martedì 19 febbraio 2013

memoria fotografica




Per alcuni anni della mia vita ho catalogato beni culturali. Giravo per la penisola e scattavo centinaia di foto e compilavo schede. Prevalentemente il mio lavoro era la documentazione fotografica da affiancare alle schede di altri ma la straccia laurea che mi porto addosso e i corsi successivi mi abilitavano anche alla gestione della scheda ministeriale e non mi sono fatto mancare niente. Da solo o con i miei soci di allora, mi alzavo la mattina, caricavo la macchina con i valigioni pieni di obiettivi e pellicole e corpi macchina e cavalletti e lampade e stativi e filtri e pannelli riflettenti e cavi e prolunghe e ponteggi e tra battelli e panini e bibite. Piovesse o ci fosse il sole si partiva. Le norme ministeriali parlavano chiaro. Ogni scheda di un oggetto degno di menzione in seno al catalogo dei beni storico artistici, e già qui c’erano ampi margini di manovra e fantasia da impegnare, pretendeva le coordinate croniche e topiche, la descrizione e una stampa in bianco e nero grande, i provini a contatto e il negativo. Con le campagne di catalogazione ci ha campato per anni un’intera generazione di laureati in storia dell’arte, architettura e affini. A proposito del fatto che non mi  sono fatto mancare niente io seguivo come fotografo anche le campagne di catalogazione di antropologi e assimilati, compilatori entusiasti delle formidabili schede FK e qualcosa  concepite per la catalogazione dei beni demo-etnoantropologici. Quella parte del lavoro era davvero incredibile. Giravo le campagne a fotografare utensili da lavoro, pentole, qualche raro strumento musicale e ancora mi ricordo i tipici campanacci documentati in Carnia con la scritta all’interno “made in France” o la lunga teoria di zappe del Mugello che ha occupato più di una delle mie giornate. Ho lavorato prevalentemente nel Triveneto e in Toscana, ma m’è capitato di muovermi anche in altre zone, sempre carico all’inverosimile di tutta quella ferraglia che ogni giorno mi camallavo tra chiese, musei, case perdute e vicoli e scavi e catacombe per fare ancora la magia del fotografo. Già, quando arrivavamo nei paesini, nelle pievi di campagna, nei conventi sperduti d’appennino, era come mi immagino dovesse essere l’arrivo dei musici e dei saltimbanchi in epoca medievale. La gente veniva a vedere attratta dai mila watt delle nostre Janiro aggrappate ai barracuda Manfrotto. Una suggestione in bilico sull’idea che tutti si portavano addosso del racconto del cinema e della televisione visto dalla parte del narratore. Ti facevano le domande, ti si sedevano vicini in trattoria e ti trattavano come uno importante e ti offrivano un bicchiere, due bicchieri e tu bevevi e pensavi che dopo saresti rimasto quattro ore in bilico sui ponteggi a decine di metri da terra e speravi nella buona sorte. Poi c’erano i giorni in città e la gente e il traffico e scaricare e spiegare al vigile. Scoprivi presto che tutto s’aggiustava se dicevi “lavoriamo per il ministero”, e bada che noi si lavorava per ditte o enti che appaltavano da altre ditte più grosse che a loro volte redistribuivano lotti di lavoro ciclopici assegnati da ‘sto lontanissimo ministero, sorta di galassia centrale che a noi pianeti ai lembi dello spazio conosciuto era dato solo intuire. Ora in qualche corridoio delle segrete ministeriali giacciono migliaia di scatti miei, che si portano addosso il freddo di tutti quegli inverni che ho passato chiuso nelle chiese e nelle cripte e nelle tombe a fotografare e misurare. Il freddo, quello non smetto di ricordarlo, che a volte ci abbracciavamo alle lampade roventi per riprendere l’uso delle dita. E dicevamo delle città. Lì le cose cambiavano, non era più il paese con l’oste che era anche guardiano della pieve e ti apriva certi catenacci rugginosi e  un po’ ti guardava sospettoso un po’ gli scappava, e quante volte è successo, di chiederti se la domenica che si sposava la figlia si poteva scattare due foto così in amicizia. A Firenze fotografavo in Santa Croce coi turisti che arrivati in prossimità del mio cavalletto e dei miei stativi smettevano di parlare e camminavano in punta di piedi, a rischio di sovraesporre col rumore le mie delicate pellicole. Un mondo recente, roba che ha meno di vent’anni da misurare sul ricordo e che pure è stato spazzato via. Come un mucchio di cose di questi tempi. Un mucchio di cose che sento mie. Nel silenzio spazzate via. Pagine, pellicole, vinili, e voci che spariscono dalle cornette dei telefoni e facce che di colpo smettono di dividere i giorni con te e se ne vanno senza parole e senza saluti e se ce ne fosse la possibilità di dirsi qualcosa resterebbe l’imbarazzo di chi rimane. Quasi una colpa mentre il tuo mondo muore e tu resisti perché hai imparato a resistere e sei fottutamente coriaceo e di morire non se ne parla nemmeno da morti. E a sopravvivere ero già bravo allora e mi sono trovato a mangiare con gente che non ho mai più rivisto e ho sorriso a femmine di passaggio con la distanza incolmabile tra noi che l’esposimetro Gossen mi confermava. Del resto l’esposimetro fornisce molte più informazioni di quello che si crede ed è un potente generatore di stati d’animo, da uno stop all’altro.. Ho dormito in auto e case che non saprei descrivere perché ci arrivavo al buio e me ne andavo all’alba. Ho comprato formaggi da pastori che mai più saprò ritrovare. Una volta a Sansepolcro, mentre lavoravo su Piero della Francesca e affini, ho mollato le attrezzature all’albergo del Cavaliere che era il nostro personale angolo delle meraviglie e che aveva nell’enorme titolare, giocoliere di piatti e sapori, la figura di riferimento e sono partito. Con la moto mi sono ficcato nelle curve d’appennino per stare con Ste una notte e ho messo una ricotta comprata lì per lì nel bauletto. Ancora calda. Quando sono arrivato, complice la maledetta vibra del monocilindrico della mia Yamaha XT Tenerè sempre sia lodata, la ricotta aveva invaso il bauletto e era montata a neve aumentando di sei volte il suo volume originario. Ste ha sentito la moto planare nel giardino, allora vivevamo a Sinalunga, s’è affacciata ridendo della mia follia, che è un po’ un marchio di fabbrica che mi porto addosso da sempre, e io fiero di me ho spalancato il bauletto. La ricotta è esplosa in giro e ho guardato Ste con l’aria stupita di chi ha inventato la bomba atomica mischiando detersivo per i piatti e marmellata.
Tornando alla catalogazione dei beni culturali. Musei e chiese delle contrade senesi, pievi sul carso triestino, ossari veneziani con la puzza di umido a tagliarti la gola, le location del mio campare erano sempre variabili e imprevedibili e mi arrampicavo su ponteggi montati con i pezzi del meccano e una volta ho visto precipitare la mia Pentax seisette da una trentina di metri e polverizzarsi sulla nuda roccia. Sono stato perseguitato da preti resi pazzi dall’astinenza, che mi facevano discorsi deliranti, ho fatto amicizia con incredibili frati di montagna che avevano le api e raccoglievano i funghi. Dalle parti di Montalcino ho conosciuto un prete cacciatore che aveva distrutto un maggiolino, la Volkswagen mica l’insetto, per investire di proposito i cinghiali che nella notte aveva trovato sulla sua strada. Ci rimasi a cena e mi diede la grappa fatta da lui e mi mostrò le cantine e il congelatore con i lacerti di cinghiale tutti ordinati che nemmeno nella più efficiente delle morgue. In una piccolissima pieve senesem a non vi dico quale, ho ritrovato in una madia la testa mummificata di una monaca, con la pelle rossa come lo sciroppo di amarene e quattro denti che sporgevano, ficcata in un reliquiario con le vetrinette polverose. Un reperto da film dell’orrore, lontano dalle altre migliaia di reliquie: Mi sono immaginato che la monaca, forse in odore di miracoli e guarigioni, forse strega o chissà cosa, morta sul letto era oggetto dell’attenzione di un segaccio o di una mannaia che s’occupava del suo collo così da poterla tramandare fino a me nella migliore tradizione dei daiaki del Borneo di memoria salgariana.
Ho interagito con catalogatrici che già respiravano il lezzo del precariato a oltranza e s’aggiravano per le navate e le sagrestie come bestie ferite. La mia non era una situazione migliore ma io vivo sempre le cose per quello che di curioso sanno offrire. Mi sono misurato sul senso del bene, del male e del peccato per vincere la solitudine di quelle giornate di fottuto freddo chiuso nei luoghi sacri. Ne ho tratto debite conclusioni. Sospeso sulle impalcature ho visto una donna ben vestita rubare le elemosine e se sai che effetto fa una lampada da mille che si surriscalda e ti esplode in faccia già lo immagini che anche la mia condotta e le mie invocazioni non hanno potuto tenere in debito conto i luoghi in cui mi trovavo. Un giorno, sul Trasimeno, la macchina, ah già era una incredibile Renault Fuego nera duemila a gas, m’ha lasciato. Il meccanico che è venuto a ridarle vita ha visto le attrezzature e mi ha chiesto se facevo il cinema “No, faccio le foto” “Che fai, le foto porno?””No, fotografo i monumenti e le chiese””Per fortuna, se facevi le foto porno a forza di vedere la cicalina spalancata ti veniva magari a noia, ma se ti vengono a noia le statue che te ne frega”. Aveva potentemente riassunto il senso della mia vita.
Obiettivi decentrabili, scatti flessibili e rullini da caricare nei magazzini e fissaggio e tank e pentaprisma. Tutte parole lavate via da questa pioggia che mi mangia a bocconi voraci i giorni, il tempo e l’esperienza. E in bocca il gusto al mentolo dei rullini Ilford medio formato, che quando li avvolgevi dovevi fissarli con la linguetta adesiva come un francobollo e s’erano pensati quel gusto acidulo per far sorridere. Mi sono inventato altri mille mestieri, che quella stagione lì m’è morta mentre la tenevo stretta al petto come il più amato dei miei cani. Uno dei miei compagni di allora, mille se ne sono andati e qualcuno è riuscito a farmi pure schifo ma è nella regola, lo conservo come un fratello particolare e il suo nome se lo porta addosso mio figlio. Poi sono arrivate le macchine digitali e ho continuato a misurare la mia vita sul ritmo dei tempi e diaframmi ma erano più spesso le foto d’altri a occupare il mio tempo. Già, il tempo e la verità che pare occupino il senso compiuto delle fotografie e io non ci ho mai creduto. Nelle foto la verità non esiste. Ma avremo modo di parlarne. Intanto quella stagione è passata. In un altro maledetto sudario di silenzio. Tutto si trasforma ma non sempre ci riguarda davvero. Ma in fondo non è così importante. Almeno immagino non lo sia per gli altri. E questo vi può bastare.

mercoledì 6 febbraio 2013

Diviso a Berlino





Una sera sono andato a vedere uno spettacolo in un locale che mi ricordo benissimo come si chiama ma che non menzionerò per evitare di tirarmela troppo con questa storia della supermemoria. Facciamo quindi che ho un vuoto e annaspo e frugo inutili sinapsi zeppe di storie di paperino sfaticato e pippo yukyuk e orsi che fuggono il ranger con un cestino della merenda tra le zampe. Sia come sia, per entrare in questo locale bisogna scendere delle scale buie e dopo una curva sui gradini, che è una prova di fiducia nel cliente, si arriva in un rettangolo lungo, una stanza bordata a sinistra dal bancone. 

Una chiara media, dici quando non sai ancora come muoverti e non vuoi sbilanciarti.

Parallelo a questa stanza ne corre un’altra. Più grande, ma non molto di più. Sul palco, perché c’è pure un palco, c’era una consolle, così si dice, ma era più moderna di quella che avevamo a casa da piccoli e che aveva uno specchio che io dicevo difettato e mia madre antico. Il tipo dietro alla macchina del suono, discobolo furente, dice che viene da Berlino e questo già basta a fargli guadagnare punti. Così almeno mi sembra, a giudicare dagli entusiasmi estatici di chi mi accompagna e anche di quegli altri, i "sono arrivato prima per prendere il posto migliore". Cosa non si farebbe oggi per un posto. Il tipo ha un caschetto di capelli biondi che a me, abituato ai tedeschi della costa adriatica, pare obbligo morale e di bandiera. Occhiali sottili, dita sottili, gesti sottili, tette sottili. Madò, ha le tette!!! Sodoma, Gomorra e Gallarate tutto insieme. La musica è quella dei giovani contemporanei, accessori da dehor, scissi in un ultimo cruciale congresso, tra la coazione ossessiva a ripetere e i videoclip che sono troppo una figata. Zibu zabu zibu zabu, rengheghe rengheghe, zibu zabu zibu zabu e poi urletti, fischietti e scorreggette a mordicchiare il tappeto sonoro. Che bravo, sento dire, e ho capito che intendono lui che non suona e non fa nemmeno le pernacchiozze e per intuire d’essere vivo mi passo la mano sul viso. Giusto per sentire il grattare dei calli della ridicola chitarra acustica che nascondo sotto il letto. E non saprò mai suonare. E quello, che, giuro, è bardato di cazzo, dondola le tette e la testa mentre alle spalle gli proiettano delle slide di immagini che devono essere molto artistiche pure quelle ma io me ne intendo poco. Che bella vertigine. Arte, suono, bellezza ditribuita ovunque e suono, arte, bellezza zibu zabu. Un trionfo futuristico di stimoli verso il futuro tecnologico. Ancora arte meravigliosa, pensieri profondi spremuti come limoni astringenti in quelle sfocature sciolte come llo sciroppo d'orzata nei bicchieri colmi d'acqua fresca i pomeriggi d'estate da piccolo. Sfocature che devono far intuire membri tesi tra la porta del paradiso e quella di servizio. E Laura, vabbè qualche indizio ve lo lascio cadere con disinvolto gesto, che è miope e non ha gli occhiali, sovrappone a quella sfocatura l’altra, quella che dio le ha montato come accessorio costoso per farle sembrare che tutto attorno è più leggero, almeno fino a quando dimentichi gli occhiali, mi chiede cos’è e io rispondo "un cazzo" e lei dice ma dove lo vedi e io traccio con pazienza nell’aria e nel buio il profilo del maschio proiettato. Attorno gli altri sorridono, ma solo per la mia manifesta impermeabilità a quell’arte altra e alternativa e trasgressiva per voi citrulli, penso, che io me lo vedo duro come e più di quello tutte le volte che voglio e lì fiocca poesia e immodesto soppesare attrezzi d’amore e valvole della passione eccedente. Topo di campagna, mi ringuatto col muso tra le zampe, guardandomi dal commento e, dio come può scendere in basso l’uomo mimetico, arrivando a muovere la testa a dondolo, come rapito dall’estasi ipnotica del suono maestro. Sognando l'estasi in bilico tra la fame e dio che prendeva le tarantate prima che fosse moda pure quella. Il terziario avanzato, lasciate le Bic dietro gli sportelli di banca, le impronte persistenti delle chiappe sulle seggiole a ruote, celebra invasato la sua santeria e io con loro. Forse mendicando briciole d’attenzione ma più sicuramente beando la mia strulla curiosità. Se solo avessi le tette sarei perfettissimo ora.

La notte si torna meglio a casa.



lunedì 21 gennaio 2013

la cattiva influenza






In questi giorni sono stato divorato da una febbre micidiale. Una cosa mai provata prima. Quattro giorni a letto in una sorta di coma nemmeno troppo vigile, senza mangiare, forse senza bere. Restavo da solo in casa con i cani che mi vegliavano e la musica bassa. A volte la sentivo la musica ma più spesso venivo spinto in una sorta di dimensione spaziotemporale densa e catramosa in cui tutto, ogni minimo movimento, sembrava faticosissimo.

Ho delirato. I libri di tutte le librerie di casa e i dischi e i fumetti, tutto cadeva dagli scaffali e s’accumulava a terra nella polvere. Tantissima polvere. Al risveglio la mattina sono andato in studio e a vedere tutto a posto sono rimasto lì a guardare stordito la teoria infinita di dorsi di volumi che riesco a riconoscere ormai al minimo ammiccamento cromatico. Non avevo più misura del reale.

E una mattina ho aperto gli occhi e c’era la luce del giorno che filtrava dalla tapparella abbassata passando dalle fessure e proiettandosi sulla parete. Ero nudo nel letto ma non ero più tutto sudato come le altre mattine e non avevo più la sensazione che qualcuno m’avesse preso a calci le costole. Accanto a me c’era Ste e stavamo abbracciati e poi è arrivato Dani col pigiama di Paperinik e s’è buttato sul letto a ridere. Niente scuola, niente lavoro e noi lì come capita spesso nei festivi, a decidere dove andare a far colazione, che poi gira e gira sempre da Zichella andiamo. Mentre siamo lì dal corridoio arriva un lampo. Ci giriamo tutti da quella parte. Ste solleva la testa dalla mia spalla. Si è accesa la luce del bagno, forse era già accesa penso io e non ce ne siamo accorti prima. Restiamo lì a fissare quell’alone giallo sul pavimento del corridoio. Guardo i cani che dormono acciambellati vicino al letto. Come a sospettare che possano esserci loro nel bagno. Poi succede. Sentiamo tirare l’acqua. A questo punto ci si ferma il respiro. Dopo una prima incertezza, mi alzo e mi precipito in corridoio. E vedo un’ombra nera passare nel corridoio e entrare nell’armadio grande, che sta lì appoggiato alla parete che ci divide da un altro appartamento, addirittura da un altro palazzo. Arrivo allo stipite dell’armadio e resto aggrappato con le dita contratte su quel legno d’abitudine. Adrenalina. Una donna anziana con uno scialle nero sulle spalle si è infilata nell’armadio e io dietro di lei. Sul fondo del mobile, da cui pesco ogni giorno il mio giaccone, c’è una porta ancora e da lì intuisco un altro appartamento, quello della donna presumibilmente. La vicina che non sapevamo di avere, che percepivamo a volte come capita in questi condomini cresciuti ai bordi della città industriale, per qualche movimento enfatizzato dal vibrare delle pareti, un colpo di tosse d’esistenza a cui, nati e cresciuti in queste batterie per polli industriali, non abbiamo mai dato attenzione. E la vedo che si infila veloce e intanto penso che la casa, la nostra casa è sempre vuota e questa entra e gira per le stanze e come uno stupido immagino che legga i miei quaderni scritti fitti a mano e mi monta una rabbia maledetta. Sto quasi per entrare ma la vecchia mi compare all’improvviso davanti, un’ombra scura enfatizzata dal controluce che mi regala solo svantaggio. Grida e ce l’ho addosso. Mi respinge dalla mia parte, e alza le braccia al cielo ricordandomi una di quelle prefiche fotografate da Franco Pinna negli anni Cinquanta. E invece le dita le si serrano su una barra metallica, stiamo parlando di frazioni di secondo, e cala fragorosa davanti a me una serranda di metallo, come quella delle vecchie botteghe. Mio padre mi raccontò una volta che i fascisti trovarono per strada un compagno socialista di mio nonno che non si era tolto il cappello vedendoli passare. Lo misero sotto la serranda di un negozio e giù a fargliela cadere di peso sulle spalle come una ghigliottina. Papà s’era spaventato, avrà avuto sei anni, pure pensando che quella fine la poteva fare anche il nonno. E il rumore mi immagino dovesse essere proprio quello. Un fragore di lamiere e perni ingiuriati dall’ossido che gridano una guerra di corazze impossibili.

Mi ritrovo in un corridoio insieme al mio cane. Ho i vestiti addosso e ancora tremo e ho una rabbia fottuta che mi morde dentro. Mi fanno accomodare in un ufficio e gli racconto la mia storia e la luce del bagno e la vecchia e quel fragore di serranda. Ascoltano. A poco a poco attorno a quel tavolo si radunano tutte le persone che sono nell’ufficio. Quando ho finito il tizio a cui sto forse sporgendo una denuncia, non è chiaro, mi dice che devo seguirlo. Arriviamo in una vecchia aula, la stessa dove al DAMS tenevo le lezioni di storia della fotografia, e questo che mi accompagna mi mostra una sedia e mi dice “Si accomodi. La pregherei di ripetere il suo racconto alle persone che vengono a fare le solite denunce perché è emblematico, lei mi capisce, è davvero emblematico”. Non che non capisco ma non dico nulla, io che di solito conta fino a tre e sto già piantando un casino ciclopico, non dico nulla. Anzi, mi alzo e ricomincio a raccontare dall’inizio. “mi sono svegliato ed ero nudo sul letto ma non ero sudato come….”. Mentre parlo vedo che arriva altra gente e un poliziotto in divisa dice “Restate in corridoio, ha già cominciato, non può riprendere dall’inizio, appena finisce gli chiediamo gentilmente di ripetere anche per voi”. Sono pietrificato, vedo arrivare gente, sempre più gente e ripeto ancora la mia storia e ancora poi. Non oppongo più nessuna resistenza. Racconto e sento ogni volta quello stridere di serranda che mi gela il sangue. La mia voce. Percepisco la mia voce non come una cosa che arriva direttamente dal mio corpo ma piuttosto come una sorta di annuncio della stazione ferroviaria lontano e leggermente distorto. Anche le labbra sono fuori sincrono.

Mi sveglio nella stanza buia e vuota. Nudo e sudato. Tremo.



mercoledì 2 gennaio 2013

l'ultimo dell'anno se fosse un titolo mi spetterebbe di diritto


L'ultimo dell'anno. Un premio che avrei potuto vincere mille volte a mani basse ma anche un appuntamento cruciale con l'imbarazzo di vedere tutta quella gente appollaiata sui fili dello stendino della banalità ad aspettare la mezzanotte, aggrappati alla bottiglia di schiuma e qualcosa mentre il tempo, anche questo tempo che giurano speciale, glielo porta la televisione.
Meno dieci, nove, otto... La prima volta che ho fatto la mezzanotte in giro ce la giravamo io e Corrado in un maledetto freddo udinese e ci portavamo dietro una bottiglia di Gordon Gin. Per l'occasione entravo nei bar e mi presentavo come Arthur Gordon Gin e se non l'hai capita non importa che i miei quindici anni circa sono difficili da approfondire e a dirtela tutta ho ancora belle difficoltà a spiegarmeli da solo. Si andava in giro senza meta e a mezzanotte siamo rimasti preda di quella fetta spessa di bambino che ancora ci portavamo dentro e che ci ha fatto stare lì a guardare i botti che graffiavano il cielo e io li sapevo tutti i nomi di quella mercanzia. Erano i giorni che ancora sapevo le differenze infinitesime tra le varie biglie e c'erano le cinesine, le americane e i mongoli e certe differenze che facevano il loro peso sulle vincite. Un freddo da ammazzarci. e infatti l'anno dopo siamo andati a casa di qualcuno a Lignano e abbiamo fatto un maledetto punch con le meduse trovate nella spiaggia e l'abbiamo messo lì al buio della festa e ci godevamo quelli che si andavano a riempire il bicchiere golosi. Poi Corrado ha fatto un ballo acrobatico o qualcosa di molto coreografico e ha tirato un calcio in faccia a una ragazza che passava, forse una che si stava andando a servire la broda con le meduse e io avevo il cappottone nero che ho portato per mezza vita mia e ci siamo addormentati per terra e la mattina mi sono accorto che mi ero spento la sigaretta sul lembo del prezioso indumento invernale. Poco male, il giorno prima ci eravamo camallati nella fodera sdrucita dello stesso cappottone, hai presente i cappotti parecchio punk dell'epoca, neri e larghi da mercato dell'usato, un numero assurdo di scatolette di tonno per la festa e a un certo punto per strada la cucitura sotto aveva ceduto e io sembravo la copia postindustriale del cristo della moltiplicazione dei pesci con tutte le scatolette di riomare che rotolavano per la via. La mattina al risveglio dopo la festa avevamo messo Cocaine fatta da Clapton, a palla. Per svegliare gli altri. Non ho nessun ricordo di come siamo tornati a casa. Non ricordo nemmeno cosa intendessi per casa all'epoca. Mi ricordo solo che avrei voluto una femmina da baciare quella notte lì ma non c'era verso di trovarne una disposta ad innamorarsi di uno col cappotto ricucito con le graffette, il cappotto è ancora nel mio armadio, e bruciacchiato e un cappello dell'esercito secessionista e una fottuta timidezza e musica nel cervello e nelle orecchie e libri sgangheri a sfogliargli l'anima e risse per strada e l'alito pesante di gin e bigbabol che quella è una maledetta età di mezzo e le mani sporche di meduse e grasso di motorino. Come dargli torto alle femmine, dico io, anche se a ben vedere non è che pure loro fossero così raffinatine che il giro era quello e non è che c'era tanto da fare i superiori. Però a me non mi si filava nemmeno la fodera del cappotto.
Otto, sette, sei... Un capodanno in autostrada, una specie di vizio mio. Parto la notte e a mezzanotte mi fermo al primo autogrill e si ride con la cassiera e il barista e ti fanno il caffè e ti danno il panettone e una volta non mi hanno fatto pagare e quasi mi inammoro della ragazza dei Fattoria e delle Rustichelle e delle Melizie e ho la moto fuori e fa freddo e tu dopo che fai, raggiungo degli amici e tu, io vado in moto, ma dove vai, son venuto qui e ora mi è anche chiaro che il motivo c'era e non erano più gli anni del cappottone riempito di solitudine struggente e avevo imparato a rubare sorrisi. Il capodanno in autogrill è diventata una bella possibilità dei miei passi e proprio in una corsa nella notte in autostrada un vestito rosso e due occhi verdi m'hanno fatto da semaforo dell'emozione e ho dato un peso mica da ridere all'idea d'amore che credevo di aver perduto quando s'era scucita la fodera del cappotto anni prima.
Cinque, quattro, tre... il treno è fermo e non ripartiamo, ho perso la coincidenza, l'ultima coincidenza possibile e sono in mezzo alla penisola, lontano da tutto e mi son piazzato nella piccola sala d'aspetto con il mio zaino mezzo vuoto e il cane e nella libreria chiusa della stazione c'è in vetrina un libro mio che sta vendendo tanto in quei giorni e ho riempito la bottiglia dell'acqua, che quando lo faccio e subito dopo mi sfioro la tasca per sentire se c'è il multiuso vuol dire che sono pronto a affrontare tutto e il cane certe cose le capisce. Non avevo una lira e avevo da procurarmi da mangiare e già m'ero accordato col cane che a notte saremmo andati in trattoria a chiedere se c'era bisogno di una mano per rimettere in ordine dopo la festa. E invece è arrivata lei che s'era mangiata centinaia di chilometri con una macchina prestata e siamo scappati in riva a un lago.
Due, uno... hai davvero paura del bosco di notte? Orso ha sei anni e non sente ragioni e allora prendiamo i cani e le torce e saliamo e aspettiamo di vedere i fuochi d'artificio da quel punto in alto, nel cuore del bosco. Ridiamo e ci immaginiamo che le volpi e i tassi picchino sul soffitto delle loro tane per farci stare zitti con le mazze della scopa come quella rompicoglioni del piano di sotto della casa dove stavamo prima. Il fuoco acceso. E arriva la notte e i fuochi artificiali da tutta la valle e quando siamo tornati felici a casa, la nostra casa sul margine degli alberi, non c'era più la paura del bosco di notte. Per tutti e due.
Boom... evviva evviva, auguri. Evviva cosa. Gridate e vi agitate e in questi giorni scopro che altri che hanno lavorato con me una vita non esistono più, torno il primo gennaio per lavorare e alla vigilia di natale li hanno lasciati a casa dopo vent'anni di lavoro. Senza dire niente a nessuno, senza muovere al sospetto minimo. Un giorno ti presenti al lavoro e ti dicono che lì hai finito e che il preavviso te lo fai a casa ma hai mezz'ora per toglierti dai coglioni e su tutto cala un fottuto silenzio. Già, il silenzio, quello colpisce più di tutto. Stiamo lì in fila per la tragica doccia finale e procediamo ordinatamente e senza spingere che i guardiani si dispiacciono e ci trovano sconvenienti. In questi mesi una malaria maledetta s'è portata via un mucchio di persone con cui avevo diviso tensioni e fatica e ora ho il rimorso di certi sorrisi da pausa pranzo, hai presente quei sorrisi pesanti che si scambiano quelli che se non fosse per quella cazzo di maledizione di doverci avere un lavoro non si parlerebbero nemmeno perchè il lavoro è pure un piede di porco nel tuo senso della socialità minima. Sembra tutto irreale, dove lavoro io procede tutto poi alzi il telefono e scopri che intere aziende sono state sostituite da un poveraccio che risponde in sei lingue diverse chissà da dove e nemmeno una ne padroneggia di quelle lingue lì, che lui ha parlato da sempre un qualche dialetto perduto e ora è lì a ripetere che non è successo niente. Il silenzio cala su tutto e forse la voce ve la tenete per gridarvi gli auguri rimanendo svegli fino all'ardire della mezzanotte. Se è così vi meritate anche gli auguri miei. Se invece state correndo verso un autogrill ci siamo capiti e non c'è altro da dire. Buona fortuna a tutti e se non c'è n'è fatevela da soli questa maledetta fortuna, che il silenzio non basta più da un pezzo. Un abbraccio a quelli che sanno che li sto abbracciando ora, adesso, in questo maledetto momento. Questo silenzio... ancora questo silenzio... fino a quando... fino alla prossima buona fine e buon principio.

martedì 27 novembre 2012

la ballata del perdere e trovare






E mi squilla il telefono e lo sanno tutti che io non rispondo quasi  mai, lo sanno almeno quei tutti che provano a chiamarmi. Tranne rare eccezioni che conto sulle dita di una mano, io, se mi chiami al cellulare non ti rispondo e quasi mai ti richiamo. Non c’è un motivo, non c’è avversione, i più intimi sanno un trucco per trovarmi lo stesso e mi parlano di sponda col rischio che io prenda accordi e fissi orari senza sapere di averlo fatto. Ma questa è un’altra storia. Il cellulare non lo odio affatto, ha uno schermo con dei bei colori e mi piace quando si accende la notte mentre guido. Il cellulare lo dimentico per giorni in giro, non l’ho mai perso o forse l’ho perso e ancora non me ne sono accorto. Poi certe mattine parte la caccia al cellulare, che è inutile farlo squillare che tanto sono sei giorni che sta da qualche parte buttato e avrà smesso di respirare il litio delle batterie. Il cellulare che uso nella vita è anche quello che uso per lavorare. Pazienza.  Ci vuole pazienza. Di solito quando non lo trovo per dei giorni sta sotto il sedile della macchina o in garage, tra i pezzi smontati di qualche moto che un giorno rimonterò tutta e sarà uno spettacolo.
Poi capita che un giorno mi squilla il telefono. Un numero sconosciuto, che nel mio codice etico da utente di telefonia mobile è la tipologia assolutamente rifiutata. Numero privato, numero non in memoria… non ce n’è, non ci sperare, dovessi mai premere il tasto della cornetta verde poi la gola non riuscirebbe ad articolare il “pronto” che ti aspetteresti. Lascia perdere. Invece una domenica mattina, fascia oraria tabù di suo, squilla il cellulare e la sera prima chissà come ho perso la bassa tecnologia delle comunicazioni che posso permettermi tra le lenzuola e quel cazzo di maledetto trillo mi si pianta tra i ventricoli e gli altri icoli rischiando di uccidermi. Scommettici che la mia suoneria è il vecchio squillo vintage dei telefoni di una volta perché sono un uomo in bianco e nero e sogno di averci un cellulare a gettoni. Squilla e io non ci vedo, ho perso la sensibilità dei polpastrelli, sospetto l’amputazione notturna degli arti inferiori, mi chiedo perché mai la sera prima mi sono mangiato uno sformato di topo vivo. Squilla e quell’altra accanto scuote le chiappe e non per voluttà, per enfatizzare piuttosto lo stato tensivo generato da quel suono lancinante che investe anche lei e che mi chiede con un ringhio basso di placare. Squilla coi cani che escono da sotto l letto e mi guardano con l’aria di dire “ma ti sembra l’ora”. Sapessi almeno chi è che chiama ma non ci vedo, l’ho già detto, e rispondo sicuro di non sentirci neppure, giusto per fermare la tortura di quel drin drin vibrato.
“Giorgio?”
Voce femminile dall’altra parte, sospesa nell’incertezza. Conosce il mio nome. Qualcuno ha fatto il mio nome. Un infame di certo.
“Arughhh az”
Più o meno rispondo.
“Giorgio Olmoti?”
Armageddon, conosce tutto di me. I servizi segreti.
“Chi sei?”
Mi dice un nome e ride.
Resto lì, sdraiato nel letto con gli occhi di colpo sbarrati e piantati nel soffitto dipinto con due mani di buio, che le tapparelle fanno il loro sporco lavoro irreprensibilmente.
Già, la voce sua. Avrei dovuto riconoscerla. Così mi dico e non parlo. E parla lei e ride che una amica comune chissà come, una che ora vive dove vivo io e che non vedo mai, l’ha incontrata e le ha dato il mio numero.
L’ultima volta che ci siamo sentiti sarà stato di certo da un telefono a gettoni, che io il telefono a casa non lo avevo e ti chiamavo dalla cabina del policlinico.
Nell’era di facebook e di internet e anche in grazia di questo mio incessante vagare, ho ritrovato amici e compagni di scuola con cui ho condiviso caffè leggendo a volte nel profondo dei nostri occhi che se non ci eravamo più parlati per tutti questi anni forse un motivo c’era e quindi si parlava di quegli altri di cui non si sapeva più nulla che è un bell’esercizio della comunicazione a grado zero. Ma qui non c’è da parlare di scuola, di amici comuni, di passi condivisi, che piuttosto ci siamo trovati di sguincio senza cercarci e spaventati ogni volta. Nascosti senza che io avessi nulla da nascondere. Avevo il mio motorino razza Ciao e ne ho ancora uno uguale, per lealtà. E me lo sono chiesto dov’eri.
Mi chiedi se ho la moto, eccerto, se ho un cane, eccerto, se ascolto ancora un mucchio di musica, eccerto, se ho figli, eccerto, se faccio le fotografie, eccerto. Rispondo giusto a tutte le domande. Sono preparatissimo su di me. Ma sei ancora completamente pazzo, ma canti per strada e ti vesti con quella roba vecchia assurda. Quale roba assurda chiedo io. Ridiamo.
Toccherebbe a me fare le domande e dovrei chiederle se ha trovato uno veramente ricco come sognava, se è ancora bella come me la ricordo, se si ricorda come si disegna un tristallegro. Le mie domande fanno schifo e salto il turno e apro la busta dei ricordi spiccioli. Perdendo a poco a poco parole e confidenza. E restiamo così allora, ora ho il tuo numero e guarda che ti cerco e ci dobbiamo troppo vedere.
La mattina davanti alla stazione ci arrivo col passo del sorriso, che è un passo che m’è consueto e non pensare sia facile che il prezzo della felicità è alto e paghi ogni giorno e lotti senza mai smettere. Sono passati dei mesi da quella telefonata domenicale e siamo lì, in mezzo alle voci e alla fretta, a un passo da quel posto dove trovammo un portafoglio che ci regalò due giorni indimenticabili e sono passati trent’anni e lo dico senza il conforto della prescrizione ma con la nostalgia del rischio. Del resto ci stavi con me perché ero quello scasso della strada con gli anfibi e i pantaloni a quadretti e il cappello dell’esercito confederato. Andiamo al bar e gli altri ci lasciano da soli, perchè io sto con una donna meravigliosa che non ha mai smesso di rispettare questa mia tensione verso le cose che accadono. Prendiamo qualcosa che non ricordo e che non è nemmeno appiglio al passato, che allora non ce l’avevo la fissa del chinotto per esempio. Non abbiamo nulla da dirci e da condividere. Ha realizzato il suo sogno e non sogna più. Penserà lo stesso di me. Probabile.
“S’è fatto tardi, ma ora ho il tuo numero e non mi scappi più. Organizziamo una cena una di queste sere”
“Contaci”
Già... contarci... come fossero le pecore per un sonno che non sai afferrare.
Buona notte.

mercoledì 14 novembre 2012

una mattina mi son svegliato




Oggi, ti piacerebbe forse, ma non ne sono sicuro davvero. La gente sta scendendo in strada. Forse ti scapperà un sorriso e penserai che le persone oggi fanno le cose per essere come la televisione, come le fotografie, come il cinema e un po’ è anche colpa nostra se le urla arrivano così silenziose. Oggi sta succedendo qualcosa e quindi già me lo immagino che dirai che non succede nulla. Non è vero. Succede per esempio che tu stai morendo o sei già morto da qualche parte e da qui in poi non sei mai esistito. Capita che non ho idea del tuo reale dolore, mica una cosa morale ma piuttosto una maledetta morsa nella carne, che provo a confrontare con la mia esperienza vaga mordendomi la carne dentro le guance. Inciampo nel tuo ricordo e questo davvero mi infastidisce, che preferirei caderti addosso sul serio e bestemmiare l’ingombro del mio corpo goffo e delle tue ossa sottili. Che beffa che la mia ossessione per la memoria debba misurarsi con l’indisposizione verso il ricordo ma è di più, lo so che lo sai, è proprio che il ricordo in questo caso è un tabarro che abbiamo imparato a far indossare alla vita quando non regala altre possibilità. Stanno gridando ora nelle piazze e l’asfalto fa spazio agli schizzi di sangue che hanno già prenotato il posto loro sulla strada del successo. Il problema è tutto lì, nel successo che non è inteso come la possibilità di un bel rifulgere in seno al tessuto sociale ma piuttosto come quello che è già capitato, già accaduto. Inchiodati alla storia senza ragione di diventare più memoria, diresti tu solo guardandomi, che le parole, le benedette parole sono danno e dannazione di questo tuo respiro. Chissà se adesso c’è ancora il tuo respiro, ora intendo. Non ci sei voluto stare al gioco del compianto sul povero cristo morto, troppa iconografia scontata in saldo. Mi adeguo e non ho notizie ma stamattina, mentre spiego a mio figlio cos’è uno sciopero, ti sento morire di quella morte che si dimenticò di raccoglierti in montagna tanti anni prima. Aggrappato a un mitra scarico. Cazzo, non ci sarai più. Se qualcuno verrà a dirmi che ancora vivi nelle nostre scelte e nei nostri sorrisi, dovrà sapersi allontanare in tempo. Balle, stai morendo o sei già morto. Maledetto bastardo. E le genti che passeranno… passeranno appunto. Ognuno faccia la parte sua, questo certo che me lo devo ricordare. La tua faccia, quell'odore dei giorni in chiusura sono una cosa personale che non posso rischiare di perdere con l'azzardo dell'immaginario condiviso. Ora devo andare. In strada.

lunedì 12 novembre 2012

collegare la periferica


Allora, ti ricordi come funziona qui? Fai partire il pezzo e leggi.


Premessa. A Torino, negli ex mercati generali, ci hanno ficcato una celebratissima iniziativa sull’arte contemporanea. A Torino ci sono Artissima, Paratissima, Ganzissima e tutte ‘ste cose belle che contribuiscono a costruire una robusta grammatica comune da spendere in coniugazioni d’azzardo tra i tavolini della movida. Maledetto quello che ha deciso che un brulicare di persone inerti bardate di bicchieroni di plastica caricati a ghiaccio e qualcosa si dicono movida e fanno cultura metropolitana. Ieri era Paratissima per me, che mi figuro sia una specie di festival dei calci di rigore a giudicare dal nome. C’erano un mucchio di foto appese. L’ho già raccontato altre volte che nel mio mestiere ci passa parecchio la fotografia e almeno una volta al mese da vent’anni a questa parte, arriva uno a farmi vedere le sue foto scattate in India e ogni volta mi mostra le stesse foto di quegli altri prima di lui, passate in bianco e nero con un clic su un programma di fotoritocco, che tanto basta. C’è un bramino a bordo Gange che l’ho visto così tante volte presentato come uno scatto eccezionale, al punto da percepirlo come un lontano parente. La suggestione è che anche lui sappia di me, dall’altra parte del mondo con una scrivania ingombrata di foto mie e di altri, che mi ritrovo di nuovo la sua faccia davanti e mi pare ammicchi e mi chieda di tacere e reggergli il gioco dell’unico. Sono rupie meritate le sue. Ieri a Paratissima, sulle pareti di quei padiglioni, ho contato quattro bramini. Lì dietro Paratissima c’è il villaggio olimpico, che sono case vuote e mai utilizzate e costruite con il fiotto caldo dei finanziamenti per le olimpiadi invernali, sempre siano lodate, che arrivarono sulla città, che quando arrivano i finanziamenti si dice che sono per la città e c’è questa cosa strana che tutti i cittadini che conosco io, bada che non sono pochi, non si sono visti offrire nemmeno un caffè. L’unica memoria sociale di quella stagione finanziatissima sono i piumoni sgualciti che i vecchi volontari ancora indossano d’inverno e non per vezzo ma piuttosto per necessità, come l’eskimo di Guccini. Andiamo avanti. Dicevo che ci sono tutte queste fabbriche e queste aree che ancora puzzano di un maledetto lavoro sporco durato decenni e poi ristrutturazioni fatte nel tempi di un singhiozzo e acqua che trafila dai soffitti e crepe che si aprono sotto il sole ma c’era da spendere i benedetti finanziamenti. Insomma enormi leviatani spiaggiati sull’arenile di questa città regalata al  pulsare frenetico del lavoro culturale declinato in mille forme. Alla salute di Bianciardi perché qui sputano sulle tombe ma lo fanno con la grazia della mano davanti alla bocca. A Paratissima io ci sono andato ieri sera perché c’era l’ennesima presentazione di “La faglia” che è un romanzo ambientato in una periferia di fantasia torinese, e la storia è interessante ma soprattutto Massimo Miro, l’autore, è un catalizzatore di energie sparse e organizza ‘ste serate con gente che parla, che suona, che legge, che filma e proietta. Ci sono anche io in questo Barnum narrativo e faccio Sgummo, che sarebbe uno dei personaggi del romanzo. Si parla di periferie e città industriale e passato presente e piuttosto mi pare di notare un occhio antropologico e un’attenzione sociologica negli altri che mi lascia ammirato. Non ce l’ho quell’attitudine lì. Sono qui perché la periferia per me non è una categoria storiografica e neppure un luogo dello spirito ma piuttosto il contenitore di una fetta consistente della mia vita. Una cosa mica da poco che mi ha condizionato al punto da farmi essere sempre periferia di qualcosa. Senza rimpianti e senza rancori, con l’idea che un posto vale l’altro ma poi sempre in periferia rimanevo. Senza il culto del perdente, che si vince a prescindere da dove giochi, senza l’assunzione di un merdosissimo paradigma vittimario perché ognuno fa i conti con la sua pelle. Insomma prendo il microfono e leggo ‘sta storia di Sgummo e io non leggo quasi mai in pubblico, parlare certo che parlo spesso a titoli vari ma leggere… roba d’altri poi. Gratis per giunta. Non ho vantaggi da questa cosa, che nemmeno ce ne andiamo a cena a ridere insieme, per me è importante stare attorno a un tavolo e ridere insieme, vado lì e faccio Sgummo e a stento ho consapevolezza di chi ci sia sul palco con me. Ma va bene così, che di cose mie sparse ce ne sono milioni e Massimo Miro e il suo libro sono una bella cosa. Sta di fatto che ogni volta son lì seduto che mi guardo attorno e penso che sul tavolo ci sono sempre mille proposte brillanti per il lavoro sulle periferie e nell’esperienza mia tutto quello che di brillante riguarda quella fetta estrema dei territori cittadini finisce inevitabilmente sul bancone del “compro oro”. Bada che le periferie in cui sono cresciuto io non sono torinesi ma dammi palazzi e puzza di miscela grassa nelle strade e facce che ti inchiodano alla tua maledizione di essere “fuori zona” e saprò trovare segno identitario.
Per dire, sabato mio figlio giocava nella palestra di via Panetti. Dai, sfrutta la bella potenza delle tecnologie recenti e vai a vedere dove sta piazzata a Torino ‘sta strada. L’immagine di Google Maps ti farà vedere una bella zona verde, parco Colonnetti si chiama, bordata dalla salda nervatura di viali dritti dritti che sembra siano lì per portarti a fare una bella scampagnata fuori città. Certo, stai guardando dall’alto, dal punto di vista di dio, e ci sta che da quel punto di vista ti sfuggano certe attenzioni minime, certe sfumature, pare sfuggano anche al dio medesimo, soprattutto oggidì che le sfumature di grigio le vendono al supermercato e te le regalano per insistere sul tuo immaginario erotico bollito e sterilizzato. Bene, devi sapere che sei nel cuore di Mirafiori, mica cazzi, Mirafiori, proprio quella che aveva dato il nome alla meravigliosa FIAT 131 Mirafiori. Per inciso se giri lì attorno su Google Maps ci vedi casa mia e ci vedi i resti del mammut della fabbrica delle fabbriche. 


Quando sono arrivato a Torino, stiamo parlando dell’anno con la cilindrata portata a duemila tondi tondi, per Natale con Ste siamo andati davanti ai cancelli della fabbrica delle fabbriche, con il nome scritto grosso e  grigio contro il grigio del cielo e della terra. Lì, nel parcheggio vuotato dalla domenica, ho fatto una foto a Ste con Dani di pochi mesi in braccio e lei aveva un cappottino nero e lui un cappellone di lana fatto dalla nonna e la foto era in bianco e nero e l’abbiamo stampata e mandata a tutti con gli auguri nostri dalla città della fabbrica delle fabbriche. Da guardarsi ascoltando Vincenzina e la fabbrica appunto. Non è un caso che dieci anni dopo ho scritto un libro, Cantastoria si intitola se volete versare un contributo fattivo alla mia causa domestica, e Vincenzina era il mio Virgilio che mi conduceva per cinquant’anni di storia nostra, di imbarazzo nostro mnemonico, attraverso le canzoni. Tutto era partito da quella fotografia. Fatta proprio dietro casa nostra, che ve lo dicevo che la periferia per quelli come noi non è una possibilità o una maledizione, è e basta. Insomma l’hai trovata via Panetti. Un capillare dell’arteria di via Artom, una lingua d’asfalto che si infila nella topa verde di parco Colonnetti e che dura qualche decine di metri, Uno pseudopodo urbanistico che muore nel nulla di uno spiazzo di fango o di polvere, a seconda delle stagioni. Unica meta plausibile un impianto sportivo che sta ormeggiato a bordo parco e che comprende anche un palazzetto dove gioca mio figlio a basket. Il sabato lo accompagno alla partita e Ste entra con lui e gli altri genitori mentre io scelgo di andarmene in giro lì attorno e non devo dare spiegazioni perché nella mia tribù lo sanno benissimo che ho questa maledizione che devo andare e guardare e ascoltare e qualche volta raccontare a mia volta. Il cane è parte integrante di questo passo. Stavolta però resto in macchina, nel mio vecchissimo e indistruttibile pick up che è una seconda casa. In questo caso è un punto di vista privilegiato. Mi sono parcheggiato di fianco al campo da bocce perché mi piace sentire i discorsi dei pensionati, quasi tutti hanno versato il loro tributo alla santa fabbrica delle fabbriche. C’è il sole, ho un paio di Zagor, ho sempre qualche vecchio numero di Zagor sparso tra il bagno e il sedile dell’auto, Tom Waits che fa piovere cani dallo stereo che mi sono montato da solo sul magico pick up. Il cane acciambellato accanto. Se il cane sonnecchia tutto filerà liscio. All’inizio di via Panetti ci sono quattro camper, un campo nomadi improvvisato sulla strada con i panni stesi sulle recinzioni del parco, ad asciugarsi a quello stesso sole che ci stiamo godendo io e il cane. Ho vissuto quattro anni sul lembo di un enorme campo nomadi in un'altra città e quella casa costava pochissimo perché nessuno ci voleva vivere e ancora me le ricordo le grigliate e la musica e le retate. Bambini, un mucchio pazzesco di bambini. Passano davanti al bocciodromo, due soprattutto, con le loro bici, trionfo della cannibalizzazione. Uno più grosso, a occhio dodici anni come il mio, va a prendere l’acqua con una tanica. A piedi nudi, sbilanciato dal peso maledetto dell’acqua, nella mano sinistra stringe un telefonino di quelli che quando li lanciano sul mercato la gente fa la fila per farsi colpire in fronte. Mi fa ricordare una bellissima foto di Enzo Sellerio, scattata alla fine degli anni Cinquanta circa in Sicilia e didascalizzata “baracca senza acqua ma con la televisione” in cui si vede una ragazzina che esce con un secchio da una casa sfondata e sbilenca sul cui tetto campeggia un’antenna televisiva. I ragazzini che arrivano per giocare a basket scendono da macchine che sono già segnale di famiglia e ordine, che poi vai a sapere come stanno le cose mi sussurra l’esperienza di uomo che guarda. Incrociano i loro sguardi con quelli di quegli altri stracciati con le bici e i panni stesi sul bordo del parco. Mi viene in mente la sequenza di ladri di biciclette in cui il ragazzino protagonista con la sua mozzarella in carrozza a filargli la tela della felicità a fior di labbra, incrocia lo sguardo con l’altro, il bambino ricco, che conta il senso della sua vita sull’avvicendarsi delle portate. Maledizione di tutta ‘sta memoria di pagine e film e foto che mi porto ficcata in gola e che confondo in questo mio scrutare. Insomma sto lì in bilico e per questa volta non sarò agente di storia, di questa storiella mia a più voci, e resterò a fare quello col finestrino sul cortile: Però, permettetemi, a ben vedere uno come me ficcato dentro un vecchio pick up, con uno Zagor stretto tra le dita, una canzone rauca che esce dagli sportelli e un cane che dorme tenendo l’occhio azzurro chiuso visto dall’alto del vostro Google Maps fa già parte della giostra che cerco di descrivere con distanza ma è questa mia attitudine ad essere storia e film e foto e fumetto e uomo a mia volta. Con il sogno torbido e segreto di essere lo Zagor delle mie periferie per giunta. Ormai lì in via Panetti, abbiamo tracciato i confini di pertinenza, se non lo sapete facciamo così sempre nelle periferie. Se metto la macchina qui dieci volte questo è il posto mio, se porto il cane alle cinque al parco e sto in quel pezzo di prato non venirci col tuo che si sbranano e questo è il posto mio, lo sanno tutti che è il posto mio. Un fotografo un giorno s’è dedicato a raccontare le favelas attraverso i segni di delimitazione degli spazi di pertinenza tra una baracca e l’altra. Ottima idea ma non mi ricordo il nome del fotografo anche se l’ho conosciuto personalmente. Stiamo lì e ognuno attiva l’attenzione degli altri ma la regola è non far vedere che sei curioso e fare il vago. Tutti abili nell’esercizio d’estimo che ci ha fatto intuire che non c’è preda tra noi che non si piscia dove si mangia, ci godiamo il sole e il respiro di questo sabato pomeriggio. Nel palazzetto intanto si vince, si perde. Come fuori. Poi arriva una macchina sportivissima e teutonica, una cosa davvero fuori zona lì e penso subito “cazzo, il gran visir degli spaccia viene a vedere i suoi topi che ballano”, che il parco, m’ero dimenticato, è pure un supermercato stupefacente. Invece esce uno tutto sportivoelegante e col capello giusto e tira fuori un paio di scarpe bicolori e si cambia il mocassino e apre lo sportello e estrae una sacca da golf. Subito lo raggiunge un altro, ancora una berlina in sfoggio di tecnologia teutonica che brilla a quel sole che era il nostro sole fino a pochi secondi prima o ora per suggestione pare che su di lui brilli di più. Si cambiano e tutte le altre attenzioni della stradina si piantano sul bicolore di quelle scarpe e le mazze e la borsa con le rotelle. Si avviano verso il lembo del parco e a questo punto scendo anche io e scende il cane e lascio la macchina aperta e la musica che continua orfana d’attenzione e me lo immagino che molti avrebbero chiuso l’auto al posto mio premendo il telecomando e con le frecce che fanno l’occhiolino ma il mio camioncino non ha nemmeno la chiusura centralizzata e lascio perdere. Sul prato il comune, non ci posso credere, ci ha piazzato un campo da golf e altri ne arriveranno con le scarpe bicolori e si eserciteranno al tepore di quel sole. Ognuno adeguato all’altro in un equilibrio sospeso e surreale. Certo i pericoli ci sono. Pensa tu se uno spacciatore inguattato nei cespugli in fronte viene centrato alla tempia da una palla da golf. Rischia di restarci secco. Secco sotto questo sole che scalda la periferia mia che non è un luogo dello spirito ma piuttosto è lo spirito di tutti i luoghi. Buona fortuna a voi.