"e io piangerò e saranno lacrime di silicone, perchè il futuro tutti ci svelerà per quegli androidi di prima generazione che siamo, difettosi nel chip dell'emozione." blughost
venerdì 28 febbraio 2014
Di me, del tempo e di Luciano Bianciardi
ho quarantotto anni. ci penso a volte, che fra venti sarò un vecchio e non sarà una nozione meramente morale, un'attitudine al pensiero canuto ma piuttosto la misura fisica dell'impaccio, della fatica d'essere e di camminare, una misura di quel fiato che manca e che serbi con parsimonia al futuro prossimo che a quell'altro di futuro non c'è più da pensare. non sono mica tanti vent'anni e allora chiudo gli occhi e penso cosa ho fatto nei miei primi vent'anni e dopo e ancora e le frazioni e i bisesti da contare col dubbio del baro al tavolo della tua mano di tempo. fra vent'anni sarò un vecchio, un vecchio abbastanza, e mio figlio sarà quasi me adesso e si porterà nel mondo pezzi miei, che siamo da generazioni razza vagante. fra vent'anni farò ancora l'amore ma forse non sarà quella disputa coi sensi che mi fotte tutti i giorni ora e prima, che i segni di quello scorrere impietoso del tempo non si palesano ancora sulle mie voglie e non sono di quelli che vanno tutti i giorni a correre al parco che ho da ballare piuttosto tra le lenzuola. ma chi può sapere tra vent'anni. non è una cosa che mi preoccupa, ci penso con curiosità e quasi con la certezza che altri venti non ho nemmeno da farli tutti interi per quello che mi resta e per quello che ho speso. fra vent'anni certo non sarò diventato più ricco, non son buono d'essere ricco e se lo fossi spenderei fino alla povertà. fra vent'anni guarderò alla mia vita come a una sfacciata fortuna, perchè è così che la guardo ora, vada come vada. fra vent'anni sarò morto o a un passo dal crepare e altri cento ne vorrei di anni, magari solo per poter camminare in confidenza con la risacca e sulla sabbia con accanto chi dico io. poi penso che quando è morto Bianciardi era già stato tutto e niente dentro un corpo solo e aveva la mia età adesso. mi sto regalando l'inutilità di altri vent'anni di questo passo.
lunedì 17 febbraio 2014
Shine on me
disguidi metropolitani. sto camminando verso il parco con il cane. sono completamente svuotato dall'ultima sessione davanti al computer e tra i fogli, per una di quelle cose di mestiere, che cerco di smazzarmi il finesettimana incastrando parole e immagini e pagine e file e chiavette e zippature e te l'ho mandato e non l'ho ricevuto e revisioni e maledizioni e sonno perduto e musica per respirare. Già, il mio mestiere, questo arranco editoriale bianciardiano che mi tiene in vita e mi ucciderà con immutata grazia alla fine. ma ora è notte e mi scrollo i copia e gli incolla dalla punta delle dita e i mela qualcosa, ricordandomi mentre cammino che l'ultima volta che ho mangiato era venerdi a pranzo e ora è sabato ed è notte e nemmeno uno straccio di kebab a portata di passo. respiro però e il cane mi guida come faceva un tempo con le pecore, che tra lui e me c'è comunanza per mestiere di vivere a volte e senza metafora. sono nel controviale che conosco a memoria come conosco a memoria tutte le strade sotto tutte le case che ho riempito in questi anni del niente disordinato che mi camallo da un trasloco all'altro, con la disinvoltura di un assassino seriale di memoria. Non passa nessuno nel viale e ce la camminiamo in punta di notte e il cane, tre passi avanti, ogni tanto si volta a vedere se sono ancora vivo, che le chiavi di casa ce le ho io e non si sa mai. Poi arriva questo con la sua macchina troppo coupè, troppo nuova, troppo giusta, troppo tedesca. Frena davanti al semaforo che è in turno di riposo e respira del sonno che sanno prendersi quegli aggeggi lì quando emettono con regolarità una luce gialla pulsante, che è presa di distanza da ogni responsabilità eventuale, che ti dice fai come cazzo vuoi che è notte ma poi non venirmi a cercare. Questo frena la sua macchina di lusso e scende sul bordo dell'incrocio. Avrà la mia età ma governa uno sproposito di cavalli mentre io ho un cane che potete anche chiamare Libero se volete e ho le dita che ancora grondano resti di parole. Scende e barcolla e è male in arnese e troppi ne vedo di questi che vengono a raccattare un pizzico di bonza dai senegal all'angolo per sentirsi vivi e per giustificare il guizzo della cravatta allentata e della risata e della faccia degna di un quadro di Kokoschka. Quel pittore lì ho sempre pensato che sarebbe stato perfettissimo per illustrare "Il tamburo di latta" fosse stato mai illustrato. come Lada per Sveick, la morte sua. E pure la morte di questo qui che è sceso dalla Porsche, che vigliacco se la propunci con la "e" finale che le spetterebbe. Barcolla e sta male. Arriva davanti all'auto si volta e vomita di getto. Sul cofano. Solo sul cofano. Mi guarda senza vedermi. Il cane s'è fermato e punta come quando c'è un conto in sospeso. L'altro risale in macchina pulendosi le labbra gonfie e bluastre con la manica della giacca. Ha i bottoni dorati. Riparte sgommando. Senza lasciare traccia perchè è così che si muove l'organismo complesso di questa città terminale. Il parco è lì a due passi e noi si riprende a vagare in punta di notte.
mercoledì 12 febbraio 2014
Bau Bau Freak Antoni
io son di quella razza lì che quando gli skiantos iniziavano a cantare già li sapevo e giravano i 45 giri e tutti ciondolavamo la notte ululando alla voglia di quell'età lì che ci piacevano le sbarbine. io son di quella razza che per ogni lampeggio azzurro che sciabolava nei vicoli magari attaccava a correre ma dentro gli partiva il karabigniere blues. io son di quella razza che al liceo saliva in piedi sulla cattedra e recitava i versi dedicati a buba loris e poi m'hanno bocciato. io son di quella razza che siamo rimasti quei ragazzi semplici che eravamo e il successo non ci ha cambiato. io son di quella razza che ci siamo fatti da soli. molti hanno anche salutato educatamente prima di andarsene. io son di quella razza che leggeva frigidaire e dentro le storie di paz c'era quella broda di freak. io son di quella razza che scriveva pure su frigidaire perchè al peggio non c'è mai fine e la razza mia lo sa bene. io son di quella razza che un'estate a sinalunga mentre mi stavano rubando un pezzo di vita che io i lucchetti non li metto mai tanto perdo le chiavi, sono andato al campo sportivo e c'era una festa di paese, di quel paese dove ci vivevo io e c'è nata rosi bindi e ci stanno asserragliati gli eredi ultimi del duce, e c'era un palco della musica da ballo che pompava sulla folla e un altro palco piccolo e sopra si agitava uno coi pantaloni mimentici larghissimi e dietro io l'ho riconosciuto che c'era il bestiale dandy bestia e erano loro al completo e hanno fatto un concerto per sei persone e poi abbiamo bevuto e ci siamo abbracciati per scambiarci il niente e ci siamo rullati di cartoni. io son di quella razza che ha i suoi libri di quello lì conservati dalla prima edizione. io son di quella razza che gli ha voluto bene sul serio. giù il cappello che se n'è andato Freak Antoni. bau bau baby.
domenica 2 febbraio 2014
Moto d'animo
eddai. come le altre volte. fai partire la canzone qui sotto e poi inizia a leggere.
Ho visto cose che voi umani non riuscireste a immaginare, perché sono il vostro quotidiano, i vostri
passi che credete sempre diversi e invece premono, alla stessa ora e
con la stessa millimetrica forza, le solite piastrelle e i soliti
vialetti e le solite scale. Ho visto cose che farebbero tremare i
polsi ai più arditi ma che solo la distrazione cela allo sguardo. Ho
visto cose che pochi possono guardare con i miei stessi occhi
strabici, che mi consentono d’essere attento a due scene, in due
direzioni contemporaneamente. Sempre con grande danno per
l’esperienza e per il cervello.
Corso
Vittorio al sole, nell’ora di punta dell’uscita dagli uffici e
dalla noia. Per correre come furetti furenti verso quell’altra noia
catodica e i piatti caldi come questa estate che porta sole e gente
ai murazzi la sera. Sono le sei ma siamo nelle giornate più lunghe
dell’anno o forse la mia memoria infallibile vacilla e sono solo le
quattro ed è maggio o luglio o settembre nero. Arrivo all’incrocio
col lembo ultimo del Valentino e poi davanti ho di nuovo il Po a
marcia invertita che è più un rito di passaggio che un luogo in
questa capitale sabauda cloppetettante sui tacchetti amplificati ad
arte. Il
Po passa schiumando tra i piloni di cemento, sempre nella direzione
opposta alla mia sensazione. Da piccolo passavo i ponti e vedevo la
distesa d’acqua, compatta e a specchio, senza indizi che svelassero
il senso della corrente. O forse c’erano e non li sapevo decifrare.
Adesso attraverso con la moto, attento come posso al traffico che
marca a uomo, a cofano, a paraurti. Ho solo un attimo per guardare
l’acqua e ogni volta mi meraviglio. Il Po a piazza Vittorio marcia
contromano da un pezzo e la gente non se ne accorge. Mille anni prima
di ora, non ricordo in quale carne io mi celassi ma c’ero, venivo
in riva a quest’acqua che correva come dio consiglia, da piazza
Vittorio a corso Vittorio, che allora si chiamavano con altro nome e
migliore fantasia.
Ma stavolta è successo qualcosa. Si è sfasciato un tubo, una condotta, un qualcosa che pompa
acqua nelle vene della metropoli e lo slargo è riempito da mezzo
metro d’acqua furibonda. Un paralitico se ne rimane in mezzo al
gorgo con le ruote affondate nel pantano e tutti sono sgomenti e quei
vigili, chili di cerebro rubati dal barattolo dell’AB qualcosa,
dirottano il traffico in un vialetto del parco che è strada chiusa e
non sembra che si siano accorti del tipo che stringe le dita sulle
ruote della carrozzella, i denti contro i denti e cerca di scampare
al diluvio che tutti ci punisce ma lui lo fotte proprio. Dio è
giusto. Giusto un po’. Sono in rara tenuta giacca e cravatta,
capita con la cadenza delle eclissi totali o quando cambio lavoro. Per la santa precisione in questi ultii quindici anni m'è capitato questa volta qui e un'altra volta che con il Boia ci siamo ficcati in una storia che va bene da raccontare la sera al bar tra amici ma che rendere pubblica è azzardato. Insomma sospetto che a me la giacca e la cravatta non portino grande fortuna anche se quella volta con il Boia ci hanno cavato fuori dai casini.
Ma torniamo alla porzione di città allagata. Me ne rimango seduto sulla mia Guzzi, che in questa sede eviterò di
celebrare con enfasi ma che è evidentemente un parto della volontà
divina cui l’uomo ha aggiunto la vernice e i filetti dorati tirati
a mano. Il bicilindrico, badate bene che mi sono risparmiato di dire il mitico
che di questa parola c’è manifesto e prolungato abuso, borbotta e
tossicchia davanti a quell’acqua che sembra un modellino in scala
delle tragedie di Po, delle acque invasate che invadono. Qui poi c’è
pure puzza di merda. Mi affianca uno con un’Honda customizzata che
mi guarda. Soprattutto la cravatta guarda questo qui e piega di
rinforzo la faccia a ghigno. Ha un casco plasticoso e mimetico. Un pupazzo come ne girano tanti nel percorso garage bar. Quando viaggi per il mondo questi non li incontri mai. Memore dei guadi con Jeio, roba da dogma
assoluto e fede incrollabile nella tecnica meccanica mandelliana, non
degno di sguardo e dico vado. La prima strappa, anzi è la frizione
che strappa mentre la prima entra con quel vezzo di certe volte di
farsi sentire da tutto l’isolato. E muovo tutto quel peso tronfio,
quell’eccesso di trippa ferrosa e affondo con le ruote e non mollo
il gas per non succhiare acqua con gli scarichi e sfioro il
paralitico che mi guarda speranzoso e lo supero che ho la moto mica
il pattìno del bagnino e raggiungo l’asciutto e vado oltre. Nello
specchietto, per tutto il tempo, mi è rimasto quello con l’Honda,
a seguirmi fiducioso. Poi scivola e cade e è solo un'assenza nello specchietto per quello che mi riguarda. La città, questa città, è una giungla e ci
sono pure le sabbie mobili.
mercoledì 22 gennaio 2014
Di carne e d'acciaio
-->
insomma, dovresti aver capito come funziona ma magari te lo spiego di nuovo che se sei qui a leggere mica sarai tutto in bolla di tuo. fai andare la canzone qui sotto e poi leggi. La cosa migliore resta ascoltare la canzone e lasciar perdere il testo. Poi non dire che non ti avevo avvertito.
Dal mondo son tornato
sempre vivo, lo posso ben dire. Che sono tornato tutto intero però direi che è
già una bella affermazione azzardata. Avrò avuto circa sette o otto anni. In
quell’inverno la crisi petrolifera aveva picchiato giù duro sull’Italia ancora
coperta dalla polvere gloriosa dei fasti del Miracolo economico ma quando sono
nato io, giuraci, non era più aria di miracoli per nessuno. Resta il fatto che
s’era inaugurata per gli italiani l’Austerity e la domenica c’era il fermo
totale delle macchine e si poteva sfrecciare per i viali della città in assoluta
libertà. La bicicletta non l’avevo ma spesso mio padre lavorava la domenica e a
quel punto fu d’obbligo comprarne una. Andammo tutti insieme in un garage di
via Caccia dove c’era un vecchio che accroccava alla meglio vecchie bici e le
rivendeva. Una cosa un po’ losca ma costavano un bianco e un nero. Mio padre
tornò a casa con una pesantissima bici bianca e azzurra da donna, col
portapacchi che scattava come una trappola per topi e il campanello e il fanale
con la dinamo funzionante. Marca Dei. La guardavo e mi sembrava sul serio un
pezzo di pregio, la più bella di tutte le bici. Quando la domenica mio padre
partiva per andare a lavoro in bici ci affacciavamo tutti dalla cucina e lo
salutavamo felici. Lui un po’ meno. Poi ‘sta storia dell’austerity venne meno e
la bici, che sospetto mio padre odiasse, restò nel garage. Non che fossimo
usciti dalla crisi, che se escludi gli anni Ottanta in cui pensammo che la
nostra economia fosse un fulmine di guerra, scambiando una bambola gonfiabile
per una femmina vera, dentro la crisi ci sono cresciuto e m’avvio a farmi
vecchio. Però a quel tempo di nascosto andavo in garage e la provavo la
benedetta ossessione a due ruote e riuscivo a pedalare perché era da donna e
non aveva il cambrone e quindi restavo in piedi sui pedali e a vederla da
lontano poteva sembrare la bici del demonio che pedalava da sola perché io ero
uno gnappetto di venti chili. Un giorno d’estate scendo in cortile e gli altri
si stanno attrezzando per andare alle collinette con le bici. Mi scoppia il
cuore che se c’è una cosa che voglio fare quel giorno è andare con gli altri
alle collinette con la bici e quel posto lì non è nemmeno così vicino e quella
che si prepara è un’avventura degna di quelle esplorazioni alla fabbrica dei
fiammiferi che facevamo certe sere estive. Le collinette, il santo Graal di
tutti i biciclanti bambini dell’epoca e del quartiere. Sono salito a casa con
una scusa, ho preso le chiavi del garage e già ve lo immaginate che l’ho fatto.
Addosso avevo quell’adrenalina maledetta di quando fai una cosa che non
dovresti ma che hai una fottuta voglia di fare. Una maledizione che non mi ha
più abbandonato. La salita del garage con quel ferro pesantissimo era un’impresa
degna di certe tappe alpine del giro d’Italia e ho stretto i denti e ho
pedalato alla maledetta che quegli altri erano in cima e mai sarei arrivato
spingendola a mano. Una volta in strada mi sono fatto fottere dall’aria in
faccia. Quando provi per la prima volta l’aria in faccia mentre corri su
qualcosa a due ruote quell’ebbrezza lì ti possiede e ti fotte per tutta la
vita. Una trappola che ti porti addosso per sempre come una maledizione e che
vuoi riprovare ancora, roba che m’è capitata solo con l’aria in faccia e la
topa. Eravamo un branco e mezzo e stavamo ancora aspettando gli altri e io non
riuscivo a stare fermo e continuavo a andare su e giù per la strada e gli altri
mi urlavano cose e ridevano e ridevamo tutti. Non l’ho sentita arrivare ma in
quel momento ero fermo a bordo strada, parlavo con Valentino, il fratello scemo
di un mio amico, uno grande più di noi, parecchio più grande, che se la girava
con noi per sentirsi quello che comandava ma non ce lo filavamo di pezza.
Comunque ero sul bordo della strada, dopo la curva, fermo con il piede sul
marciapiede per giocarmi un vantaggio vitale di qualche centimetro in più utile
per reggere il ferro di mio padre. E non l’ho sentita arrivare. Dice che ha
frenato, dice che ha sbandato, dice che correva come nei film degli inseguimenti.
Mi ricordo il sapore in bocca e la ruota che mi mangiava la gamba e mi
trascinava nell’asfalto e continuava a portarmi via e io ero ingombrato da
quell’unica angoscia della bici clandestina che forse me l’avevano distrutta e
volevo alzarmi e andare a vedere e chi lo sente mio padre ma questa cazzo di
macchina non si ferma e io sto sotto e mi trascina. S’è fermata alla fine e
quella troia è scesa dalla 500 rossa e ha gridato qualcosa vedendomi sotto la
cazzo di fottuta macchina sua e poi, non crederci se vuoi ma è andata così, è
risalita in macchina ha fatto retromarcia sempre ripassandomi sulla gamba che
era rimasta sotto la ruota, ed è scappata. Gli altri stavano zitti e vigliacco
se volevo piangere ma mi sono morso il labbro e ancora era la bici che m’occupava
i pensieri e mi sono alzato e me l’hanno portata e aveva solo il carter storto
e mi guardavano e nessuno parlava. L’ho presa dalle mani di qualcuno e stavolta
andare a piedi non era disonorevole e quelli continuavano a guardarmi e non
dicevano nulla. Da piccolo io la sera e la notte, che già allora dormivo poche
ore a notte, leggevo tantissimo e in quei giorni ero alle prese con le prime
pagine de “il giro del mondo in ottanta giorni”. Camminavo e continuavo a
ripetermi che un gentleman come Phileas Fogg non perde mai la calma. E certo
non sente nemmeno il dolore e soprattutto non deve guardare e io infatti la
gamba non la guardavo e meno male che altrimenti l’avrei capito perché quegli
altri, nel nome dei calzoni corti che tutti portavamo, erano rimasti azzittiti
dall’orrore. Camminavo verso il garage e la traccia di sangue c’è rimasta per
parecchio su quella discesa. Ho aperto il garage e ho rimesso a posto il carter
e tremavo e se dico che a piegarmi non mi faceva male sono un bugiardo. Mi
fottevo dal dolore ma non dovevo guardare. Poi sono andato verso il palazzo e
in ascensore le gocce di sangue che cadevano a terra erano a quel punto una
certezza. A quel punto il vero problema era che non dovevo dirlo a casa. Così
ho detto che ero caduto dal muro per andare a prendere le albicocche e mia
madre m’ha lasciato nella mia stanza con la gamba squarciata alla maledetta ma
io m’ero infilato dentro le coperte e non si capiva bene quanto ero di concia.
La sera è arrivato mio padre e forse mia madre non era convinta e gli ha detto
di darmi un’ occhiata. M’hanno caricato sulla macchina e m’hanno portato al
primo posto sanitario disponibile secondo la nozione topografica balenga di mio
padre, che era l’ospedale militare di via Pracchiuso, forse perché a sua volta
quando da ragazzino si era aperto in due tuffandosi dagli scogli a Anzio lo
avevano curato i militari americani. Sta di fatto che un cazzo di infermiere
scazzato mi guarda e dice “ tocca disinfettare” e apre una bottiglia di tintura
di jodio e me la versa sana sulla gamba dilaniata e sul braccio. Credo di aver
fatto un salto carpiato dal dolore e credo di essermi spento per qualche
secondo. Ma non parlai. Se mi conosci lo sai che è dura farmi dire quello che
non voglio dire ed è perché mi sono allenato da piccolo. Poi le madri degli
amici coglioni se la cantarono nei giorni successivi e a casa mi fecero un culo
a capanna perché gli avevo fatto fare la figura dei cretini col quartiere che
quelli erano gli anni che quando ti facevi male tornavi a casa e prendevi il
resto, proprio così si diceva. Per almeno sei estati la mia gamba non ha voluto
saperne di abbronzarsi e m’era rimasta un’isola di pelle bianca che col tempo è
smorta e ora è una traccia quasi invisibile ma io a volte mentre me ne sto
sdraiato al sole mi guardo la vecchia pelle mia e la intravedo e sorrido che
non era nemmeno la prima volta che morivo e ho cominciato appena nato a far
prove di quella forza lì per dirgli alla morte che sono un osso duro.
mercoledì 18 dicembre 2013
Racconti di natale
Ricapitoliamo. Mentre leggi fai andare la canzone qui sotto.
Ogni giorno dove pranzo arrivava uno tarchiato che suonava
la fisarmonica per strada. Sorrideva sempre. A volte gli offrivano un panino, a
volte un bicchiere di vino che scalda. Lui sorrideva sempre. Un giorno Pasquale
gli ha chiesto di venire al mio tavolo a suonarmi qualcosa. Ha accennato un
Besame mucho senza convinzione. Ho offerto il pranzo. E sorrideva. Se ne stava
nel tavolino vicino al frigo delle birre e anche vicino al motorino razza Ciao
di Pasquale che è il titolare e nel suo locale ci tiene il motorino e poi dice
che la gente si sceglie e non è un caso se vengo a mangiare qui da quindici anni.
Quello della fisarmonica aveva raccolto a fatica venti euro, come li scasserei
di schiaffi quelli che ti dicono “lo vedi quello in mezzo alla strada, è
miliardario ma suona in giro”, e voleva mandarli a casa per natale. Al posto
dove spediscono i soldi per il mondo gliene hanno chiesti cinque di
commissione. Lui ne aveva promessi venti a casa. Allora ha deciso che doveva
raggiungere la cifra di venticinque e s’è messo d’impegno. Suonava per le
strade e la notte dormiva in una fabbrica abbandonata. Alla fine c’è arrivato a
venticinque e quella stessa notte gli hanno sfondato la cassa toracica a calci
e gli hanno rubato tutto. Non la troverete questa storia nelle statistiche.
Nessuno denuncia nessuno qui. Trattenendo il fiato, che a respirare con le
costole che ti inchiodano il passo c’è da farci attenzione, quello lì è partito
per chissà dove. La mattina, scassato di botte, è passato per un saluto e un
caffè e ha lasciato la fisarmonica in ricordo a Pasquale. Un cenno con la mano
e ha sorriso e la bocca spaccata s’è aperta per una buona ragione. Ognuno ha le
sue di buone ragioni. Nessuno di noi ha mai saputo come si chiamasse. Buon
natale.
Ieri sera passavo per via Roma. Sotto quei portici
abbaglianti e abbaianti alla crisi c’era uno che se ne stava accoccolato tra le
coperte con un cane, un vecchio molossoide ansante, appallato di fianco. Un
ragazzo con la bici, uno di questi ferri che si usano ora parecchio estetici e
senza freni e che non mi sono molto simpatici, sfreccia sul marciapiede, che
questi qui si fanno un punto d’onore di sfrecciare sempre, arriva all’altezza
del tizio e frena di contropedale intraversando il ferro sul marmo dei portici per bene. Sorride e dalla
tasca tira fuori due tavolette di cioccolato. Le passa al tipo nell’angolo.
L’altro le prende e nemmeno sorride. Torno due passi indietro e lascio i tre
euro che mi galleggiano in tasca. Tutto quello che ho. Mi sono ricordato che i
cani non mangiano cioccolata. Poi giro l’angolo e cerco il buio. Il freddo mi
fa sempre venire voglia di pisciare. Buon natale.
Il natale del 1976 era il natale da terremotati. Mica solo
per me e la mia famiglia, il sismo era stato il bel protagonista di quella
stagione e s’era ficcato di prepotenza nelle vite di tutti quelli che stavano in Friuli. Nelle
vite e nelle morti a ben ricordare. Facciamo il natale tutti insieme, con
quell’euforia che ti prende quando sei vivo e hai visto il tuo vicino morto per
terra e pensi che avresti potuto esserci tu tra i calcinacci e il selciato. Tra
la gente a messa, i miei in chiesa non ci andavano mai ma quella roba lì di
essere scampati val bene una messa, c’è questa bambina, figlia di amici, che mi
piace da morire. Mi fotto di timidezza oltre ogni ragione plausibile e poi
sospetto di essere tutto quello che nessuno desidererà mai con i miei vestiti
recuperati ai parenti e il mio raffreddore perenne e regali che non posso
sognare. Hanno fatto le tavolate sotto un capannone e ci sono la cioccolata
calda e il panettone. I miei mi siedono di fronte alla bimba bionda e io mi
paralizzo. Mi giro di schiena. Mio padre prova a torcermi, a voltarmi, a
convincermi con quei bei ragionamenti
che ti suonano in testa con la forza di una mano aperta e indisposta.
Niente. Già allora ero piuttosto coriaceo. Passerò tutta la serata di spalle al
mondo, che il mio mondo voleva stare tutto nel sorriso di quella bambina. Ma
questa è una storia di natale e ci voglio aggiungere il lieto fine. Un giorno
di primavera lei è arrivata al parco e mi ha visto accoccolato in un angolo che
trafficavo. Si è avvicinata incuriosita e ho potuto, sempre senza dirle una
parola, condividere il privilegio di stare con quei cuccioli nati in una crepa grossa
del muro e che la madre nascondeva al mondo ma non a me. Stavo giocando in casa
e ho alla fine vinto quei sorrisi e quelle parole. A modo mio però. Buon
natale.
Mia nonna faceva gli struffoli a natale. Una macchina
scenica che ingombrava la casa di odori e fiamme e fumo e meraviglia. Ne faceva
montagne. Con mio fratello passavamo i pomeriggi a fingere di studiare e a
mangiare gli struffoli. Li rubavamo alle porzioni che erano destinate in dono a
altri. I nostri erano un tesoro da guardare a vista. Tutto quello che avevamo
da guardare a vista. Buon natale.
Quando Dani aveva quattro o cinque anni siamo andati a fare il natale dai nonni a Perugia, che i miei vivono lì da un pezzo ma è un pezzo che non mi riguarda direttamente perchè quando sono andati a vivere in Umbria nell' ottantasette io stavo già per conto mio. A casa dei nonni si mangia oltre ogni misura plausibile e durante le feste di più. All'epoca mio padre aveva deciso di vestirsi da babbo natale per il nipotino. La corporatura lo rendeva decisamente credibile. La notte del ventiquattro andiamo nell'uliveto davanti a casa e facciamo correre i cani. A un tratto sul balcone vediamo questo omone vestito di rosso che ci saluta. Con mio fratello ci eravamo accordati e avevamo fatto lasciare al bambino un budino per babbo natale. Mio padre odia il budino. Dani continuava a dire "nonno, speriamo che babbo natale mangia tutto il budino" e lui ci guardava con odio vero. Appena Dani vede il signor babbo natale in atto di penetrare con effrazione all'interno delle nostre mura domestiche, si lancia verso casa. Gridando. A quel punto partiamo tutti, persone e cani. Gridando. Abbiamo detto a Dani che se riusciamo a catturare babbo natale lo scassiamo di botte e gli rubiamo tutti i regali. Fa parte dei criteri educativi che ho selezionato nel tempo. Spalanchiamo la porta e mio padre natale che sta ancora piazzando i regali sotto l'albero, si alza e cerca di scappare verso il balcone ma cade e urla "vaffanculo". Dani si blocca e sbarra gli occhi. "Ha la stessa voce del nonno e dice le stesse cose". Tutti ridono e mio padre sfugge miracolosamente alla cattura. Ritorna zoppicando e ci guarda con l'aria di volerci far arrestare per oltraggio alla tradizione. Di colpo Dani smette di scartare il regalo e guarda il nonno "Il budino, avrà mangiato il budino babbo natale" "andiamo a vedere" dice il nonno. Vanno in balcone e il piattino è vuoto. Dani è felicissimo. La mattina i cani si sono accaniti, è la natura loro, sul budino spiaccicato sul selciato. Proprio sotto il balcone. Buon natale.
martedì 10 dicembre 2013
Sempre in equilibrio precario
Il primo incontro è stato di sabato. Arrivo qui da Udine e prima da Siena e prima da Perugia e prima da Salerno e prima ancora Udine e i mille posti che ho chiamato casa, strofinando il mio fianco fino ai tufi del sasso materano. A introdurmi nel ristretto circolo, così mi dicevano, è un amico di parenti. Raccomandato dunque. Tranquilli, in seguito scoprirò che queste selezioni erano pura forma, col turn over che c’è lì dentro non possono permettersi il lusso di rinunciare a nessuno. Però tengono alla figura e imbastiscono la scena del colloquio e magari ti fanno credere di caparti in una rosa scelta di pretendenti che anelano a lavorare lì, dalle nove alle venti con pausa pranzo, mezza giornata il sabato e domenica libera. Quasi sempre libera. Ovviamente il contratto è da prepararsi, che poi scopri che non c’è e non ci sarà mai e quelli assunti quasi sempre si sono fatti sei mesi, dico sei mesi, di stage gratuito per imparare il mestiere, comprendendo nell’apprendistato lo scendere il cane a pisciare, e l’annaffiare le piante e fare l’autista, il fattorino e il cameriere. Non mi perderò in quello che veicolano le incontrollate fonti, nel mormorio sulle bislacche abitudini del capo che forse ho intuito ma che non ho costatato. Mi limiterò a ciò che mi ha visto testimone, che di complicità proprio non si può parlare. Cerco lavoro, a fronte di libri pubblicati e foto scattate a migliaia e quintali di pagine riempite con parole mie, a volte col nome d’altri. Cerco lavoro con la libreria andata a puttane per colpa del padrone che andava a puttane. Cerco lavoro con un mio libro in classifica tra i più venduti d’Italia, secondo il quotidiano torinese per quattro settimane in dondolo tra secondo e terzo posto, superato solo dalla maga Altea. Cerco lavoro con un figlio già scelto nel catalogo e previsto per l’estate. Cerco lavoro con un libretto di lavoro che è una storia sociale da pubblicare già nei mille lire, per raccontarvi un mucchio di storie di quelli della mia età. In copia anastatica. Cerco lavoro e comincio da quella città che aveva inchiodato sul nascere il timido tentativo letterario d’esordio, però con la dovuta cortesia e non senza avermi accordato udienza, concesso significativa opportunità. Ma non era ancora il momento mio. Cerco lavoro per l’affitto e la benzina e il pane, vale a dire per alcuni tra i validi motivi che ti fanno uscire pazzo se non hai lavoro. Aggiungi poi che col tempo avevano preso tutti a dirmi che con il mio curriculum non gli sembrava giusto offrirmi una così povera possibilità e quindi mi rimandavano in mezzo alla strada, a guadagnare da bodyguard alle pornostar e come sicurezza ai megaconcerti rock, guardando a ringhio pure la chitarra di Bruce per un intero pomeriggio milanese. Cerco lavoro perché sono un coglione.
Iscriviti a:
Post (Atom)