sei partito per la crociata verso roma, carcassa verminosa di un sistema di cui non volevate essere più sudditi te ne torni con i figli piazzati in giro per gli scranni e gli uffici europei e la moglie in pensione a 39 anni. e a quei poveri ebeti del tuo elettorato mugghiante gli gridi "facciamo vedere che ce l'abbiamo duro" e evidente che tra erezione e rigor mortis ci passano delle differenze. senza parlare di "secessione. imbracciamo le armi" per poi ritrovarti col tuo pupillo maroni, ve lo ricordate maroni ai suoi esordi imbarazzanti ora secondo i media, è il volto accettabile di questa stagione, il delfino, che si scaglia contro la violenza di piazza. del resto a scagliarsi c'erano lui e alemanno e i pulpiti sono ormai una cosa che affitti a ore. e della pensione di tua moglie dici" era un suo diritto". un cazzo di bieco diritto figlio di tutto quello per cui ti avevano mandato lì a batterti forte del tuo diploma alla scuola radio elettra che galvanizzava i tuoi elettori. dici che tua moglie ha solo usufruito di un diritto all'epoca esteso anche a molti altri. io penso che se un sistema mi fa schifo la dignità, ma nel tuo caso oltre alla dignità ci sono tutti quelli lì che t'hanno votato e che l'hanno fatto perchè tu scendessi giù a suonargliele a quei romaladroni, la dignità dicevo, mi impone di non essere compartecipe e beneficiario. se il mio vicino tortura i gatti e piscia nelle cassette della posta io quando offrirà il pranzo a tutto il quartiere per festeggiare i soldi fatti coi filmini venduti sottobanco delle torture ai felini, a quel tavolo non mi ci vado a sedere. bossi mio, io li conosco gli occhi di quelli che ti hanno votato, son velati da una maledetta fatica che forse non gli ha mai fornito motori critici troppo raffinati. e tu e i tuoi accoliti ne avete approfittato biecamente. dandogli in cambio una bellissima camicia verde. il potere delle camice. sarebbe da farci due riflessioni. io non ho mai fatto un concorso pubblico, non ho una casa popolare, non ho benefici, non mi riconosco in questa sinistra ma tu tieni in piedi il più agghiacciante dei teatrini politici mai proposto, un troiaio spaventoso dove interessi pubblici e privati si intrecciano com'è sempre stato ma con in più quella tracotanza ignobile di questi che se ne vanno in giro con la certezza che tutto resterà impunito. a me delle sorti istituzionali delle tue scelte p di quelle di bersani o di quelle di alfano non me ne fotte un cazzo. io sostengo da sempre l'urgenza di pensare e mai per procura, forse sbagliando, ma con piena paternità di fatti e parole. scrivo perchè li vedo i miei indiani nella riserva che ancora credono che è tutta colpa dei negri e delle tasse. con la camicia verde. e la facia verde.
"e io piangerò e saranno lacrime di silicone, perchè il futuro tutti ci svelerà per quegli androidi di prima generazione che siamo, difettosi nel chip dell'emozione." blughost
giovedì 27 ottobre 2011
la lega, il bossi e i maroni
sei partito per la crociata verso roma, carcassa verminosa di un sistema di cui non volevate essere più sudditi te ne torni con i figli piazzati in giro per gli scranni e gli uffici europei e la moglie in pensione a 39 anni. e a quei poveri ebeti del tuo elettorato mugghiante gli gridi "facciamo vedere che ce l'abbiamo duro" e evidente che tra erezione e rigor mortis ci passano delle differenze. senza parlare di "secessione. imbracciamo le armi" per poi ritrovarti col tuo pupillo maroni, ve lo ricordate maroni ai suoi esordi imbarazzanti ora secondo i media, è il volto accettabile di questa stagione, il delfino, che si scaglia contro la violenza di piazza. del resto a scagliarsi c'erano lui e alemanno e i pulpiti sono ormai una cosa che affitti a ore. e della pensione di tua moglie dici" era un suo diritto". un cazzo di bieco diritto figlio di tutto quello per cui ti avevano mandato lì a batterti forte del tuo diploma alla scuola radio elettra che galvanizzava i tuoi elettori. dici che tua moglie ha solo usufruito di un diritto all'epoca esteso anche a molti altri. io penso che se un sistema mi fa schifo la dignità, ma nel tuo caso oltre alla dignità ci sono tutti quelli lì che t'hanno votato e che l'hanno fatto perchè tu scendessi giù a suonargliele a quei romaladroni, la dignità dicevo, mi impone di non essere compartecipe e beneficiario. se il mio vicino tortura i gatti e piscia nelle cassette della posta io quando offrirà il pranzo a tutto il quartiere per festeggiare i soldi fatti coi filmini venduti sottobanco delle torture ai felini, a quel tavolo non mi ci vado a sedere. bossi mio, io li conosco gli occhi di quelli che ti hanno votato, son velati da una maledetta fatica che forse non gli ha mai fornito motori critici troppo raffinati. e tu e i tuoi accoliti ne avete approfittato biecamente. dandogli in cambio una bellissima camicia verde. il potere delle camice. sarebbe da farci due riflessioni. io non ho mai fatto un concorso pubblico, non ho una casa popolare, non ho benefici, non mi riconosco in questa sinistra ma tu tieni in piedi il più agghiacciante dei teatrini politici mai proposto, un troiaio spaventoso dove interessi pubblici e privati si intrecciano com'è sempre stato ma con in più quella tracotanza ignobile di questi che se ne vanno in giro con la certezza che tutto resterà impunito. a me delle sorti istituzionali delle tue scelte p di quelle di bersani o di quelle di alfano non me ne fotte un cazzo. io sostengo da sempre l'urgenza di pensare e mai per procura, forse sbagliando, ma con piena paternità di fatti e parole. scrivo perchè li vedo i miei indiani nella riserva che ancora credono che è tutta colpa dei negri e delle tasse. con la camicia verde. e la facia verde.
martedì 11 ottobre 2011
scatta la canzone
ieri stavamo lì, sui divani in finta pelle nera che rhobbo mette generosamente a disposizione e incrociavamo parole e chitarre. il blues è il cardine di queste nostre sessioni del lunedi sera in una fabbrica riadattata a scuola di musica in barriera di milano. e si parlava di Robert Johnson e dimmi tu se non ti puoi sentire fortunato a averci della gente con cui parlare di Robert Johnson il lunedi sera in una vecchia fabbrica su un divano in finta pelle nera e con Rhobbo che è il maestro Jedi di tutte le corde suonabili. quando dico che sono un uomo felice non esagero ma la felicità non è un regalo, è piuttosto una cosa che devi strapparti a denti serrati dalle carni vaghe dell'esistere. ma è un'altra storia. insomma eravamo lì a raccontarci le nostre storie con un vago shuffle a portarle e ascoltavamo e giravamo attorno a certi maledetti turnaround, che girarci attorno è tutto quello che si può fare appunto. e tornando a casa nella città che ormai a quell'ora si fa inghiottire dal buio pensavo a questo fatto che mi porto dentro una sorta di colonna sonora permanente e che la sovraesposizione alla musica per tutti questi anni ha finito per dare una sorta di fondo musicale a tutti i miei gesti, alla quotidianità spesa nel banale procedere di sempre e agli eventi iconici di una vita. indifferentemente. la musica c'è sempre e me la canticchio a fior di labbra o me la suono con enfasi in testa e mi tiro certi assoli che scansati. una volta ho sognato un concerto di springsteen da solo in un bar e mi ha fatto un inedito che non è mai esistito se non nel mio sogno ma se è per questo spesso sogno di vivere tra i personaggi disney in carne e ossa e vado a pesca con cip e ciop tutti pelosi e grassoni che la barca rischia sempre di rovesciarsi per cui i miei sogni son sempre una cosa piuttosto in bilico. e mentre facevo 'sti pensieri che lo capisco da solo che son cose di poco prezzo ma ognuno ha in testa la bancarella di idee che si merita, mi sono reso conto che i milioni di foto che ho scattato per mestiere e per l'ossessione narrativa che da sempre mi anima sono percorse sempre da una musica che mi suonavo mentre inquadravo.
così questa foto sotto i portici
si porta dentro questa canzone
così questa foto sotto i portici
si porta dentro questa canzone
lunedì 10 ottobre 2011
bavagli e bavaglioli
io sono a favore di una robusta ranzata censoria sulle parole, sulle idee e sulle opinioni. io sono a favore del controllo su tutto. sono a favore della libera espressione univoca. non voglio più scrivere per paura che altri usino le mie parole, le mie idee carpendole dal cesto dell'innocenza in cui le conservo per farne strumentalmente usi impropri e dannosi. da qui l'idea di limitare il mio racconto alle cose che si incontrano in strada. dando magari qualche bella idea per lo svago e il tempo libero. già, il tempo libero, troppa sedizione si cela in questo concetto. il tempo partecipe forse piace di più. come dici? partecipe di cosa? maddai, allora proprio non vuoi capirla... remi contro. io sono a favore della legge bavaglia... ma le immagini, quelle le immagini parlano da sole.
martedì 4 ottobre 2011
tenendo bancone
e me ne vado al bar mio dopo una giornata caricata a sale e sparata nella schiena. mi metto al tavolino mio e bevo e mangio e leggo il giornale. dani e ste parlano con quelli del bar che è una seconda casa nostra. lo dico di altri settanta bar e osterie e trattorie e chioschi e furgoni della porchetta. per fortuna non sono case tassate. e c'è questo qui che c'è sempre e ha un cane vecchissimo che se ne muore un po' ogni giorno, come per tutti gli altri noi compresi ma in questo cane qui è una cosa palese parecchio. son sei anni almeno che sta morendo. quando a quello del tavolo della zecchinetta gli è venuto l'ictus l'hanno portato due mesi dopo a giocare sulla sedia a rotelle come il conte mascetti e lui guardando di traverso il cane vecchio ha biascicato "mi stava sul cazzo che morivo io e 'sto cazzo di cane campava ancora". ma il padrone del cane è uno che ha la faccia strana, sembra uno cattivo. pochi denti in bocca, tutto rasato, collana d'oro. l'ho fotografato mentre guarda di sghimbescio ste che paga alla cassa. l'ho fotografato nel riflesso dello specchio dietro il bancone, ficcato tra l'amaro averna e il don bairo l'uvamaro.sono anni che cerca di parlarmi ma io svicolo che al bar mio voglio bere in silenzio. oggi prende la questione di petto, mi si piazza davanti e inizia a freddo "sono del Cinquantatre, sono nato in fondo alla calabria. eravamo poverissimi che avevamo il mito dei filmi di maciste e andavamo in certe grotte a fare come quei filmi che la maga era moira orfei e la sorella e invece eravamo seccati di fame e pesavamo trenta chili e quando arrivavano le ragazze l'estate dal nord ma mica turisti, gente dei nostri, ci atteggiavamio a fare i tuffi con certi fisici di schifo e si tuffavano da venti metri, io da otto poi siamo emigrati a torino che avevo sedici anni e non ho potuto migliorare il tuffo e ho iniziato a lavorare e i ricci e i polpi che mi mangiavo allora si può dire che sono stati tutta la vita bella che ho fatto perchè poi solo fabbrica, tranne l'anno del militare. se ora mi fai nuotare mi affogo che nella vasca da bagno quasi mi metto i braccioli ma allora era un'altra cosa e sono andato sulla spadara a vedere la pesca e il pezzo attorno alla punta dell'arpione il capo barca lo taglia e dice che lo mangia solo lui che lì è il più buono perchè il pesce ci ha concentrato tutto il dolore. insomma eravamo come dei indigeni e io mi ho rotto un braccio da piccolo e non lo dicevo sennò erano botte e mio padre era civile abbastanza e colla cinghia ci faceva il verde ma mai il nero nero. eravamo sporchi e nella strada che io il polpo mangiavo solo le gambette da crudo e poi buttavo tutto ma se entravi nell'acqua allora era come i filmi dei pescatori di perle ora non c'è più manco l'acqua. eravamo così poveri che a quattordici anni mia madre ha comprato il dentifricio e io e mio fratello che non lo avevamo mai visto l'abbiamo messo sul panbe e ce lo siamo finiuti come un gelato. poi è venuta la fabbrica e non ho più niente da ricordare. mi dispiace.
giovedì 29 settembre 2011
panciotto mio fatti capanna
Le dita, quelle grosse dita che gli fanno impaccio quando accarezza un bambino o tiene in mano una tazzina buona, passano e ripassano sul velluto del panciotto. Seduto sulla poltrona nel buio del teatro che per questa sera è cinematografo. Palco d'onore il suo e su tutto ci son velluti di pregio. Come su quel panciotto che proprio non se lo voleva mettere e invece alla fine l'hanno convinto. Gli hanno assegnato una poltrona quasi vicino al signor Giovanni, al Pastrone direbbe parlando di confidenza con gli altri che lavorano con lui, che poi sono soprattutto gli attrezzisti e i facchini. Con quella gente ci sta bene, è la sua gente e la fatica di portare casse sulle spalle è una lingua universale e lui l'ha imparata che quasi era ancora bambino. E sarà stato quello a farlo grande e grosso. Bocche in casa da sfamare ce n'erano parecchie e allora via a lavorare giù al porto che per lui, genovese di Sant'Ilario, era il confine di tutti i mondi possibili. Con quei moli che si coprivano di merci e la gente che s'ammassava per prendere le navi, che a partire, con la maledetta miseria, che t'arriva alle spalle come un calcio nel sedere e ti butta fuori di casa, è un dispiacere anche quando la casa è ammobiliata solo di fame e freddo. E ora Bartolomeo il gigante del porto è lì con quel panciotto da signori che le sue grosse dita non smettono di percorrere sulla traccia tattile del velluto. Seduto vicino a lui, nel palco d'onore, c'è anche il poeta, e davvero gli darebbe gusto caricarselo su quelle sue spalle larghe per portarlo all'osteria del Caricamento. Giusto per far vedere ai suoi amici di sempre com'è fatta quella gente lì. Gabriele d'Annunzio si chiama quell'omarino, il poeta, che lui quasi gli scappa da ridere a vedere come si comporta ma sente che tutti gli altri lo portano in rispetto e allora gli monta quella vergogna alla gola che ce l'aveva anche a Genova quando passava un signore ben vestito. Per non parlare delle donne eleganti, che si capiva che lui non sarebbe mai riuscito a parlarci nemmeno se si fosse caricato di coraggio con il vino. Il poeta, che roba. Hanno un bel ripetergli che questo suo nome qui del cinematografo, che lui ora lo chiamano Maciste anche quando non è nel film, l'ha inventato proprio il Gabriele d'Annunzio. Del resto a lui l'avevano battezzato Bartolomeo e con quel nome lì non ci crede nessuno che sei un personaggio di quei film di eroi, ambientati in una di quelle epoche che lui non l'ha neanche tanto capito ma è chiaro da come li vestono che è roba degli antichi tipo i romani o la bibbia o magari anche quelli dell'Africa. Lui quasi si sente di conoscerla l'Africa meglio di quegli altri, per quanto siano signori. Fin da bambino ha sentito i racconti dei marinai che tornavano dai paesi lontani e gli pare proprio d'averla sentita mica una volta sola questa storia che in Africa ci sono quelle razze che hanno le tuniche bianche addosso e saranno vestiti come quando si gira la pellicola del cinematografo. Nè più nè meno. Certo in Africa è difficile che hanno la luce elettrica e invece il Pastrone l'ha usata moltissimo nel suo film per fare quella pellicola bellissima che adesso sono tutti lì a vederla alla proiezione al teatro Regio di Torino e c'è il coro e l'orchestra e il poeta e le donne eleganti e il panciotto a filo di dita. Quel Pastrone è uno che la sa lunga. Ha fatto costruire gli stabilimenti dove fanno il cinematografo e a Torino son tutti dietro a fare cinematografo ma il migliore è proprio il signor Giovanni che ha capito prima di tutti che quello lì è davvero un bell'affare e ha smesso di fare il musicista, proprio nell'orchestra del Teatro Regio che sta suonando questa sera, per buttarsi nell'avventura del cinema. E ha anche scoperto lui, Pagano Bartolomeo, che faceva lo scaricatore, il camallo si dice a Genova, e lo ha portato a Torino perchè gli serviva uno grande e grosso, un gigante buono con una forza spropositata, che poi tanto il cinema anche esagera certe volte e la gente se lo immagina ma gli piace crederci uguale. Adesso sono tutti lì che si proietta per la prima volta la pellicola di Cabiria che è stata un lavoro lungo e pieno di cose che l’hanno lasciato meravigliato e che vorrebbe far vedere a quelli rimasti a lavorare al porto. Questa pellicola dura quasi quattro ore, accompagnata dalla musica dell'orchestra perchè il sonoro in quei film, siamo nel 1914, non c'è ancora. La vicenda è d'ambientazione storica. Pastrone ha la passione per quel genere di pellicole e sembra destinato a grandissimi successi ma lui è uomo che si fa travolgere dai nuovi entusiasmi che il progresso tecnologico e scientifico gli suggerisce e, solo quattro anni dopo Cabiria, abbandonerà la carriera cinematografica all'apice per dedicarsi agli studi di medicina. Bartolomeo Pagano ormai per tutti Maciste, girerà ancora moltissimi film, fino agli anni Trenta, tutti incentrati sulla figura del gigante forzuto al servizio del bene. Non tornerà più a fare il camallo al porto ma prenderà abitudine alle luci degli stabilimenti cinematografici, al ronzio della cinepresa .
Si riaccendono le luci e parte un lungo applauso. Tutti gli sguardi sono rivolti a loro. Pastrone fa brevi inchini, gli attori sorridono, il poeta fa quelle sue facce strane ma dev’essere per quello che è poeta. Bartolomeo non gli presta attenzione e ringrazia di averci addosso un bel panciotto per quel’occasione. sabato 24 settembre 2011
la vita ha la strada segnata e anche il bufalo
il viaggio di questa volta è scivolato via come un flusso di coscienza, come un guizzo di coscia, come un sorriso dal finestrino e una maledizione dal buio. in macchina ho tutto quello che mi serve per i tre giorni di strada che ho davanti. quarantasei anni nomadi m'hanno insegnato a sottrarre. e ora, per partire, mi basta una giacca con parecchie tasche nel sedile posteriore, una maglietta e una mutanda e mezzo sapone nello zaino insieme al computer e alla macchina fotografica e la vecchia leatherman consumata e penne stilo e quaderni e le carammelle alle erbe che compro in una piccolissima bottega di Brà. scarpe robuste e jeans d'abitudine e son pronto. Stavolta parto e tra una cosa e l'altra mi mangio millecinquecento chilometri in quaran'otto ore. praticamente sempre in macchina se si esclude un documentario che gireremo venerdi mattina al Maxxi a Roma. vado. Volo. scorta di musica e bottiglia d'acqua. ascolto la registrazione dal vivo di Lino Straulino, il portentoso Lino Straulino che a goderselo tutto ci vorrebbe il privilegio concesso a ognuno di una serata a tavola con lui e una chitarra e se vi dice culo anche il banjo asei corde costruito dl liutaio Catania per gli italiani che cercavano di misuarsi con la tradizione sonora d'oltreoceano ma che potevano farlo grazie a quello strumento continuando a suonare come se avessero avuto nelle mani una chitarra, una familiare chitarra. Devo scrivere qualche pagina su Lino e ascolto e raccolgo le idee e altre me ne vengono e passano da un autogrill all'altro e le pagine migliori come al solito le immagino e le perdo alle piazzole di sosta. Pisciando sull'asfalto smangiato del bordo della strada. Lino Straulino è una colonna sonora perfetta e alla fine di questo viaggio canteremo in coro io e lui a voce spiegata e a finestrini spalancati al tramonto che arriva. Sul sedile dietro c'è Sciumi, il cane mio Sciumi. La notte ci fermiamo in un uliveto e camminiamo e respiriamo quell'aria lì che mangia la stanchezza, ce secca la tristezza. Io e Sciumi insieme siamo perfettissimi e quando tocca ripartire lui mi fa un fischio e io salto in macchina.
All'alba, sul raccordo arrivo in planata e devo arrivare a Fiumicino a recuperare Massimiliano. sono in largo anticipo e me la prendo comoda. Ascolto Howlin' Wolf. Poi le macchine cominciano ad accatastarsi, a incolonnarsi colla tosse dei motori al mattino. Penso che sono sul raccordo ed è normale. Normale un cazzo. Si sono incartati tra loro, accartocciati e c'è un corpo in terra e sangue, un sacco di fottuto sangue in terra. arrivo a Fiumicino con due ore di ritardo e quindi quasi in orario. Arrivo a fiumicino che ancora faccio i conti col tempo e col tempo che finisce e con quel morto lì per terra. Arrivo a Fiumicino che è già tempo di ripartire. poi sarà un altro correre e altre mete e mille parole e Sciumi mangerà la migliore amatriciana della sua vita. la mangerò anche io e ci strizzeremo reciprocamente l'occhio più chiaro che entrambi ci portiamo addosso per un'attenzione monoculare alla vita che con l'altro occhio inseguiamo i sogni nostri. e guardiamo i morti in terra.
mercoledì 21 settembre 2011
la ballata delle bestemmie e del Boia
http://www.youtube.com/watch?v=WVuOo_LwzXs&feature=related
"Come sto ?”
“T’ho visto meglio fratello. Diciamo che hai avuto giorni migliori.”
Stai come uno che s’è piantato nel fianco d’un furgone, di slancio, moto, tuta in pelle e bestemmia tutto insieme. Stai come uno che non ci posso credere che dopo milioni di pieghe al limite e staccate a spezzare la leva e a mettergli l’ansia addosso ai Discacciati flottanti fatti fare su misura, poi si pianta col botto in una fila lenta, allungata su una statale della Val Susa. Davanti al forte di Exile e davanti pure agli occhi di Boia che è amico tuo, ombra tua che ora prova la fottuta paura addosso di non sentirti parlare, di non trovare niente sotto la visiera. Davanti pure a altri occhi, che da copione diranno di non avere visto.
“Come sto ?”
“T’ho visto meglio fratello. Diciamo che hai avuto giorni migliori.”
Stai come uno che era già un po’ che tirava i dadi e barava sulle caselle, mai per vincere, solo per andare un po’ più avanti del lecito. Stai come la migliore delle Gibson, la più cristallina delle Martin, la perfettissima tra le Fender nelle mani sbagliate. Nelle mie mani per esempio. Soprattutto stai per terra, con le labbra a un millimetro dall’asfalto e il fiato strozzato che appanna il catrame lucido. La puzza della benzina e della paura le senti anche oggi e le percepisco anche io, che tutti ogni tanto ci pensiamo. Giusto per poterci eventualmente dire poi “allora è così che arriva il dolore”. Con una guancia appoggiata all’asfalto in un lento appassionato con la puttana statale e il braccio a cingere… il braccio… già, il braccio.
“Dove cazzo è il mio braccio? S’è staccato? Non lo sento più:”
“Ce l’hai, ce l’hai. Ora però stai calmo che cerchiamo di sfilarti dalla moto, che te la sei parcheggiata sulla schiena e forse è meglio toglierla.”
Infatti, ne approfitto per svelartelo visto che Boia, con quella sua delicatezza che è marchio di fabbrica registrato, te ne ha fatto un accenno. Si sono invertite le parti e tra te e la Guzzi quello sotto sei tu. Se hai pazienza e devi averne fratello credimi, ora ti leviamo dalle ossa la bestia di ferro in agonia. Le hanno spezzato il filo della schiena, le hanno assestato una mazzata sulla fronte come si faceva coi tori. Da non crederci. Il telaio spezzato proprio sotto la sella e la forcella chiusa come la lama d’un tragico serramanico.
“Come sto ?”
“T’ho visto meglio fratello. Diciamo che hai avuto giorni migliori.”
“E la moto.”
“Non ci pensare adesso.”
Quando arriva l’elisoccorso e ti imballano a quell’altro scemo dell’amico tuo gli scappa pure di sussurrarti a filo d’orecchio “guarda che culo, ora ti fai pure un giro con l’elicottero”. Non ho mai smesso di pensare che almeno c’era Boia che è tuo fratello e pure mio fratello e siamo una cazzo di famiglia scassa che non vince quasi mai.. E tu forse, mentre l’altro ti saluta, già dormi e t’hanno tagliato la tuta tua di pelle in strisce buone per farci le cinture da vendere l’estate sulla spiaggia di Riccione.
“Come sto”dici.. Stai come uno che non se ne fa una ragione. Tutta colpa del generale Custer e di quegli altri che ne hanno massacrati a mucchi di indiani e li hanno terrorizzati e piegati alla logica della riserva. E tu hai avuto la sfiga di incontrare uno di quella razza lì cancellata, che gira senza frecce. Te l’avrei voluta dire questa merda di battuta, giusto per farmi insultare e spostare l’ago del dolore ma l’elica già tira delle sberle di peso all’aria e ti sollevano.
Nella stanza del CTO ci arriva ridotto davvero una mappina. La testa gli rimane voltata da un lato e fermata da certi rivetti invisibili al cuscino. Il corridoio, l’ascensore, la camera, tutto pieno di noi razza randagia e incollocabile.E certe infermiere sorridono e certe s’incazzano e certe ci guardano con la rassegnazione di quando scruti oltre il vetro e fuori piove. E la sfilata nostra è cosa lunga e articolata. Quei corridoi, quelle scale e quell’ascensore, niente è pronto, psicologicamente attrezzato, per ricevere l’orda. In quei giorni ogni tanto me lo sono chiesto perché la maggior parte di noi è fuori taglia, troppo grossi, troppo goffi, troppo chiasso e troppa polvere sollevata. Un impasto di bestemmie, grasso, inchiostro, tatuaggi e segni sparsi e calli da chitarra e cicatrici gastriche da eccesso e fegati indonabili e moto parcheggiate fuori e femmine, tutte le femmine, inquadrate nei mirini nostri per cabrate improbabili che non faremo mai. Quasi mai.
E in lunga processione arrivano tutti e ognuno, in uno scontro titanico davvero, s’affanna a dimostrarsi il più imbecille. Un po’ perché imbecilli lo siamo, un po’ per mostrargli il culo alla malasorte.
Un pomeriggio Tommy e Andrea non riuscendo a montare una forcella la prendono di peso e dall’officina la portano pari pari al capezzale. Rispettosi dell’orario di visita ovviamente. Parcheggiano la Fiat 124 grigia con interni in finta pelle rossa, siamo nel 2007, e passano la reception sfoderando la faccia da culo migliore che conoscono. E quell’altro, col collo a tirargli la testa da un lato, a ringhiare la soluzione tecnica pregando di non sboccargli d’olio le lenzuola. E tutti, proprio tutti, vicino di letto compreso, a ridere come meravigliose teste di cazzo.
E’ una storia che non finisce bene e nemmeno male ma come per tutte le storie nostre è importante che soprattutto non finisca.
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