venerdì 1 ottobre 2021

Lui camminava ed io correvo

 


Lui camminava ed io correvo. 

Era tutto il giorno che giravamo con mio padre i boschi alla ricerca di funghi. Il bottino era davvero magro e io avevo riempito lo zaino di tela di mele di qualche albero abbandonato al suo destino da decenni e che ancora si ostinava a buttar fuori certi frutti butterati. Ma per me era comunque una soddisfazione e mia madre di sicuro il giorno dopo avrebbe fatto una torta recuperando al palato quei frutti vaiolosi. 

Scendiamo in una valle verso un gruppo di betulle, lo stesso posto dove anni dopo, durante una scossa fortissima di terremoto, vedemmo i cinghiali correre impazziti gridando. E non potevamo credere ai nostri occhi. Solo se vai a funghi puoi capire il senso di vertigine che può prenderti quando all'improvviso ti imbatti in un campo riempito di mazze di tamburo o in una zona dove trovi porcini sparsi dovunque provi a guardare. 

Porcini e ancora porcini. Grossi, vellutati. Sembravano finti. Li raccogliamo e riempiamo tutto quello che abbiamo con noi e che può contenerli. Siamo felicissimi. Arriviamo alla macchina e mio padre dice "Però mi è venuta fame, facciamoci due porcini alla brace". Mia madre obietta che non abbiamo niente per cucinarli e se lo dice lei che riusciva a fare il sartù sul fornello della roulotte quando eravamo assediati dal sisma. Ma mio padre m'ha insegnato a improvvisare, a inventare, a viaggiare, a scoprire, a cercare nei libri e negli occhi delle persone e nella terra e nell'aria e nell'acqua. Apre il cofano della Fiat 124. Tira fuori le catene da neve, che all'epoca erano catenazze degne di una nave negriera. Accende un fuoco, che in macchina sua e anche nella mia non manca mai qualcosa per accendere un fuoco e un sacchetto di sale. La fiamma si alza tra i rami secchi e sta diventando buio. Tutta la famiglia attorno a quel fuoco bordato di pietre. Ridiamo. Poi mio padre butta le catene dell'auto sulla brace viva e le fa arroventare. Ci appoggia le più succulente tra le cappelle dei porcini e ci mette un pizzico di sale. Usiamo dei bastoncini a cui abbiamo fatto la punta come posate. Io funghi buoni così non ne ho più mangiati in vita mia.

Mio padre sapeva il nome di tutte le piante e sapeva seguire le tracce degli animali e sapeva prendere le trote con le mani e ora un po' queste cose le so fare anche io e un po' anche mio figlio. Mio padre è morto esattamente cinque anni fa. Mentre moriva io ero lì e lui mi diceva che quelli della casa editrice erano stati gentili a darmi tre mesi di ferie per stare con lui. Gli ho mentito mentre moriva e non gli ho detto che quelli della casa editrice se n'erano fottuti di lui, della sua morte imminente e anche di me che in quel momento non avevo nessuna difesa. E ero lì con lui mentre moriva e e lui m'ha consigliato di leggere "Viaggio al termine della notte". Io l'avevo già letto ma ho capito cosa mi voleva dire. Ciao, forse ci si rivedrà dall'altra parte e se non c'è nulla non importa. Il sapore di quei funghi è valso tutto.

venerdì 26 marzo 2021

Non ci ricordiamo e non ci ricordano

 


Qualche mese prima della grande peste. Un pugno di giorni appena. Lo scampolo di quel 2020 in cui si sussurrava già della morte nera che arriva nell'alito pesante di chi si nutre di pipistrelli e sembravano storie di viaggiatori del Catai tornati a raccontarci del Gran Cane piuttosto che la realtà che ci mordeva ai garretti e ci inseguiva per farci chiudere in casa da lì a qualche settimana. Eravamo partiti come facciamo da tutta la vita nostra. Da Torino a Milano per una serata in teatro a raccontare il nostro "Moby Dick e altre ballate del mare". Io e Ste, Federico e Matteo. Gente che a dirla amica gli farei un torto, che piuttosto la famiglia è quel pugno di persone che scegli perchè ti somigliano e sono diverse, ridono con te e di te e tu per loro fai lo stesso, e loro sono la mia famiglia, la mia razza senza pedigree. Tutti stipati come è capitato milioni di volte in una macchina, andando piano per non consumare troppo, fermandoci a mille bar e consumando noi molto più di una macchina potente e di prestigio. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno. Arriviamo al teatro e c'è un cancello e una vecchina che fa la portinaia e vive in una stanzetta che ci viene voglia di chiederle se ci fa un risotto con l'ossobuco e siamo già pronti a andare a farle la spesa e ci siamo dimenticati dello spettacolo. Ma la scaletta scritta a matita e le prove fatte in macchina per quei sedici secondi di attenzione condivisa sono un obbligo che ci richiama alla realtà. Il teatro è piccolo e defilato, fosse la prima volta, ma è bello. A riceverci un personaggio che definirò con vaghezza enigmatico, perché per tutta la sera ci guarda come se fossimo noi quelli strani e quasi non ci rivolge la parola. Montiamo tutto e come da prassi ce ne usciamo a cercare un bar. Niente, siamo in un quartiere di gente per bene e stanno facendo il coprifuoco con largo anticipo sui decreti che verranno e che, li avessimo solo sospettati, non saremmo mai più tornati a casa la notte per i giorni che restavano. E ridevamo come ridiamo sempre tra noi. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno. Arriviamo davanti a una pizzeria. Le luci accese. Ci affacciamo alla porta e chiediamo quattro bicchieri di vino. "Non possiamo farvi entrare solo per un bicchiere di vino, se volete vi diamo quattro bicchieri e lo bevete lì fuori" "Ma piove" "Non possiamo". Ridiamo e ci diciamo che Milano è troppo raffinata per noi se una pizzeria, che fa schifo a guardarla ma ha i tavoli disegnati da un geometra del catasto che si crede un artista, può tirarsela al punto da tener fuori noi che a Torino, a Napoli e a Udine veniamo accolti dagli osti come fossimo gli unti del signore. Restiamo con i calici sul marciapiede e piove e non sappiamo che ci stanno versando un anticipo sul disagio che verrà a tenerci fuori dal locale con la consumazione da asporto, che per me l'asporto è una roba che riguarda la milza o la cistifellea quando stai inguaiato. Buttiamo il vino nel tombino. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno. Poi torniamo dentro, l'uomo del teatro pare non abbia mai visto prima l'impianto audio che è il suo e ci arrangiamo, lui guarda verso punti lontani, mette a fuoco all'infinito ogni volta che ingombriamo in suo campo visivo. Infastidito. Ci dice che abbiamo lasciato l'auto in un posto che non c'è problema se non fosse per il vicino che rompe i coglioni e danneggia le auto. Ci guardiamo. La macchina è la mia, una Lexus con trecentomila chilometri e rotti che mi ha lasciato in eredità mio padre e che ci sta accompagnando in giro ma che durante il lockdown mi verrà completamente distrutta da un camion o qualcosa di simile, non lo sappiamo perchè è scappato ma ha lasciato la macchina disintegrata sotto casa. La Lexus era una macchina prestigiosa con gli interni in pelle chiara e il computer di bordo e lo stereo figo e un motore potente ma ha fatto un mucchio di strada e però mi ricorda mio padre e la riaggiusto sempre. Ma quando me l'hanno sbriciolata durante il primo lockdown l'ho buttata via e m'è rimasto solo il pick up che mi hanno rubato durante il secondo lockdown. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno. Insomma ci ficchiamo in uno stanzino che lì chiamano camerino e potrei fare un catalogo dei camerini della mia vita degno di Breton e dei vertici creativi del surrealismo. Facciamo lo spettacolo. C'è pubblico e ci siamo noi e siamo felici. Raccontiamo le nostre storie. Siamo felici così. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno. A fine spettacolo la gente si ferma a parlare e sorridono tutto tranne l'uomo del teatro che resta serio e accigliato. La notte ripartiamo e mentre entriamo in tangenziale la macchina buca una gomma. Gli altri scendono su una rampa e io procedo piano verso un autogrill. Scendo e comincio a darmi da fare con il cric e poi realizzo che le gomme bucate sono due. Sullo stesso lato. Una cosa incredibile a cui non crede nemmeno l'uomo del carro attrezzi. Ci carica e dice che di notte nessuno può aggiustarci la macchina. Ci può portare nel piazzale di un gommista e la mattina ci sistemeranno tutto. Decido di restare io. Gli altri riusciranno a prendere un taxi e a tornare con il treno, l'ultimo, ma io resterò lì con la macchina. I soldi quello del teatro a fine serata non ce li ha dati e, capita raramente ma capita, non ce li ha ancora dati se vogliamo essere precisi. Lo benedico spesso. E penso che forse il vicino dispettoso o forse la sfiga o forse vai a sapere. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno. Mi lasciano in uno spiazzo tra un campo nomadi, un Macdonald aperto tutta la notte dove i barboni per stare al caldo dormono appoggiati ai tavoli e avvolti nell'odore di Macnugget che fa quasi casa. Resto nel buio delle fabbriche. Provo a dormire nell'auto di notte, tutta la notte. Gli amici mi scrivono. Ogni tanto passeggio, piscio contro il buio e vado a farmi un caffè con la ciambella rosa che odio. Ho uno spyderco sul cruscotto e la macchina accanto alla mia ha la targa francese e l'hanno sfondata portando via tutto. Un enorme gufo vola su quel buio. Alle tre si spengono le luci del piazzale e resta sullo sfondo solo il Mac illuminato e sembra un quadro di Hopper. Lo sai chi è Hopper? Non sai mai un cazzo, non importa. Viene l'alba e la fotografo e la mando agli altri e sono vivo e poi aprono l'officina e cambio le gomme e spendo i soldi che non ci hanno mai dato per quella data. Torno a casa per pranzo. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno. Ecco, noi non abbiamo mai chiesto niente a nessuno e ora, a distanza di un anno e mezzo dubitiamo tra noi di averla mai vissuta quella vita e muoriamo davvero inghiottiti dall'assenza.



https://www.youtube.com/watch?v=gGMyWztRk2k




martedì 22 settembre 2020

ERAVAMO IN GAMBA

 



Per arrivare stavolta ho preso il 4. Una corsa di fine pomeriggio. Sono sceso alla fermata di quando tornavo da scuola. Il palazzo è ormeggiato al bordo del vialone a sei corsie. Viale Venezia. 398. Ci sono delle immagini dei giorni in cui i tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, lasciano la città. Un po’ a piedi, un po’ sui camion, un po’ con carri tirati da bestie, un po’ in bici. Marciano guardando avanti verso Pasian di Prato e Venezia e tutto l’occidente possibile. Attraversano quel viale lì e io mi danno ogni volta a riconoscere i portoni e le tracce di quello che ancora resta di quel bianco e nero in ritirata. Poi ci sono altre immagini che mostrano i partigiani che entrano in città. Un po’ a piedi, un po’ sui camion, un po’ con carri tirati da bestie, un po’ in bici. Entrano in città e ridono e sventolano e credono che il mondo sarà un po’ loro. Si ripetono che ora saremo tutti migliori. L’umanità ha questo vizio di dirsi le bugie per tirare avanti. Sempre le stesse bugie. 

Ma, dopo un po’ che eravamo arrivati noi a vivere lì in Viale Venezia, hanno fatto lo spartitraffico. Prima le auto piombavano in città dall’autostrada col rombo di aerei che atterrano carichi di turisti tutto compreso. E era pericoloso quel viale. In velocità ne abbiamo visti fare a brandelli parecchi. Arrivavano le ambulanze e la polizia e si mettevano dei lenzuoli sui miseri resti sparsi. Ogni vita spezzata almeno quattro sudari lontani tra loro anche distanze considerevoli. Dipendeva dalla velocità. Le auto erano bolidi ferrosi e i corpi erano meno avvezzi all’urto perchè, da allora, non ricordo di aver visto ancora un uomo morire spargendosi lungo metri di agonia di asfalto. Una volta un tizio era alla fermata del bus ed è stato colpito con violenza dalla gamba di un altro investito. Cose che credi di aver dimenticato fino a quando non ti ritornano al gozzo mentre attraversi in quella roulette russa di traffico e alberi. Il trucco è passare la prima metà, fermarsi al centro e aspettare il momento buono per andare ancora dall’altra parte. Il momento pericoloso è quando stai lì fermo al centro e calcoli i tempi dei veicoli che arrivano. Soprattutto al buio. Me lo ripeto mentre attraverso e quasi sento lo spostamento d’aria di una gamba tranciata e roteante che mi passa alle spalle. Benedetta suggestione.













mercoledì 13 maggio 2020

treni



In treno. Partiamo da Torino a Udine. Siamo stanchissimi e fa freddo. Di fronte si siede un vecchio signore distintissimo. Siciliano. Dice di essere un dirigente di una squadra di calcio importante. Parla con voce roca e mi spiega che sta andando a Padova per una visita. Mi racconta la sua vita ma intanto chiede parecchio di me. Passiamo Padova e resta sul treno. Prosegue fino a Udine. Io a dirgli ma come e lui vabbè, sto ancora un po' con voi, sete bravi ragazzi. Lo accompagniamo in un albergo di fronte alla stazione. Notte e freddo. Abbiamo la moto parcheggiata e dobbiamo proseguire per Povoletto dove vivevamo allora. A questo punto il tipo è evidente che è uno strano. Ci invita a cena ma diciamo che abbiamo fretta di tornare a casa. La mattina mi chiama dall'albergo. Gli ho dato il mio numero che non dico di solito nemmeno se mi torturano i nazisti, ma ero curioso di sapere dove andavamo a finire. Dice che ha bisogno di vedermi. Telefono a Franchino e gli dico che vado a ficcarmi in un cazzo di guaio. Lui è un amico vero e ne abbiamo viste tante insieme e ora è andato avanti e mi manca. Si fa trovare davanti all'albergo con la moto. Non chiede nulla e non entra. Resta fuori sulla sua xt 500 e rido pensando che se dobbiamo scappare quella moto di sicuro non partirà al primo colpo di pedalina. Io sono arrivato con la mia Guzzi. Siamo messi bene. Il vecchio è in camera. In pigiama. Si è fatto portare la colazione in camera. Vuole vendermi pietre preziose. Gli dico che ha sbagliato tutto. Gli prendo l'agendina e tolgo la pagina con il mio numero. Ci guardiamo senza parlare. Sorrido e me ne vado e non ne saprò più niente. Per sempre. Train de vie



venerdì 17 aprile 2020

didattica di stanza



Del virus non mi sono mai azzardato a parlare in termini scientifici, non ho mai comparato dati e fatto ipotesi. Piuttosto per il mio mestiere la produzione di quei dati mi è sembrata surreale, priva di parametri plausibili che qua la differenza la fanno solo i vivi e i morti a ben vedere ma pure ho evitato di entrare nel merito. Ora però il ministero di tutte le scuole dice che grazie alla didattica a distanza si sono colmati i vuoti creati dalla logistica paralizzata dalla cattività domestica e siamo riusciti a rimetterci in bolla e siamo nel mio territorio e qualcosa vorrei dirla. Non sono un docente, faccio formazione ai docenti, lavoro da trent'anni sulla didattica e il digitale è una frontiera che ho iniziato a esplorare professionalmente all'inizio di questo millennio. Le opportunità della rete, i problemi metodologici, gli strumenti e la nuova gestione dei contenuti sono problematiche ciclopiche su cui ci si misura. In questi mesi la didattica a distanza è stato un'organizzarsi per bande come nella guerra di liberazione. Spunti partiti dal cuore e dalla necessità e ricollocati in ambiti dove c'erano competenze diverse, a volte fantastiche a volte imbarazzanti. Tutto riferibile a iniziative diverse, fossimo in editoria e quest'esperienza fosse un volume, dovremmo fare un lavoro di uniformità pazzesco. Avrebbe dovuto farlo il ministero. Le famiglie si sono misurate con questo alieno che è la didattica a distanza e che ha riempito per ore lo schermo dell'unico device di casa, quando c'era. Piattaforme diverse, utilizzo delle tecnologie a volte surreale ma un maledetto sforzo sostenuto da moltissimi e operazioni di raccordo formidabili da parte di enti e fondazioni e strutture didattiche di frontiera. E i ragazzi investiti da questo vento forte di tempesta digitale con il pericolo di confondere docenti e genitori in un'unica creatura mutante che chiedeva tabelline e vietava di stare in pigiama davanti a Zoom. Il ministero non ha fornito linee e nessuna sicurezza nemmeno sullo svolgimento eventuale delle attività. Ma ora dice che siamo in pari grazie alla didattica a distanza. Sembra di rivedere il film del Boom economico, con l'Italia che saliva a due a due i gradini della produzione e della ricollocazione sui mercati internazionali e la politica che non sapeva tenere il passo ma si metteva le coccarde al bavero guidando verso il burrone. Sembra ma mi auguro non sia. Non vorrei che quelli che sono partiti spontaneamente per combattere questa guerra vengano poi dimenticati dal trionfo e gli si lasci solo lo spazio di un giorno per ricordare e in quel giorno sia vietato cantare i canti di quella lotta per rispetto a chi restò zitto. Già, il benedetto rispetto del velenosissimo nulla.



martedì 14 aprile 2020

Noli me Tangeri









Per strada se la presa comoda. Passeggiava senza grossi impacci. S'era ricordato di un suo amico che lo ospitava a Napoli e gli spiegava come camminare evitando d’essere importunato dai venditori di tutto. Bastava guardare avanti, senza consentire allo sguardo di posarsi sulle facce e sulle merci varie. E nessuno ti fermava, perché leggevano in faccia l'assenza di tracce di stupore. I segni di un avvezzo quotidiano tutelavano e ti confondevano tra gli indigeni. Nei vicoli di Tangeri, pareva che la cosa funzionasse davvero. Sempre escludendo i ragazzini che, a gruppi, lo circondavano. Per l'esotico che raccontava la sua faccia e per quel modo di portare in giro le ossa. 
Poi li vide. Forse i vestiti, oppure ancora il modo di camminare. Anche senza distinguerne a distanza le parole, capì subito che erano turisti italiani. E si fermò a guardarli mentre arrivavano. Erano sei, vestiti perfetti con certa roba firmata e i colori studiati e l’aria da scopritori dell’arca perduta. Pantaloni finto militari e sahariane e occhiali da sole fantastici, scarponcini da attraversamento del cataclisma e certe bisacce in fibra di canapa, col marchietto della maria, che già era una bella dichiarazione di trasgressione. Culi rubati alla poltrona di una banca. In vacanza per poterlo raccontare per tutte le sere d’inverno caricando il diaproiettore con le loro emozioni di celluloide in trasparenza. Facevano casino, ridevano guardando la gente e fotografavano. I maschi avevano certi tatuaggetti tribali, sui bicipiti curati nell’inverno alla macchina della palestra. Le femmine avevano i braccialetti alla caviglia e la pelle carica di creme depositate per strati geologici e le collanine comprate nella spiaggia del villaggio turistico. Già, perché si capiva a distanza che erano in libera uscita da uno di quei lager ridenti del tutto compreso. Posti organizzati dove ti acchiappano all’aeroporto e ti scaricano su un piazzale col sole che picchia e ti assegnano la tua baracca fintafavela, che fa tanto caratteristico, e ti portano a fare i giochi in spiaggia e poi a pranzo c’è lo spezzatino con polenta tipico di quelle lande esotiche, perché al posto delle carote ci hanno messo dei tocchi di mango e poi la sera ci sono i balli che dovrebbero stimolarti all’accoppiamento notturno nella casupola ma tanto nella notte li senti tutti che ansimano con quelle pareti sottili e capisci che c’è una gara di rantolo erotico e, se hai conservato un briciolo di dignità dopo il buffet libero, ti giri dall’altra parte e ti metti a dormire. Odiando il mattino che ti porterà animatori e beveroni ghiacciati con la frutta e l’ombrellino. 
“Chiediamo a questo qui” sentì dire “Sarà un americano”. Ancora quella maledizione dello spettro dell’americano che gli alitava sul collo. Gli sorrisero. “Hi man”. “Ciao”, rispose lui. “Capire italiano”. “Solo se parlato correttamente”. “Sei un grande. Troppo figo, capisce l’italiano.” “Già.” disse lui che già si era rotto i coglioni. “Sei pratico di questo posto?” chiese quello che aveva l’aria del capogruppo. “Abbastanza.” “Siamo qui a zonzo e stiamo cercando un po’ di roba buona.” Gli altri ridacchiavano. “Che roba?” “Fumo.” “Ah, fumo.” “Si, siamo qui da tre giorni ma solo oggi siamo usciti dal villaggio e abbiamo deciso di metterci in caccia.” Come non detto, pensò Juri, abitanti di un villaggio turistico. Il villaggio duebale vaticinato da certi cervelli tritasperanze. “Forse posso darvi una mano.” Gli stava venendo un’idea. “Sei un grande.” Era già la seconda volta che il tipo gli diceva quella cazzata e nemmeno gli aveva chiesto altezza e peso e età. Parlava senza serie basi scientifiche a supporto delle sue tesi. “Quanto ve ne serve.” “In realtà pensavamo di farne una bella scorta perché al villaggio c’è un mucchio di amici che sarebbero contenti se tornassimo con un buon bottino.” “Prestami i tuoi occhiali da sole.” “Perché.” “Lo vuoi il fumo?” “Si.” Gli tolse gli occhiali fighi e se li infilò. “Quanto siete disposti a spendere.” “Questi bastano?” Il tipo gli aveva passato una manciata di banconote. Dollari. “Con un altro piccolo sforzo ve ne passo un panetto sano.” In realtà Juri non sapeva nemmeno quanto potesse pesare il panetto intonso ma sperò che gli altri non glielo chiedessero. Spaventati dalla solita paura di non sembrare gente di mondo. Infatti si frugarono nelle borse e gli allungarono qualche altra banconota. “Aspettatemi qui. La cosa è abbastanza semplice ma quella non è gente che si fida delle facce nuove.” “Vengo con te.” “Va bene, tieniti i tuoi soldi e lasciamo perdere. Se mi presento con te mi resta il tempo di sorridere appena e sono già morto. E uno che ride mentre stanno per fargli la festa, rischia di passare per coglione.” Gli altri parevano titubare. Poi il capobranco si fece risoluto. “Va bene, ti aspettiamo seduti a quei tavolini.” “Perfetto, quando arriverò mi siederò tra voi e faremo come se fossimo vecchi amici. Appoggerò la roba sul tavolo e tu” indicò una biondina con l’aria da segretaria tutta fotocopie e pompini “t’infilerai il panetto nella borsa.” “Intesi” rispose ora il leader, che pareva essere entrato nella parte della missione speciale e stava pure per sincronizzare gli orologi. 
Juri s’infilò gli occhiali, “Non preoccuparti per questi, poi te li restituisco. Mi servono per il giochetto.” L’altro sorrise come se avesse capito. E non c’era niente da capire. 
Un ultimo sorriso e Juri sparì tra i vicoli. In tasca aveva quello che avrebbe guadagnato in parecchi giorni di merci scaricate e caricate al porto. Sul naso un paio di lenti da sole griffatissime.
Nei giorni successivi Juri ci si mise di buzzo buono e fregò altri sei gruppi di connazionali. Sempre nello stesso modo. Con gli occhiali da sole sempre tra loro e lui. Lasciandosi invariabilmente inghiottire nel ventre dei vicoli, che ormai cominciava a considerare casa. Un drappello di turisti finto explorer li portò pure al negozio del vecchio a fare acquisti e poi li mollò senza truffa. Per non infierire. 
Ora sotto la sella aveva un bel gruzzolo e cominciò a agganciare i turisti per portarli a zonzo davvero e il vecchio gli passava la percentuale e il gioco del fumo lo faceva solo ai più stupidi e a quelli che s’intestardivano e insistevano e allora te la cerchi e sia fatta la sua volontà.






sabato 11 aprile 2020

ho fatto un sogno






Ho fatto un sogno e era uno di quei film che ti tolgono il respiro e ci finisci dentro e corri come fossi inseguito dai segugi di Tindalos e ti svegli sudato e nel corridoio senti i segugi di Tindalos che ti hanno trovato. Ho fatto un sogno e ero in una stanza di casa mia e ci invecchiavo e non rivedevo mai più i milioni di posti che ho chiamato casa in questi anni. Ho fatto un sogno e le strade erano svuotate come in un film postapocalittico fatto da un maestro del neorealismo. Ho fatto un sogno e c’era uno scheletro al bancone del bar che aspettava il resto nell’ombra di una bolletta non pagata e Hopper rideva e tu non sai chi è Hopper perché non sai mai un cazzo. Ho fatto un sogno e Bob Dylan era l’Omero di questo presente e Leonard Cohen il maestro di cerimonia e Nick Cave il ministro della cognizione del dolore. Ho fatto un sogno e gli amici miei artisti dopo il primo smarrimento erano quelli che avevano saputo ancora una volta trovare il modo, segno che in caso di disastro nucleare sopravviveranno le blatte e gli artisti e forse anche di me la morte non saprà che farsene. Ho fatto un sogno e la gente moriva da sola, senza saper posare sul comodino le ultime parole, morsa dal dubbio di non lasciare memoria, ignorando il dolore dei cari che non si vorrebbe sopportare ma che ci spetta e ci aspetta. Ho fatto un sogno e nelle case rimanevano cani e gatti a leggere l’odore di un mondo diverso che arrivava dalla finestra e quel vecchio se lo sono portato via e non torna il suo passo nelle stanze e la coperta sul divano dove lui e i suoi animali facevano i ricordi crociati. Ho fatto un sogno e c’era la più grande potenza del mondo, la culla della democrazia, che prendeva gli ultimi, la schiuma della terra, e li metteva in file ordinate ad occupare uno spazio pertinenziale di enormi parcheggi. Un rettangolo sotto il sole nel quale circoscrivere le tue coperte, i tuoi cartoni e il tuo odore. Piazzati come auto vecchie nei parcheggi vuoti dei centri commerciali. Una sintesi mostruosa di angoscia novecentesca sospesa tra fordismo e sterminio di massa, perché l’orrore parte sempre dalla disposizione ordinata dei letti a mille e mille. Ho fatto un sogno e in quello stesso paese c’erano le fosse comuni perché la morte di massa ha un senso come il consumo di massa. Ho fatto un sogno e ogni giorno si riscrivevano le pagine del Milione con il racconto dei pipistrelli mangiati golosamente da quelle genti così lontane e così pericolose. Ho fatto un sogno che da quel paese arrivavano notizie confuse e all’inizio sembrava fosse un racconto tra i tanti che riempiono la rete e dice che se esci di casa ti sparano in testa e dice che muoiono a migliaia e dice che è una cosa fatta in laboratorio e dice che hanno già il vaccino ma lo tireranno fuori per farci i soldi a pacchi quando al mondo gli si stringerà il culo dalla paura e dice che non muoiono mai i cinesi e non sai mai quanti sono e insomma io non mi sono mai fidato. Ho fatto un sogno e agli albori dell’ecatombe c’erano quelli illuminati e progressisti che consumavano tutto l’ardore dei loro pensieri precotti, buoni da spendere all’aperitivo, organizzando cene sfrontate nel ristorante cinese sotto casa. Si facevano i selfie e morta lì. Ho fatto un sogno e gli ottusi che sono il cemento dell’oggi, bardati delle loro armature di luoghi comuni e conoscenze comprate al discount della miseria umana, continuavano a dare la colpa a quelli che arrivavano con i gommoni e a spartirsi in gruppi ideologici imbarazzanti dove il senso delle loro idee era tutto nelle loro paure oscure. Ho fatto un sogno e quelli che parlavano di razza pura erano gravati dalle peggiori tare e quasi mai avevano figli. Ho fatto un sogno dove la gente da un pezzo aveva preso a confondere le opinioni con le conoscenze e ti sapevano spiegare tutto ma poi scoprivi che a quel tutto corrispondeva il solito nulla rassicurante del naufragio perenne che chiamiamo i nostri giorni. Ho fatto un sogno e la politica era sincronizzata con il mondo con la stessa nozione del tempo che ha un protozoo, immobile nella sua evoluzione da milioni di anni. Facevano decreti e litigavano ancora e prendevano tempo ma dicevano di prendere decisioni, nemmeno buoni a inventare un cazzo di modulo inutile per dichiarare che stai camminando verso il lattaio. Ho fatto un sogno e tutti stavano aggrappati alla rete e la gente faceva le videochiamate perché nelle settimane il dubbio si era insinuato e cominciavi a non credere al tuo mondo di prima come non t’ha mai convinto nemmeno dio. Ho fatto un sogno e c’era il pontefice massimo che benediceva la piazza vuota e una via crucis a galleggiare nel vuoto di tutto, forse la cosa più vera su cui abbiamo potuto contare in questo tempo rubato al tempo. Ho fatto un sogno e le pubblicità si erano tutte riposizionate sull’oggi e tutto quello che avresti potuto desiderare e consumare era buono per uscire vincitori da questo impaccio della morte di massa, che di questo si tratta diciamocelo. Ho fatto un sogno ed era un amico mio che prendeva un pugno di monete, le ultime, e andava a compraqrsi i vini migliori e un uovo di pasqua per guardare in faccia ai sogni. Anche al mio sogno. Ho fatto un sogno e erano le risate che mi faccio la notte rimanendo sul balcone a parlare con Ste mentre le finestre di fronte restano accese fino a tardi e i vicini hanno fortunatamente smesso di mettere le canzoni a tutto volume. Ho fatto un sogno e un runner inseguiva un proprietario di cane che inseguiva un anziano ribelle che inseguiva un bimbo con il monopattino che inseguiva un pusher che inseguiva un taxista che al mercato mio padre comprò. Ho fatto un sogno che i medici morivano e gli infermieri morivano e gli ambulanzieri morivano e certi si arricchivano vendendo milioni di mascherine ciucche che non sarebbero arrivate mai. Ho fatto un sogno che tutto il potere ai vigili e quello era l’incubo peggiore. Ho fatto un sogno che ho sognato dii nuovo che si muore soli e questo è il distillato di questi giorni che sono nostri come una scomoda eredità di un parente pazzo. Ho fatto un sogno e in quel sogno una’ombra era destinata a morire sola ogni giorno allo stesso modo, come muore Hattie Carroll, lasciando dieci figli a casa e un lavoro schifoso da cameriera in un posto lurido. Ho fatto un sogno e mio figlio sorrideva e era passata la tempesta e lui partiva in moto per il mondo e la moto non era la mia, quella la guidavo io.