mercoledì 4 febbraio 2015

Riti di passaggio






Riti di passaggio. Lei stava al mare, un mare del sud. La vado a trovare e restiamo tutto il giorno insieme. La sera mi riavvio verso la statale. Chiedo un passaggio. Sparo un passagio. Quello che vi pare. Sto lì e sono ancora troppo giovane per fare davvero paura. Ho imparato che dai quaranta in poi, quando spari il passaggio la gente o si schifa o si spaventa e alla fine quelli che si fermano sono sempre la feccia dell'umano genere. Per un fatto di affinità immagino. Quella sera sto al buio della statale per un'ora ma è così che va quando spari il passaggio ed è un po' come andare a pesca, devi lavorare sull'attesa come una possibilità per il pensiero e il respiro. Sparare il passaggio è rigenerante, specie se hai chiavato tutto il giorno chiuso in una cabina del mare con le assi di legno che scricchiolano e la sabbia che si infila ovunque. Stavo lì, intorpidito dalla temperatura della notte che avanzava. un paio di scarpe di tela, un bermuda militare con le tasche strappate e una maglietta di una squadra di qualche sport che non ho mai saputo ma che avevo recuperato dai banconi delle pezze americane pagandola un nulla. Non mangiavo dalla mattina. Stavo già valutando l'ipotesi di dormire a bordo strada e ripresentarmi la mattina in spiaggia. In realtà dovevo tornare indietro, perchè la mattina lavoravo con quelli dei traslochi. Mi facevo tre giorni di carico scarico e bestemmie, raccattavo i soldi e poi tornavo al mare. La prima volta che ero andato a lavorare con quelli dei traslochi gli altri abituali mi guardavano male, mi davano le cose pesanti, cercavano di sbilanciarmi quando si portava le cose in due. Poi alla pausa pranzo io m'ero messo da parte e facevo finta di niente e all'epoca non c'era nemmeno un cellulare su cui fingere di leggere i messaggi e quindi fingevo di appisolarmi. Ma loro oltre che padri di famiglia erano gente che quella storia lì la sapevano bene e a un certo punto uno si è alzato e m'ha passato la metà di un panino enorme. Ho provato a dire che non avevo fame e sono scoppiati tutti a ridere e da lì è cambiata la storia. Però ho imparato che i soldi me li potevo spendere tutti tranne quelli del panino e le altre giornate arrivavo con il mio e loro sorridevano a vedermi. La birra era calde e la dava il boss e era quella nelle bottiglie grosse. Insomma la mattina dopo c'era da svuotare una casa. Legalmente intendo. Quindi non avevo voglia di dormire in spiaggia o a bordo strada ma pareva proprio che nessuno avesse in animo di farmi fare quei settanta chilometri fino al letto mio. Avevo perso quasi le speranze e stavo ormai seduto e quasi non facevo più cenni ai fari che spuntavano dalla curva. E' importante, quando spari il passaggio, posizionarti strategicamente all'inizio di un punto buono per la frenata e l'ammaraggio del mezzo a bordo strada. Aiuta. A un certo punto vedo arrancare un mezzo con un faro solo. Ansimava con fatica sull'accenno di salita di quella strada. S'è fermato. Era un autocarro di quelli con il cassone scoperto e la doppia cabina per portare gli operai in numero di cinque a libretto ma anche dieci alla bisogna. C'erano tre muratori, erano schizzati di calcina, seduti davanti. Mi chiedono dove vado e loro vanno proprio da quella parte. Poi ridono e mi dicono "però ti devi adattare". Ho viaggiato tenendo un cesso in braccio. Era un cazzo di camioncino carico di tazze di cesso. Ci hanno tenuto a rassicurarmi che le tazze non erano ancora state mai usate. La mattina, prima di arrivare alla piazza dove il boss ci caricava, sono passato a farmi fare il panino alla salumeria, che quei soldi me li ero conservati a casa per non spenderli.

lunedì 19 gennaio 2015

ULTIMO RESPIRO



Hyppolyte Bayard, autoritratto come un annegato, 1840






Il mio vicino di letto è simpatico. Lo viene a trovare la moglie, brutta e materna, un figlio silenzioso, che forse lo odia, amici da bar e ragazze giovani. Quando ci sono queste ultime la moglie sparisce. Un giorno ci confesserà che conosce benissimo la passione del marito per le ragazzine, ma il medico gli ha detto di soprassedere. Lui parla con lei di Tavor, ne prende a quintali, di male e bene ma soprattutto di male. Con le amiche e gli amici parla di storie intrecciate, amori possibili sempre a portata di mano. La banconista del Torrenti, una delle più assidue, gli porta Quattroruote e bottigliette di Ballantines. Beviamo alla salute nostra, che solo a dirlo ci va tutto di traverso dal ridere e spruzziamo la miglior medicina sulle lenzuola bianche di questo reparto di merda. Ogni tanto arriva quello che fa il barbiere non ho capito dove, che forse ha trovato uno interessato alla macchina. Sono tre anni che lui e il mio compagno di stanza cercano di piazzare questa Austin, che a starci seduti sembra di strisciare con il culo per terra, ma nessuno ne vuol sapere di spendere tutti quei soldi per uno spiderino da rimorchio con i ricambi introvabili. I due ci hanno speso un capitale per rimetterlo a posto e ora vorrebbero almeno riacchiappare la spesa. Mi sono adeguato al linguaggio, come spesso del resto, e anche la mia vita sembra centrata sulla fase del motore. Parliamo molto di niente e ho sempre fame, chissà se è buon segno questa fame, e ancora sulla strada. Per fortuna Carlo, così si chiama il mio vicino, oltre che di macchine, è appassionato anche di moto. Ne possiede tre, anche le macchine sono tre, una da cross, una da strada e una grossa enduro per andare al mare. Di mestiere aggiusta i computers e tutti i soldi li spende in pistoni. Vive con la madre, è da lei che tiene tutta la mercanzia, dalla moglie e dal figlio torna saltuariamente.

Oggi è il turno dell’amica. Niente bottigliette ma un pacchetto di sigarette. Non fumo, ironia della sorte, ma sono contento per lui. L’altro giorno il primario, trascinando la sua gamba polio, è entrato nella nostra stanza. Ha chiesto al mio vicino se aveva fumato ancora e mentre Carlo giurava sulla moglie, sulla fighetta del Torrenti mai, gli ha afferrato una mano e, dopo avergliela annusata come un lagotto, l’ha coperto di insulti. Adesso, dopo aver fumato, Carlo si lava le mani con il bagnoschiuma al pino silvestre e giura di andare pazzo per le fondenti alla menta. Rido pensando che forse col suo male le fondenti possono rivelarsi fatali. 
Carlo il suo cancro se lo porta nelle budella, niente a che vedere con il mio ampio respiro. Gli stanno facendo un sacco di analisi tremende ma nemmeno io me la passo bene. Tra qualche giorno lo aprono, di me non si capisce ancora.
I miei sono arrivati da qualche giorno e vengono a trovarmi con la frequenza degli altri ricoveri. Mia madre è sempre qui, che dice di star tranquillo con la sua faccia da sceneggiata che piange emigranti, carcerati e figli morti. Per quel che riguarda mio padre, si caga sotto come al solito e ogni volta che arriva mi tocca far finta di stare un capolavoro e faccio il pagliaccio, insulto i medici, rido degli altri che sono davvero malati mentre io me la spasso. Per fortuna di fratello ne ho uno solo, che se erano in tanti a prenderla così eran cazzi. La colpa di tutto è di quella volta che stavo al Forlanini, ancora il respiro protagonista, per la broncoscopia e la broncografia e lui, bassotto d’un pugno d’anni, non poteva entrare per venirmi a trovare. Una domenica mi sono vestito e sono andato davanti al bar dell’ospedale, lo stesso di quando, bassotto io, avevo brindato alla nascita del fratellino col latte e menta, tropical dicevo io. Lui stava lì, al tavolo con mamma e babbo e, porco quel cazzo, troppo pischello per essere uomo, mi sono messo a piangere che non ce la facevo più a stare lì. Lui mi guardava con gli occhi sbarrati fissi su quel buco in gola che m’avevano fatto e le braccia cariche di prove anallergiche giocavano a sfavore. Da allora credo mi odi ogni volta che sto male. Quando mi son operato d’ernia, relitto d’uomo direte voi, mio fratello l’ho visto solo quando si è presentato, mandato dalla provvidenza, a notte fonda con una scorta di cibi e bevande. Quella volta era Perugia, topaia subsanitaria con gli infermieri secondini che faceva schifo darli, adesso è Udine, efficientissima e, forse per questo, mille volte più inquietante.
Parlare di lei mi costa già più fatica. Quando entra nella stanza vorrei morire e i suoi occhi, troppo verdi e troppo grandi per ricordarmi che sono ancora chiuso qui dentro, si muovono attorno e riempiono tutto di luci e riflessi come in un planisfero. Sono sicuro che anche adesso, maledetto questo casino attorno, se ci lasciassero un po’ soli, lei si infilerebbe nel mio letto. Questo è il suo modo per dirmi che mi vuole vivo. In questi dieci anni passati con lei, a vedermi non sono certo un tipo gracile, non sono mai stato male e credevo che tutto fosse un ricordo, un impaccio adolescenziale. In tutti questi anni, io, che per prendere un’aspirina mi devono tenere in quattro e non ce la fanno uguale, sono rinato con lei, per lei.
Vengono anche gli amici, talvolta quelli veri, e mi portano libri, giornali e notizie. Roby mi ha portato, in prestito per fortuna, un libro enorme sulle battaglie della seconda guerra mondiale. Non capisco perché dovrei leggermi il resoconto di Guadalcanal ma sento che quell’enorme tomo, con le sue illustrazioni che celebrano il massacro, poggiato lì sul comodino, veglia il mio sonno con i suoi mille e mille morti descritti.
Nel cassetto del comodino tengo i pochi spiccioli e i guinzagli dei cani. Me li sono trovati in tasca quando sono arrivato qui e ho voluto tenerli. L’altro ieri ho detto a Stefania di portare Chinook e Blu sul marciapiede davanti alla mia finestra, un mozzicone di porfidi sconnessi che si intravede appena. Loro stavano lì e io fischiavo e mi sbracciavo. Non mi hanno visto, anche se sospetto che Blu abbia solo finto di non vedermi. 
Carlo è appena uscito dal bagno, è andato a fumarsi un’altra fondente alla menta. Ascolto Tom Waits con le cuffiette, Rain Dogs è colonna sonora adeguatissima, e leggo Beerbohm senza prestargli eccessiva attenzione. Cigola nel corridoio il carrello del pranzo e ancora una volta regoliamo i nostri orologi biologici sulla demente scansione della giornata dell’ospedale. Sono le undici del mattino e noi si pranza. Oggi posso mangiare, dice la suora, ma il mio amico deve stare a digiuno. Sospettiamo che la storia del digiuno serva a far risparmiare alla confortevole struttura nella quale siamo alloggiati decine di pasti al giorno. L’altra settimana ho avuto diritto al cibo solo due volte e sempre con la scusa del prelievo, che se me ne levano ancora divento l’Horlà. Per fortuna, per il sostentamento ci arrangiamo come possiamo, col dubbio che i medici finiscano per credere che stiamo meglio grazie alle loro cure. Del resto stare meglio, nel nostro caso, finisce per essere solo uno stato d’animo.
Abbiamo anche un televisore, piccolo e in bianco e nero, lo stesso che i miei mi regalarono per la Prima ed Ultima Comunione. Allora non si navigava certo nell’oro, che anche ora si galleggia appena nei bot, e mio padre mi chiese se per regalo avrei preferito una moto, perfetta replica in miniatura di quelle dei grandi, motore e benzina compresi, o un bel tele per tutta la famiglia. Ho scelto la televisione, ingoiando il rospo senza dare a vedere la mia pena e sono stato così bravo che i miei, ancora oggi, non riescono a spiegarsi la mia sfrenata passione per le due ruote. Avrei potuto anche sopravvivere ma il fatto è che per tutte le elementari mi è toccato in sorte di dover passare davanti alla vetrina dove era esposta la maledetta, mai un Cristo che in tutti quegli anni avesse deciso di farne dono al suo fortunatissimo figlio, e alla fine mi pareva di sentire, ogni volta che la vedevo, le mani che vibravano strette alle manopole.


Mi apparecchio la tavola e mi siedo sconsolato. Prima di iniziare, non riesco a fare a meno di stare qualche minuto a rimirare la triste miseria di quello che mi hanno messo davanti. La minestrina, invoco i miei fidati peperini di antichissima memoria, è di un brodo color dell’acqua in cui galleggiano le aborrite farfalline. Di secondo ancora la principessa. L’abbiamo chiamata così per capirci almeno tra di noi. I primi giorni la suora arrivava e ci annunciava che c’erano le polpette, la polpetta. In seguito la stessa pallozza di carne è stata fatta passare per ameroteutonica hamburger. Sempre la stessa per un periodo l’han chiamata svizzera e, Dio sa cosa ci serba il futuro, per ora si dilettano a definirla medaglione di carne.
Finite le ricche libagioni mi vado a rimettere a letto. Non mi sento per niente male e, se non fosse per quell’agguato nero nei miei polmoni, me ne sarei andato a fare un giro con il tettuccio aperto e vecchie cassette da squarciarsi la gola.
Stefania mi ha portato una paccata di giornali. Adesso che mi potrei consolare, tanto fuori tira un’aria di regime da farmi strizzare le viscere, mi sento ancora peggio. Sento quell’idea, il tarlo, il carul, come lo chiamava quel rincitrullito del mio professore di latino e greco, che mi mangia le meningi. Insulto tutto e tutti e suono il campanello dell’infermiera solo per rompere i coglioni. Arriva un tizio col camice bianco, la sigaretta pendula e l’aria scocciata. L’hanno assunto perché categoria protetta e lui sbandiera la sua mano di legno come giustificazione del suo essere uno stronzo.
“Che ti serve?”
“Mi serve una mano, me la puoi dare?”
Carlo ridacchia e ancora non ci siamo ripresi dalla faccia della caposala, quella con l’occhio di vetro, quando le abbiamo detto che quelle meravigliose scarpe dovevano esserle costate un occhio.
Dall’alto della nostra, inconfutabile fine prossima ci permettiamo ciniche marranate. Magari questo sfigato infermiere uscirà di qui e, investito da un camion della Sammontana, creperà prima di noi, senza averci avuto la stessa soddisfazione. Nell’incertezza del suo futuro, abbozza.
Intanto l’idea, prima scacciata per quel minimo di rispetto che ancora potevo avere di me stesso, comincia a farsi presenza costante. Apro il cassetto e la ritrovo ad aspettarmi sui pacchetti di fazzolettini, dentro le pagine delle cose che leggo e anche di quelle che soltanto sfoglio. Mastico piano il panino che mi ero inguattato in previsione del tristo pranzo e la sento, ormai è un chiodo fisso, pazza graffettatura nelle mie emozioni, che monta tra le mascelle.

Decido di alzarmi, giusto per passeggiare con Ste per il corridoio. Cerco nello stipetto le ciabatte. Ostento naturalezza in quei gesti goffi e intanto mi consumo di vergogna. Odio farmi vedere così, la vestaglia di mio padre, il pigiama comprato apposta per me che non sono mai riuscito a dormirci. Camminiamo per il corridoio e incrociamo lo sguardo con altri zombies. Tutti si portano questo porco odore di cura dietro e, anche a stare qui da un mese, non ci si abitua mai. Le cingo le spalle con il braccio e passeggiamo come se fossimo sul lungomare. Respiro forte con le narici che si dilatano a cercare il mio odore, tremando all’idea di sapermi contaminato da questo strozzante olezzo di corsia.
La beffa è tutta nella lucidità del mio male che mi ammazza senza concedermi, per ora, nessuna inabilità di rilievo. Tutto è cominciato per caso, mi faccio i raggi e le luci si abbassano, le voci si fanno gentili e comincia la processione di quelli, anche solo intravisti, che vogliono serbare un ricordo. Avrei voluto morire d’un colpo, stroncato da una caduta da un’impalcatura mentre fotografo la volta di un’anonima cappelletta. Mi sarebbe piaciuto morire crivellato di colpi in un memorabile duello, investito da un treno in un immemore attraversamento di binari. Almeno si sarebbe percepita, anche solo per un attimo, la materialità, la consistenza di ciò che mi stava ammazzando.
Ste mi sorride e i suoi occhi non riescono a dissimulare. A volte la tratto male, la copro di insulti, colpa di quella porca angoscia di vederla lì che mi guarda, stupita di non poterci fare proprio niente. A volte ci diciamo che ci amiamo e ci sentiamo ancora più miseri. Abbiamo travolto sempre tutti gli ostacoli che in questa decina d’anni si frapponevano tra noi, ci siamo inventati un lavoro che non esisteva solo per rimanere insieme, abbiamo coccolato i nostri piccoli sogni e placato gli infinitesimi risentimenti. Tutto questo per ritrovarci qui, ancora senza crederci.

Mi resta poco, meno del solo pensiero di sperarci, e se fosse di più del prevedibile sarebbe comunque solo uno scampolo di vita.

Oggi l’idea mi ha così martellato in testa che ho temuto avessero sbagliato l’ubicazione del mio morire. Mi faceva male dentro e mi mordeva forte. Credo di aver preso una decisione e ancora non capisco come. Non mi soffermo ad analizzare, il tempo è poco e bisogna muovere il culo.
Per prima cosa devo scegliere la persona e la cosa non è facile. Ste’ sarebbe sicuramente, dopo i soliti tentennamenti di prologo, disponibile. Resta il fatto che è nell’impossibilità materiale di potermi aiutare. Si tratta di farmi trovare oltre il muro la moto pronta al viaggio e il bestione non è facilmente governabile. Degli amici è difficile trovarne uno abbastanza fidato da potergli rivelare il mio progetto e allo stesso tempo così fidato da potergli affidare la mia moto.
Inevitabilmente la scelta cade su mio fratello e non devo nemmeno prendermi la briga di dargli tante spiegazioni. Stasera è venuto a trovarmi e mentre se ne andava gli ho passato le chiavi con gesto naturale. Non mi ha fatto nessuna domanda, nemmeno quando gli ho detto di fargli il cambio d’olio e il pieno, che a soldi son messo male.
L’idea si è fatta presenza ossessiva in questi ultimi giorni e mi ha tolto sonno e respiro, sempre questo stronzo soffio, senza mollarmi mai. Ci ho giocato come si fa con i cani, tirando un lembo dello straccio e accanendomi come se impossessarmene fosse per me di vitale importanza. Così l’idea mi è passata davanti ai pensieri con quel trofeo d’irrazionalità che le dondolava tra i denti, mi ha provocato, evitato e cercato ancora, mi ha trattato da puttana e da puttaniere. All’inizio ero stupito e forse divertito di sentire come corressero i miei pensieri. Mi sentivo nuovo e irreale. Sembrava che le rare occasioni che ancora la vita aveva deciso di concedermi fossero lì sul tavolo per l’ultima mano e io a smaniare per tutto il cucuzzaro. A poco a poco la cosa mi è sembrata possibile, plausibile e, infine, assolutamente improrogabile, che si capisce che uno nelle mie condizioni anche delle proroghe se ne può sbattere.


Ci siamo. La strada è liscia e la moto plana sulle curve che è un piacere. Oggi mi sento più debole ma sarà per quest’aria del mattino che mi entra dalle maniche del giubbotto e mi corre nella spina. Mi sono fermato al bar, quello del viaggio di due anni prima, e ho bevuto un caffè di cui non avevo nessuna voglia. Ho sorriso pagando e il tipo non ha nemmeno sollevato la testa dal cassetto degli spiccioli.
Risalgo sulla moto, la metto dritta per togliere il cavalletto laterale e anche quello sforzo d’abitudine mi inchioda le spalle. Sfioro il pulsante dell’accensione e il motore, ancora caldo, si mette a borbottare. Alzo i giri con un paio di botte alla manopola. Il borbottio diventa un graffio alle nuvole. La gente per un momento si ferma. Aspettano che io lo faccia e voglio stare ancora al gioco. Raggiungo il limite dello spiazzo, guardo oltre la spalla e mi immetto. Il grido si strozza sul fuorigiri e strizzo le marce con la moto che scodinzola e rampa. Quando sono solo un puntino per quelli laggiù rimasti a guardare mi rimetto in crociera. Sollevo completamente la visiera e respiro forte. L’aria mi passa dentro come un ciclone e la ributto fuori pompando forte. L’idea di una sorta di lavanda polmonare mi fa sorridere. Un forte getto d’aria che passa tra i bronchi e ti pulisce di tutto, ti rimette a nuovo.
La strada è vuota e il sole al mio fianco alza il pollice. Vai. Apro dolce. La moto sale di giri, seimila, settemila e il rumore prende una nota alta. Ancora, piego su un curvone in leggera discesa. Un grosso insetto viene a schiantarsi sulla mia visiera con un rumore secco. Apro ancora. Novemila e vai a salire. La tengo su un leggero sconnesso. Guardo nello specchietto ma le vibrazioni mi rimandano un’idea improbabile di quello che mi sono lasciato alle spalle. Apro il gas.



mercoledì 7 gennaio 2015

Questo solo volevo dire, che non ho detto mai

-->







Stanno davanti ai cancelli e gridano. Dicono che erano loro che venivano ai concerti e erano loro che compravano i dischi e quindi ora gli spetta la libbra di carne, ora chiedono a gran voce di sentire che odore fai da morto e dicono che sei cosa loro. Non ho idea se abbiano torto o ragione, non mi interessa. Vedo questa teoria di facce e lacrime e ricordi e penso che ognuno abbia il diritto di viversi le cose come crede ma la sensazione è strana e mi lascia inquieto. Forse ha ragione Daniele Sepe, quando dice che siete e siamo forse meglio disposti a essere orfani che a essere figli e se abbiamo un padre ci piace piangerlo da morto. Non sono sicuro di niente ora. Almeno non sono sicuro di quello che dovrebbe essere o meno condiviso. Come non sono certo mai di quello che riguarda una moltitudine, della marea che monta e della voce che si fa grossa delle altre voci. E allora parlo di quelle stinte certezze che mi porto addosso.

Pino Daniele è stata una colonna sonora formidabile di una mia stagione precisa. Era il peggior incipit possibile e me lo sono concesso perché il peggio è affar mio. Sta di fatto che vivevo a Battipaglia, il resto della mia famiglia era a Udine, e misuravo a passi affrettati la distanza verso la maggiore età, forse perché alle prime pulsioni verso gli undici anni le mie fantasie sessuali avevano come dead line del digiuno pelvico i diciotto anni. Stavo nel letto, chiudevo gli occhi davanti al buio della stanza di notte e partiva il disco che mi correva insistente dentro… “quando avrò diciotto anni mi troverò una ragazza tutta nuda, mora, la voglio mora con gli occhi chiari”… Ammetto che alla fine non ho saputo resistere e il regalo l’ho aperto prima del tempo che mi ero dato.

All’epoca non avevo un giradischi, un piatto si diceva tra noi che già a parlare così ci si sentiva del giro giusto, e dormivo nell’immenso salone di quella casa un tempo riempita dalle voci di una famiglia incredibile e impossibile. Mi ero messo una branda tra i divanoni inizio Novecento e di fronte a me avevo un pianoforte così scordato che non lo ricordava davvero più nessuno. Erano tracce di un passato fastoso di cui annusavo la presenza ma che non m’era mai stato possibile condividere. Serate con gli spartiti e il pianoforte e le auto rombanti dei miei avi e i cavalli e le femmine di nascosto, innumerevoli femmine, a dimostrare che come dicono da quelle parti la schiatta mia ha una sorta di ossessione nel sangue. Il palazzo portava nella targa sul portone il nome di quella famiglia, mia da parte di madre, e era un tempo segno di potere e ricchezza tra Salerno e le campagne di Eboli. Mi muovevo tra quei mobili e le suppellettili e l’odore di qualcosa che non c’era più e che sapeva vagamente di morto. Qualcosa di più di un sentimento vago a ben vedere, ma ne parlo con rispetto. E c’era un motorino elettrico per pompare l’acqua al sesto piano quando volevo farmi una doccia o anche solo bere un bicchiere d’acqua e un tavolo enorme rotondo in cucina e balconi sulla via principale, proprio all’angolo con la piazza buona.

La mattina mi svegliavo e partivo per il liceo. Liceo classico Enrico Perito. A Eboli. Mi sono diplomato lì. Cinquantotto sessantesimi. Senza sapere né leggere né scrivere, dicevo io. Per strada, andando a scuola, incontravo quelli che nel giro di poche ore erano diventati i miei fratelli di allora e per sempre. Ce ne stavamo pomeriggi interi nella mia casa che sembrava una sorta di Vittoriale sbilenco e borghese. Stravaccati sui divani e i broccati ascoltavamo la musica, tutta la musica del mondo. E parlavamo di femmine.

Non si batteva un chiodo all’epoca sul versante delle femmine. Poche cose raccattate alla peggio e un sacco di storie inventate e condivise mentre in quelle stanze cantava dal radione sul mio comodino Pino Daniele. Già, quando eravamo vinti da certi struggimenti e certe nostalgie per un mare mai visto, noi che il mare lo sentivamo a naso se le finestre erano aperte, ci sentivamo quelle cassette passate di mano in mano e a cui io avevo rifatto le copertine una a una con disegni e note ai testi. C’era rabbia oltre che struggimento nelle canzoni di Terra mia o di quella micidiale seconda prova su vinile che rispondeva all’appello se dicevi Pino Daniele, quella con la copertina di lui che si fa la barba. Già, le copertine, i titoli e la sequenza dei pezzi, la facciata A e la facciata B lo scricchiolio della polvere. Lo dicevo io che era una stagione precisa e a guardarla ora è davvero lontana. Perché a un certo punto ci mancavano le parole e restavamo a guardare il soffitto mentre pioveva sui palazzi scuri e si camminava e si camminava vicino al porto ricordando una Maria che non avevamo nemmeno mai sfiorato.

Pino Daniele ha traghettato nei miei giorni una schiera di incredibili suonatori da tutto il mondo. M’ha regalato il gusto per la musica suonata e la rabbia e l’invettiva e il sospetto dell’amore. Non l’ho confessato mai prima d’ora ma ho imparato a leggere i libri con la biblioteca sgangherata di mio padre e le canzoni di Guccini e ho imparato a capire qual’era la musica buona, buona per me almeno, inseguendo le note di quei dischi lì. Fino a Bella’mbriana e ancora spingendomi al disco doppio dal vivo che uscì proprio in quei giorni spesi tra la casa e la piazza e la pizza a metro che ci facevamo tagliare a striscioline per mangiarla tutti. Si girava la sera fino a tardi ma le femmine rientravano molto prima e allora si ciondolava da una pizzeria a metro a un film con le prime cassette piratate a casa di qualcuno. Passavano quelli con la fidanzata ma noi non ce l’avevamo, passavano quelli con la moto ma noi non ce l’avevamo, passavano quelli con un futuro davanti ma noi non ce l’avevamo. Quello che avevamo noi erano quegli assoli di sax in faccia al mare e avevamo anche quello, il mare, da arrivarci con il costume da casa e gli zoccoli di legno che quando ho fatto l’orale della maturità sono arrivati gli amici vestiti da spiaggia e mia madre, che era venuta da Udine a cercare di capire cosa si poteva ancora salvare di quel figlio scasso e problematico, quando vide arrivare la mia tribù perse definitivamente la speranza di vedermi dignitosamente collocato nel mondo. E pure quel giorno, io che dopo una notte clandestina avevo dovuto dire addio a un amore che ancora mi mordeva alla gola, avevo Pino Daniele che usciva dalle casse del radione e le risate e quel giro di tre accordi che ripeteva al mondo Nun me scuccià.

Poi è successo che sono partito e ho continuato a vivere come un lazzaro e spesso felice, che la lezione l’avevo imparata e quel lampo d’acqua salsa che mi porto addosso me lo giocavo a favore ma ormai quei giorni erano lontani e nei dischi di Pino Daniele non mi ci ritrovavo più e per anni ho sospettato mi avesse tradito. Ora non saprei com’è andata davvero. Lui non ce l’aveva più la rabbia di un pulcinella avvelenato e neppure la nota sarcastica e l’ironia e alla carta sporca di quella città, che non smetto di amare odiandola di cuore, aveva sostituito certa pratica canzonettara in cui cantava alla donna “quando muovi il fisico in un ritmo isterico”. Quando muovi il fisico? Ma che cazzo di modo è di scrivere una canzone. Insomma è successo che non mi ci sono ritrovato più nelle canzoni e non ci trovavo più il blues delle origini ma ora che lo racconto, io che non lo avevo detto mai, non sono più sicuro. Se n’è andato lui o me ne sono andato io?

Anni dopo sono andato a intervistarlo. Suonavano la notte delle chitarre e ho stretto la mano al mio mito Randy California che di lì a poco sarebbe sparito su una tavola da surf per sempre. Dovevo fare l’intervista per Frigidaire e ci siamo messì li a fine concerto a Pordenone e lui mi ha guardato e mi ha detto “Ma tui hai capito dove devo andare a suonare… a Vienna... hai presente dove sta Vienna… la ncopp aggia i a sunà”. E ridevamo tutti e due, ficcati in un mondo e in una storia che era tutta un'altra storia.

L'ho visto tantissime volte in concerto. Pure quando non capivo cos'era successo davvero. E ci sono andato in autostop con la donna dei miei desideri. Questo conta e avrei voluto dirglielo.

Il disco dal vivo l’ho comprato originale all’epoca, uno sforzo economico da fottermi le finanze. L’ho comprato in cassetta che il piatto, l’ho già detto, non ce l’avevo. Quando ho saputo che Pino Daniele era morto ho alzato il telefono e ho chiamato il mio amico di allora e di sempre. Con lui è tutta la vita che cerchiamo di incontrarci in giro per il mondo fosse solo lo spazio di un caffè e con lui solo avevo voglia di parlarne. Le parole ce le siamo riguadagnate alla bocca come allora. Le stesse. La stessa meraviglia. Parlavamo nella stessa lingua di quei dischi, parlavamo cresciuti neri a metà. 

Ora ci saranno gli eredi e le raccolte gold e platinum e le vie intitolate e la venerazione delle reliquie e già c'è stato il flash mob e i veleni tra i parenti e il pubblico che reclama e il mistero della morte. Le canzoni, le benedette canzoni, quello c'è e basta. Poi c'è l'uomo ma è un'altra storia e riguarda lui e quelli che respiravano la sua aria. Roba che a noi che sentivamo le canzoni mica ci compete. Quello non sono io canta quell'altro e vale tenerlo a mente.

Questo volevo dire. Perché non l’ho detto mai.






mercoledì 17 dicembre 2014

Big Joe and Phantom 309







vabbè, non è aria di scrivere racconti di natale ma qualcosa la posso fare. vi propongo la mia versione di Big Joe, una canzone che il vecchio Tom si giocava dal vivo quando era ora di averci un racconto che facesse correre i brividi tra le femmine delle prime file. e pure tra tutti gli altri ma a me e Tom ci son sempre piaciute le femmine delle prime file che le percepiamo anche senza guardare e degli altri ce ne fottiamo. magari ci sono anche degli errori nella mia versione, sono uno che ha il dono dell'errore sempre, ma io me la canto così quando la sento. salite in cabina che guido io.

prima di leggere fai andare la canzone. tutto ti devo dire.









Insomma, m’è capitato di trovarmi di nuovo sulla costa orientale
Qualche anno fa, giusto per guadagnarmi un po’ di spiccioli
Come fanno tutti, avete presente come gira certe volte
Ma i tempi diventarono duri da reggere e mi toccò una merda di jella maledetta
Mi scassai il cazzo di andarmene in giro
E presto me la feci a tornare verso la mia città.
Presi passaggi per qualche miglio
Nei primi due giorni
E mi feci l’idea che in un paio di settimane sarei arrivato a casa
Se mi diceva di culo.
La terza notte però rimasi a bordo strada
Dalle parti di un cazzo di crocicchio freddo e sperduto
E mentre anche la pioggia cominciava a versare la parte sua
Stanco, affamato e preso a morsi dal freddo
Vidi i fari di un autotreno
Far luce sulla collina.
Immaginatevi il mio sorriso
Quando distinsi i compressori dei freni che si azionavano.
Saltai in cabina
Già gustandomi il calduccio che doveva esserci lì dentro.
Al volante, no dico al volante, c’era uno enorme
Tipo una bestia da duecento chili
A sentire la stretta di mano da gigante.
Con una ghignata mi disse
“Il mio nome è Big Joe
e la bestia che mi tengo sotto il culo è il Phantom 309”
gli domandai perché avesse chiamato il camion così
ed quello si girò dalla mia parte e disse
“Perché non troverai un camionaro su questa tratta e pure sulle altre
che potrà mai dire senza vergogna
di aver visto qualcosa di più delle luci posteriori
di Big Joe e del Phantom 309”.
Così per buona parte della nottata andammo e parlammo.
Avevo le mie storie e Big Joe le sue
E mi fumai quasi tutte le sue Viceroys
Mentre Joe viaggiava come uno fuori bolla sul serio
E, cari miei, il cruscotto era tutta una luce
Tipo i vecchi flipper Madame la Rue.
Fino a quando apparvero all’orizzonte in maniera che mica mi spiego troppo bene
Le luci di una stazione di servizio per camionari.
“Ragazzo, scusami, ma penso che tu debba scendere qui
Ho una deviazione da fare un po’ più avanti”
E che mi si danni l’anima se non mi lanciò una monetina
Da dieci
E a voce bassa
“Vai in quel bar ragazzo e prenditi un bel caffè
alla salute di Big Joe”
e così mentre Big Joe e il suo Phantom 309
venivano inghiottiti dal buio
e attorno non c’era un cristo di nessuno
m’avviai al bar
e ordinai una tazza di caffè nero dicendo
“questo lo offre Big Joe”
Immediatamente nel locale si fece un silenzio di quelli
Che puoi sentire le gocce cadere dai rubinetti che perdono in cucina
E il barista perse colore in faccia
“Problemi? Ho detto qualcosa di sbagliato?” dissi con una smorfia
“Niente Ragazzo, capita spesso ‘sta cosa qui.
Vedi tutti i camionisti qui conoscono Big Joe.
Ma è meglio se ti racconto cosa capitò una decina di anni fa
Proprio a quel crocicchio freddo e sperduto
Dove Joe ti ha caricato.
C’era uno scuolabus riempito a scoppiare di bambini
Che tornavano da scuola
E se ne stava in mezzo alla strada
Quamdo Joe arrivò giù dalla collina
E sarebbe stato un massacro se Joe non avesse dato di sterzo
andando a finire la sua corsa in un fosso
Da queste parti dicono che scelse di crepare per salvare i bambini
E proprio quell’incrocio freddo e sperduto
Fu il finecorsa per Big Joe e il suo Phantom 309.
La cosa divertente è che ogni volta che la luna chiama pioggia
Dicono che Big Joe si fermi a caricare qualcuno, come è capitato a te.
Ascolta ragazzo” mi disse “prendine un'altra tazza che offre la casa
E vorrei che questa moneta da dieci
La portassi con te
Tienila stretta
Come fosse un souvenir,
Il souvenir di Big Joe e del Phantom 309”.






martedì 21 ottobre 2014

Tango figurato del disdoro: figura 6





Il divano era quello in pelle recuperato da qualche avanzo di trasloco di amici e che per anni è stato il nostro Pequod. La sera dopo cena io e Dani ci piazzavamo sul divano e partivamo alla volta del Mar dei Palazzi. Spesso incrociavamo altre navi da salutare e c’era Giacinto Corsaro Dipinto, c’era la Calipso piena di scienziati subacquei, c’era il Sottomergibile, c’era Bomby Dick la balena ciccia e soprattutto c’era lui, il Comandante Diavolo. Infatti le altre barche e i cetacei che incrociavamo e salutavamo se erano amici o facevamo bersaglio dei nostri cannoni se non ci piacevano, galleggiavano su un mare trasparentissimo e erano trasparenti anche loro ma Comandante Diavolo stava lì sul tavolo, dritto al timone e affrontava la maledizione di essere un eroe silenzioso. Quando anni dopo mio figlio scoprì che c’era una canzone dedicata a Germano Nicolini, il comandante Diavolo, non ci voleva credere che anche gli altri sapessero di quella barca che avevamo trovato nei mucchi di robaglia buttati in terra al mercato di Porta Palazzo. L’avevamo pagato un euro il Comandante Diavolo e da allora veglia sulle nostre tempeste domestiche. Il comandante Diavolo vero per mare forse non c’è mai andato ma questo è un dettaglio. Quella sera avevamo cenato da poco, avevamo già fatto salire i cani a bordo e stavamo levando le ancore.  Nessun film alla televisione ci avrebbe convinti a fermare la nostra crociera in quella casa in affitto che a norma aveva solo la pasta con le melanzane. Sta di fatto che il ramponiere di un’altra baleniera, per disgrazia o per dispetto, lascia andare il suo attrezzo micidiale verso la mia schiena. Un dolore maledetto. Mai sentito. Ste corre a vedere cosa sta capitando e mi ritrova per terra in preda a fitte tremende. Colica renale. Dani ha due anni e se vi dico che ora ne segna quattordici fate due rapidi conti. Nessuno può accompagnarmi al pronto soccorso e io non posso certo prendere la moto. Chiamo l’ambulanza per la prima e, lo giuro, ultima volta della mia vita. Arrivano due avanzi di astanteria che mi guardano e dicono “Vabbè, mica possiamo portarti in barella con la scala così stretta. E poi sei grande e grosso. Ce la fai a scendere a piedi. Ti reggiamo noi”. Dice che il dolore della colica renale, da allora non ne ho più avute, è secondo solo al parto e io ero alla colica gemellare. Arrivati in ambulanza mi siedono su uno strapuntino e partono e a ogni buca una maledizione. Per fortuna l’ospedale è molto vicino a casa mia. Il pronto soccorso è il set de “I guerrieri della notte” però non quello originale ma un remake girato da una società di produzione del Tagikistan. Arriva di tutto. Persone intere e pezzi sfusi, gente aperta a bottigliate e decine in coma etilico come se piovesse vino fuori, tossici in carenza, barboni in cerca di riparo per la notte che giurano di avere qualsiasi malattia, ogni tanto entra un malato standard, un ragioniere con sospetto d’infarto o un geometra preso da labirintite ma vengono trattati come degli intrusi. Se vomiti in sala di attesa guadagni punti a bestia. Se rubi lo stetoscopio al medico di turno sei reginetta della notte nosocomiale. Mi lasciano lì, come Ungaretti nei giorni di Natale. Passano e non mi degnano di uno sguardo e corrono che c’è una che sta partorendo un alien nell’altra stanza. Poi ripassano con le mani che grondano sangue verde, che quello è alien davvero, e vanno a ricevere una scatola di montaggio di tre persone direttamente spedite dalla tangenziale dove c’è stato un incidente a catena. E io lì a soffrire quel dolore che è secondo solo al parto e quindi, a mio giudizio, dopo alien c’ero io. A un certo punto arriva un infermiere e mi dice di sedermi su una seggiola che è uguale per design e dimesioni a quelle dell’asilo. Riesco a incastrare una chiappa tra i due braccioli. Prende un bombone di flebo e mi pianta di fretta un ago da calzolaio in vena “Vedrai che andrà meglio” mi sibila mentre corre verso uno con la sedia a rotelle che il volontario ha lasciato parcheggiato sulla rampa in discesa delle ambulanze. Sorrido e svengo quasi subito. Non entro negli aspetti tecnici ma sono certo che buona parte della mia generazione potrà capire se dico la magica parola: fuorivena. Mi si è gonfiato il braccio a scoppiare e son svenuto. Mi risvegliano e mi piazzano su un letto di quelli per portare le cavie anziane in sala operatoria. Non ci sono letti liberi mi dicono e quindi mi sistemano in corridoio, vicino alla porta di ingresso delle barelle delle ambulanze. Faccio a tempo a guardare fuori in cortile e vedere un enorme nero che è arrivato con un motorino, un Garelli credo, e si regge la faccia che gli hanno aperto in due. Cammina senza fretta ma chiede se possono richiudergli il volto gentilmente. Mi addormento e non so più nulla.
La mattina, lo scoprirò dopo che è mattina, sento una voce familiare che mi risveglia dal sonno pesante indotto dalle sostanze che, più o meno con perizia, mi hanno buttato in circolo. “Ma che cazzo stai facendo”. Non c’è dubbio la voce è quella di Ste ma il tono non è quello di chicorre al capezzale del caro infermo. Che sarà mai. Apro gli occhi e la vedo. Avrà una settantina d’anni ma chi può dirlo, magari m’è coetanea. Malgrado il tempo sia clemente indossa una sorta di giaccone pelosetto color verde biliardo zona fumatori. Capelli giallo nicotina. Grossa. Puzza come un cane bagnato ma più intenso. Ed è ficcata nel mio letto, sotto le coperte. Con me. La guardo e guardo Ste. La gentile barbona che ha trovato rifugio dentro le mie coperte alle mie confuse domande non rivolge minima attenzione. Sta facendo colazione bevendo un barattolo di lenticchie che sa iddio come si è aperta dentro il letto. Ingolla a garganella e il sughetto le corre frivolo giù lungo il mento. “Cazzo, alzati da lì” mi urla Ste che evidentemente ritiene che ci sia una mia colpa e la flagranza. Per tutta risposta la tipa, che ha finito di rifocillarsi con la colazione dei campioni, si gira verso Ste e le pianta un rutto in faccia che le fa i colpi di sole ai capelli. Rotolo giù dal letto. Maledico il mondo. Il dolore non si sente più forte come la notte. Vado dal medico e firmo per uscire, non ci voglio stare ancora un minuto lì dentro. Il medico legge quelle quattro righe sghembe che mi riguardano e mi chiede senza interesse “Lei beve?” “Pochissimo” rispondo io “Malissimo” risponde lui. Mi illumino e sento che diventerà il mio medico curante a vita. Lui intuisce l’equivoco “Acqua, parlavo dell’acqua, deve berne moltissima durante il giorno” .“Ah… grazie… ho capito” rispondo io visibilmente deluso dalle frontiere della medicina che ancora non si decidono a spostare i confini.

Per strada, a piedi, cammino barcollando e Ste non mi parla, indecisa se portarmi rancore. Ma è già l’alba in questo grumo postindustriale che dobbiamo pensare essere la nostra città ora. Alla fine ridiamo e quella risata risveglia il ramponiere nelle reni che m’assesta un’altra stilettata. Ma si fa l’abitudine a tutto e andiamo in un bar a fare colazione. 




mercoledì 1 ottobre 2014

Tango figurato del disdoro: Figura 5

le dieci figure di merda che ti hanno segnato nella vita.
numero 5
Siamo nei giorni che precedono il natale. Siamo nel capoluogo piemontese vinto dalla morsa del gelo. Siamo nei primi anni del nuovo millennio, a occhio sono passati quattro anni da quando abbiamo passato la cilindrata delle nostre agende a duemila. Orso, mio figlio, ha quindi quattro anni appena e frequenta con bel profitto l’asilo di Cavoretto. A questo punto devo cercare di ricollocare geograficamente la vicenda perché è possibile che, per quanto a questo punto mi sembri impossibile, ci siano persone che non hanno ben chiaro dove sia Cavoretto. Partiamo dal presupposto che noi all’epoca si viveva a Torino città e per i più esigenti possiamo dire che eravamo a un passo dallo stadio del grandissimo Toro e a uno sputo e mezzo dalla madre di tutte le fabbriche. Abbiamo cambiato casa da allora ma siamo sempre in zona. Quando s’è trattato di scegliere l’asilo ci siamo resi conto che questa città è ormai avvitata alla carogna spiaggiata della produzione che ne ha segnato pesantemente la dimensione antropologica, sociale e emotiva. Così i giardini d’infanzia ci sono sembrati una sorta di preparazione alla cupa scansione dell’esistenza attraverso i ritmi della produzione, magari era solo suggestione nostra, magari a uscire tutte le mattine guardando verso i cancelli e canticchiando “Vincenzina e la fabbrica” nemmeno ci siamo molto avvantaggiati. Sta di fatto che Ste decide di iscrivere Orso all’asilo di Cavoretto. Trattasi nella fattispecie di un paesetto sulla collina torinese. Giusto qualche chilometro di curve in salita che mi hanno immediatamente convinto della bella pensata di Ste e che mi hanno fatto immaginare le gare in salita con la moto che avrei ingaggiato con gli altri papà. Ogni mattina, piovesse o ci fosse il sole, Ste , che è di una tempra che femmine così non le fanno nemmeno all’Ansaldo, prendeva la bici e arrivava fino al lembo ultimo della salita, poi prendeva un autobus senza mai fare il biglietto e saliva a Cavoretto. Giuro che ho visto Ste e Orso sparire nella nevicata sulla loro bici, la stessa che avevo trovato per strada nella campagna senese e m’ero rimesso a posto alla meglio. Orso si chiama davvero così, mica per scherzo, e già da piccolo era di buona pezzatura e il seggiolino si fletteva pericolosamente. Per fortuna un giorno amici ci hanno regalato una vecchia vespa e, guarda tu i casi della vita, sono andato a prenderla che non funzionav,a proprio a Cavorett. L’ho spinta di notte per quei dieci chilometri fino a casa e l’ho fatta ripartire consentendo all’equipaggio mattutino di agevolarsi di un mezzo sfrecciante e efficace. Ero fiero di quella mia avventura di recupero.
Ma dicevamo del natale. In casa editrice in quei giorni si chiudevano volumi e cataloghi e io lavoravo come un tragico scarabeo stercorario. A un certo punto mi arriva la telefonata di Ste “Guarda che la recita sta per iniziare”. Cazzo, la recita natalizia all’asilo. Ci sono tutte le mamme, tutti i papà, tutti i nonni e tutte le tate peruviane. Sono dalla parte opposta della città. Fuori è già buio da un pezzo, fa un freddo cane, lo ripeto così enfatizzo, e non ho una macchina ma solo la mia Guzzi California. Mi infilo il giaccone scendendo al volo le scale a quattro a quattro. Arrivo in strada e la sella, come capita spesso d’inverno, dopo ore di attesa delle mie chiappe trepidanti, è coperta da una brina che rischia di influire tragicamente sulle mie pulsioni da lì a sempre. Mi piacerebbe dire che salto in sella ma il California 1100 a carburatori è una cazzo di massa ferrosa mica da scherzarci e se sbagli la mossa per recuperarti ci vuole la protezione civile e i cani da macerie. L’abitudine di una vita sulla moto però gioca a favore e parto sfrecciando per i viali. La moto si intraversa sull’asfalto ghiacciato ma confesso che quello è il bello. Nella fretta non ho preso i guanti e il casco si appanna e devo tenerlo aperto. Se sei uno che ha avuto almeno un Garelli nella vita ora lo sai cosa vuol dire non avere i guanti a Torino a fine dicembre di sera con la brina che ti inchioda le palle alla sella e con le dita che in un breve lasso temporale si trasformano in magici Polarelli. Se non hai idea di cosa io provassi in quei momenti perché nemmeno il Garelli nella tua vita allora prova a immaginare che al posto della spina dorsale ti nasce un ghiacciolo arcobaleno e il cervello ti diventa come un Cucciolone, con tanto di formidabile barzelletta a fumetti sopra. Se ancora non ho reso l’idea rinuncio a evocare la ritirata di Russia e la sacca maledetta del Don e ti prego di non continuare oltre la tua lettura. Sta di fatto che corro come un pazzo e brucio i semafori e brucio anche le dita e la sensazione è quella delle unghie strappate. Arrivo alla salita e me la faccio a gas spalancato, rischiando nelle pieghe con la ruota che era quella che costava di meno e ora capisco perché. Alla fine arrivo nel cortile dell’asilo. Non c’è uno specchio e non mi posso vedere. I capelli che all’epoca portavo lunghi e fuori controllo inconrniciano un volto paonazzo e il corpo già pesante di suo e peggiorato dal giaccone enorme che indosso per salvarmi dal freddo. Le mani sanguinano dalle pieghe delle dita e, ma questo non ho modo di constatarlo subito, anche in corrispondenza delle pieghe all’angolo esterno dell’occhio, quelle di quando strizzi per il sole o il freddo in faccia, i tessuti hanno ceduto quando ho disteso il volto e ora sembro la madonna di Civitavecchia che piange sostanza ematica. Senza nemmeno l’avallo dei credenti. Sono una sorta di morto vivente uscito dalla bella fantasia di Romero. E così faccio il mio ingresso nell’asilo e mi dirigo alla sala delle recite. Lì non mi hanno mai visto perché, come ho già detto, è Ste che ogni giorno affronta la salita e porta il ragazzo a conquistarsi un pezzo di carta che gli sarà utile nella vita. Entro e attacco a fare le foto, che quello è mestiere mio. Lo capisco subito che la gente mi guarda con insistenza, sono uno di strada e me ne accorgo quando qualcuno mi punta. Se poi mi puntano in ottanta persone diciamo che vado in leggera tensione. Ste è davanti ma mi ha visto. Anche Orso mi ha visto e sorride. Questo volevo. Questo e basta. Mi rilasso. Però Ste si gira e mi fa dei brevi cenni segnalandomi qualcosa sul viso. Forse mi chiede dove ho gli occhiali. Mai io riesco a fotografare anche senza. Tranquilla, le faccio cenno, tutto sotto controllo. La recita finisce. I piccoli vanno dietro le quinte e i genitori rivolgono la loro attenzione al rinfresco apparecchiato sui banchetti con le torte e le patatine e le bibite e anche delle bottiglie di vino. Eccolo, penso io, il vino. Con tutto questo maledetto freddo ora mi bevo un goccio di Barbera e mi recupero alla vita. Però prima mi devo dare una ripulita alle mani con il sangue secco che ancora corre tra le dita. Della faccia nemmeno mi rendo conto e poi è l’aspetto mio solito con la barba lunga e il corpo fuori misura che non facilitano mai. Insomma afferro la bottiglia, la stappo con lo svizzero che ho in tasca e comincio a vagare tenendola stretta in mano e cercando un bicchiere che sembra brutto andare giù a canna. Ed è in quel momento che accade. Mi ritrovo circondato da tre o quattro maestre e un bidello. Tutti molto più bassi di me ma incalzanti. Una in particolare mi dice con l’occhio feroce “Scusi ma lei a che titolo è qui. Mi può mostrare un suo documento”. La sala si ferma. Mi guardano tutti. Un grosso barbone reduce da una rissa è entrato nell’asilo e si sta mangiando tutto il rinfresco della recita del natale. Stanno pensando così. Poi dal fondo della sala si sente una vocina “Quello è il mio papà, lasciatelo stare”. Orso mi corre incontro, si abbraccia alla mia gamba e comincia a dare calci in giro distribuiti tra le maestre e il bidello. Tutti si risollevano e ridono. Cerco di spiegare quel fatto che sono arrivato in moto e il freddo e nessuno mi ascolta davvero e già si sono dimenticati di me. Tutti tranne Ste che si avvicina, mi guarda e scoppia a ridere. A pasqua sono tornato all’asilo per la festa in giardino. I primi caldi mi hanno agevolato mentre me la giravo con la maglietta “Sono il papà di Orso”. Fosse stato in Trentino mi avrebbero sparato. Una vita sempre in pericolo.

Tango figurato del disdoro: Figura 4

le dieci figure di merda che ti hanno segnato nella vita


numero 4


Da solo a casa. Me ne vado al parco a far correre i cani, che sguazzano in quella putrida polenta di neve fango e sale e merda e resti umani che è il nostro suolo d’abitudine in questo inizio di glaciazione. Ormai l’asfalto o i cubetti di porfido del marciapiede sono un’ipotesi, una possibilità, una antica credenza popolare, che qui è un pezzo che si cammina in un indistinto pastone. Sotto casa mia una signora è scivolata in terra di muso e hanno chiamato l’ambulanza e dal naso le zampillava in sangue alla spina che s’è impastato al sale e al ghiaccio e sono ormai sei giorni che quella memoria di sgozzo si conserva all’ingiuria del tempo grazie al gelo e al sale in un equilibrio perfetto. L’emocromo della vecchia verrà trovato pari pari tra seimila anni, come un mammuth siberiano ma coi trigliceridi più alti. Il parco è a un passo da casa ma io ci vado col magico picàp e non per pigrizia ma per far sgranchire il mezzo, che altrimenti resta spiaggiato sotto casa in attesa dei nostri viaggi, delle nostre partenze in cui ci portiamo giusto il necessario e in quella nozione comprendiamo canoe, chitarre e amplificatori, biciclette, affettatrici, infradito e anfibi, cappelli in numero minimo di duecentosei e di tutte le fogge. Di solito ci portiamo dietro anche l’asciugacapelli che di suo non sarebbe niente ma se dico che è il mio personale la cosa acquista un’altra luce. Ma come al solito state divagando e mi portate fuori tema. Insomma eravamo rimasti che andavo al parco coi cani. Ce li porto non perché abbiano bisogno di muoversi, che è cosa nota che me li porto in giro in ogni dove, ma per fargli ritrovare i loro amici e anche qualche bel nemico che averci dei nemici è sempre un bel vivere. Infatti appena arrivati scoppia una rissa che a dire il vero non viene innescata dai miei. Un grosso cane tardo va ad annusare Jack che per completezza dell’informazione è un cagnetto nero di una decina di chili col pelo tutto arruffato e la tendenza a fare sempre come dice lui. Il cane grosso preso da raptus s’avventa su Jack che non ha paura di nulla mai e che usa una tecnica ormai raffinata nel tempo. Si chiude a palla, scatta a molla e si aggancia alla gola dell’avversario enorme senza più mollare. Stiamo parlando di una cosa impari, un botolino e un enorme pastore tedesco coglione. Nulla di sanguinario ma tanto strepito. Per cui Sciumi che è decisamente più grosso e che di solito si occupa delle cose sue senza tanti penseri, sentendo l’amico gridare parte, e Sciumi che con le persone è timido e schivo coi suoi simili problemi non se ne fa per nulla. Parte una zuffa a dieci cani, tutti i padroni urlano ma senza convinzione. Lo sappiamo tutti che non sta accadendo nulla di grave e si ride. Infatti dopo un po’ ognuno ritorna a annusare l’albero di competenza e Jack cerca disperatamente di trombarsi una cagnetta screziata. La padrona è una ragazza simpatica che mi sorride e dice “quasi quasi le faccio prendere la pillola e che si divertano”. Il chiosco è chiuso e non posso offrire il caffè ma giuro che ci ho pensato. Vabbè, stiamo lì un’ora, mi leggo il giornale e gioco con Lucio che è un enorme schnauzer, stessa razza del mio ma con cinquanta chili di più. La padrona mi racconta dell’allevamento dove hanno preso il loro schnauzerr gigante e io non mi soffermo su come uno schnauzer nano sia entrato un giorno d' inverno nel letto di mio figlio piccolissimo, decidendo che quella era casa sua e di conseguenza noi i suoi sudditi. Il mio cane ha un concetto preciso del potere. Più sei grosso e meno vali nella sua piramide feudale. Io sono il più grosso di casa. Risaliamo in macchina e siamo tutto uno schifo di neve e fango e chissà cosa. Entriamo in casa e Sciumi nella foga di bere rovescia la ciotola. Me ne vado in studio e mi metto a lavorare su un video che devo montare da un mese. Ogni giorno mi sveglio e dico “oggi devo montare quel video” e di conseguenza le sequenze giacciono in una cartella del computer in abbandono. Dopo un paio d’ore vado in cucina per farmi un panino, che è un modo lieve di raccontare come in queste circostanze mi regolo col frigo e con le cose varie, e inutili che contiene d’abitudine. Ed è allora, nel tragitto verso la cucina, che detto così sembra che abito a Versailles e invece son due passi, tre se sei stanco, mi rendo conto che abbiamo ridotto il pavimento una merda. Come uomo domestico io sono un disastro e non vi conviene pensare che ci pensi la femmina domestica, che noi si vive come ci piace ma non necessariamente come piace a voi. Sta di fatto che quando è troppo è troppo. Quando vivevo nella campagna senese un giorno ho pulito con buona lena tutti i marmi della casa, eravamo come sempre in affitto, con un anticalcare, riducendo i pavimenti a una sedimentazione di guano di gabbiani. Ora ho imparato la lezione e decido che ci vuole l’attrezzatura. Vado al supermercato solito e comincio a leggere le etichette, a soppesare spazzoloni e secchi e strofinacci. A casa ho già tutto ma decido di rinnovare l’attrezzatura di rigoverno. Compro un mocio enorme con il ricambio e un asta assurda, un secchio dedicato con rullo strizzastraccio e sgocciolatoio, cinque sei bottiglioni di qualcosa con la dicitura “non ingerire e tenere lontano dalla portata dei bambini”. Chiedo lumi alle signore che si fanno intenerire da questo omone casalingo e sono prodighe di consigli e sorrisi e mi rimbambiscono e mi caricano di prodotti e mi ritrovo anche un bombolotto di qualcosa per lucidare i mobili. Balbetto e queste mi continuano a seguire verso le casse e si sono aggiunte un paio di addette del supermarket che già mi conoscono e ridono e mi chiedono come mai. Arrivo alla cassa con passo dondolo che sembro le truppe cammellate alla conquista delle colonie. Non saprei dire esattamente qual è la dinamica ma sta di fatto che arrivato al corridoio della cassa mi intrigo con le attrezzature e i flaconi e le spugne e il secchio e cado rovinosamente a terra. Mi faccio un male cane alla spalla ma son troppo umiliato per lamentarmi e ripeto meccanicamente “non è niente, non è niente” mentre tutte le signore mi radunano le merci sparse e mi toccano le braccia e il collo e insomma mi toccano tutto, che qualcuna anche se non sono un pezzo di pregio coglie la palla al balzo per ripassare la materia. Pago e esco con le cassiere che ancora ridono e si raccomandano. Arrivo a casa e Ste è tornata. Quando mi vede e soprattutto quando vede il conto che m’ha asciugato il budget della settimana, vitto e alloggio e piccole spese compresi, lei che non si incazza mai e di solito ride stavolta non la prende benissimo. Allora le racconto la disavventura e dico che mi son fatto molto male a una spalla e a quel punto pare proprio che si stia incazzando e anche Jack va a ficcarsi sotto la credenza. Sorrido e le dico “Maddai, sto scherzando, figurati se davvero mi facevo una figura così al supermercato. Minchia ma davvero ci hai creduto. Ma lo vedi quanto sei scema”. Resta il fatto che ho comprato inconsulto un set per pulire lo stadio dopo il derby ma vabbè. Poi Ste mi dice che siamo a cena da altra gente e ci siamo presi l’impegno di fare la lasagna. Torniamo al supermercato e tutto subito non realizzo cosa sta per succedere. Appena entriamo le cassiere cominciano a trillare “Come stai? Ti fa ancora male la spalla? Ma che tenero, voleva pulire tutta la casa?”. Ste mi guarda e in quello sguardo c’è concentrata la portata distruttiva di un uragano. L’incazzatura dura fino al reparto frutta e verdura perché è lì che mi inginocchio, tra le patate e gli ananassi e le chiedo scusa con le mani giunte e il guanto di plastica trasparente ancora infilato. Per drammatizzare afferro una clementina e me la batto sulla testa con gesto pesantemente autopunitivo. La gente guarda, le cassiere ridono ma quelle ridono sempre, a volte anche quando io non ci sono. Lei non si trattiene, scoppia a ridere a sua volta e dice “Smetti di fare il cretino” che a dirlo a me investi le tue parole in bond ellenici. Ci sono uomini di casa e uomini di casino.