mercoledì 20 giugno 2012

per la stessa ragione del viaggio




Se non ti fidi di nessun dio, se fai il mago da tutta la vita e ancora non ti spieghi come fa quel fottuto coniglio a uscire dal tuo cilindro, se hai parlato con gente guarita dall’imposizione delle mani e con gente quasi ammazzata a mani nude in una cella allora devi dar conto a te stesso dei tuoi passi e delle tue parole come di tutto quello che puoi spendere senza mai aspettarti il resto indietro.

Jejo è mio amico da mille anni. Ce ne siamo andati in giro per il mondo e il mondo eravamo noi e abbiamo riempito i locali più improbabili dei nostri racconti e delle nostre canzoni sbregate. Jejo un giorno ha preso la sua vecchissima moto che già segnava trecentomila chilometri senza esagerare ed è partito per il viaggio di tutta la vita. Se n’è andato in Mongolia passando dalla Siberia e questa storia l’abbiamo raccontata mille volte e c’è anche “giorni nomadi” un diario sconclusionato che mi sono affannato a fargli pubblicare che testimonia. Per cui fa fede la bibliografia. In Mongolia ha conosciuto una ragazza del posto pazza come lui che è salita sulla sua moto e se n’è andata in giro per il deserto. La vecchissima Guzzi arrivava dove le ipertecnologiche moto col navigatore satellitare non osavano nemmeno puntare il muso. Poi è tornato e in Siberia quasi lo ammazzano in una foresta ma Jejo è di quella pasta che un po’ conosco a ragione di quel fatto condiviso tra noi di non averci dio e magie e quindi di poter contare solo sulla faccia nostra e quindi i briganti siberiani sono ancora lì che si domandano con quale oscura forza hanno dovuto fare di conto.
Tornato a casa si scrive con la ragazza mongola e si telefonano ed è uno spettacolo perché lui parla solo friulano e lei mongolo e russo mischiati. Inglese a briciole. Ma si capiscono, giuro che si capiscono. Jejo sostiene che il mongolo è una variante gutturale del friulano.
In primavera la ragazza che si chiama Soghi viene a trovare una parte della sua famiglia che vive in Polonia, salgono su una macchina e vengono in Friuli. Jejo è lì da Andrea e stiamo cazzeggiando quando lo chiamano dal bar di Pagnacco e gli dicono “vieni qui che è pieno di mongoli che ti cercano”. Andiamo a recuperarli e c’è questa specie di capo famiglia che noi attacchiamo a chiamare “piciul” per far capire che ci è simpatico, che sembra detestarci da subito. Si tratta del nanissimo cognato di Soghi che fa il medico in Polonia dopo aver studiato in Russia. Aggiungi che tutto questo succede a Pagnacco e hai fatto bingo. Li portiamo a casa di Andrea e le donne gli fanno gli spaghetti all’amatriciana mentre noi andiamo a comprare le pizze e sono le quattro del pomeriggio. Hai voglia a fare quello che odia i luoghi comuni, in un baleno siamo diventati la più agghiacciante cartolina vivente dell’amata penisola. Con tanto di chitarra suonata da me mentre mangiano imbarazzati pizza e spaghetti. Il capo chiede il tè e Andrea gli porta un bicchierone di estatè alla pesca ghiacciato. E grazie che ce l’avevamo. Il simpatico ospite nano e cattivo senza assaggiare dice che lo vuole caldo. Andrea va di là, versa l’estatè nel bricco e lo porta a ebollizione. Torna e il tizio si incazza nevrile che non ci voleva lo zucchero dentro. Come è noto noi abbiamo la pazienza che scade come il biglietto del parcheggio sulle strisce blu e l’abbiamo mandato a fare in culo sbriciolando il tentativo iniziale di mostrarci ospitali e affabili. A quel punto Soghi cerca di mettere pace, si ricordi che parliamo sempre lingue che nessuno condivide. Nemmeno tra noi condividiamo quasi la stessa lingua. Io e Jejo parliamo in friulano con le parole chiave in italiano e i verbi all’infinito come nei film western quando si incontrano gli indiani e i cavalleggeri. Andrea grida senza fermarsi “siete tutti pazzi”. Ste e Giovanna si sono rotte i coglioni di fare le donne italiane e li hanno lasciati dvanti a un mucchio infame di cornicioni di pizza e piatti carichi di pasta. Soghi dice che vogliono vedere l’Italia e hanno solo quattro giorni. Jejo mi guarda e dice “non c’è problema, vi portiamo a piazza San Marco e all’acquario di Trieste”. Mi sono sempre chiesto perché all’acquario di Trieste ma non ne abbiamo mai parlato. Soghi è perentoria. Vogliono vedere Venezia, Firenze e Roma. Io ho quattro giorni di ferie e poi devo tornare a Torino. Sono arrivato in Friuli da poche ore. Jejo mi guarda e ringhia “mi hanno ospitato in Mongolia, mi hanno portato nel deserto”. Andrea mette sul tavolo le chiavi, che siamo quella razza che dicevo prima e dice “andate con la mia che consuma poco”. Partiamo senza preavviso minimo . Decidiamo di andare in Toscana e poi a Roma e al ritorno a Venezia. Allerto i miei amici distribuiti sul percorso. Lungo la strada decidiamo di non complicarci la vita e puntiamo su Sienia che conosco come le mie tasche. Ancora rido a pensare alla faccia dello Zak quando gli piombiamo in negozio con la schiera mongola. Sbarra gli occhi e grida “Oh dove l’ hai presi tutti ‘sti peruviani”. Gli facciamo visitare Siena spiegandogli che è Firenze che è troppo lungo dirgli che il parcheggio a Siena è meno complicato che a Firenze. A Piazza del Campo piciul sembra trovarci simpatici e si fa scattare una foto con noi. La riguarda ridendo nel display e dice ai suoi “!foto mafia italia”. Da lì in poi gli rendo la vita difficilissima.
Andiamo a dormire sul Trasimeno in un posto dove vado sempre a mangiare la porchetta e mi conoscono e la fortuna dei mongoli è che io ho vissuto in mezza penisola e ho amici in ogni dove. La mattina partiamo per Roma e Franco e Enrica ci fanno da guida. Andiamo a mangiare in una formidabile trattoria ma piciul non si fida e costringe i suoi a rimanere seduti sul marciappiede di fronte. Intanto faccio amico con Soghi e mi insegna a dire luna e stelle in mongolo. Inguaribile romantico. Soghi è bellissima e ha tre sorelle. Hai visto mai. Insomma torniamo a Udine e io cambio auto, carico la tribù mia e torno a Torino. Riposatissimo.

L’anno dopo Jejo riparte per l’Iran e al ritorno viene steso di brutto da un ragazzino neopatentato a pochi chilometri da casa. Rischia la pelle sul serio, rimane sei mesi inchiodato al letto e io quasi tutti i fine settimana parto da Torino e vado a stare in ospedale con lui a Udine. La stanza d’ospedale diventa l’ennesima appendice del nostro circo permanente.
La gamba di Jejo non recupererà mai e rivederlo in moto dice che sarà impossibile. Jejo di mestiere fa il muratore e non potrà più salire sui tetti. Bei cazzi insomma. L’estate torna Soghi. Da solo, Jejo compra un camper scassatissimo e con una tecnica di guida che a oggi mi risulta assurda la porta in giro per tutta l’Italia. E noi che siamo nomadi a nostra volta li incontriamo alle Cinque Terre e a Matera. Nella fattispecie Jejo a Matera denuncia un fastidioso problema all’attrezzo d’amore che si è palloncinizzato. Ste lo accompagna in farmacia e il tizio al bancone non riesce a capire cosa abbia Jejo che continua a dire “mi è venuto una specie di bombo lì”. A un certo punto Jejo si spazientisce e si cala le braghe in mezzo all’esercizio pubblico. Con gran successo.

Insomma la storia nostra riparte sempre.

Domenica la vecchia Guzzi di Jejo è planata sulla mia casa torinese. Tutta rabberciata e con alla guida il solito pazzesco Jejo da viaggio. Soghi l’ha raggiunto a Vienna e a quel punto se sei a Vienna vuoi non andare a trovare Giorgio e Ste a Torino. Per strada decidono di andare in Africa. Come nel mio romanzo prossimo ma ne riparleremo. Lunedì mattina colazione e il solito lasciarsi senza saluto che è così che facciamo da sempre.

mercoledì 13 giugno 2012

son tornato sempre vivo




Forse l’ho già detto ma piuttosto che andare a rileggermi tutto mi ripeto. Quando c’è stato il terremoto in Friuli, sei maggio del millenovecentosettantasei, non avevamo più una casa perché la proprietaria, una che da piccolo mi faceva paura, aveva approfittato del casino e diceva che lei era in stato di necessità e non aveva più dove andare e le serviva la casa e noi in strada. Due mesi dopo il nostro appartamento è stato venduto alla regione e dentro ci hanno piazzato degli uffici. Bastardi. In ogni caso per mesi la gente ha vissuto per strada e noi, senza casa, non davamo tanto nell’occhio. Però i miei per farmi vivere meno il disagio di quel campeggio infinito, che a me piaceva molto, mi hanno mandato a Torino da Antonio che viveva in Corso Marconi in una casa che era davvero un campeggio perenne. Mi sono divertito parecchio e Antonio che non sapeva esattamente come si gestisse un bambino di undici anni mi ha dato le chiavi di casa appena arrivato e i soldi per un panino, consigliandomi vivamente il buffet della stazione di Porta Nuova e raccomandandomi di portargli un qualche cibo pure a lui. In quegli anni stava incasinato con le donne, il lavoro e tutto. La sua casa era piena di libri di fantascienza, piena di libri in generale ma in quello già casa mia marcava bene. Lui aveva tutti quegli economici favolosi e ciancicati e io me ne andavo in balcone a leggere e a tenermi dentro una fame eterna. La mattina uscivo e giravo per Sassalvario e c’erano le puttane a tutte le ore e io proprio in quei mesi cominciavo a pentirmi di non aver prestato grande attenzione a quella bambina che d’estate insisteva per mostrarmi il culo in cambio di una sbirciata al mio pisello e io l’accontentavo e me ne restavo lì a fissare quelle chiappe come un televisore spento. Però quelle puttane lì più che proiettarmi nella nuova dimensione erotica prepuberale mi sbalzavano indietro all’infanzia più buia, quella delle megere delle favole che chiudono i bambini nelle gabbie per ingrassarli e venderli ai comunisti. Antonio stava in uno degli ultimi condomini di Corso Marconi, dalla parte del Valentino e sullo stesso marciapiede c’era un canaro, a dire il vero c’è ancora ma forse non è la stessa persona, che vendeva pure gli animali e io passavo e guardavo dalla vetrina questo tizio che cotonava i barboncini e pensavo al buon soldato Sc’vèik che avevo letto nell’edizione Feltrinelli con la copertina gialla. Trovato a casa di mio padre. Ad Anzio. I canguri, era il nome della collana ma era anche il nome che gli davo io per capirmi con mio padre e credevo fosse una cosa del nostro lessico familiare e quando anche oggi vedo un Feltrinelli col marsupiale a simbolo penso che ci hanno copiato l’idea. In quella serie ho letto anche il compendio del capitale di Cafiero ma solo per ritrovare le atmosfere dei racconti di mio padre che mi descriveva questo nobile pugliese rovinato dall’idea. Avevo dieci anni e se vi dico che tutto mi era chiaro mi cresce il naso. Senza contare che sospetto che mio padre quel libro lì non l'abbia mai letto e tutta la storia che ci montava sopra deve averla rubata al Bacchelli del diavolo al pontelungo. Questo però l'ho sospettato solo da grande e mio padre è uno che racconta un sacco di storie e a volte cade in contraddizione ma io me lo imparo a memoria pure ora che sono cresciuto e a tavola gli rifaccio il verso e ridiamo. Come al solito esco dal tema. Dicevamo che bighellonavo davanti alle vetrine della toelettatura per cani e avevo questa fissa per gli animali e per i libri di animali e per i negozi di animali e volevo fare il veterinario e quando mia mamma m’ha detto che dovevo laurearmi ho pensato che era meglio fare il guardiano dello zoo. M’avessi ascoltato da piccolo. A questo punto mi gioco l’asso nella manica che convincerà anche i più dubbiosi che a me devono darmi le chiavi della città di Torino, che da sempre sono stato attento a tutto quello che accadeva, pur senza viverci, e svelo che da piccolo frequentavo molto il giardino zoologico e rimanevo un sacco di tempo a guardare l’ippopotamo con la bocca spalancata. Un giorno Antonio mi ha telefonato, anzi l’abbiamo chiamato noi dalla cabina, che credo che siamo stati l’ultima famiglia italiana a mettere il telefono in casa e io chiamavo sempre dal telefono del pronto soccorso del Policlinico che era vicino. Insomma Antonio mi dice questa storia che l’ippopotamo è morto perché una bambina gli aveva scagliato il Cicciobello nelle fauci spalancate e quello si era sentito male che, a dispetto della mole, sono bestie delicate e, siccome io non mi ero laureato veterinario, non s’è potuto fare niente. Ci sono rimasto male e approfitto per dire che mi piacerebbe conoscere quella bambina che sarà a spanna mia coetanea e la guardo in faccia e dico ma perché gli hai lanciato il Cicciobello e già me l’immagino che quella dice che si era spaventata e io le credo. A quell’epoca una bambina col cavolo che si liberava così dell’ambito bambolotto. Magari era Cicciobello Angelonegro che aveva avuto meno successo e allora è un altro paio di maniche. Ora, con la cosa del razzismo, non lo possono produrre, che dovrebbero dire Angelonero e sembra una roba da film horror che evoca morte e devastazione. Per capirci andate a leggervi l’Apocalisse e i cavalieri della medesima che ne combinano di tutti i colori. Con questo però non voglio millantare dimestichezza con le sacre scritture che per quello che mi riguarda sono qui a cimentarmi con l’ennesimo vangelo apocrifo. Anzi vi confesso che non credo in dio così ci togliamo l'ennesimo dubbio. Spesso non credo nemmeno a Ste, che è bugiarda matricolata, ma sul fatto che esiste non ho molti dubbi visto che io porto i soldi a casa e lei li spende in belletti, profumi e gorgonzola di Novara. Soprattutto quest’ultimo.
Le mie passeggiate da piccolo per Sassalvario mi piacevano molto e guardavo dentro al panettiere e pensavo che i grissini dovevano essere proprio buoni ma non avevo il becco d’un quattrino e passavo oltre. Una volta Antonio, che mi appioppava assurde commissioni per un bimbino di dieci anni, mi ha mandato alla farmacia di via Gaetano Bresci a comprare del carbone vegetale e una siringa da insulina. La tipa col camice bianco mi ha guardato come si guarda un bambino drogato e pure scorreggione. Mi è andata di culo che quella volta lì a Antonio gli erano avanzati dei preservativi sennò li aggiungeva alla lista e facevo bingo.
Certe volte mi spingevo fino in via Po, tutto a piedi, e guardavo le vetrine e tutte le pasticcerie e insomma mi divertivo proprio. Un giorno, l’ultimo prima di tornare dai miei, ho visto una bancarella al mercato che vendeva ovviamente animali e mi sono comprato due tartarughe di terra che sono ancora in ottima salute a distanza di quasi trent’anni. Nel viaggio le avevo sistemate in una scatola di cartone con la sabbia del gatto e stavo con l’angoscia che il bigliettaio mi scopriva e mi faceva pagare il biglietto tariffa tartaruga. A un certo punto queste bestie hanno preso ad agitarsi e scavavano e da un buco della scatola ha cominciato a cadere sabbia di gatto. Sulla mia testa. Le persone dello scompartimento mi hanno fatto notare la cosa e io rimanevo lì, a guardarli con gli occhi sbarrati e senza proferire parola. Metteteci che viaggiavo da solo sulla tratta Torino Mestre e che mi trascinavo dietro un monopattino di legno che era il regalo per mio fratello e va già bene che non mi hanno consegnato alla Polfer di Desenzano.
Poi qualche anno dopo alla trasmissione che si chiamava Sherazade si vede Sassalvario e io quasi mi commuovo a vedere quelle strade note. Mi sentivo nel cuore della notizia e quelli a dire che era tutto una merda e non lo voglio mettere in dubbio ma a me sembrava che ci doveva essere stata una qualche epidemia di cattiveria e tutti quei ceffi quando passavo io dovevano essere in pausa pranzo. Invece mi confermano che erano cazzi anche allora ma a me non m’era parso. E allora Antonio era proprio fuori a mandarmi in giro senza pensiero o forse già davo l’impressione di quello che sopravvive.

"Al mondo sono andato
dal mondo son tornato sempre vivo"

martedì 5 giugno 2012

moto perpetua

 


Il casco l’aveva lasciato attaccato al portapacchi, e s’era calcato il basco sulla testa per non farlo volare via. Del resto si stava concedendo un piccolo trotto sulla strada di montagna mentre cominciava a calare la sera, in quell’ora d’azzurro dominante che per i poeti professionisti è già color di lontananza. E se la polizia lo fermava avrebbe pagato la multa. Senza la calotta per attutire suoni e minaccia di morte incombente, poteva sentire l’aria fischiargli nelle orecchie, gettare ennesimo scompiglio nei capelli mai pettinati e ora persi in parte. Per distrazione. Anche il motore pareva averci tutta un’altra voce, pieno di intermezzi e strumenti gregari che suonavano a dare un contributo affannato a quel corpo orchestrale dominato dalla possanza di certi fiati in nota bassa che prendevano allo stomaco. Come quella volta al centro commerciale, che era rimasto ipnotizzato davanti a un televisore gigante a schermo piatto che mostrava le immagini di un film di fantascienza e le astronavi s’incrociavano e sparavano e sembrava di averle lì, a schizzare impazzite tra gli scaffali e il suono faceva vibrare tutto e la truffa della realtà irreale s’era sforzata di raggiungerlo con frequenze allo stomaco che dal vero non provava mai davvero. Tenuto conto che di astronavi ne bazzicava ben poche. Fosse stato un film porno c’era da giurare che mentre l’attore si dannava a venire sulla faccia della collega in molti si sarebbero scostati. E lo sperma sarebbe schizzato fuori con un rumore di diga che salta. Perché nei porno vengono sempre fuori? Si negano il più bello per giurarci che è tutto vero. Ma dopo tre ore che ti vedo sudare, in posizioni che assecondano più le luci e l’obiettivo che il piacere, te lo voglio concedere. Fatti la tua bella sborrata dentro la femmina che ha avuto la pazienza di stare lì a gemere e singhiozzare, senza smettere di pensare alla rata della Renault, parcheggiata per giunta sulle strisce. Bada bene di non trovare la multa in fine di giornata e attenta, che quest’altro poveraccio del tuo collega, mago anche lui, vive l’ansia della cantina che ora che piove si starà allagando come l’altra volta e intanto zum zum zum, ah ecco ora le vengo sulla faccia. L’ha tirato fuori, mi viene sulla faccia e speriamo non mi abbiano messo la multa. Vai così. Pensavo che stavolta non gliel’avrei fatta. Porca puttana, mi va a finire sempre negli occhi e poi mi si arrossano come a un apneista o a un saldatore. Il cantante dei Freaks faceva il saldatore e cantava. Ovviamente essendo un cantante cantava. Ma la cosa più bella erano le occhiaie, che tutti attribuivano a una vita spesa di notte e agli stravizi e invece erano le dieci ore di fabbrica a lasciare un marchio sulle sue note. Peccato che ascoltando il disco, roba ancora in vinile, le occhiaie di Marco non si riescano a intuire. Forse certi orecchi fini potrebbero pure ma lui era uno allenato al gracchio grezzo delle chitarre chiuse in un garage. In moto è sempre così, un pensiero ne chiama un altro e poi un altro e poi ancora e a un certo punto non capisci come eri partito da un basco per finire su una sborrata in multa sulle strisce, passando per le astronavi del centro commerciale. Ma intanto non c’è da rendere conto a nessuno e ci si può permettere la libertà totale dei pensieri e delle associazioni. In moto va così. E lo zen è solo un pretesto per stringere la manopola e dargli un senso. Ma, si sa, la manopola stessa, per sua intrinseca natura, di senso ne ha uno solo e preciso.

sabato 2 giugno 2012

autogrill






In bagno c’erano le facce dei cessi dell’autogrill. La terra di mezzo tra i vivi in agonia e i morti viventi. All’ingresso una donna grassa e baffuta, scelta dal catalogo delle vecchie da tenere sedute a raccattare le monetine davanti ai servizi delle stazioni di servizio. Questa doveva essere un modello standard, di quelli omologati per ringhiare quando uno sbaglia e entra nel cesso delle donne. Programmata per fissare con insistenza quelli che escono dopo aver fatto uso degli impianti e non lasciano il fiorino di pedaggio nel sottovaso verde, messo a bella posta sul tavolino. In un autogrill sulla Piacenza-Torino, direzione nord, avevano piazzato una bionda sorridente davanti alla porta di certi cessi scassati. Niente di provocante, solo un sorriso e la pelle chiara. Quando ancora percorreva spesso quella strada, s’era costretto a mirabili equilibrismi di vescica per arrivare fino lì e approfittare del bagno. La biondina, piovesse o ci fosse un sole da sciogliere l’asfalto, era sempre al suo posto e il sorriso con lei. E lui ogni volta a dirsi che quella la vita la sfiorava appena e un giorno si sarebbe deciso e glielo avrebbe chiesto di montare su e scappare con lui. Giusto per cambiare cesso. Quel posto, l’autogrill, era lo stesso che vendeva di tutto e che lui non poteva evitare di visitare ogni volta con stupore. Le vetrine zeppe di oggetti erano sotto la tettoia del benzinaio e c’erano dai soprammobili a forma di teschio illuminato ai televisori a colori con parabola e digitale terrestre da poter montare sul camion. C’era poi una scelta incredibile di coltelli, spadoni, fionde, mazzeferrate e balestre, quasi che i gestori fossero stati avvertiti che da lì a poco il loro autogrill sarebbe stato scelto come punto di ristoro dagli ultimi crociati in marcia per liberare il santo sepolcro. A lui quasi scappava detto a questi gestori che il santo sepolcro lo stavano espugnando con i lanciafiamme e le ruspe ma poi l’attenzione veniva presa dalle vetrine degli accessori erotici e la sua matrice ideologica andava a farsi benedire. Trattavasi di vetrine che perdevano la loro funzione originaria di mostrare, per rivelarsi strumenti d’occultamento. Dietro quei vetri c’erano completini parecchio erotici e cazzi in lattice sussultanti e bambole da pompare d’aria e sentimenti. Ma questo si poteva solo intuirlo perché sulle lastre dell’espositore era stata applicata una carta adesiva. Tutto occultato alla vista non autorizzata. Ma in vetrina. Carta adesiva per giunta rossa. “PER VISIONARE LA MERCE CHIEDERE AL PERSONALE”. Scritto su un foglio a quadretti. Col pennarello. Per giunta rosso. Qualche disperato in crisi ormonale s’era pure provato a sollevare la carta adesiva con l’unghia, agli angoli, lasciando trapelare qualche indizio della terra di cuccagna. Orde di ragazzini in gita scolastica si affacciavano sbavando a quelle misere brecce. Gli stessi piccoletti che stringevano nelle mani tremanti la statuetta della torre di Pisa che cambia colore in accordo con la variazione climatica. Da portare alle famiglie come ricompensa d’aver cacciato la grana per mandarli tre giorni a istruirsi negli alberghi convenzionati e a certe tavole dove si può approfondire le nozioni di scienze cercando di capire che bestia è quella che lì chiamano pollo. Per colmo dei colmi la torre di Pisa l’avevano appena acquistata lì, all’autogrill. Che è a Stradella. Avessero almeno comprato una fisarmonica, era filologicamente più pertinente. Ma alle vetrine negate  si aggrappavano anche certi rappresentanti, di quelli che d’estate girano con la monovolume carica di cappotti, il campionario lo chiamano, e corrono come disperati e si fanno un punto d’onore di essere vestiti a quel modo che la gente comune ama definire “da rappresentante”. E hanno il gel a quintali sui capelli, pure se sono calvi, e la cravatta sgargia, che vorrebbe sottolineare estro e invece fa tanta tristezza, che, se eri creativo davvero, al collo ti appendevi un cacciavite, fosse solo per mascherare il tuo enorme pomo d’Adamo. Insomma ‘sti rappresentanti fanno di tutto per apparire dei vincenti, dei ben piazzati e questo stona un poco con la loro presenza lì, davanti alla vetrina delle cassette porno e dei vibragodi a sei velocità. Del resto lui aveva sempre creduto che quelli con certi macchinoni ripieni di lustro e radica avessero le fighe a schiocco di dita. Eppure la sera, sui viali, la fila di quelle auto griffatissime era lunga come l’esodo dei Curdi. Dentro c’erano quelli con la camicia giustocollo e la cravatta laser. “Come un rappresentante” diceva di nuovo la gente comune. Onore al merito a quelli che vanno a puttane con la vespa cinquanta. A Siena aveva conosciuto uno che quando andava a puttane si metteva la cravatta. Per rispetto, diceva lui. Ma questi altri qui, campioni del campionario, perennemente arrancanti in terza corsia, pure dove ce ne sono solo due, rispettavano solo chi gli elargiva la gratifica alla fine del mese. Bravo rappresentante, hai corso per la penisola col tuo carico di cappotti lavorati in Romania a trenta centesimi al giorno e li hai piazzati tutti a belle signore di Palermo che ora non avranno più da patire il freddo siciliano. Meriti il tuo bel premio. Biscotto? Seduto!
Poi sentì lo sciacquone di quello accanto e si riscosse. Blu stava cagando a terra, come faceva sempre in quei cessi. Accovacciato su dei fogli di carta, di quelli per asciugarsi le mani. Si rialzò, raccolse il fagotto e abortì, come ogni giorno, nella bocca del cesso. Fiero di quel sistema escogitato mille anni prima per non dover costringere le sue chiappe al contatto con certe tavolette scabbiose.
Fuori, ai lavandini, c’era uno che si radeva, un altro che si soppesava l’effetto della barba di tre giorni sul volto segnato dal sonno rubato al disco segnatempo truccato e uno che con gli occhi chiusi lasciava che il getto dell’asciugatore puntato al viso gli restituisse vita. Aggrappata al muro c’era la macchina dei preservativi e delle salviette igienizzanti. Di queste ultime s’era sempre domandato cosa fossero ma non aveva mai la moneta giusta. Uscì senza degnare di uno sguardo la vecchia. Per rispetto all’altra dei suoi sogni, la biondina. Salendo le scale si ricordò di non aver prestato attenzione agli annunci sulla porta interna del cesso. Di solito c’era sempre uno che anelava a fare pompini e aveva un cellulare comprato apposta per farsi trovare subito e magari stava cenando con la nonna, tu gli telefonavi e lui lasciava lì tutto, anche se la vecchia s’era dannata per fargli il sartù di riso che a lui piaceva tanto, e correva all’autogrill a farti una pompa. Ma l’autogrill, per sua natura, è pieno di pompe. Decise di fare il pieno alla moto.

martedì 29 maggio 2012

marginalia



E la storia che ti porterai addosso te la scopri sulla pelle e nessuno t’ha dato il tempo di prendere due misure, di metterti davanti a uno specchio per tentare un paio di mosse d’eleganza. La storia quando t’accorgi d’averla addosso è  tutto quello che puoi portare, che sai portare. Malgrado tutto. E i difetti e i rammendi sono indizi di una memoria che cade come i bottoni che non saprai mai fermare.
Avrò avuto dieci anni, fai anche undici e era il giorno del turno mio col terremoto, roba che in questi giorni mi fa stare coi gomiti piantati nel tavolo per percepire ogni minimo indizio del rutto maledetto della terra. In una casa vicina alla mia vivevano quattro fratelli e soprattutto il più grande era l’uomo che avrei voluto essere, uno che non lo inchiodavi mai di schiena a terra, uno che sapeva essere svelto parecchio e aveva una specie di moto autocostruita. Il terzo fratello, erano stati fatti serrati uno dietro l’altro, era della mia età e me la intendevo con lui ma quella frequentazione mi dava il privilegio di poter stare in strada con tutti loro. Avevano i coltelli in tasca. Avevano un padre che era andato a lavorare in Canada e non se n’era saputo più nulla. Avevano una casa che stava in piedi con lo sputo e una madre da guerra al demonio. Lo sapevo bene che tutto quello che indossavano, compresi gli invidiatissimi jeans Wrangler, se lo procuravano con certi giri loro e certe sere d’estate, che l’estate puoi stare fuori dopo cena, Mumu, quello più grande, tornava e li chiamava a raccolta e se ne andavano a casa con certe scatole e certe borse. Poi c’era quella storia dei coltelli che ogni tanto davano di lampo per questo o quel motivo e c’era da fare il giro largo. A una certa ora io e molti altri dovevamo tornare a casa e loro continuavano a girarsela fino a notte fonda. I palazzi erano tutti uguali e la loro casa scassa era al bordo delle palazzine. Un giorno una che abitava alla seconda palazzina e che faceva la poliziotta, così dicevano le altri madri anche se io non l’ho mai vista in divisa, si fa il giro degli appartamenti e avverte le madri che quei quattro si vendevano in una via della città dove c’era quel mercato lì della carne dei maschi giovani. Questa qui che era poliziotta aveva un figlio che stava sempre chiuso in casa, non scendeva mai a giocare. Era più piccolo e lo ricordo appena, sempre tutto ordinatino e col capello con la riga. L’effetto dell’infamata fu devastante. Madri e nonne scesero in strada e gridarono ai quattro di stare lontani. A dire il vero la mia di madre non fece nulla di tutto questo ma piuttosto mi raccontò come stavano le cose. Per darmi la possibilità di regolarmi. La notizia mi spaventò abbastanza. Tornai in strada e provai a leggere nei gesti dei fratelli qualche indizio e invece c’era solo quella maledetta cosa che mentre erano lì a giocare a pallone arrivava una madre urlava e loro fuggivano. Ogni tanto ci chiedevano perché ce l’avevano con loro e noi, che pure sapevamo, negavamo sempre. Non avevamo quelle parole lì.
La mia vita s’è portata addosso da sempre la maledizione del trasloco imminente. Me ne andai da quella casa e li rividi di striscio qualche volta ma giusto per far finta di non vederci alla cassa del supermercato. Poi un giorno, vivevo a Battipaglia all’epoca e quei posti erano a un universo e mezzo di distanza, mi raccontano che un ragazzo, uno che era amico del fratello di Corrado, che è il mio amico di sempre e che avevo incontrato a casa loro qualche volta era stato ammazzato con un numero tremendo di coltellate. Erano stati in due e l’avevano ammazzato perché era negro. Uno dei due era il figlio di quella che faceva la poliziotta coi capelli sempre ordinati e il vestito a modo. E mi son tornati alla mente gli strilli delle madri che cacciavano quei poveracci marchiati d'infamia. E mi son tornate in mente le facce loro mentre scappavano e la rabbia loro. Mi son ricordato troppo forse.

Siamo cresciuti davvero come le castagne matte, con un senso di inutilità dei nostri giorni che non ci dava modo di sentire quanto maledettamente fossimo attraversati dalla storia perchè ho buona ragione di credere che la storia non esiste. le storie piuttosto, chi le ammazza quelle. Sono le storie che ti fanno sentire bandito senza tempo.


venerdì 25 maggio 2012

il senso dell'affare




I palazzi dove stavamo noi erano gli ultimi della città, poi c’erano i campi, ma mica una cosa bucolica e rasserenante. Erba sfilacciata e malata che cresceva scansando i copertoni usati fino alla tela e i preservativi abbandonati la notte nelle stradine sghembe e sotto il gelso del Milanino. Saccocci di gomma trasparente senza fiato, col loro carico di vita negata che per noi che stavamo lì a guardarla la maledetta vita nostra, quel lattice sverso in terra era già una rassicurazione. Una delle poche. La marca che andava di più era Hatù, che con il modello Settebello agiva tra noi in regime di monopolio. C’era uno che girava con un vecchio 124 sport e aveva tutte le confezioni usate  dei goldoni di quel modello lì impilate nell’asta del cambio. Per vantarsi o per monito. Vai a capire. Sta di fatto che nessuno comprava i preservativi in farmacia ma è certo che tutti li compravano e li tenevano in tasca, un po’ perché non puoi mai sapere come svolta la giornata ma più realisticamente perché se ce li hanno tutti e tu non ce li hai è un lampo che sei fuori dai giochi e salta il posto tuo sui gradini del portone la sera, coi motorini razza Ciao schierati a faro spianato a guardia, che il mondo non ce l’ha mai raccontata a convincerci. Però in farmacia non ci si andava a comprare i goldoni e non c’era nemmeno il distributore automatico come adesso e allora si adava da uno che ogni tanto lo vedo ancora in giro e mi verrebbe voglia di chiederglielo adesso, a palle ferme, da dove cazzo nasceva quel giro lì. Arrivavamo in tre o quattro, con gli spiccioli ciancicati nelle tasche dei jeans strettissimi, coi pedali del motorino razza Ciao smontati, che noi si partiva sempre in corsa saltando in sella, e si faceva la nostra spesa. In casa il tizio in oggetto aveva degli scatoloni di Settebello e si contrattava e s’usciva colla preda nostra in tasca, sempre nei jeans strettissimi. Dicevano che questo qui aveva un gancio con le fabbriche e si faceva dare quelli difettati e quindi non stavi mai tanto tranquillo, al punto che quando è stata la volta mia, la prima volta mia e pure la prima volta di quell’altra che a dispetto dell’impaccio iniziale siamo rimasti amici fino a oggi, me ne son messi due e a dirla tutta se qualcuno mi chiede com’è stato non ne ho una percezione precisa che mi son presentato all’appuntamento con la vita gommato come un trattore e la sensibilità era decisamente attenuata.
La mia educazione sentimentale è partita proprio da quelle zolle stitiche dietro casa che erano per molti una risorsa alimentare da non sottovalutare in quei tempi di magra. La benzina e la fettina di carne, più qualche confortino composto da dolci e budini improbabili, li recuperavamo come tutte le altre famiglie in Jugoslavia, affrontando lunghe code alla frontiera nei fine settimana. Poi ognuno s’arrangiava come poteva e c’erano gli orti abusivi ma non avevano gran successo che appena i cavoli erano pronti era un attimo e te li ranzavano in una notte propizia. La maggior parte s’adattava a recuperare i frutti stenti di quella terra un tempo a vocazione agricola e ora strozzata da fabbriche scasse, altro che miracolo del nord est, e capannoni e roba buttata in giro alla come viene. Alberi di susine inselvatichite, qualche mela butterata e oblunga che era presagio di una Seveso prossimo ventura e il radicchietto nei campi e lo sclopit e la cicoria. Mio padre si dedicava ai funghi e agli asparagi selvatici e se siamo vivi è perché nessuno mi toglie dalla testa che abbiamo sviluppato delle difese che ci rendono immortali a forza di mangiare quella roba lì che capitava in casa in cartocci e cestini degni di Marcovaldo. A fare gli asparagi dalla parte del Cormor, ovvero già pesantemente fuori zona per me e il mio motorino razza Ciao, che all’epoca c’erano confini su cui non valeva la pena scherzare, mio padre ci andava con mio fratello piccolo e tornavano con certi mazzetti di fili d’erba e qualcosa che poi mia madre trasformava in spiritosissime frittate. Fossi stato Socrate, dopo quella cura lì, la cicuta non mi ammazzava di certo.
Un giorno mio padre e mio fratello tornano e mi raccontano che lì, al Cormor, in una sorta di capannuccia nascosta nella vegetazione hanno trovato una cassa con dentro centinaia di riviste pornografiche. Non sono rimasti lì a guardare che mio fratello era ancora troppo piccolo ma riportavano la notizia del reperimento come se si trattasse di una necropoli etrusca. Vado al policlinico, che noi non avevamo il telefono in casa, e dal bar di quella struttura sanitaria telefono al mio amico di sempre Corrado. Gli racconto del reperimento del tesoro editoriale e decidiamo di impossessarcene per rivendere le riviste al dettaglio. Magari un paio ce le saremmo pure tenute ma il pensiero nostro gettava radici forti nella capacità imprenditoriale del benedetto nord est. Corrado non aveva il motorino per cui spettava a me andare in quel maledetto posto e caricarmi il bottino. Recupero delle corde e parto in una mattina d’estate. Le indicazioni di mio padre e mio fratello erano precise. Mi ficco nel folto della vegetazione e scopro la cassa. Ci saranno dentro duecento pezzi di pregio da Caballero a Le Ore Mese. Una formidabile emerototeca. Faccio una fatica maledetta a fissare la cassa al Ciao e mentre son lì che dal sentiero riguadagno l’asfalto sento delle grida dietro di me. Mi giro di sguincio e vedo un abominio d’uomo, una roba geneticamente impressionante avvolta in una maglia a righe colorate che enfatizza il ventre gonfio e il collo taurino, che mi insegue gridando. Il proprietario delle riviste, il fine bibliofilo. Vai Ciao vai. Ringrazio le ore spese a chiedere a quel motorino tutta la velocità possibile modificando il modificabile. Raggiungo la strada con quello che ansima alle spalle e con la discesa che aiuta prendo la mia bella velocità e la mia distanza di sicurezza. Quello dopo mi avrebbe pure ammazzato. Prima non ci voglio pensare. Sta di fatto che con la paura che si mangia i miei quindici anni corro come un matto e attraverso tutta la città, che Corrado abita agli antipodi di casa mia. Arrivo nel cortile col cuore che batte a mille e m’attacco al citofono. Lui scende e solo allora m’accorgo che ho distribuito immagini d’amore per tutta la città e la cassa che s’è spalancata nella fuga è vuota per metà. Me lo immagino il tragitto mio segnato da un porco Pollicino e disseminato di tutte le posizioni possibili, da tutti gli ardimenti carnali concepibili e anche da qualcuno che non avresti mai sospettato. Prendiamo la parte rimasta e la portiamo nella cantina di Corrado. Restiamo un paio d’ore, con buona professionalità, a constatare la qualità della merce nostra prima di immetterla sul mercato. Appena riaprono le scuole contiamo di smerciare tutto. Lasciamo le pagine di piacere lì e ci accordiamo su un paio di linee strategiche di mercato.  Qualche giorno dopo la mamma di Corrado va in cantina, trova il tesoro nostro e butta tutto via. Ce ne torniamo leggeri leggeri dal campetto di basket un pomeriggio e i suoi insulti dal balcone ci inseguono lungo la roggia.
Lì è morta la mia aspirazione d’essere giornalista.


mercoledì 16 maggio 2012

Fabrizio De Andrè e qualcosa di personale




Mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
e che bello il tuo tempo
che bella compagnia”

Cominciare dalla fine.
A Venezia faceva freddo e non c’è meraviglia, che da quel mese lì abbiamo da aspettarci giusto gelo frequente e rare preghiere. Di speciale quel gennaio aveva che era la porta dell’ultima stanza. Ancora pochi passi lungo i corridoi di questa casa al civico Novecento e poi via. Trasloco. Altro millennio, altra strada, altre facce e tempo per riadeguarsi e sperare. E mai a sfiorarmi il dubbio che i pochi sguardi concessi a noi, reduci d’un secolo che non è di moda e d’orgoglio portarsi addosso, in quest’era nuova, con la cilindrata portata a Duemila per darti accelerazione da strappare il cuore, li avremmo fatti senza certe parole scritte taglienti e offerte a voce calda. In quell’undici gennaio Fabrizio De Andrè è morto. L’avevo saputo già dal mattino. Rientrato coi cani da un lungo giro in riva al Torre, allora vivevo nella campagna friulana, tentavo di dare un senso a fogli e appunti e files che sarebbero diventati oggetti di discussione nel mio pomeriggio veneziano e la notizia s’è piantata come un cuneo nei miei affanni domestici. La radio, con un imbarazzo che mai avevo saputo scoprirle in anni di convivenza, me l’ha confidato d’un soffio. Morto. Sono rimasto lì, col gesto fermato a mezzo. Ho chiesto posto ai cani sul divano e ho lasciato che le mie dita goffe finissero dove in qualche modo cominciava una chitarra. Cullandomi su un arpeggio suo, un paio di accordi facili e fragili. Da amico. E s’è fatta l’ora di partire e ho raccolto le mie cose e ho lasciato che la moto mi portasse fino al treno.
La stazione di Venezia Santa Lucia se ne rimane proprio sul bordo del canale e, appena fuori, sai da subito che sei in quella città lì e in nessun’altra. La meraviglia, a distanza di anni, mi si rinnova tutte le volte. Quel giorno non ricordo nemmeno d’esserci arrivato. So solo che decisi di farmela al passo, e di piedi, uno davanti all’altro, c’era da metterne parecchi fino alla meta. Una volta a destinazione avrei ostentato sicurezza e disinvoltura, pregando in cuor mio che mi confermassero margini di sopravvivenza con l’ennesimo contratto a tempo. Tempo rubato, tempo debito. Pioveva. Indossavo scarpe che avevano la suola in cuoio, le uniche di questi miei anni, regalo paterno recuperato in qualche svendita fuori tutto. Scarpe doverose nello sforzo di rendermi credibile in quell’incontro dove mi giocavo la sopravvivenza con le solite tre carte sul tavolo. E sperare che il trucco riuscisse ancora. La pioggia fredda s’era stesa a velo insidioso sul lastricato veneziano e le suole lisce minavano pure la mia sicurezza minima di riuscire a stare in piedi. Con la borsa, caricata a fogli, che mordeva la mia spalla destra. Sempre nello stesso punto, che in quegli anni precari mi si era scavato nella carne un solco ergonomico reggicinghia. Le stimmate laiche di una generazione trentenne, obbligata a mostrarsi flessibile nel lavoro e nello stomaco. Questi nostri sono gli anni del “boom ergonomico” e ridisegniamo ogni giorno le nostre attitudini su quello che accettiamo di fare perché è tutto quello che c’è. L’Italia dei Sessanta, industriosa e industriale, culla dei cambiamenti e delle contraddizioni che proprio Fabrizio aveva guardato senza stupore, sorridendo a volte amaro e lasciandosi scappare qualche maledizione, ce la siamo persa e ora, orfani della campagna e negati all’industria, nel nostro mondo prevalgono i servizi, che nella memoria di scolaro bambino erano i cessi e forse ci sarà un motivo. E ancora mi ripetevo ch’era morto, credendoci da subito, perché solo nei film ci si risveglia chiedendo “dove sono” dopo una botta in testa.
Le scarpe, dicevamo. Roba da poche lire e, a dichiarare il conio di quel tempo ancora spargo tracce di memoria storica, che a partire dal 2001 il caffè si pagherà in euro e negli occhi e nelle tasche degli italiani ci sarà da leggere smarrimento. E allora vale la pena ricordare che a qualche mese di distanza dall’introduzione della moneta unica qualche politico aveva rimproverato gli italiani perché continuavano a pensare in lire spendendo in euro e di conseguenza i conti già tentennanti si asciugavano(1). Popolo distrattone. Meno male che a redarguirlo c’erano loro, la classe dirigente, gente abituata a parlare con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni. Fabrizio aveva nutrito certe sue invettive anche di questi personaggi imbrattati di governo e non si sarebbe certo meravigliato quando i dati sul potere d’acquisto della famiglia media italiana, giusto qualche mese dopo, avrebbero dimostrato che a voler dare la colpa alla distrazione di chi spendeva c’era da essere o fini umoristi o tragici incompetenti(2). Ma forse a lui, a De Andrè, gli sarebbe interessata di più la frenesia dei falsari che negli ultimi giorni della lira immisero sul mercato tutti i fondi di magazzino, migliaia di banconote stampate con attenzione maniacale, certe più belle di quelle vere(3).
Insomma procedevo per le calli con queste scarpe mie di cuoio rosso macchiato pioggia e passando l’ennesimo ponte sento sotto le piante del piede un’insistenza d’acqua che va oltre quello che ero disposto a sopportare. Sollevo il piede, sbircio e scopro che la suola di millantato cuoio doveva essere fatta in realtà con i cartoni delle pizze per asporto. Con la pioggia la suola s’era sciolta. Camminavo col calzino a contatto col selciato. E dovevo andare che mi aspettavano. E la testa era ingombra di quell’unico fatto, di quella morte inattesa. Fabrizio. Avrei voluto mi vedesse in quel momento, così degno della mia età e del mio tempo, con i miei dischi, i miei libri e i miei film a corrermi dentro con le piastrine e i globuli. Chissà come l’avrebbe raccontato Fabrizio uno come me che si portava sulle spalle il suo mestiere per le calli veneziane, che l’odore salso e l’antica memoria di potenza marinara facevano vicine ai suoi carrugi. M’avrebbe cantato divertendosi mentre campavo credendo normale quella vita incerta, piangevo un lutto immenso e le scarpe si scioglievano sotto la pioggia. Sempre perché i politici tromboni, che accennavamo prima, s’erano imperlati la fronte a gridare che era il tempo del lavoro flessibile. E lo dicevano muovendo appena la benedetta tovaglia.

Acqua che non si aspetta, altro che benedetta.

Sono arrivato in Campo qualcosa e m’attendevano. Salendo le scale il mio passo faceva uno sciaguattio, che rimbombava in quell’edificio illustre precedendomi. Altro che “archivi fotografici e didattica”, pareva andassi a dare dimostrazione di pratica circense, trascinandomi dietro un’otaria pinnante per le scale. Mi accolse una segretaria e le scrutai gli occhi per leggerle lo sgomento che ritengo d’obbligo il giorno della morte di Fabrizio De Andrè. Non dovevano averla ancora avvertita, a giudicare dall’efficienza fredda del suo ricevermi e io, che non so trovar parole mai, lascio ad altri il compito. Il dubbio che la cosa, il lutto intendo, la sollecasse poco non mi sfiorava. La seguii lungo il corridoio e lasciai un’impronta umidiccia, che null’era se non il mio calzino intriso d’acqua, che ora lascia giù anche venature blu. Entrai in una sala col tavolone enorme e troppe ne ho viste in questi anni e non avrei avuto soggezione alcuna se non fosse stato per questo mio avanzare incerto sui piedi zuppi e nudi. Quando ci si fa parecchio male il cervello stacca la connessione, dando agio al corpo di riprendersi senza restituirci memoria e misura del dolore. Si sviene e si va in coma per difendersi. Credo di essermi ridotto in quello stato deplorevole con l’intento inconscio d’avere altri pensieri a colmare quell’insistenza di vuoto che mi stordiva. Per ubriacare il dolore. Per non pensare Fabrizio morto. Poi si accese il proiettore alle mie spalle, preparai i materiali nell’ordine in cui andavano esposti e guardai le facce, tutte rivolte verso di me. Già, le facce, non m’ero nemmeno accorto ci fossero e erano tanti. A me capita a volte di fare e dire cose mentre dentro c’è una voce che mi sussurra “non avrai mica intenzione di farlo”. “Avete sentito che è morto De Andrè”. Perplessità negli astanti. Alcuni accennarono a chiedere di chi stessi parlando, perché tutti o quasi ce l’avevano in testa che c’era uno che cantava da quarant’anni e si chiamava così ma io sono lì per parlare di progetti didattici e siamo nell’era delle specializzazioni. Roba che per sua natura nega l’emozione. Secondo quelli attorno al tavolo, questo dolore, in quel momento, a me non competeva. Altro sarebbe stato se fosse morto il proiettore. Allora sicuro m’avrebbero accordato le lacrime. Poi qualcuno disse qualcosa sul fatto che lo ascoltavano da ragazzi e chissà ora e quanti anni aveva ma si vede che non c’era gran coinvolgimento. Attaccai la parte mia e tenni botta per un paio d’ore di show. Il piede, per tutto il tempo, non smise mai di far correre lacrime, perfetta succursale del mio dolore.
A giornata finita, a lavoro preso, in treno mi aggiustai il passo con un pezzo di plastica trasparente ficcato nella scarpa. Nello scompartimento trovai una ragazza con la faccia di una che condivideva certo mio smarrimento. Le due ore di viaggio volarono.
Poi, a casa e tra gli amici, ci siamo rincorsi col telefono e qualcuno è partito per Genova, qualcuno s’è trovato a suonare e a bere. Qualcuno ha pianto. Io avevo i cani e una vigna dietro casa. Tra le altre cose.




A De Andrè ci sono arrivato per gradi. Piano e senza folgorazioni. Piuttosto sedotto da certo frequentarsi che faceva quasi abitudine. Io ero quello nella stanzetta, lui quello che raccontava dal registratore. A dire il vero l’apparecchio per musica domestica lo chiamavamo “gelosino” anche se la marca non era quella. La Geloso era stata un riferimento industriale significativo nel panorama nazionale, contribuendo a dotare le case degli italiani di radio e televisori. Al punto che nel nostro lessico familiare qualsiasi registratore era stato promosso al rango di “gelosino”. Archetipo di tutti i riproduttori sonori. Le cassette le tenevo sul mobiletto vicino al letto e sotto, nello scaffale grande, c’erano i dischi. Già i dischi, il vinile, con quelle copertine che si prestavano a diventare arte a loro volta, per non parlare dei titoli e delle note e dei nomi dei suonatori che si leggevano chiari, ben altra cosa rispetto alla fiducia nelle diottrie dell’utente di cui sono portatrici le confezioni dei CD. Il primo trentatre giri che mi sono permesso è stato “Radici” di Francesco Guccini. De Andrè ce l’avevo in cassetta. Avevo quasi tutto su nastro perché il vinile a usarlo sul mio giradischi mono da poche lire, roba recuperata col fiato corto di qualche tredicesima paterna che troppi buchi avrebbe dovuto tappare, si rovinava presto. E allora, per ovviare all’usura, registravamo i dischi con un microfonino esterno piazzato nei pressi dell’altoparlante e la qualità del suono ne risultava agghiacciante anche per le possibilità limitate del “gelosino” di riprodurre. C’erano delle cassette che me le facevo registrando, sempre coi medesimi ridotti mezzi tecnici, direttamente dalla radio e i generi si mischiavano e toccava schiacciare STOP in fretta che altrimenti chi trasmetteva riattaccava a parlare e se ne conservava imperitura memoria nei miei archivi domestici. La radio, a pile, era in cucina e nelle registrazioni in sottofondo si sentivano le padelle che friggevano, il telefono che squillava con quel trillo che i telefoni tutti avevano, lontani da certe agghiaccianti personalizzazioni modernissime. Un tappeto sonoro che è già fonte storica per la descrizione di una famiglia media alle prese con la morsa dei Settanta. Allo storico l’arduo compito di filtrare la traccia sonora per riuscire ad ascoltare certi rumori di fondo. In barba alla trentesima generazione del Dolby. E i nostri strumenti di fruizione musicale ci hanno già obbligato in un ambito ristretto, superati dalle nuove tecnologie che non hanno avuto pietà per le nostre abitudini e le nostre emozioni(4).
De Andrè ce l’avevo su nastri originali, piccolo irrinunciabile lusso, e le custodie mi pare di ricordare fossero per lo più rosse, ma qui l’oltraggio della memoria mi potrebbe ingannare, anche se un paio di quelle che mi restano corrispondono alla descrizione. A dire il vero, fino al ginnasio le canzoni di Fabrizio me le ritrovavo nelle orecchie quasi sempre senza cercarle, come molti nati insieme a me nella prima metà dei Sessanta, e nel disperato tentativo di gridare al mondo la mia decisione di esserci quasi mi sembrava poco efficace servirmi dei suoi arpeggi e di quella voce che raccontava di puttane delicate mentre a un tiro di sguardo, nello scaffale accanto del negozio di dischi, certi scalmanati gridavano rabbia in distorsione e in inglese. In un modo che mi pareva buono per essere vivi. E a quell’età, nel subbuglio di emozioni, ormoni e attenzioni nuove, la voce, che va pur’essa cambiando, la si cerca forte negli altri, perché ci pare che anche la nostra trarrebbe giovamento da quell’amplificazione e qualcuno si potrebbe accorgere che è il turno nostro di diventare uomini. E Fabrizio quasi ci faceva timidi delle nostre emozioni e dentro ci confessavamo che ci piaceva da morire ma in branco avevamo da sventolare altre bandiere. Del resto certe canzoni parevano mostrare la corda, portatrici di ingenuità che erano solo di superficie ma che non sapevamo sopportare. Fabrizio, che s’era preso l’onere di traghettare la musica popolare verso un’esperienza poetica complessa, con una connotazione letteraria senza precedenti, a tutt’oggi, nel panorama nazionale, pareva gettarci nell’imbarazzo di doverlo ascoltare assecondando valzerini e ballate che ci facevano sentire poco in sincrono col pulsare frenetico di quella nostra stagione adolescenziale. Al punto da dividermi tra la musica che ascoltavo a casa e quella che condividevo col branco. E questo capitava con De Andrè, Guccini, De Gregori e l’esperienza si perde in infiniti rivoli che, negli anni, mi hanno fatto incontrare Lolli, Ciampi e Conte. Citando a caso e sempre con lo stesso gusto. Poi verso i quattordici anni scoprii che altri ce n’erano come me, incantati dalle parole e da quelle voci e fu quella l’epoca di certe condivisioni che erano già segni d’appartenenza incancellabile, amicizia solida a cui non saprai mai più voltare le spalle. Fratelli di sangue e di musica. Quegli amici di allora non li ho più persi.

Negli anni a seguire l’anima, che pure sostengo di portarmi nello zaino di tela blu, l’ho corredata di quelle canzoni e di quelle voci, con De Andrè sempre tra i privilegiati dalla mia attenzione. La mia aspirazione libertaria si nutriva inizialmente di fiaccole dell’anarchia lanciate a sasso sulla strada e insulti biechi gridati alla regina d’Inghilterra, in un inquietante frullato che mi metteva egualmente a mio agio in un osteria o sotto un palco a pogare. Intanto De Andrè s’insinuava, restava, mentre gli altri andavano. A distanza d’anni certe cose, che avevo pure imparato a suonare con la chitarra, acquistavano ancora nuova luce e alla fine ho scoperto che nel mio vizio della scrittura non riesco a cucire una parola sull’altra se non ho De Andrè a cantare in sottofondo. Qualche tempo fa ho dato alle stampe un libro che è un diario sconclusionato dei miei giorni e soprattutto delle mie notti(5). E ho scritto, sempre con quell’accordo insistente che picchiava nel cuore e le parole che mi davano urgenza. Voglio vivere in una città dove all’ora dell’aperitivo non ci siano spargimenti di sangue e di detersivo… . L’ho usata come incipit. Quello che è giusto è giusto.
Quando è nato Orso, mio figlio, Stefania era ancora sotto anestesia e mi hanno piazzato il nanetto in braccio e ci hanno lasciati da soli, me e lui, a cercare di capire in che guaio eravamo finiti entrambi.

Lo porto alla finestra e scosto la tenda. Fuori c’è un cielo meraviglioso e io voglio rubare al mondo questo momento irripetibile del suo primo cielo. Poi lo troverà normale e smetterà la meraviglia ma ora è ora. Comincio a cantargli piano Hotel Supramonte di De Andrè, che per fare bella figura mi piacerebbe buttare giù una scaletta meravigliosa di pezzi selezionati per vantarmi di averglieli cantati tutti con la voce calda e invece ripeto come un ebete le uniche due strofe di quella canzone. E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo tu vedrai… .(6)

A De Andrè il merito, in questi anni, d’avermi irrobustito i pensieri. D’avermi insegnato un po’ come si cammina per le strade strette e come anche le cose minime necessitino di massime attenzioni.




1 “Euro, un anno dopo tra rincari e inflazione”, in Repubblica, 22 dicembre 2002.
2  Le indagini dell’Eurispes, di concerto con le associazioni della Coalizione dei consumatori, sul rincaro dei prezzi registrano tra il novembre 2001 e il novembre 2002 un incremento dei costi sui generi alimentari pari al 29 per cento, I dati sono in contrasto con i calcoli Istat che invece per lo stesso periodo segnalano un aumento del 3,8 per cento. La discrepanza dei dati tiene conto di un metodo di conteggio diverso utilizzato dall’Eurispes rispetto all’Istat ma anche volendo adottare la formula di calcolo tradizionale la variazione risulterebbe del 13 per cento, tre volte superiore a quella denunciata dall’Istat che come ribadirà agli organi d’informazione in quei giorni il ministro  delle Attività produttive Antonio Marzano “resta l’unica fonte ufficiale per la rilevazione dei prezzi”.
3  Sulla frenetica attività di spaccio delle lire false negli ultimi mesi prima dell’avvento dell’euro confronta tra gli altri Enzo Gallotta, Euro in arrivo, occhio alle lire false, “Il Giornale di Brescia”, 13 dicembre 2001.
4  Tramontato ormai l’antico disco in vinile, vero e proprio oggetto rivoluzionario nell’immediato secondo dopoguerra, il consumo avviene attraverso forme tecnologizzate: alla radio e alle musicassette si sono affiancati mezzi di ascolto come i compact disc, il walkman e lo stesso computer. Accanto all’elemento sonoro si è poi affiancato quello iconico: dalle trasmissioni televisive, musicalli e di varietà si è passati al videoclip, strumento di una comunicazione musicale che oggi è anche visiva.”
Stefano Pivato, La storia leggera, IL Mulino, Bologna, 2002, pag 30.
5      Giorgio Olmoti, Torino da bere, Stampa Alternativa, Viterbo, 2002.
6      Giorgio Olmoti, op. cit., pag. 43.