venerdì 27 settembre 2013

La fame è fama

Te le ricordi le modalità d'uso? fai partire la canzone qua sotto e poi leggi. Non è difficile. Niente è difficile ma di roba impossibile ne gira parecchia.




Ho una fame ladra e sono le ventitre feriali in Corsosammaurizio, detto tutto tirato. Me la giro a piedi, che sono sgusciato da sotto al ventre della mole, dal lavoro, a un’ora da sfruttato e pagato meno e in giro non c’è niente. E’ inverno. Ho fame e l’ho già detto, ma lo ripeto così è chiaro che è proprio una roba consistente, concreta, fatta di fitte nello stomaco e nella memoria di passate tavole e tegami fumanti. D’angolo vedo una luce e ormai, in anni d’arrangio urbano, ho imparato a sintonizzare l’attenzione sulla frequenza particolare delle luci delle friggitorie, delle gastronomie da poco, dei pizzammetro insonni. La vetrina è piccola, meravigliosamente proporzionata alle mie finanze, e dentro gira un kebab. Edicola devozionale dei miei appetiti disperati. Il posto è poco più grande di una cabina del telefono e il tipo col grembiule è pure grosso. I clienti, tre clienti, completano la farcitura del buco a prova d’aria e di arie da darsi, che non ce n’è per nessuno. Mani rovinate e vestiti cazzolati a schizzi di calcina e rare lacrime d’emigrante delle canzoni che a tavola dice di mettere il piatto suo, presumibilmente vuoto sennò col cazzo che partiva abbandonando la natia terra, gli amici del bar, il suo gallo da battaglia. Poi tocca dividere anche il fumo, ma nel mio caso, alla faccia di Pablo e di De Gregori, il padrone non è quel che si dice una pasta d'uomo. La vita è una quotidiana merdaviglia. Siamo arrivati a quando entro, unico di lingua italiana, che due, lo scoprirò dopo, sono rumeni e un altro è egiziano. Come il titolare dell’attività. Quello che ha un’ambiente in centro direbbero in altri orienti. Sull’entrata, lo noto subito, c’è appeso il solito fagottino con dentro il corano e, sul piano di marmo degli ingredienti, c’è la bacinella del prosciutto cotto e quella del salamino piccante. Allà è grande penso io e chiedo una birra per conferma. Dal forno a legna arriva un caldo di conforto. Alì, che è a un pizzo dall'essere un mio nuovo amico ma né io né lui ne siamo consapevoli, passa dall’altra parte del bancone e letteralmente a spallate apre un varco per me sulla mensolina dove i clienti appoggiano. Manda uno dei due rumeni a spalmarsi sul frigo e l’altro non protesta. Mi vergogno del privilegio che mi sono guadagnato per la stupida faccia italiana che mi porto in giro. Stupida come quella del rumeno se fossimo a Bucarest. Vorrei dirglielo che anche casa mia è lontanissima ma poi mi potrebbero chiedere dov’è e a me mancherebbe certezza, come in tutta questa vita passata a cambiare regioni, accenti e dialetti. Così abbozzo. Il kebab è cosa straordinaria, impastata con le mani velocissime, ficcata nel forno, buttando a sostegno anche un paio di tocchi di legna e a giro di pochi minuti risorte fuori una meraviglia povera, profumata, gonfia, fumante. Imposto, inconscio, la faccia da fedele al miracolo replicato di San Gennaro. Roba che mi porto nel bagaglio genetico. Lui sorride e mi chiede se lo voglio piccante. Certamente, dico io, che mi sono parcheggiato a spina di pesce coi due rumeni mentre l’altro cliente, l’egiziano, rimane aggrappato alla vetrinetta frigorifero con l’insalata di polpo e le alici marinate. Mi danno da parlare e dicono che lavorano sulle impalcature e io vado sicuro, che ho passato due anni della mia vita in alto a fotografare affreschi e restauri toscani, abituando le gambe al dondolio della struttura e la testa all’idea del vuoto sotto. Concordiamo che a seguire tutte le prescrizioni e le norme di sicurezza non si lavora più e poi uno caccia il passaporto e me lo mostra con tutti i timbri e non mi ricordo a che scopo e vuole vedere il mio che non ho e a lui sembra impossibile. Forse sospetta che sono un finto italiano. Ha sgamato l’uomo mimetico. Intanto il mio kebab si va riempiendo di carne e carne, mica come quelle miserie che te le stipano di lattuga per far volume e poi ci mettono un cicinin d’odore di ciccia. A un tratto Alì solleva lo sguardo, guarda fuori, ringhia, afferra un enorme coltello e salta di nuovo fuori dal banco, che poi imparerò che sono cazzi quando succede, e esce in strada, mollando il mio vitto a mezza farcitura. Sul marciapiede c’è uno, non l’avevo manco notato. Altro ghigno nordafricano ma più tunisino, mi spiegheranno poi. Alla faccia dei tutori dell’ordine e della disciplina, Alì, nella pubblica via, inchioda il pusher al muro e lo correda di lama alla gola. Non qui, davanti al mio ristorante, presumo gli dica. Penso che si sta mettendo contro il narcotraffico internazionale e che quello sarà l’ultima possibilità d’assaggiare il suo kebab. Invece il minacciato abbassa la recchia e cambia lato e tutto torna in norma. L’altro rientra e si scusa, solo con me, per la deplorevole scena. Vive da venti anni in Italia, ha il buon gusto di non dire anche lui come tutti di essere laureato in architettura, e questi bastardi di stracomunitari che vendono cosse brute proprio non sopporto. A dirla così pare quasi veneto. Diventerò cliente fisso e avrò l’onore d’essere a mia volta scostato, ma dopo tempo, all’entrare di un cliente più attendibile di me come italiano perbene. Il kebab è stato per mesi la mia dieta base. Ogni tanto ci portavo altri poveracci, sfruttati come me, che uscivano a pezzi e dicevano come fai. M’ha sparito pure la sinusite, insistevo io, ma avevo un bel dire che con me Alì ha guadagnato poco ma i miei amici a causa sua hanno rimpinguato le casse ai venditori di dentifrici e caramelline. Per inciso, Alì gli italiani lo chiamano Paolo e lui sorride, che dentro pensa povero stronzo. Ma il cliente ha sempre regione.

martedì 24 settembre 2013

La figura del cioccolataro


E noi non ci sappiamo vestire e noi non ci sappiamo spogliare e noi non ci sappiamo raccontare, quando è il momento raccontare, nei bar davanti al mare.




Sono passati abbondanti venti anni da quella casa, da quel sottotetto con il pavimento interamente in stuoia di cocco, che quando facevi l’amore per terra, capitava, ti veniva la sindrome del parmigiano sulla grattugia. Non c’era una lira che fosse una. I pochi soldi che guadagnavamo li reinvestivamo in pellicole e obiettivi e la botta di culo dei contratti grossi e la moto nuova e la casa in affitto col giardino immenso e le cene in giro dovevano ancora arrivare e sarebbero pure sparite presto.  C’era questo posto che vendeva tutto all’ingrosso e che esiste ancora in tutta Italia e io ci andavo e impazzivo a guardare enormi pile di biscotti, barattoli di maionese da trenta chili, interi quarti di bue provenienti dall’Argentina. Per entrare ci voleva la tessera e non mi ricordo come c’era questa tessera che girava tra tutti e quando serviva te la facevi dare, che allora era tutto uno scambio senza che nulla fosse davvero di qualcuno. Io ogni volta che avevo la possibilità di entrare in quel posto venivo preso da una vertigine e una volta m’ero speso la cassa comune per un sacco enorme di fondenti alla menta. Un giorno, tessera in mano, andiamo a fare la spesa. Si viveva in case riempite da gente che andava e veniva e il frigo era terra di nessuno. Avevamo i soldi incassati da un lavoro recente. Pericolosissima situazione per me averci dei soldi in mano. Vedo una latta di crema cioccolato nocciola uso pasticceria. Credo fossero una decina di chili di succedaneo della Nutella. Già ve lo state immaginando. La compro. Torniamo a casa e, in quell’estate lì di caldo da schiantarsi, decidiamo di mettere la latta di Fintella nel frigo, che tanto con l’aria che tirava spazio ce n’era in abbondanza. Per mesi mangiamo i panini rubati a mensa e guarniti con la Nutriella. Un pomeriggio siamo lì accampati e non mi ricordo nemmeno bene chi ci fosse. Qualcuno studia, qualcuno cucina, probabilmente tutti dormono buttati in giro. Vatti a ricordare. Giro in mutande e anfibi perché il pavimento in stuoia di cocco vecchio di cento anni ti fresava il plantare come in quella pubblicità recente che c’è uno che usa una spazzola per le piante dei piedi e poi la apre e ti fa vedere tutto il cozzo estratto dalle sue estremità con bella soddisfazione. Ste è in bagno. Apro il frigo per prendere una birra e vedo la Micidiella che sta lì, ora odiata da tutti. Con un dito ne saggio la consistenza. A stare nel frigo è diventata come la plastilina. Lampo di genio puro. Vado davanti alla porta del bagno e comincio a urlare “Ste ti prego, devo andare in bagno, apri ti prego…”. Dopo qualche secondo Ste apre uno spiraglio e mi chiede cosa cazzo voglio. Balbetto “Fammi entrare, ho bisogno del ba….”. Sbarro gli occhi e resto pietrificato a guardarla. “Cosa c’è?” “Cazzo no” “No cosa” “Te l’avevo detto di sbrigarti”. Comincio ad arretrare senza darle le spalle. “Ma che cazzo hai fatto”. “Niente, niente, lasciami il bagno”. “Ma… ti sei cagato addosso?” “No no… lasciami il bagno per favore”. Stanno arrivando anche gli altri sparsi in giro. Mi guardano inorriditi. Ste mi afferra un braccio e mi volta. Sul fondo dei miei boxer si percepisce nettamente un grosso bolo marrone. “Che schifo, ma sei impazzito”. Mi rigiro spalle al muro “Ma insomma, che sarà mai… in fondo…” mi infilo le mani nella parte posteriore delle mutande “è solo cacca” estraggo uno stronzolone confezionato con la Falsella e lo tengo in mano davanti a tutti gli sguardi allibiti “e poi mi son sempre chiesto che sapore ha” e mi pappo lo stronzolone di buon appetito. Ste grida fisso, senza una gamma tonale variata, un lunghissimo grido monocorde. Qualcuno si sente male. Tutti gridano.Il cane ulula con il muso rivolto al soppalco, che il cielo a noi non ci spettava.

Il fatto che tutti ci avessero creduto la dice lunga sull’idea che il mondo ha di me.
Dolcetto scherzetto.
 
 
 
 

domenica 28 luglio 2013

Masso che cola.





Gressoney, ore 15. 
Scarichiamo la bici di Dani e lui salta sull'impianto di risalita, direzione piste di downhill che è quanto di più vicino al suicidio si possa praticare usando una bici. lo vediamo salire verso il cielo come fosse Remedios e io resto giù che non è detto che debba spaccarmi un osso ogni mese che arriva. Ce ne andiamo al bar e prendo una fetta di torta di mirtilli con la panna. L'assaggia anche il cane che sta sotto il tavolo al fresco e non mi spaccate i coglioni con la dieta del cane che qui si muore di piacere ogni giorno e con impegno. Ste si lascia sfiorare dal sole anche se qua non fa per niente caldo. Siamo nel cuore della montagna. Non ci sono altri avventori se si esclude una coppia tuttosport, uno di quegli organismi complessi che si sviluppano in città, generate a partire dall'avvento dei megastore sportivi ai margini delle metropoli. Sono attrezzati per affrontare almeno sei discipline olimpioniche e anche un paio di attività in attesa di riconoscimento internazionale. Restano tutto il giorno seduti, impegnati nella sollecitazione clitoridea dei loro tablet che sfiorano con l'indice frenetico. Quando parlano tra loro si respira un velo d'astio a fior di sorrisi dipinti come in faccia alle bambole. Al tramonto li rivedremo caricare la pancia del cargo Subaru e ripartire alla volta della città. Torneranno a essere magifici animali da dehor, avendo belle storie d'avventura da spendere. Farà fede l'abbronzatura stesa a più mani nella lampaderia gestita dai cinesi proprio in corso qualcosa, angolo corso qualche altra cosa. Di solito ci vanno in pausa pranzo. Ottimizzano.
Ci alziamo insieme al vento che si fa teso sul filo dell'acqua portata giù d'impeto dal ghiacciaio. Prendiamo la via dei boschi, che è sempre un bel segno di resistenza.

ore 19.45
Nella piazzetta di Gressoney c'è una festa western e tutti sono vestiti come fossimo sul seti di Hazzard, in un territorio riferibile all'immaginario condiviso, nutrito da film e fumetti. Forse per riuscire a immaginare come può essere una festa western a Gressoney facciamo prima a immaginare una festa napoletana in un paesotto del Kansas. C'è l'rchestra dal vivo e sono bravi sul serio. Gente di mestiere che mi ricorda la scena dei fratelli Blues quando arrivano al locale country. Suonano anche Johnny Cash, grazie a dio, e la gente si muove all'unisono in una sorta di danza macabra di bella derivazione medievale. Anziani e affini ballano con i cappelli da cowboy. La torta di mirtilli è molto più buona di quella del pomeriggio e la salsiccia con i fagioli costa davvero poco e fa la parte sua mentre il freddo comincia a farsi sentire. Da un megafono qualcuno invita la gente alle finali di toro meccanico. Lombardi e piemontesi con i vestiti elegantini si muovono per quelle strade in nome dell'aria frizzantina che fa tanto bene. Professionisti e mogli verniciate e lucidate passano portando con stile scarponcini e giacchette tecniche. Hanno la faccia da squali ma qui respirano corto sulla salita e sudano tutta la coca che si sono pippati. Emuli di quell'avvocato che tanto ci ha segnati tutti.
Il cane fa ii conti con la recente cicatrice, con quella bella indifferenza che ostentiamo tutti in famiglia per le cicatrici. Buona estate a tutti.




mercoledì 24 luglio 2013

Passarlo liscio







Ieri sera al parco. Ci andiamo spesso a cena, è davanti casa e quando verso le dieci di sera riusciamo a radunare i pezzi della nostra tribù sganghera non è più tempo di fornelli e per un pugno di euro ci sediamo davanti a un piatto di porco abbrustolito e a quell'ora il vecchio al bancone ci carica i piatti di plastica di porzioni mica da ridere. E ci piazziamo lì, su quei tavoli lunghi di legno e attorno a noi gente di tutte le parti del mondo che fa i conti con il tempo libero che è pur sempre il tempo che resta. I cani sotto il tavolo se la giocano con le ossa e i pezzi di pane. E c'è l'orchestra del palco grande che sarebbero due computer e un vecchio bavoso con i radi capelli tinti che costruiscono sul cranio scivoloso una struttura che dovrebbe essere un succedaneo seduttivo della capigliatura ma che più propriamente ricorda un'opera di Tatlin. Nella pista, con le basi registrate si agita una budrigona cotonatissima che negli anni sessanta s'era sognata d'essere una cantante e ora gorgheggia in un improbabile spagnolo canzoni d'amore e porta la pelle sblusata sui pantaloni a vita alta e il suo sudore si mischia al fumo della griglia e le collane le si appiccicano alla generosità dello scollo. In alternativa alla garrula brodosa c'è un bel tenebroso con un accento calabro che togliti ma che si gioca il vantaggio di averci trent'anni, che è un bel vantaggio in quella bolgia di vecchi, tutti vecchi, quasi tutti con una vita spesa nella fabbrica e pochi spiccioli d'esistenza da lasciare ancora sul bancone unto. Ieri sera stavamo lì e levavo la carne dall'osso delle coste con la lama fidata del mio Laguiole, un vecchio Maki per chi se ne intende, vedo che all'altro palco, quello dove di solito fanno danza western, stasera si balla occitano. Finiamo di mangiare e ce li andiamo a gardare quelli che si misurano col rigadon e davvero c'è una galleria lombrosiana che mi ricorda che un giorno o l'altro dovrò decidermi a controllare la data di scadenza all'umanità. E ballano e come nel palco del liscio ci son coppie di donne che danzano tra loro e non è traccia di emancipazione e negazione dell'omofobia ma piuttosto il retaggio di tutte le guerre possibili e maschi che dalla battaglia non sono mai tornati. Fateci caso, tutte le volte che c'è un'orchestrina, ci son sempre donne che ballano tra loro. è un indice meramente statistico, un dato biologico, nulla di antropologicamente significativo. Fanno con quello che hanno come in prigione. perchè questo parco li ha imprigionati all'aria aperta, a un passo dai cancelli di una fabbrica che è misura di tutte quelle vite. E l'orchestra suona e vanno fuori tempo. Un oltraggio al tempo è quello che ci vuole. Bravi
Un'altra birra e poi me ne torno a casa.


giovedì 11 luglio 2013

come una tigre a Pinerolo

A Pinerolo c'è una specie di zoo. Chiuso da tempo ma dentro ci sono ancora degli animali, avanzi di circhi orfei minori di cui s'è persa la memoria. Misteri orfeici. E ci sono tre tigri, forse originariamente in lizza contro altre tre, messe lì per sciogliere le lingue dei visitatori, messe lì perchè lo sa solo dio, che una tigre sta a Pinerolo come la dignità sta all'ufficiale giudiziario. Le tigri in realtà sono nove ma per questa storia mia già tre sono troppe. Sono anni che le tigri stanno lì, dietro le sbarre e la rete grossa, in un pollaio anabolizzato dove possono guardare il niente che ogni mattina gli compare quando aprono gli occhi e riescono a fuggire i maledetti sogni di foreste e prede e acqua fresca da lappare direttamente dal fiume e trappole e lotta e dolore e amore e morte e cazzo ne so io, che mica sono tigre. Tutte le mattine arriva il vecchio, anche lui avanzo di altri fasti, che è rimasto lì a guardia di quella fortezza Bastiani che fu eretta per vegliare sulla pericolosa prepotenza dell'esotico che insiste sull'immaginario dei bambini di Pinerolo e zone limitrofe. S'è ben rotto la ciola pure lui, il guardatigre, di portargli da mangiare la mattina senza soddisfazione alle belve e son mesi che non le degna di un sorriso, che ogni loro brontolio, parlare di ruggiti non me la sento, gli ricorda che lui nella vita porta da mangiare carne marcia alle tigri di Pinerolo tutti i giorni. per nessuno. Il vecchio vive con la moglie in una baracca lì allo zoo fantasma. Ieri le tigri lo hanno sbranato. Dopo anni di convivenza. Ora faranno una brutta fine ma se ne vanno con i conti in pari. E voi? Come ve ne andrete voi? E io? Io sono il vecchio che vi porta le storie tutte le mattine. sono già morto e senza il brivido della zanna. Grazie davvero.

martedì 18 giugno 2013

La vita a calcinculo









Ieri sera, nel parco a un passo da Fiat Mirafiori, la madre di tutte le fabbriche, e a uno sputo da casa mia. Ieri sera nel parco dove stavano accampati da giorni i fan di Vasco a pettinare la loro vita spericolata e a far le cure per un fegato spappolato che non sapranno portarsi addosso con lo stile che richiede, impegnati a mangiare le penne fredde che la mamma gli ha messo nel contenitore di plastica ermetico. Ieri sera su quello spiazzo di ghiaia al buio e i camper dei punk con i cani e la musica che da sempre stanno qui e sono la possibilità di far due parole la notte quando porto i cani e mi sdraio sulla panchina del parco a respirare il fresco. Ieri sera con quell’odore di griglia che già arriva dal baraccone che montano ogni estate per ballare il liscio e mangiare le costine e i vecchi si mettono la cravatta e escono dai palazzoni e si accendono dispute e risse vere per le donne e per il vino. Ieri sera in quello slargo lì, vicino al paradiso delle gattare e a un passo dal campo da bocce e i tavoli in cemento con la dama pitturata sopra. Ieri sera con le quattro giostre quattro che stanno lì, gestite da un’unica famiglia di zingari e c’è il calcinculo, catenelle lo chiamano quelli che serbano pudore nelle parole, e l’autoscontro, macchina da scontri lo chiama Ste che nelle parole serba invenzione e anche per questo mi stordisce di meraviglia, l’ottovolante, che mi costringe a dire tutte le volte a voce di megafono “volante otto, recatevi sull’ottovolante”, e la macchina del pugno che se ho qualche problema all’articolazione del polso sospetto sia per gli strapazzi di una gioventù in cui il testosterone si misurava a caracche secche sul pallonazzo di pelle sgualcita di quell’oggetto infernale. Ieri sera con mio figlio e i suoi amici e con altra gente ci siamo dati appuntamento alle giostre, che già era buio e l’occhio doveva trovare misura della luce possibile, adattando la pupilla al pulsare delle intermittenze dei baracconi. Ieri sera c’erano i punk che mangiavano lo zucchero filato e i cani che son corsi incontro ai miei, che tra vecchi amici si è più felici di trovarsi quando c’è da far cagnara, la chiamiamo così a ragione, e non fa freddo. Ieri sera i romeni erano vestiti a festa e ridevano a sentire le grida delle femmine loro sul calcinculo e le gonne che svolazzavano a graffiare l’esordio di quest’estate minchiona promettevano voglie. Ieri sera io e Ste ci baciavamo seduti sul bordo della pedana degli autoscontri e ridevamo, che quando ci siamo incontrati io non avevo nemmeno una casa ma solo un vecchio Ciao e a ritrovarci lì c’era da dargli un cinque al destino. Ieri sera sono piombato su quel mondo in bianco e nero, su quella memoria di un Italia perduta e di periferia, con il mio Ciao già pronto per il viaggio, che tra due giorni attraverserò la pianura padana da Torino a Udine sincronizzando il motore e il respiro su un tempo che non esiste più, evitando le grandi città, dormendo in mezzo ai campi e fermandomi nei paesini a chiedere ragione di una vita che hanno smesso di raccontarci o che forse non esiste più. Lo vedremo. Ieri sera mio figlio e i suoi amici ridevano sulla giostra e anche noi stavamo lì sospesi nel piacere assoluto di quel fresco e di quelle parole leggere. Per tornare a casa ho ripreso il Ciao e l’ho acceso in corsa, saltandoci sopra come facevo da ragazzino. Mi sono voltato solo un secondo con un sorriso a Ste, che era il rinnovo di un patto notturno che quella sera s’era giocato le sue carte migliori. Il miglior tributo a quel regalo della macchina del tempo.
Poi vi racconteranno del degrado e della violenza e della disperazione della città ma sarà anche il caso che la smettiate di farvi raccontare la vostra vita, che ne siete gli unici titolari e questo dovrebbe bastare a farvi scendere in strada in una sera così. Non è l’arcadia, non è un mondo ideale, i sorrisi erano in bilico sulla maledetta necessità di resistere, ognuno a modo suo, ma ieri sera il tempo s’è fermato e per un momento ho pensato che il mio Ciao è magico, è più di quello che sospetto.
All’ingresso del parco c’è la casermetta dei carabinieri ma tutto quello che ho raccontato succede alle loro spalle e hanno la bella delicatezza di non voltarsi mai.



martedì 11 giugno 2013

Fare la differenza

-->

 mentre leggi fai andare il pezzo qui sotto.





Una storia che passa dalla storia. Del resto c’è da aspettarselo da uno come me, che mischia vita e mestiere nel gioco della memoria e del tempo. Mi sono inventato un lavoro in bilico su fotografie che muoiono ogni giorno un po’ alla luce che volevano rubare, lettere chiuse per decenni nei cassetti e di cui non c’è risposta certa, canzoni incise anche solo su un muro, film girati e da girare con i fotogrammi che portano il tempo del muscolo cardiaco del mondo. Troppe volte queste tracce della memoria, la bestia imprendibile che mi ostino a inseguire da bella parte della vita, mi hanno fatto prendere le misure alla mia storia personale, generando a volte dolore e divertimento ma anche veli di un disagio che non so concretamente restituire sulla pagina. Un imbarazzo narrativo che va oltre la misura lecita di quello che per patto stabilito ho scelto di mettere in gioco di me nel racconto corale che cerco nelle storie e per la storia. Un bagaglio emotivo che ti si apre all’improvviso in mezzo alla strada, regalando al mondo la misera intimità delle tue poche cose che credevi di poter celare.
Questa volta è andata peggio. Credevo di essermi irrobustito e pure un po’ sterilizzato all’emozione e al dolore che si genera dalla frequentazione delle tracce della memoria, chiamateli documenti se volete riguadagnarmi a un briciolo di dignità accademica ma sappiate che non ci tengo per niente. Sto lavorando da anni, ho delle pagine mie che lo testimoniano, al racconto dell’Italia del Miracolo economico, che già a chiamarlo così è chiaro che non c’era volontà politica e istituzionale a generare quella bella disposizione italiana dell’epoca a proporsi sui mercati internazionali con successo ma piuttosto si riteneva che la cosa era capitata per intercessione divina. Altro che mano di dio tesa verso le sue creaturine che brulicavano per la penisola  come i vermi del formaggio in quei giorni, con la guerra che era alle spalle ma ne sentivi ancora l’alito maledetto. Alla base del successo di quell’Italia lì, che già bussava alle porte della voglia di rivoluzione, c’era una manodopera a basso costo pescata dalla bella vocazione agricola di un paese disteso in mezzo al Mediterraneo e privo di materie prime, deportata nel triangolo industriale del Nord in massa.
Lavorando all’analisi dei flussi migratori degli anni Sessanta a Torino mi sono imbattuto in una documentazione tutta riferita agli archivi scolastici. A partire dagli anni Trenta, un po’ prima a ben vedere, erano state istituite in Italia le classi differenziali. Vi si avviavano gli alunni cosiddetti “tardivi” che avrebbero fruito di un percorso personalizzato per essere poi reintrodotti nella scuola ordinaria. A queste classi accedevano originariamente bambini affetti da problemi che venivano valutati da commissioni mediche e che passavano dal ritardo mentale all’ handicap fisico. Queste strutture potevano rivelarsi drammaticamente come l’anticamera del manicomio. Sto procedendo grossolanamente ma giusto per darvi il quadro generale della mia storia di oggi. Teniamo comunque presente che le differenziali, che accoglievano quelli che venivano definiti “falsi anormali” verrano abolite nel 1975. Insomma quando a Torino arrivano migliaia di famiglie meridionali la città non è preparata ad accoglierle. Si costruiranno rapidamente dei quartieri di periferia dominati da palazzoni tremendi ma sostanzialmente si tratta di ridefinire antropologicamente il capoluogo piemontese sulla base del radicale cambiamento e la città, le istituzioni, sono assolutamente impreparate. Se negli anni Cinquanta le classi differenziali a Torino erano una sessantina, a metà degli anni Sessanta sono 490. Cosa sta succedendo? Capita che i ragazzini meridionali sono dialetti, abitudini e santi patroni diversi che cadono tutti nel calderone ribollente dell’Italia del Miracolo. Capita che le famiglie meridionali, inseguite dai cartelli che minacciano di non volergli affittare quelle soffitte che giusto loro e la loro disperazione potrebbero abitare, vivano in condizioni precarie, maledettamente precarie. Capita che non è che arrivando in città si venga automaticamente assorbiti dalla fabbrica e ci sono centinaia di persone che conducono vite in bilico, che fanno i conti con una quotidianità in cui non c’è garanzia di quel pane che pure nelle preghiere si invoca. Capita che i ragazzini crescano in quelle periferie, nel caso torinese anche il fatiscente centro storico viene colonizzato, lasciati in mezzo alla strada mentre i genitori si misurano con il tempo maledetto della macchina produttiva. Capita che a scuola ci si vada poco e male e i compiti non si riescono a fare in quelle stanze ingombre di odori e rumori e voci e parole che non sono mai le stesse del libro, alla faccia del fare gli italiani. Capita che le maestre e i maestri guardino con ripugnanza, tutta testimoniata dalle relazioni dell’epoca, a quei poveri cenci che ricoprono i ragazzi e alla pelle macchiata da regimi dietetici poco mirati. Capita che i ragazzi rispondano male, vedendo nell’istituzione scolastica il riverbero di quel potere oppressivo che costringeva i padri ad affrontare l’alba fredda ogni giorno. Capita insomma che le classi differenziali, ricordiamolo ancora anticamera di esistenze tragiche e segnate, siano riempite di questi ragazzini portatori di un disagio di cui sono solo la voce più debole. E sfogliando le note con cui si condanna un bambino a ripetere l’anno alle differenziali leggo che il piccolo, si sottolinea con grande enfasi che è figlio di genitori separati, sa fare di conto e legge ma si atteggia sconvenientemente con i suoi dieci anni, avendo come riferimento, cito testuale, Celentano e i Beatles. La cosa potrà anche far sorridere e chi ora immagina questo piccoletto che gira per i corridoi della scuola cantando Yellow Submarine fa un errore grossolano. Dietro quella relazione scolastica c’è tutto un racconto complesso.

Anche l'abito fa il monaco; la blusa nera e i calzoni d'oltreoceano costituiscono una specie di immunizzazione morale di quell'esercito di gaglioffi.

Con queste parole il ministro di Grazia e Giustizia Guido Gonella tuona dalle pagine della rivista Oggi del 17 settembre 1959. Promotore di una legge mai approvata contro il teppismo Gonella si fa portavoce di una diffusa inquietudine che trova conferme in alcune pellicole proiettate nelle sale cinematografiche e sulle pagine di volumi come Giovani al doppio gin. I titoli dei giornali frequentemente segnalano con allarme che la situazione sta tragicamente degenerando. Il Messaggero del 27 maggio 1959 ai lettori sgomenti propone il seguente titolo:

Aggredisce per strada una signora tentando di strapparle le vesti poi va a giocare a flipper.

Il bravo cittadino, padre di famiglia, legge queste cronache recandosi al lavoro con il tram. "Mi chiedo, di questo passo, dove andremo a finire" mormora mentre attorno a lui altri scuotono la testa. E, ancora, destano preoccupazione le canzoni diffuse dagli infernali juke-box, antenati commerciali degli store on line dei nostri giorni, che consentono l'ascolto di un brani grazie alla moneta che si inseriva nell'apposita fessura. Cantanti stranieri, presto imitati anche dalle nostre nuove leve canore, con i loro brani si contrappongono alla consolidata linea melodica della canzone tradizionale. I testi poi, almeno quelli in italiano, sembrano un oltraggio sistematico alla morale. Una provocazione continua proposta lì a bella posta agli adulti che passano davanti a quei juke box con la fretta che quei giorni di esplosione della produzione e del mercato impongono. Siamo in pieno Boom economico, a metà tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, e l'Italia è ai vertici dei mercati internazionali. La produzione di elettrodomestici, l'industria automobilistica, il settore del petrolchimico e delle materie plastiche sono alcuni dei settori che decretano il successo italiano nel mondo. Tra il 1959 e il 1963, mentre nell'aria suonano i juke box, si quintuplica la produzione di autoveicoli. Nello stesso periodo un milione e mezzo di frigoriferi prodotti e 634.000 televisori ci raccontano che oltre alla produzione sono di certo aumentati i consumi. Fino alla seconda guerra mondiale, dalle cui tragiche macerie si cercava di rinascere in quegli anni, l'individuo era destinato sostanzialmente a dividere la sua esistenza in due fasi: il mondo dell'infanzia e quello degli adulti. A partire dagli anni Cinquanta i consumi vengono pilotati su specifiche categorie che, fino a quel momento, si può dire non fossero riconoscibili nel tessuto sociale. Le casalinghe sono le destinatarie di elettrodomestici e alimentari di produzione industriale, ma anche di riviste e cataloghi a loro espressamente dedicati. Attorno ai bambini si costruisce un fiorente mercato di articoli per l'infanzia, giocattoli, alimenti e manualistica riferita ai temi dell'educazione e dello sviluppo. La vera novità sono però i giovani. Fino alla seconda guerra mondiale, dalle cui tragiche macerie si cercava di rinascere in quegli anni, l'individuo era destinato sostanzialmente a dividere la sua esistenza in due fasi: il mondo dell'infanzia e quello degli adulti. A volte la prima fase era decisamente e drammaticamente ridotta per lasciare subito spazio al mondo del lavoro. I giovani si collocano dunque in una sorta di terra di mezzo tra queste due fasi temporali dell'esistenza. A partire da questo momento, i giovani, in tutto il mondo occidentale, diventato una realtà fortemente connotata. Vogliono parlare in maniera diversa dai loro padri, vogliono vestirsi e pettinarsi diversamente dai loro padri, vogliono leggere libri e giornali e ascoltare musica diversa da quella che ascoltano i loro padri, vogliono mangiare cose diverse dai loro padri, vogliono avere una vita sentimentale diversa da quella dei loro padri. E il nostro ragazzino finito nelle spire tragiche delle scuole differenziali? Agli occhi della commissione giudicante non c’è sacmpo per quel suo atteggiarsi seguendo il modello proposto da Celentano e dai Beatles, e ricordiamo che il Celentano di allora si scatena a Sanremo, sul palco sacro della tradizione canora, e s’agita scosso da movimenti pelvici gridando di ventiquattromila baci mentre la Pizzi è ancora lì a ringraziare per i fiori ricevuti e ad avvincersi come l’edera. In fondo alla relazione leggiamo RESPINTO. Chissà dov’è ora, con quei pochi anni più dei miei.
E poi ho letto le schede di ragazzine in sospetto di prostituzione, ed era il sospetto a turbarmi, e ancora giudizi che erano evidentemente la traccia tragica di menti segnate e contorte, quelle di chi giudicava.
D’un tratto occuparmi di storia e storie ha cominciato a farmi male, a ficcarsi in una piega profonda del mio vivere che forse non sopportavo. Per giorni ho ripensato a quel timbro in fondo ai fogli. RESPINTO. Era una cosa che sapevo misurare con bella memoria personale ma in quel caso era un oltraggio tragico alla possibilità che tutti dobbiamo spendere per dirci uomini.E mi sono ricordato che avevano chiesto ai miei genitori, io sono nato nel 1965, visto che arrivavo così da lontano, se non volevano che in prima elementare fossi alleggerito dalla pressione didattica frequentando le belle e simpatiche differenziali, sospettandomi di un dialetto e di un accento che nemmeno avevo ma che gli piaceva immaginare visto che lì di gente che arrivava dal sud non ce n'era e non gli sembrava vero di fare come nelle grandi città. Nel nome delle circolari che arrivavano in bisbiglio. Strategia da campo di concentramento. I miei rifiutarono e da allora mi bastava chiedere di andare al bagno per sentire la maestra dire "avete sentito ragazzi, loro il gabinetto lo chiamano bagno". Giusto perchè la differenza la volevano vedere anche forzando la realtà al loro delirio didattico.
Dovrebbero andare a cercarli adesso quei ragazzi che a migliaia riempivano le classi differenziali in quei giorni. Per chiedergli scusa. Ma non avrebbero nessun presente decente da offrire in riscatto e allora restano le storie e l’unico desiderio mio di ritrovarci davanti al bar d'abitudine, che stando al faldone e con buona pace dei dati sensibili è a un passo dalla casa di quel ragazzo di allora, per una birra insieme. Alla faccia delle categorie storiografiche. E per ribadire che io preferivo i Rolling Stones. Ce lo diremo come due Baradel, seduti uno di fronte all'altro mentre il vento non gira ancora.