miei, ancora oggi, non riescono a spiegarsi la mia sfrenata passione per le due ruote. Avrei potuto anche sopravvivere ma il fatto è che per tutte le elementari mi è toccato in sorte di dover passare davanti alla vetrina dove era esposta la maledetta, mai un Cristo che in tutti quegli anni avesse deciso di farne dono al suo fortunatissimo figlio, e alla fine mi pareva di sentire, ogni volta che la vedevo, le mani che vibravano strette alle manopole.
Mi apparecchio la tavola e mi siedo sconsolato. Prima di iniziare, non riesco a fare a meno di stare qualche minuto a rimirare la triste miseria di quello che mi hanno messo davanti. La minestrina, invoco i miei fidati peperini di antichissima memoria, è di un brodo color dell’acqua in cui galleggiano le aborrite farfalline. Di secondo ancora la principessa. L’abbiamo chiamata così per capirci almeno tra di noi. I primi giorni la suora arrivava e ci annunciava che c’erano le polpette, la polpetta. In seguito la stessa pallozza di carne è stata fatta passare per ameroteutonica hamburger. Sempre la stessa per un periodo l’han chiamata svizzera e, Dio sa cosa ci serba il futuro, per ora si dilettano a definirla medaglione di carne.
Finite le ricche libagioni mi vado a rimettere a letto. Non mi sento per niente male e, se non fosse per quell’agguato nero nei miei polmoni, me ne sarei andato a fare un giro con il tettuccio aperto e vecchie cassette da squarciarsi la gola.
Stefania mi ha portato una paccata di giornali. Adesso che mi potrei consolare, tanto fuori tira un’aria di regime da farmi strizzare le viscere, mi sento ancora peggio. Sento quell’idea, il tarlo, il carul, come lo chiamava quel rincitrullito del mio professore di latino e greco, che mi mangia le meningi. Insulto tutto e tutti e suono il campanello dell’infermiera solo per rompere i coglioni. Arriva un tizio col camice bianco, la sigaretta pendula e l’aria scocciata. L’hanno assunto perché categoria protetta e lui sbandiera la sua mano di legno come giustificazione del suo essere uno stronzo.
“Che ti serve?”
“Mi serve una mano, me la puoi dare?”
Carlo ridacchia e ancora non ci siamo ripresi dalla faccia della caposala, quella con l’occhio di vetro, quando le abbiamo detto che quelle meravigliose scarpe dovevano esserle costate un occhio.
Dall’alto della nostra, inconfutabile fine prossima ci permettiamo ciniche marranate. Magari questo sfigato infermiere uscirà di qui e, investito da un camion della Sammontana, creperà prima di noi, senza averci avuto la stessa soddisfazione. Nell’incertezza del suo futuro, abbozza.
Dall’alto della nostra, inconfutabile fine prossima ci permettiamo ciniche marranate. Magari questo sfigato infermiere uscirà di qui e, investito da un camion della Sammontana, creperà prima di noi, senza averci avuto la stessa soddisfazione. Nell’incertezza del suo futuro, abbozza.
Intanto l’idea, prima scacciata per quel minimo di rispetto che ancora potevo avere di me stesso, comincia a farsi presenza costante. Apro il cassetto e la ritrovo ad aspettarmi sui pacchetti di fazzolettini, dentro le pagine delle cose che leggo e anche di quelle che soltanto sfoglio. Mastico piano il panino che mi ero inguattato in previsione del tristo pranzo e la sento, ormai è un chiodo fisso, pazza graffettatura nelle mie emozioni, che monta tra le mascelle.
Decido di alzarmi, giusto per passeggiare con Ste per il corridoio. Cerco nello stipetto le ciabatte. Ostento naturalezza in quei gesti goffi e intanto mi consumo di vergogna. Odio farmi vedere così, la vestaglia di mio padre, il pigiama comprato apposta per me che non sono mai riuscito a dormirci. Camminiamo per il corridoio e incrociamo lo sguardo con altri zombies. Tutti si portano questo porco odore di cura dietro e, anche a stare qui da un mese, non ci si abitua mai. Le cingo le spalle con il braccio e passeggiamo come se fossimo sul lungomare. Respiro forte con le narici che si dilatano a cercare il mio odore, tremando all’idea di sapermi contaminato da questo strozzante olezzo di corsia.
La beffa è tutta nella lucidità del mio male che mi ammazza senza concedermi, per ora, nessuna inabilità di rilievo. Tutto è cominciato per caso, mi faccio i raggi e le luci si abbassano, le voci si fanno gentili e comincia la processione di quelli, anche solo intravisti, che vogliono serbare un ricordo. Avrei voluto morire d’un colpo, stroncato da una caduta da un’impalcatura mentre fotografo la volta di un’anonima cappelletta. Mi sarebbe piaciuto morire crivellato di colpi in un memorabile duello, investito da un treno in un immemore attraversamento di binari. Almeno si sarebbe percepita, anche solo per un attimo, la materialità, la consistenza di ciò che mi stava ammazzando.
Ste mi sorride e i suoi occhi non riescono a dissimulare. A volte la tratto male, la copro di insulti, colpa di quella porca angoscia di vederla lì che mi guarda, stupita di non poterci fare proprio niente. A volte ci diciamo che ci amiamo e ci sentiamo ancora più miseri. Abbiamo travolto sempre tutti gli ostacoli che in questa decina d’anni si frapponevano tra noi, ci siamo inventati un lavoro che non esisteva solo per rimanere insieme, abbiamo coccolato i nostri piccoli sogni e placato gli infinitesimi risentimenti. Tutto questo per ritrovarci qui, ancora senza crederci.
Mi resta poco, meno del solo pensiero di sperarci, e se fosse di più del prevedibile sarebbe comunque solo uno scampolo di vita.
Oggi l’idea mi ha così martellato in testa che ho temuto avessero sbagliato l’ubicazione del mio morire. Mi faceva male dentro e mi mordeva forte. Credo di aver preso una decisione e ancora non capisco come. Non mi soffermo ad analizzare, il tempo è poco e bisogna muovere il culo.
Per prima cosa devo scegliere la persona e la cosa non è facile. Ste’ sarebbe sicuramente, dopo i soliti tentennamenti di prologo, disponibile. Resta il fatto che è nell’impossibilità materiale di potermi aiutare. Si tratta di farmi trovare oltre il muro la moto pronta al viaggio e il bestione non è facilmente governabile. Degli amici è difficile trovarne uno abbastanza fidato da potergli rivelare il mio progetto e allo stesso tempo così fidato da potergli affidare la mia moto.
Inevitabilmente la scelta cade su mio fratello e non devo nemmeno prendermi la briga di dargli tante spiegazioni. Stasera è venuto a trovarmi e mentre se ne andava gli ho passato le chiavi con gesto naturale. Non mi ha fatto nessuna domanda, nemmeno quando gli ho detto di fargli il cambio d’olio e il pieno, che a soldi son messo male.
L’idea si è fatta presenza ossessiva in questi ultimi giorni e mi ha tolto sonno e respiro, sempre questo stronzo soffio, senza mollarmi mai. Ci ho giocato come si fa con i cani, tirando un lembo dello straccio e accanendomi come se impossessarmene fosse per me di vitale importanza. Così l’idea mi è passata davanti ai pensieri con quel trofeo d’irrazionalità che le dondolava tra i denti, mi ha provocato, evitato e cercato ancora, mi ha trattato da puttana e da puttaniere. All’inizio ero stupito e forse divertito di sentire come corressero i miei pensieri. Mi sentivo nuovo e irreale. Sembrava che le rare occasioni che ancora la vita aveva deciso di concedermi fossero lì sul tavolo per l’ultima mano e io a smaniare per tutto il cucuzzaro. A poco a poco la cosa mi è sembrata possibile, plausibile e, infine, assolutamente improrogabile, che si capisce che uno nelle mie condizioni anche delle proroghe se ne può sbattere.
Ci siamo. La strada è liscia e la moto plana sulle curve che è un piacere. Oggi mi sento più debole ma sarà per quest’aria del mattino che mi entra dalle maniche del giubbotto e mi corre nella spina. Mi sono fermato al bar, quello del viaggio di due anni prima, e ho bevuto un caffè di cui non avevo nessuna voglia. Ho sorriso pagando e il tipo non ha nemmeno sollevato la testa dal cassetto degli spiccioli.
Risalgo sulla moto, la metto dritta per togliere il cavalletto laterale e anche quello sforzo d’abitudine mi inchioda le spalle. Sfioro il pulsante dell’accensione e il motore, ancora caldo, si mette a borbottare. Alzo i giri con un paio di botte alla manopola. Il borbottio diventa un graffio alle nuvole. La gente per un momento si ferma. Aspettano che io lo faccia e voglio stare ancora al gioco. Raggiungo il limite dello spiazzo, guardo oltre la spalla e mi immetto. Il grido si strozza sul fuorigiri e strizzo le marce con la moto che scodinzola e rampa. Quando sono solo un puntino per quelli laggiù rimasti a guardare mi rimetto in crociera. Sollevo completamente la visiera e respiro forte. L’aria mi passa dentro come un ciclone e la ributto fuori pompando forte. L’idea di una sorta di lavanda polmonare mi fa sorridere. Un forte getto d’aria che passa tra i bronchi e ti pulisce di tutto, ti rimette a nuovo.
La strada è vuota e il sole al mio fianco alza il pollice. Vai. Apro dolce. La moto sale di giri, seimila, settemila e il rumore prende una nota alta. Ancora, piego su un curvone in leggera discesa. Un grosso insetto viene a schiantarsi sulla mia visiera con un rumore secco. Apro ancora. Novemila e vai a salire. La tengo su un leggero sconnesso. Guardo nello specchietto ma le vibrazioni mi rimandano un’idea improbabile di quello che mi sono lasciato alle spalle. Apro il gas.
mercoledì 7 gennaio 2015
Questo solo volevo dire, che non ho detto mai
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Stanno davanti ai cancelli e gridano. Dicono che erano loro
che venivano ai concerti e erano loro che compravano i dischi e quindi ora gli
spetta la libbra di carne, ora chiedono a gran voce di sentire che odore fai da
morto e dicono che sei cosa loro. Non ho idea se abbiano torto o ragione, non
mi interessa. Vedo questa teoria di facce e lacrime e ricordi e penso che
ognuno abbia il diritto di viversi le cose come crede ma la sensazione è strana
e mi lascia inquieto. Forse ha ragione Daniele Sepe, quando dice che siete e
siamo forse meglio disposti a essere orfani che a essere figli e se abbiamo un
padre ci piace piangerlo da morto. Non sono sicuro di niente ora. Almeno non
sono sicuro di quello che dovrebbe essere o meno condiviso. Come non sono certo
mai di quello che riguarda una moltitudine, della marea che monta e della voce
che si fa grossa delle altre voci. E allora parlo di quelle stinte certezze che
mi porto addosso.
Pino Daniele è stata una colonna sonora formidabile di una
mia stagione precisa. Era il peggior incipit possibile e me lo sono concesso
perché il peggio è affar mio. Sta di fatto che vivevo a Battipaglia, il resto
della mia famiglia era a Udine, e misuravo a passi affrettati la distanza verso
la maggiore età, forse perché alle prime pulsioni verso gli undici anni le mie
fantasie sessuali avevano come dead line
del digiuno pelvico i diciotto anni. Stavo nel letto, chiudevo gli occhi
davanti al buio della stanza di notte e partiva il disco che mi correva
insistente dentro… “quando avrò diciotto anni mi troverò una ragazza tutta
nuda, mora, la voglio mora con gli occhi chiari”… Ammetto che alla fine non ho
saputo resistere e il regalo l’ho aperto prima del tempo che mi ero dato.
All’epoca non avevo un giradischi, un piatto si diceva tra
noi che già a parlare così ci si sentiva del giro giusto, e dormivo
nell’immenso salone di quella casa un tempo riempita dalle voci di una famiglia
incredibile e impossibile. Mi ero messo una branda tra i divanoni inizio
Novecento e di fronte a me avevo un pianoforte così scordato che non lo
ricordava davvero più nessuno. Erano tracce di un passato fastoso di cui
annusavo la presenza ma che non m’era mai stato possibile condividere. Serate
con gli spartiti e il pianoforte e le auto rombanti dei miei avi e i cavalli e
le femmine di nascosto, innumerevoli femmine, a dimostrare che come dicono da
quelle parti la schiatta mia ha una sorta di ossessione nel sangue. Il palazzo
portava nella targa sul portone il nome di quella famiglia, mia da parte di
madre, e era un tempo segno di potere e ricchezza tra Salerno e le campagne di
Eboli. Mi muovevo tra quei mobili e le suppellettili e l’odore di qualcosa che
non c’era più e che sapeva vagamente di morto. Qualcosa di più di un sentimento
vago a ben vedere, ma ne parlo con rispetto. E c’era un motorino elettrico per
pompare l’acqua al sesto piano quando volevo farmi una doccia o anche solo bere
un bicchiere d’acqua e un tavolo enorme rotondo in cucina e balconi sulla via
principale, proprio all’angolo con la piazza buona.
La mattina mi svegliavo e partivo per il liceo. Liceo
classico Enrico Perito. A Eboli. Mi sono diplomato lì. Cinquantotto
sessantesimi. Senza sapere né leggere né scrivere, dicevo io. Per strada,
andando a scuola, incontravo quelli che nel giro di poche ore erano diventati i
miei fratelli di allora e per sempre. Ce ne stavamo pomeriggi interi nella mia
casa che sembrava una sorta di Vittoriale sbilenco e borghese. Stravaccati sui
divani e i broccati ascoltavamo la musica, tutta la musica del mondo. E parlavamo
di femmine.
Non si batteva un chiodo all’epoca sul versante delle
femmine. Poche cose raccattate alla peggio e un sacco di storie inventate e condivise
mentre in quelle stanze cantava dal radione sul mio comodino Pino Daniele. Già,
quando eravamo vinti da certi struggimenti e certe nostalgie per un mare mai
visto, noi che il mare lo sentivamo a naso se le finestre erano aperte, ci
sentivamo quelle cassette passate di mano in mano e a cui io avevo rifatto le
copertine una a una con disegni e note ai testi. C’era rabbia oltre che
struggimento nelle canzoni di Terra mia
o di quella micidiale seconda prova su vinile che rispondeva all’appello se
dicevi Pino Daniele, quella con la
copertina di lui che si fa la barba. Già, le copertine, i titoli e la sequenza
dei pezzi, la facciata A e la facciata B lo scricchiolio della polvere. Lo
dicevo io che era una stagione precisa e a guardarla ora è davvero lontana.
Perché a un certo punto ci mancavano le parole e restavamo a guardare il
soffitto mentre pioveva sui palazzi scuri e si camminava e si camminava vicino
al porto ricordando una Maria che non avevamo nemmeno mai sfiorato.
Pino Daniele ha traghettato nei miei giorni una schiera di
incredibili suonatori da tutto il mondo. M’ha regalato il gusto per la musica suonata
e la rabbia e l’invettiva e il sospetto dell’amore. Non l’ho confessato mai
prima d’ora ma ho imparato a leggere i libri con la biblioteca sgangherata di
mio padre e le canzoni di Guccini e ho imparato a capire qual’era la musica
buona, buona per me almeno, inseguendo le note di quei dischi lì. Fino a Bella’mbriana e ancora spingendomi al
disco doppio dal vivo che uscì proprio in quei giorni spesi tra la casa e la
piazza e la pizza a metro che ci facevamo tagliare a striscioline per mangiarla
tutti. Si girava la sera fino a tardi ma le femmine rientravano molto prima e
allora si ciondolava da una pizzeria a metro a un film con le prime cassette
piratate a casa di qualcuno. Passavano quelli con la fidanzata ma noi non ce
l’avevamo, passavano quelli con la moto ma noi non ce l’avevamo, passavano
quelli con un futuro davanti ma noi non ce l’avevamo. Quello che avevamo noi
erano quegli assoli di sax in faccia al mare e avevamo anche quello, il mare,
da arrivarci con il costume da casa e gli zoccoli di legno che quando ho fatto l’orale
della maturità sono arrivati gli amici vestiti da spiaggia e mia madre, che era
venuta da Udine a cercare di capire cosa si poteva ancora salvare di quel
figlio scasso e problematico, quando vide arrivare la mia tribù perse definitivamente
la speranza di vedermi dignitosamente collocato nel mondo. E pure quel giorno,
io che dopo una notte clandestina avevo dovuto dire addio a un amore che ancora
mi mordeva alla gola, avevo Pino Daniele che usciva dalle casse del radione e
le risate e quel giro di tre accordi che ripeteva al mondo Nun me scuccià.
Poi è successo che sono partito e ho continuato a vivere
come un lazzaro e spesso felice, che la lezione l’avevo imparata e quel lampo
d’acqua salsa che mi porto addosso me lo giocavo a favore ma ormai quei giorni
erano lontani e nei dischi di Pino Daniele non mi ci ritrovavo più e per anni
ho sospettato mi avesse tradito. Ora non saprei com’è andata davvero. Lui non
ce l’aveva più la rabbia di un pulcinella avvelenato e neppure la nota sarcastica
e l’ironia e alla carta sporca di quella città, che non smetto di amare
odiandola di cuore, aveva sostituito certa pratica canzonettara in cui cantava
alla donna “quando muovi il fisico in un ritmo isterico”. Quando muovi il
fisico? Ma che cazzo di modo è di scrivere una canzone. Insomma è successo che
non mi ci sono ritrovato più nelle canzoni e non ci trovavo più il blues delle
origini ma ora che lo racconto, io che non lo avevo detto mai, non sono più
sicuro. Se n’è andato lui o me ne sono andato io?
Anni dopo sono andato a intervistarlo. Suonavano la notte
delle chitarre e ho stretto la mano al mio mito Randy California che di lì a
poco sarebbe sparito su una tavola da surf per sempre. Dovevo fare l’intervista
per Frigidaire e ci siamo messì li a
fine concerto a Pordenone e lui mi ha guardato e mi ha detto “Ma tui hai capito
dove devo andare a suonare… a Vienna... hai presente dove sta Vienna… la ncopp
aggia i a sunà”. E ridevamo tutti e due, ficcati in un mondo e in una storia
che era tutta un'altra storia.
L'ho visto tantissime volte in concerto. Pure quando non capivo cos'era successo davvero. E ci sono andato in autostop con la donna dei miei desideri. Questo conta e avrei voluto dirglielo.
Il disco dal vivo l’ho comprato originale all’epoca, uno
sforzo economico da fottermi le finanze. L’ho comprato in cassetta che il
piatto, l’ho già detto, non ce l’avevo. Quando ho saputo che Pino Daniele era
morto ho alzato il telefono e ho chiamato il mio amico di allora e di sempre.
Con lui è tutta la vita che cerchiamo di incontrarci in giro per il mondo fosse
solo lo spazio di un caffè e con lui solo avevo voglia di parlarne. Le parole
ce le siamo riguadagnate alla bocca come allora. Le stesse. La stessa
meraviglia. Parlavamo nella stessa lingua di quei dischi, parlavamo cresciuti neri
a metà.
Ora ci saranno gli eredi e le raccolte gold e platinum e le vie intitolate e la venerazione delle reliquie e già c'è stato il flash mob e i veleni tra i parenti e il pubblico che reclama e il mistero della morte. Le canzoni, le benedette canzoni, quello c'è e basta. Poi c'è l'uomo ma è un'altra storia e riguarda lui e quelli che respiravano la sua aria. Roba che a noi che sentivamo le canzoni mica ci compete. Quello non sono io canta quell'altro e vale tenerlo a mente.
Questo volevo dire. Perché non l’ho detto mai.
mercoledì 17 dicembre 2014
Big Joe and Phantom 309
vabbè, non è aria di scrivere racconti di natale ma qualcosa la posso fare. vi propongo la mia versione di Big Joe, una canzone che il vecchio Tom si giocava dal vivo quando era ora di averci un racconto che facesse correre i brividi tra le femmine delle prime file. e pure tra tutti gli altri ma a me e Tom ci son sempre piaciute le femmine delle prime file che le percepiamo anche senza guardare e degli altri ce ne fottiamo. magari ci sono anche degli errori nella mia versione, sono uno che ha il dono dell'errore sempre, ma io me la canto così quando la sento. salite in cabina che guido io.
prima di leggere fai andare la canzone. tutto ti devo dire.
Insomma, m’è capitato di trovarmi di nuovo sulla costa orientale
Qualche anno fa, giusto per guadagnarmi un po’ di spiccioli
Come fanno tutti, avete presente come gira certe volte
Ma i tempi diventarono duri da reggere e mi toccò una merda di jella maledetta
Mi scassai il cazzo di andarmene in giro
E presto me la feci a tornare verso la mia città.
Presi passaggi per qualche miglio
Nei primi due giorni
E mi feci l’idea che in un paio di settimane sarei arrivato a casa
Se mi diceva di culo.
La terza notte però rimasi a bordo strada
Dalle parti di un cazzo di crocicchio freddo e sperduto
E mentre anche la pioggia cominciava a versare la parte sua
Stanco, affamato e preso a morsi dal freddo
Vidi i fari di un autotreno
Far luce sulla collina.
Immaginatevi il mio sorriso
Quando distinsi i compressori dei freni che si azionavano.
Saltai in cabina
Già gustandomi il calduccio che doveva esserci lì dentro.
Al volante, no dico al volante, c’era uno enorme
Tipo una bestia da duecento chili
A sentire la stretta di mano da gigante.
Con una ghignata mi disse
“Il mio nome è Big Joe
e la bestia che mi tengo sotto il culo è il Phantom 309”
gli domandai perché avesse chiamato il camion così
ed quello si girò dalla mia parte e disse
“Perché non troverai un camionaro su questa tratta e pure sulle altre
che potrà mai dire senza vergogna
di aver visto qualcosa di più delle luci posteriori
di Big Joe e del Phantom 309”.
Così per buona parte della nottata andammo e parlammo.
Avevo le mie storie e Big Joe le sue
E mi fumai quasi tutte le sue Viceroys
Mentre Joe viaggiava come uno fuori bolla sul serio
E, cari miei, il cruscotto era tutta una luce
Tipo i vecchi flipper Madame la Rue.
Fino a quando apparvero all’orizzonte in maniera che mica mi spiego troppo bene
Le luci di una stazione di servizio per camionari.
“Ragazzo, scusami, ma penso che tu debba scendere qui
Ho una deviazione da fare un po’ più avanti”
E che mi si danni l’anima se non mi lanciò una monetina
Da dieci
E a voce bassa
“Vai in quel bar ragazzo e prenditi un bel caffè
alla salute di Big Joe”
e così mentre Big Joe e il suo Phantom 309
venivano inghiottiti dal buio
e attorno non c’era un cristo di nessuno
m’avviai al bar
e ordinai una tazza di caffè nero dicendo
“questo lo offre Big Joe”
Immediatamente nel locale si fece un silenzio di quelli
Che puoi sentire le gocce cadere dai rubinetti che perdono in cucina
E il barista perse colore in faccia
“Problemi? Ho detto qualcosa di sbagliato?” dissi con una smorfia
“Niente Ragazzo, capita spesso ‘sta cosa qui.
Vedi tutti i camionisti qui conoscono Big Joe.
Ma è meglio se ti racconto cosa capitò una decina di anni fa
Proprio a quel crocicchio freddo e sperduto
Dove Joe ti ha caricato.
C’era uno scuolabus riempito a scoppiare di bambini
Che tornavano da scuola
E se ne stava in mezzo alla strada
Quamdo Joe arrivò giù dalla collina
E sarebbe stato un massacro se Joe non avesse dato di sterzo
andando a finire la sua corsa in un fosso
Da queste parti dicono che scelse di crepare per salvare i bambini
E proprio quell’incrocio freddo e sperduto
Fu il finecorsa per Big Joe e il suo Phantom 309.
La cosa divertente è che ogni volta che la luna chiama pioggia
Dicono che Big Joe si fermi a caricare qualcuno, come è capitato a te.
Ascolta ragazzo” mi disse “prendine un'altra tazza che offre la casa
E vorrei che questa moneta da dieci
La portassi con te
Tienila stretta
Come fosse un souvenir,
Il souvenir di Big Joe e del Phantom 309”.
martedì 21 ottobre 2014
Tango figurato del disdoro: figura 6
Il divano era quello in pelle
recuperato da qualche avanzo di trasloco di amici e che per anni è stato il
nostro Pequod. La sera dopo cena io e Dani ci piazzavamo sul divano e partivamo
alla volta del Mar dei Palazzi. Spesso incrociavamo altre navi da salutare e
c’era Giacinto Corsaro Dipinto, c’era la Calipso piena di scienziati subacquei,
c’era il Sottomergibile, c’era Bomby Dick la balena ciccia e soprattutto c’era
lui, il Comandante Diavolo. Infatti le altre barche e i cetacei che incrociavamo
e salutavamo se erano amici o facevamo bersaglio dei nostri cannoni se non ci
piacevano, galleggiavano su un mare trasparentissimo e erano trasparenti anche
loro ma Comandante Diavolo stava lì sul tavolo, dritto al timone e affrontava
la maledizione di essere un eroe silenzioso. Quando anni dopo mio figlio scoprì
che c’era una canzone dedicata a Germano Nicolini, il comandante Diavolo, non
ci voleva credere che anche gli altri sapessero di quella barca che avevamo
trovato nei mucchi di robaglia buttati in terra al mercato di Porta Palazzo.
L’avevamo pagato un euro il Comandante Diavolo e da allora veglia sulle nostre
tempeste domestiche. Il comandante Diavolo vero per mare forse non c’è mai
andato ma questo è un dettaglio. Quella sera avevamo cenato da poco, avevamo già
fatto salire i cani a bordo e stavamo levando le ancore. Nessun film alla televisione ci avrebbe
convinti a fermare la nostra crociera in quella casa in affitto che a norma
aveva solo la pasta con le melanzane. Sta di fatto che il ramponiere di un’altra
baleniera, per disgrazia o per dispetto, lascia andare il suo attrezzo
micidiale verso la mia schiena. Un dolore maledetto. Mai sentito. Ste corre a
vedere cosa sta capitando e mi ritrova per terra in preda a fitte tremende.
Colica renale. Dani ha due anni e se vi dico che ora ne segna quattordici fate
due rapidi conti. Nessuno può accompagnarmi al pronto soccorso e io non posso
certo prendere la moto. Chiamo l’ambulanza per la prima e, lo giuro, ultima
volta della mia vita. Arrivano due avanzi di astanteria che mi guardano e
dicono “Vabbè, mica possiamo portarti in barella con la scala così stretta. E
poi sei grande e grosso. Ce la fai a scendere a piedi. Ti reggiamo noi”. Dice
che il dolore della colica renale, da allora non ne ho più avute, è secondo solo
al parto e io ero alla colica gemellare. Arrivati in ambulanza mi siedono su
uno strapuntino e partono e a ogni buca una maledizione. Per fortuna l’ospedale
è molto vicino a casa mia. Il pronto soccorso è il set de “I guerrieri della
notte” però non quello originale ma un remake girato da una società di
produzione del Tagikistan. Arriva di tutto. Persone intere e pezzi sfusi, gente
aperta a bottigliate e decine in coma etilico come se piovesse vino fuori,
tossici in carenza, barboni in cerca di riparo per la notte che giurano di
avere qualsiasi malattia, ogni tanto entra un malato standard, un ragioniere
con sospetto d’infarto o un geometra preso da labirintite ma vengono trattati
come degli intrusi. Se vomiti in sala di attesa guadagni punti a bestia. Se
rubi lo stetoscopio al medico di turno sei reginetta della notte nosocomiale.
Mi lasciano lì, come Ungaretti nei giorni di Natale. Passano e non mi degnano
di uno sguardo e corrono che c’è una che sta partorendo un alien nell’altra
stanza. Poi ripassano con le mani che grondano sangue verde, che quello è alien
davvero, e vanno a ricevere una scatola di montaggio di tre persone
direttamente spedite dalla tangenziale dove c’è stato un incidente a catena. E
io lì a soffrire quel dolore che è secondo solo al parto e quindi, a mio
giudizio, dopo alien c’ero io. A un certo punto arriva un infermiere e mi dice
di sedermi su una seggiola che è uguale per design e dimesioni a quelle
dell’asilo. Riesco a incastrare una chiappa tra i due braccioli. Prende un
bombone di flebo e mi pianta di fretta un ago da calzolaio in vena “Vedrai che
andrà meglio” mi sibila mentre corre verso uno con la sedia a rotelle che il
volontario ha lasciato parcheggiato sulla rampa in discesa delle ambulanze.
Sorrido e svengo quasi subito. Non entro negli aspetti tecnici ma sono certo
che buona parte della mia generazione potrà capire se dico la magica parola:
fuorivena. Mi si è gonfiato il braccio a scoppiare e son svenuto. Mi
risvegliano e mi piazzano su un letto di quelli per portare le cavie anziane in
sala operatoria. Non ci sono letti liberi mi dicono e quindi mi sistemano in
corridoio, vicino alla porta di ingresso delle barelle delle ambulanze. Faccio
a tempo a guardare fuori in cortile e vedere un enorme nero che è arrivato con
un motorino, un Garelli credo, e si regge la faccia che gli hanno aperto in
due. Cammina senza fretta ma chiede se possono richiudergli il volto
gentilmente. Mi addormento e non so più nulla.
La mattina, lo scoprirò dopo che
è mattina, sento una voce familiare che mi risveglia dal sonno pesante indotto
dalle sostanze che, più o meno con perizia, mi hanno buttato in circolo. “Ma
che cazzo stai facendo”. Non c’è dubbio la voce è quella di Ste ma il tono non
è quello di chicorre al capezzale del caro infermo. Che sarà mai. Apro gli
occhi e la vedo. Avrà una settantina d’anni ma chi può dirlo, magari m’è
coetanea. Malgrado il tempo sia clemente indossa una sorta di giaccone pelosetto
color verde biliardo zona fumatori. Capelli giallo nicotina. Grossa. Puzza come
un cane bagnato ma più intenso. Ed è ficcata nel mio letto, sotto le coperte.
Con me. La guardo e guardo Ste. La gentile barbona che ha trovato rifugio
dentro le mie coperte alle mie confuse domande non rivolge minima attenzione.
Sta facendo colazione bevendo un barattolo di lenticchie che sa iddio come si è
aperta dentro il letto. Ingolla a garganella e il sughetto le corre frivolo giù
lungo il mento. “Cazzo, alzati da lì” mi urla Ste che evidentemente ritiene che
ci sia una mia colpa e la flagranza. Per tutta risposta la tipa, che ha finito
di rifocillarsi con la colazione dei campioni, si gira verso Ste e le pianta un
rutto in faccia che le fa i colpi di sole ai capelli. Rotolo giù dal letto. Maledico
il mondo. Il dolore non si sente più forte come la notte. Vado dal medico e firmo
per uscire, non ci voglio stare ancora un minuto lì dentro. Il medico legge
quelle quattro righe sghembe che mi riguardano e mi chiede senza interesse “Lei
beve?” “Pochissimo” rispondo io “Malissimo” risponde lui. Mi illumino e sento
che diventerà il mio medico curante a vita. Lui intuisce l’equivoco “Acqua,
parlavo dell’acqua, deve berne moltissima durante il giorno” .“Ah… grazie… ho
capito” rispondo io visibilmente deluso dalle frontiere della medicina che
ancora non si decidono a spostare i confini.
Per strada, a piedi, cammino
barcollando e Ste non mi parla, indecisa se portarmi rancore. Ma è già l’alba
in questo grumo postindustriale che dobbiamo pensare essere la nostra città
ora. Alla fine ridiamo e quella risata risveglia il ramponiere nelle reni che
m’assesta un’altra stilettata. Ma si fa l’abitudine a tutto e andiamo in un bar
a fare colazione.
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