"e io piangerò e saranno lacrime di silicone, perchè il futuro tutti ci svelerà per quegli androidi di prima generazione che siamo, difettosi nel chip dell'emozione." blughost
venerdì 11 novembre 2016
LA BALLATA DELL'ASSENZA
Se puoi leggi mandando questa canzone in sottofondo.
Inizio anni Ottanta. Ero un povero cristo di quattordici anni, alle prese con una quarta ginnasio che non dava scampo alle mie insicurezze e che mi faceva vedere il mondo come una complessa struttura grammaticale dove tutto era declinato, tutto aveva un paradigma e un'eccezione. Non sapevo conciliare quella massa di nozioni e regole con la grammatica basica del mio vivere, in bilico sulla voce che cambia e un ombra di baffo sul labbro superiore e un odore di bestia selvatica addosso e certe voglie che ti stringono alla gola e ti fanno sembrare tutto desiderabile e parimenti irraggiungibile. L'avrei voluto uno stereo, che quelli erano gli anni degli stereo messi in salotto come tremendi mausolei del suono. Gente che non aveva idea della musica aveva impianti complicati e parlava di frequenze e pulizia e il Dolby pareva essere il migliore amico dell'uomo sonoro. Ci si spendeva dei soldi veri sullo stereo, contenuto in certi mobili a torre che erano già nella loro immagine bella rappresentazione del potere domestico. Come le torri nelle città medievali che erano la sfida tra le famiglie più potenti, i mobiletti dello stereo, con il loro raffinato contenuto tecnologico, erano una sfida continua tra condomini, tra isolati, quartieri e città. Qualcosa che aveva una tremenda appendice pubblica negli stereo montati nelle auto, dove la musica era l'ultima cosa a cui pensare ma il peso dei decibel la giocava da padrone. Toccava averci roba che pompava per quello sfoggio tecnologico. E io a casa avevo un registratorino marca Geloso a cassette con un comando unico che a spostarlo di lato e sopra e sotto partiva e si fermava e procedeva spedito avanti e indietro. Si mangiava le cassette il Geloso se non stavi attento e doveva averci la tua cura e una penna Bic a portata di mano per ripristinare i nastri sfrenati in un inghippo di testine e pulegge che nemmeno a sciogliere trecce e cavalli. E la sera nella stanza, stremato da quegli studi che non sapevo afferrare, sognando baci che nessuna mi dava, vinto da una maledetta ansia per una vita sempre in bilico, aggrappato a quella mia periferia, che a portarmela addosso nel liceo del centro, ero l'unico di quel quartiere a studiare, oddio studiare, greco e latino, era già una sorta di marchio di infamia ma giusto sussurrato. E la sera nella mia stanza che era uno spazio condiviso con mio fratello, me ne stavo al buio con le cassette che mi facevo fare da quegli altri con lo stereo a prezzo di umilianti questue sonore. Ascoltavo il mio Dylan di allora e i cantautori e un mucchio di roba che mi dava pace. Poi tornavo in strada e condividevo roba più tosta, che quella era la stagione del punk e dello ska e dei gruppi autoprodotti e dei nostri garage dove fingevamo di essere parte di quel grande disegno sonoro arrancando sul giro di Do. Un giorno vado in libreria a farmi il solito giro. All'epoca, per un libro comprato ne rubavo sei, e in un enorme cestone vedo questa uscita periodica cassetta e fascicolo sui grandi del Rock. Non ricordo preciso il titolo della collana ma ho estratto la cassetta dalla confezione e me la sono infilata nelle mutande. E poi un'altra cassetta e un paio di libri della Lato Side. Arrivato a casa ho messo sul tavolo il bottino. C'era una cassetta di Phil Ochs e un'altra di Leonard Cohen e ancora non sospettavo che stavo mettendo in piedi la colonna sonora della mia vita. Mi sono sdraiato sul letto, una branda di ferro con gli anfibi ammucchiati sotto e un vecchio orso di pezza ancora lì tra i cuscini che quella è davvero un'età meticcia. E la stanza s'è riempita di quella voce, che Cohen, come De Andrè, è prima di tutto voce. I testi non li capivo ma intuivo che dentro c'erano delle storie. Sono andato a rubarmi anche il fascicolo e ho voluto sapere tutto di lui e di Phil Ochs. Cohen è diventato il mio segreto. Musica che a scendere in strada e a raggiungere gli altri nel piazzale con i motorini truccati e le moto rubate e il radione che mandava i Ramones a palla non potevi condividere. Non volevi condividere. E camminavo nell'autunno di quella città sempre fredda e piovosa immaginando che il mio cappottone nero con le spillette si trasformasse in un famoso impermeabile blu e cercavo di ricordarmela mentre usciva dal Chelsea Hotel come fosse cosa mia e poi Suzanne, quella femmina lì l'ho amata sul serio, e Isacco e il partigiano che con quell'incursione in lingua francese mi faceva battere il cuore senza nemmeno sapere perché. Io ci ho creduto sul serio a quello che mi raccontava Leonard e pure gli altri. I film, i libri le canzoni le foto non erano finzione, non erano realtà posticce. Io ho iniziato a vivere come fossi dentro una canzone di Cohen, nel bene e nel male, e non ho più smesso.
tre anni fa, più o meno, mi sono comprato i biglietti per andarlo a vedere a Lucca. Da Torino a Lucca andata e ritorno in nottata non è uno scherzo ma l'ho fatto altre volte. Poi sono successe cose e inghippi e non ci sono andato. I biglietti sono lì, su uno scaffale della mia libreria. Mentre decidevo di non partire lo sapevo che era l'ultima occasione. Ma non me lo dicevo.
Qualche settimana fa è morto mio padre, l'uomo che mi ha insegnato a nuotare in mare aperto e a camminare per i boschi riconoscendo tutti i segni minimi e a leggere e a rispettare le pagine e a raccontare e a aggiustare un motore. Ho passato le ultime notti sue a chiedergli quali erano i libri più belli della sua vita e i film. Ad acchiappare frammenti di memoria mentre consapevoli ci salutavamo. E non l'ho quasi capito che se ne andava lì, davanti a me.
L'altro giorno ho trovato a un euro "Vita dura" di Mark Twain. L'ho comprato, che quello era uno dei nostri autori preferiti quando ero piccolo e quel libro l'abbiamo cercato tantissimi e insomma m'è scappato di telefonargli subito per dirglielo e solo allora ho capito. La ballata dell'assenza. Col tempo imparerò, per Leonard e per mio padre e per altri ancora, a suonarmi dentro questa fottuta ballata dell'assenza. Ora a volte ancora mi frega quella vertigine e mi afferra i ventricoli e li strizza.
Grazie Leonard, come a ringraziare mio padre, un amico.
L'estate quando guardo il mare del Dodecaneso dalla nostra isola, da quel puntino minuscolo sulla cartina, ci penso sempre che sto condividendo lo sguardo del canadese perduto in tutto quel blu. Come un uccello appollaiato sul filo, come un ciucco sverso in un coro di mezzanotte.
Grazie anche per questo regalo d'assenza a cui tocca dare il suo spazio, che ci piaccia o no.
domenica 23 ottobre 2016
BIGLIETTO DI ANDATA
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| Gianni Berengo Gardin, Catania, 2001 |
Allevare l’idea del ritorno può rivelarsi il più tragico degli errori. Il ritorno non è una misura proiettiva del futuro. L’idea del tornare e l’avvenire sono inconciliabili. La putrescente speranza del ritorno che ti porti nello stomaco come la carcassa di un gatto investito e lasciato marcire a bordo strada è qualcosa che può fottere, ma fottere sul serio. Può inchiodare la vita l’ipotesi di un ritorno, che diventa ragione d’essere, di resistere, di respirare ancora, perché verranno tempi migliori e quei tempi saranno come quelli che hai lasciato e che andrai a riprenderti. Peccato che non ti dirai mai perché, se erano questo concentrato di meraviglia, li hai lasciati. Sei partito coprendo distanze spaventose e magari in senso geografico rimanendo vagamente nei pressi. Ma sei andato. Carico di bagagli come le truppe cammellate o a spalle leggere, che l’utile del viaggio già ti pompa per natura sua nelle vene e il resto è solo un baluardo a dimensione variabile tra te e la paura. Tutta la paura possibile. E io il mio ritorno l’avevo allevato come quegli alligatori che certa gente delle metropoli americane dice che s’era portata a casa comprandoli al negozio dei pesciolini rossi e dei criceti. Bestioline simpatiche quegli alligatori appena usciti dalle loro uova. Se ne stavano nel fondo dell’acquario e i bambini di casa gli buttavano pezzetti di carne di pollo, guardando replicate dal vivo nel tinello di casa le scene migliori delle pellicole tarzaniane. Nessuno può credere che quelle persone non sapessero che quei rettili lunghi pochi centimetri e guizzanti nella vaschetta erano, in potenza, dei mostri preistorici, portatori di morte e violenza. E infatti dice che a un certo punto si verificarono incidenti domestici. I primi, meno gravi. Falangi di bambino perdute e acqua dell’acquario che prendeva la tinta decisa del Refosco. Poi roba più seria. La domestica messicana, tenuta da clandestina in un sottoscala, sfigurata mentre cambiava l’acqua alla vasca, un cane di razza cocker spaniel aperto come un messale. Dice ancora, ed è ben evidente che stiamo parlando di cose che si raccontano senza nessun fondamento, negando l’appiglio al reale, omettendo mai compitati indici statistici di riferimento, che quelli che non se la sentirono di stroncare a martellate i loro coccodrilli da camera in crescita, li gettarono nel sistema fognario. Il culmine di questa meravigliosa leggenda sta tutto nella razza di coccodrilli ciechi e albini che scelse le fogne di New York come habitat d’elezione.
Così
avevo tenuto la mia idea del ritorno come una bestia letale che mi cresceva
dentro e che per ora era rimasta in uno stato letargico lasciandosi guardare
tutte le notti con suo carico d’evocazione che avrebbe potuto afferrarmi alla
gola e uccidermi. Comprando una casa in un bosco lontanissimo dalla mia vita di
adesso e che era l’acme narrativo di quell’altra vita, di quell’altro tempo. E
cullando l’idea del ritorno come un piccolo alligatore a galleggiarmi
nell’anima. Non possiamo tornare mai e non perché non si sappia cercare la strada
e i segni. Il ritorno è solo la misura dell’assenza. Perché quando torni tutto
se n’è andato semplicemente cambiando. Si cambia sempre. Guardati allo
specchio del cesso la mattina e lo saprai da solo. Il mio alligatore è
cresciuto, non ce l’ho fatta a sfilettarlo con una lama buona e adesso è cieco
e albino e quando si muove mi ribalta lo stomaco e l’anima e si sente stretto
nella pelle mia. Poi oggi ho capito che non ce l’ha con me, vive sognando di
tornare alla laguna, alle prede, al fango e a quegli altri come lui sdraiati al
sole. Lui che il terzo giorno di vita stava nella vasca di un negozio di pesci rossi e criceti. Come ai bei tempi dice parlando, cieco e albino, da solo. E lo sento gorgogliare lacrime. Di coccodrillo.
E allora niente ritorno. Andrò avanti un altro po'.
sabato 22 ottobre 2016
algoaritmia
Egli, l'algoritmo, era per me creatura di grande mistero ma che sapeva attivare in me anche una certa antipatia. Forse per quel nome che mi richiamava tracce d'algido e d'alga e poi la Ritmo, che come macchina m'ha sempre fatto schifo parecchio. Dice che l'algoritmo governa la rete e i suoi motori immobili con una regola che tu non sai ma ti pervade, ti ruba l'anima e te la restituisce che sembra un sofficino gusto tofu. A me il tofu mette tristezza. Poi oggi pomeriggio mi sono messo a cercare la moto nuova. un tempo cambiavo più moto che donne perchè le seconde nemmeno pagando, le prime più disposte ma sempre pagando. Le moto sono un po' l'algoritmo della mia anima, se solo sapessi cos'è un algoritmo. Insomma mi sono detto che sto uscendo da un periodo pesantemente di merda, una siccità che i miei annali personali non avevano mai riportato in questa misura tragica e per questa mia rinascita da fenice la ricetta è vendere la moto e comprarne un'altra. Parliamo sempre di ferri vecchi e un po' da accroccare alla buona, che in fondo compro le moto come fossero enormi scatole del Meccano. Ho cercato tutto il pomeriggio nell'usato, provando a intuire quale uso satanico del mezzo fosse stato fatto dal precedente proprietario. Minato da Roland Barthes, ho cominciato a guardare più l'ambiente in cui la moto era tenuta e fotografata che il mezzo stesso. Le scatole sugli scaffali dei garage, il cane di razza breton, se hai un cane di razza breton la moto non l'hai tirata a scannarla secondo me, i testi degli annunci. Il livello medio di scolarizzazione del privato che vende la moto è imbarazzante. Sono stato semanticamente rapito dal grande bazar di internet. Di moto non ne ho trovate. Poi sono andato a leggere la posta, che sono solo in casa e fuori è brutto tempo e ascolto Joe Ely a volume basso e la pasta resta freddissima nel padellone in cucina. Nel colonnino di fianco alla posta, il banner della pubblicità che devo guardare per avere gratis un server di posta, posta, mi si presenta un annuncio. Egli, l'algoritmo, lo ha capito da solo cosa cercavo e me l'ha trovato. La moto sta lì, dalla fotografia è innegabilmente lei, costa quello che posso spendere, anche meno. Dice che l'annuncio è selezionato tra quelli vicini a casa mia. Diavolo di un algoritmo ma quante ne sai.
Sotto quell'annuncio c'era la pubblicità di una crema per smaltire la pancia della mezza età. Spietato l'algoritmo. Ma la moto è proprio lei. Nel computer almeno.
mercoledì 27 aprile 2016
Big Joe and Phantom 309 revisited.
La rete non era di quelle basse e verdi, posatoi di poiane ipnotizzate dallo sfrecciare, roba standard nelle autostrade italiane. Quella piuttosto era una barriera erta, da carcere di sicurezza massima. Juri rimase con le mani aggrappate, il naso infilato tra i buchi. A fissare le macchine in transito veloce. Mascella appesa e occhi esplosi. Un mostro di stanchezza. Si addormentò con le spalle appoggiate alla barriera. Che gli infondeva sicurezza. Al mattino, riprese un tanto le forze, avrebbe scavalcato. Le reti sono fatte per la frittura di pesce, per dare un senso al gioco del calcio, ma soprattutto per essere scavalcate, bucate, tagliate, in ogni caso superate. Certe reti ancora fanno desiderare le cosce che avvolgono. Quella rete lo fece dormire bene, nemmeno fosse ortopedica. E non sognò. Per fortuna sua.
Il camionista era tedesco. In realtà era il camion a essere tedesco, lo diceva la targa e le scritte sul rimorchio. Di Köln, Colonia. Bambini a mangiar male e suore feroci e ragazze che si guadagnavano due lire due e si facevano trombare dai bagnini per alleviare lo sconforto. Di nascosto dalle suore e dai bambini. Questi ultimi avevano in ogni caso fondati sospetti ma solidarizzavano contro le suore. Questa era la colonia che veniva in mente a Juri. Solo perché era stato bagnino. Dei territori d’oltremare, di quelle altre colonie lì, nessuna traccia nella sua memoria. Meno che mai dell’acqua di Colonia.
Quello in cabina forse era tedesco ma a guardarlo sembrava un grosso lottatore mongolo. Col cranio rasato e certi occhi stretti. Non parlava. S’era fermato a bordo strada e gli aveva fatto cenno di salire in cabina. Lui s’era risparmiato di balbettare una qualsiasi meta, non sapendo dove cazzo si trovasse in quel momento. E nemmeno si azzardò a chiedere. L’importante, per il momento era allontanarsi da quei posti.
Il camion era di quelli moderni, con tutti i comfort e nessuna donna nuda appiccicata alle pannellature interne. Ordine ovunque. A stridere con l’autista, che invece non sembrava molto curato. Era piuttosto unto e con certe strisciate di grasso nero che gli correvano sulle braccia e sulla faccia. La maglietta era blu ma faceva intuire di non essere propriamente fresca di bucato. Il bestione, nel senso del camion, prese la sua velocità di crociera e, considerata la mole, era roba da non scherzarci. Il mongolo guerriero, a questo punto era chiaro che non si trattava di un tedesco, guidava tenendo le mani appese sulla parte bassa del volante e un piede nudo, quello della frizione, in bella vista sul cruscotto.
Una voce metallica interruppe il silenzio. Il baracchino era acceso e qualcuno cercava amici per due chiacchiere. L’autista afferrò il microfono col cavo elastico a torciglione. Lo tirò forte e lo strappò dall’attacco. Poi lo buttò dal finestrino. Un fulmine. L’intera scena era durata pochi secondi. Poi l’altro aveva ripreso la posizione originaria di guida. Senza nemmeno provare a voltarsi dalla parte di Juri per un cenno, una strizzata d’occhio che comunque sarebbe bastata a dargli sicurezza minima. Ma tanto lui di camionari ne conosceva e che ce ne fossero anche di strani non era un segreto per nessuno. Del resto, ore e ore da solo in cabina, fermo a coltivare la pancia, e poi la cuccetta e grasso che cola se ti sei fermato a mangiare nei soliti posti, i famosi posti dei camionisti che la gente crede che ci si fermino perché si mangia bene e si spende poco e invece a fare la differenza sono la disponibilità di ampi piazzali per il parcheggio, il servizio veloce e magari il sorriso di una cameriera, che è sempre più vero delle fighe spalancate nelle riviste porno. L’unno alla guida allungò una mano verso il thermos. Presumibilmente del caffè. Diede una lunga sorsata poi si girò verso di lui e offrì. Ancora una volta senza sorriso. “No grazie” disse lui, che invece sorrideva di nuovo. L’altro si voltò di scatto verso il suo finestrino e fece fare al thermos la fine del microfono del cb. Lui avrebbe voluto guardare nello specchietto per vedere se l’oggetto in questione avesse centrato qualche parabrezza, provocando uno spaventoso incidente a catena. Ma si astenne. Intanto il camion continuava la sua corsa pazza. Del resto, dopo tutto quello che gli era capitato, immaginarsi che ora tutto sarebbe andato per il verso giusto era essere davvero ottimisti.
Intanto l’altro s’era dato a frugare nei cassettini, distogliendo pericolosamente lo sguardo dalla strada. Passò da una corsia all’altra in uno zigzagare da paura. Juri s’aggrappò alla maniglia, montata lì proprio per dare soccorso agli autostoppisti in balìa dei camionari pazzi. Col piede calcava sul fondo. Premeva il tappetino col tacco e la punta. Nell’istinto del frenare. E l’altro grufolava nei cassettini. Poi riemerse con un paio di cd artigliati dalla mano nodosa. Cercò di infilarne uno nello stereo e lo teneva voltato al contrario. E premeva e s’incazzava. Juri glielo prese dalle dita e lo infilò per il verso giusto. L’altro non tentò nemmeno un cenno di ringraziamento. Partirono le prime note. Roba rock. In tedesco. Conan mollò la mano destra dal volante e piazzò due manate sullo stereo. Scardinando il frontalino. Le dita di Juri s’incrociarono nuovamente con quelle dell’uomo bestia. Estrasse il cd. Premendo l’apposito tasto. Era chiaro che al conducente la musica non piaceva. E non aveva nemmeno tutti i torti. Stavolta JUri giocò d’anticipo. Abbassò il finestrino e fece fare al cd la fine che l’altro aveva fatto fare prima al microfono e poi al thermos. L’autista lo fissò impietrito. Poi scoppiò in una risata fragorosa, il ruggito di cento hooligani, su una base preregistrata di catarro e alito di cipolle. Carino davvero. E gli piazzò pure una manata sulla coscia. Di simpatia. “Italian, ti conosce” gridò “fettuscine, scopa figa, scendo in campo, lasciateci lavorare, i comunisti hanno governato per quarant’anni, fondata sul lavoro”. E rideva. Come avesse capito che lui era italiano rimaneva un mistero. Ma la lingua, quell’abbozzo di italica parlata, quella era roba appresa dalla televisione. Da giurarci.
Parcheggiato con un ultimo sbuffo il bestione nel piazzale dell’area di servizio, il barbaro lo fissò, con quello sguardo da suonato che aveva ripreso, assieme al silenzio, subito dopo la scarica di simpatia che gli aveva fatto decantare le meraviglie dell’Italia conosciuta. “Càfe?” disse facendo il gesto di portare la tazzina alla bocca. “Non ho soldi” rispose Juri col gesto di niente in tasca. “No problema” grugnì l’altro e gli assestò di rinforzo un’ennesima manata sulla coscia. Entrarono nel bar e il camionista si gettò nella mischia davanti alla cassa. In mezzo a mille della razza mista sua. E prevalse, se ancora c’erano dubbi sulla sua indiscussa quota ferina, raggiungendo la pole position in pochi attimi. Per uscire dalla stretta degli altri avventori gli bastò sollevare il braccio quel tanto da minacciarne le facce con l’ascella irsuta e aromatica. Fece un mezzo cenno a Juri, già un bello spreco di confidenza, e puntò dritto verso il bancone. Quando Juri riuscì a raggiungerlo, lo ritrovò barricato dietro un muro di bibite e panini di foggia diversa, tutti improbabili, tutti in sospetto di tossicità. E c’era da giurarci che al disumano solo il sospetto della veneficità già gli rendeva più appetibili quei cibi di plastica. Con le guance dilatate allo spasimo, più simile a una betoniera in azione che a un uomo, l’orco gli indicò la tazzina. Gli occhi spalancati, che pareva dovessero esplodere a secondi, spruzzando sulla folla chili e chili di tritume di panini, torte, coche, birre, toast e farciture libere e azzardate. Davvero da averci una fifa fottuta. Juri capì cosa provavano i tecnici delle centrali nucleari quando dovevano intervenire sull’orlo della catastrofe. La paura ormai era una costante dei suoi ultimi giorni. Della sua vacanza, avrebbero potuto dire i meno accorti. Del suo tentativo di esserci, si sarebbe detto lui. Del suo viaggio alla ricerca dei pachidermi. Già. Quasi se ne dimenticava del suo scopo primo. Gli elefanti da vedere dal vivo. E ora già a uscire da quell’autogrill incolume gli pareva d’aver centrato un bell’obiettivo. Se poi si fosse trattato solo del verso dei proboscitati bestioni, non c’era da andar lontano che, mentre si strafogava, il suo compagno di viaggio emetteva dei suoni che si avvicinavano parecchio al barrito. O a quello che lui s’immaginava dovesse essere un barrito. Il verso di Tantor, l’elefante di Tarzan. Vigliacco se davvero poteva giurarci che si chiamasse così, ma a distanza di anni doveva fidarsi delle ombre proiettate dalla sua memoria bambina, quando i film in bianco e nero ficcavano di forza il salotto a rate di casa sua in una giungla di cartone dove il leone era "simba" e i portatori al bianco col caschetto coloniale gli dicevano “si buana”. Ma che cazzo significherà buana. Magari vuol dire pezzo di merda e quelli si prendevano gioco di lui e quando erano stufi di trasportare casse e casse ma soprattutto non ne potevano più di cantare certe canzoni cantilenate, piantavano tutto lì, gridavano qualcosa frenetici indicando una montagna a caso e quello che parlava la lingua del buana diceva “dicono che quello è monte maledetto e loro non vogliono proseguire”. Hai voglia che il buana li chetava spianando il fucile con cui pochi metri di pellicola prima aveva falcidiato un’intera famiglia di simba, giusto per sfizio che tanto sono bestie che non si possono mangiare. Nel corso della notte, profittando della pelle mimetica, quegli altri se la davano a gambe e la mattina non restava che costatarne la fuga. A contarsi erano rimasti solo il buana, il gregario, la ragazza, c’era sempre una donna intrepida che però aveva paura di tutte le bestie compresa Cita che lo sanno tutti che ama fare scherzi ma non è cattiva, e un nero fidato. Resta inteso che quel nero lì in genere moriva anche piuttosto da sfigato e senza eroismo. E poi…cazzo che ruggito. I simba di tutto il Serengheti s’erano riuniti fuori dall’autogrill. La suggestione. A forza di lasciarsi portare dai pensieri era rimasto lì, nella calca, col suo caffè americano tra le dita. E lui odiava quella broda, lontana mille miglia da un accenno minimo di aroma ristoratore e forse per questo s’era astratto. Ma quel verso di gola, che c’era da giurarci era del suo compagno di viaggio, lo riportò alla realtà. A quel rutto ne seguirono altri in crescendo, con un finale come i botti, che fece cadere un paio di listini prezzi e un espositore di biscotti “Frollones”. Le tette di una vecchia signora dai modi altezzosi ulularono. Guardò meglio, e vide che la befana stringeva al petto il suo volpino terrorizzato.
Si avviarono verso l’uscita e la gente accalcata s’aprì come il mar rosso. E dire che ce n’erano certi che avresti giurato avrebbero ingaggiato degnamente battaglia a suon di rutti. Ma evidentemente quella prova li aveva lasciati tutti di sasso. Seguirono il percorso obbligato che li portò a transitare tra le prelibatezze castigliane, certe bambole parlanti e i compact disc di classifica. C’era un pupazzo, un ciccione di trenta centimetri con la canottiera, il cranio calvo e l’occhio d’alcolista che, se ci passavi accanto, attaccava a barcollare mentre un altoparlante nascosto alla sua base mandava le note di “La Bamba”. Alla fine della canzoncina il ciccio pupazzo si girava, si piegava, calava le braghe e mostrava il culo. L’unno rimase a guardare il prodigio meccanico con gli occhi sgranati. Era in estasi. Passò altre tre volte davanti alla miniatura del cassintegrato sfatto e ballerino. E ogni volta partiva la performance. Yo no soy marinero, Yo no soy marinero, soy capitan, soy capitan. Con il camionista belva che non si teneva più e rideva e era felice. Proprio contento. Forse in quel modellino di degrado postindustriale rivedeva parenti e amici, loro davvero così, mica roba uscita da qualche fabbrichetta taiwanese. E furono di nuovo fuori. Sul piazzale. Raggiunsero il camion e l’uomo belva pisciò contro il pneumatico anteriore destro. Quello dalla parte del passeggero. Il mezzo era il suo, pensò Juri, e aveva il diritto di farci quello che voleva, ma pisciarci addirittura sopra. Vabbè.
Gli saltarono addosso e dovevano essere tre o quattro. Tutti neri e incappucciati. Lo sbatterono a terra e urlavano e intanto altri si davano da fare sul suo compagno di viaggio. Uno piazzò un ginocchio al centro della schiena di Juri e premette con tutto il suo peso. Forse gli stavano gridando qualche cosa ma, vuoi la lingua di cui non aveva dimestichezza, vuoi che l’orecchio migliore glielo tenevano premuto sull’asfalto, non capiva molto. Le mani le serrarono dietro la schiena con qualcosa che segava i polsi. “Porca putta…” riuscì a sibilare ma lasciò la frase a mezzo per costatare con preoccupazione che la canna di una pistola gli premeva la tempia. Chi cazzo sono questi, avrebbe ragionevolmente dovuto pensare. Invece la paura aveva davvero rotto gli argini e s’era manifestata nel suo splendore assoluto fatto di tremito convulso. E poi si pisciò addosso e sentì la sua dignità, o quello che restava, perdersi in un fiotto caldo tra le cosce. Fermarsi all’autogrill e dimenticarsi di svuotare la vescica. Ancora una volta si scoprì a darsi del coglione. Intanto, storcendo gli occhi, riuscì a vedere il suo compagno di viaggio afferrato alle spalle da altri tre incappucciati. Mentre ancora si stava scrollando l’uccello sulla ruota del camion. Cercarono di bloccarlo passandogli un braccio attorno al collo a serrargli la gola. Ma altro ci voleva per il mongolo guerriero. Un paio di incappucciati volarono in aria come se fossero stati di carta velina. Ricaddero in terra con un tonfo sordo. Altri si unirono, ma quanti sono pensò Juri, e si gettarono sul camionista che ora sembrava davvero incazzato. Il pugno centrò il più grosso degli incappucciati direttamente in piena faccia e fece il rumore del tram quando investe un’utilitaria. Non bastava. Il camionaro belva estrasse un pistolone che teneva celato tra la cinta e la ciccia della schiena e cominciò a sparare. Caddero in tre o quattro e pure quello che stava sopra Juri mollò la presa. Intanto, con un’agilità che la mole non lasciava sospettare, il suo compagno di viaggio era rotolato sotto il rimorchio, aveva raggiunto la cabina dal lato guida e s’era piazzato al volante. In poche frazioni di secondo. Il camion ebbe un sussulto e partì con lo sportello del passeggero aperto che sbandierava e con un paio di assalitori, tra quelli già tirati giù dal cannone del mongolo, che finirono sotto le ruote della motrice in manovra. Juri si sollevò a fatica, con le mani legate dietro la schiena. Quando credeva, in un estremo sforzo di addominali, di avercela fatta, ricadde sull’asfalto, battendo rovinosamente di spalla. Un male boia e il camion gli era ormai sopra. La frenata fece vibrare il mezzo pesante e la cabina sussultò come se volesse precipitare in avanti. Il muso di metallo incombeva a pochi centimetri dalla testa di Juri. Poi avvenne il miracolo. Il mezzo ripartì in retromarcia quel tanto da consentire la manovra e lui fu risparmiato. Una bella cortesia davvero, considerato il personaggio alla guida e il frangente che certo non stimolava atti d’umanità minima. L’aveva evitato di proposito, non c’era dubbio. Risollevatosi sulle ginocchia, Juri fece in tempo a vedere il camion che si lanciava sulle colonnine del carburante. Urla in spagnolo, spari in spagnolo, rombo in spagnolo. L’elicottero, perché solo ora se n’avvedeva che sulle teste loro se ne librava uno, pareva impazzito. Altri incappucciati saltavano tra la gente presa da panico e armi e paura. Puzzo di piscio e asfalto a marcare la sua vergogna che già dimenticava, travolto dagli eventi. Poi lo schianto. E il camion che continuava la sua corsa e la prima fiamma, a dire il vero non molto spettacolare. Ma il bello doveva ancora venire. E arrivò improvviso, con una deflagrazione che mandò in frantumi tutti i vetri dell’autogrill e fece volare la tettoia della stazione di servizio, coi suoi bianchi e blu e rossi, a dar ragione della marca del carburante, che si mischiavano tra loro e venivano inghiottiti tutti in quell’insistenza cromatica d’arancio che erano già fiamme alte. A lambire l’elicottero sopra. Dal quale attaccarono a sparare, ormai incuranti della gente sotto, che l’obiettivo primario rendeva poca cosa la vita insignificante di rappresentanti, famiglie, contrabbandieri di mezza tacca, immigrati clandestini e emigranti tristi che sempre affollano le stazioni di servizio. Raffiche e raffiche. Ancora. Odore di bruciato su tutto e a quel punto non valeva più la pena di preoccuparsi del suo gesto di incontinenza disperata. Mentre tutto e tutti si muovevano e venivano catapultati, Juri rimaneva lì, con le mani legate dietro la schiena, in ginocchio al centro del piazzale. E lo vide, che saltava giù dalla cabina, sempre con la pistola in pugno, puntava l’arma verso il parabrezza di un’Audi verde scuro, evidentemente nel tentativo di fermarla per impossessarsene. Ma l’automobilista, più vinto dal terrore che in un gesto di genuino eroismo, continuò la sua corsa e lo travolse, sbalzandolo sul cofano e facendolo ricadere di lato. Morto, pensò lui. Un cazzo. Si rialzò afferrò la maniglia dell’auto ormai ferma, estrasse come una lumaca dal guscio l’occhialuto giacca-cravatta, che era alla guida, e ripartì sgommando di prepotenza. Da giurarci che mai prima nessuno avesse osato tanto con la frizione di quel lusso germanico di radica e condizionatore e musica, opportunamente distribuita in barba a qualsivoglia crisi petrolifera. Tentava di guadagnare la rampa d’uscita e la cosa fu chiara anche al furgone nero degli incappucciati, che adesso lo capiva anche lui lì in ginocchio che dovevano essere militari o polizia o forze speciali di chissà quale corpo d’elite. Fecero retromarcia e tagliarono la via di fuga. L’Audi si andò a ficcare nella fiancata del furgone e ancora rumore e schianto mentre tutto attorno esplodevano le cisterne, moriva la gente, qualche fortunato solo si feriva e tutti correvano senza sapere dove realmente fosse la salvezza. Dall’alto continuava la mitraglia. Uccisi da fuoco amico si sarebbe poi detto di quelli del furgone che appena scesi furono falciati dall’elicottero. Il mongolo invece sopravvisse anche all’airbag bastardo che in una combinazione omicida gli esplose in faccia, di lato sotto il culo e pure tra le dita dei piedi. E forse lo salvò, e forse fu la cosa che in quei momenti andò più vicina a spacciarlo. Uscì, ormai maschera di sangue, dall’auto e raccolse un mitra da terra. Sparò contro l’elicottero. Senza mirare. Come a lanciare una bestemmia al cielo. E le bestemmie possono avere la loro efficacia. Il volo ronzato ebbe un tossicchio, poi fumo nero e quei pochi metri che lo dividevano dal terreno furono coperti in un attimo. Ancora uno schianto, ancora fiamme e puzzo e urla. Il mongolo aveva fatto in tempo a coprirsi la faccia con le braccia, in un gesto di protezione che era solo inutile istinto, e l’elicottero gli era precipitato sopra. E Juri, in ginocchio nel piazzale, con le mani legate dietro la schiena, con le braghe macchiate dal suo piscio, gridò. Sciogliendosi dalla paralisi che lo aveva tenuto lì, immobile con gli occhi spalancati. E il grido fu spezzato dal colpo secco assestato col calcio di un fucile. Sulla nuca. Poi il buio.
Riaprì gli occhi e si guardò attorno, davvero senza capire. Le voci che aveva imparato a non afferrare, tenendo bassa la soglia minima d'attenzione, non lo aiutavano. Ricostruire quello che era accaduto non fu impresa facile. Aveva sul volto una mascherina e probabilmente lo stavano trasportando con un’ambulanza visto che stava sdraiato e certi sobbalzi nella schiena che gli mozzavano il respiro, oltre a dargli misura di un certo numero di costole criccate, gli confermavano la percezione del movimento. Di prassi avrebbe dovuto esserci un’infermiera sorridente ad annunciargli che era ancora di questo mondo e invece c’era un tipo con un riporto untissimo che non sembrava per nulla contento del suo tentativo di riconnessione al reale ma, anzi, lo guardava come se stesse per staccargli il collegamento di persona. E poi gli rivenne in mente l’immagine del camion che inchiodava a pochi centimetri da lui e il mongolo che lo risparmiava. PGR, così scrivevano su quei dipinti "ex voto" che raccontavano una scampata tragedia, in genere opere di artisti minori, infinitamente minori, dal tratto infantile e dalla prospettiva scellerata. Quadretti che affollavano le pareti di certe chiese. Per Grazia Ricevuta. Dal mongolo guerriero. Poi perse di nuovo la connessione.
venerdì 22 aprile 2016
Perdere l'avoro, ovvero della moto, della fatica e del fottuto karma.
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Dire che aveva perso il lavoro era ancora addolcire la
pillola. L'avevano mandato via. Cacciato con il marchio della colpa infamante.
La motivazione diceva, in soldoni, che passava le ore a scaricare immagini
porno da Internet. E lo spiegavano con certi giri di parole e un uso di
sinonimi nauseante. Annusava file di sesso esplicito. Così chiamavano la
documentazione scopereccia che infarciva le maglie lasche della rete. Invece di
fare il suo dovere, per il quale era pure pagato e a loro, ai capi, sembrava
già di fargli un gran favore a dargli lo spettante tutti i ventisette. E ogni
mese, con la busta, si beveva la loro faccia da "devi solo ringraziare
che". In realtà le cose erano andate diversamente e la sua propensione pornofila
non era mai esistita. Tutto era partito dalla moto. La sua. Aveva l'alternatore
che caricava male e la batteria se n'era andata al bar a prendere qualcosa di
caldo, che in strada pioveva a secchiate. Il motorino d'avviamento, dopo un
paio di singulti partecipi, roba di cui non s'era mai fidato, aveva cominciato
ad affannarsi e arrancare. Poi il
collasso. Dallo scarico destro partì un botto da capodanno. Cazzo. E pure la
puttana pioggia a metterci il suo. Guardò verso il discesone del garage. Riservato
ai dirigenti. Una spinta con la seconda inserita, mollando la frizione. E
sperare. Occhio solo al bagnato e alla ripidezza che enfatizza la potenza
dell'auto dei capi ma uccide i tentativi di messa in moto dei sottoposti.
Qualora, arrivato giù, la fottuta moto non si fosse accesa, sarebbe stato un
casino riportare alla luce il cadavere rugginoso. Ma era l'unica possibilità.
Spinse la moto fino all'imbocco della discesa. Si sistemò, con il culo a
cercare il comodo sulla sella bagnata. Le palle presero subito la punta di
freddo e reagirono a riccio. La sua natura maschia si adeguò e il potenziale di
successo con le femmine in quel momento toccò il fondo. Si spinse coi piedi e
poi, a frizione tirata, giù verso il buio e l'incognito. I dischi davanti sibilavano.
Sempre più giù. Più veloce. Ora. Aspetta ancora. Adesso. Aspetta ti dico. Vai
che c'è la curva. Motore che tossisce. Il cardano si punta e la ruota di dietro
accenna a intraversare la moto. Boia. Altra tosse dallo scarico. Attacca ed è
lei. Viva e roca. Tira la frizione e tiene i giri alti. A corpo morto, giù in
fondo. La curva, il buio e il volpino. Cazzo. Cosa ci fa un volpino.
La moglie dell'amministratore delegato aveva un volpino. E
ci teneva pure. Lo portava in giro con uno di quei guinzagli che schiacci un
bottone e il cane se ne va a zonzo a corda lunga, ripremi un altro bottone e il
cane viene richiamato come col mulinello da pesca. Se poi il cagnolo è piccino,
in un lampo te lo riporta alla mano e se non ci stai attento te lo avvolge
attorno al polso. Insomma lui sbucò dalla discesa in bomba e rombo e fischio di
freni, tutto quel casino che fa una Guzzi quando parte. La ruota anteriore
passò tra testa e coda della bestiola e, a seguire, il pneumatico posteriore e
tutto il carico di ferro e cromo. Nemmeno un lamento flebile. Lo sfiato
dell'olio sbrodolò l'eccesso di qualche sera di bagordi. Sul volpino.
"Brummel vieni" disse lei pigiando il tasto e un brandello di cane e
sangue gli si avventò sul vestito costoso. Costoso, costoso, costoso. La dama
svenne. Juri si voltò e li vide. Illuminati dalla luce dello stop. La padrona
del cane, volendo anche la sua padrona, scomposta in terra con una pizza di
volpino sulla faccia.
Poi si sono inventati quella storia delle foto
porno su Internet e l’hanno cacciato via.
lunedì 7 marzo 2016
I signori del signoraggio
E oggi mi sveglio presto. prima di andare a lavoro devo passare dalla banca. Ho un conto asfittico in una banca a Udine che a Torino ha un solo sportello, lontano da casa mia e in una zona dove parcheggiare è impossibile. Nessun problema quando ho la moto ma capita che stanotte, dopo una cena io, Federico e Tiberio, mentre rientravo a casa, ho pensato bene di lasciare a fiato sospeso la città con un numero di motociclismo circense. Al semaforo di via Nizza, con la marcia inserita, cerco di far vincere il freddo della notte al motore con qualche botta di acceleratore. Si spezza il cavo frizione e la moto parte su una ruota sola con il srosso pieno. Proiettato di violenza in mezzo all'incrocio su una ruota sola. Lo so che se si spegne quella bestia lì,
senza frizione diventa un incubo e non parte a marcia inserita e quindi resto con la prima dentro e poi butto la seconda di prepotenza e me la faccio fino a casa tra incroci della morte e cavalcavia. Senza mai fermarmi, in piedi come un trialista su quattrocento chili di ferro e un cavo rotto. Arrivo a casa che è notte e il traffico m'ha graziato.
Insomma oggi mi sveglio e non posso andare in moto in banca. Devo andare in banca. Succede una volta all'anno che io vada in banca. Dice che questi delle banche fanno il signoraggio e mi sembra davvero una cosa spregevole. Non ci vado mai in banca, che vivo il mio rapporto con la banca come una sorta di pratica dell'assenza e il fatto che al mio nome corrisponda davvero un uomo vivo per loro, dietro lo sportello, è cosa remota e solo in grazia della statistica e di quei soldi che ogni tanto arrivano sul conto, fanno finta di crederci e insistono nella loro turpe pratica del signoraggio. Insomma Ste mi dice che oggi dobbiamo andare in banca, che quell'assegno se lo porta dentro la borsa da natale e ora tocca poggiarci la pezza a quelli del signoraggio altrimenti ci signorano i mobili di casa. Prendo il MIllennium e m'avvio sapendo già che per il parcheggio dovrò maledire il cielo e i signori del signoraggio. E invece c'è un posto liberio e grande quanto il Millennium che non è certo una city car, come dicono agli apericena. Parcheggio e Ste mi chiede se ho in tasca coltelli, cacciaviti, pinze pieghevoli, pinze e basta, molti bulloni e anche la mia anima blindata non la convince, che lo sa solo lei quanti casini ho passato ogni volta che c'è da confessare la parte metallica della mia vita.Rido e nego e lei mi ricorda il check in di due anni fa a Caselle che quasi mi danno la sedia elettrica e io giuro e dico fammi la perquisa che tanto lo so che tu sei dalla parte del signoraggio. Sul marciappiede mi fermo davanti a una agenzia di investigazione e penso che ora che il lavoro sta appeso a un filo potrei fare il detective ma anche mangiare alla caritas pare una bella ipotesi. E intanto lo dico a Ste che va avanti e cerca di non darmi retta che lo sa che io sono cintura nera di tempo perduto quando non c'è tempo da perdere. Arriviamo davanti alla porta della banca e per la pratica del signoraggio credo sia necessario averci la porta consistente in un tubo girevole trasparente che tu ci entri e quello ti scruta e decide se sei buono per entrare nel tempio del signoraggio. Entra Ste e il tubo giro con una riverenza galante. Poi tocca a me. Lo sapevo che non ci volevo venire. Il tubo mi imprigiona e si blocca. Una voce sintetizzata mi dice "attenzione, entrare nella porta di sicurezza uno alla volta". Tiro un pugno sul vetro e il cassiere mi guarda imbarazzato. Grido "non siamo in due, sono solo io. Ce l'avete con quelli grossi... ". Si apre la porta e il tipo allo sportello dice "forse è per via del berretto" ed è chiaro che il signoraggio nella sua pratica brucia più cellule cerebrali del crack. Il berretto. Dimmi tu. Questi del signoraggio ce l'hanno con i diversamente magri. Chiaro come il Cartizze. Verso l'assegno, che a versare son bravo. Il tipo resta imbarazzato e forse il fatto che io lo tormenti con la storia che sono dei razzisti e che quelli grossi hanno diritto di non essere messi in croce da quelli che fanno del signoraggio una pratica quotidiana di vita. Ste ride e mi dice che 'sta dieta che sbandiero da settimane non viaggia molto veloce e forse ci devo lavorare ancora sopra. Poi usciamo e andiamo al bar e la porta non fa più storie all'uscita, Ovviamente. Faccio colazione e c'è il sole e il barista ha la maglietta dei Minions punk e già vorrei mollare tutto e andarmene al mare con Ste. Ma c'è da andare e fare, anche se le certezze sono l'unica cosa magra di questo mio presente. E poi magari voglio andare a vedere che cazzo è il signoraggio.Giusto per sapere.
lunedì 1 febbraio 2016
Camargue
La Camargue non era come l’aveva immaginata. Stava seduto sulla spiaggia, con di fronte quel mare annegatore di madonne ma di gitani nemmeno l’ombra. I cavalli dovevano essere estinti a causa dell’abuso di bagnoschiuma e i tori li avevano messi tutti sulle etichette del porto. Niente di niente. Nemmeno le zanzare, che ci avrebbe messo la mano sul fuoco che in quel paradiso palustre ce ne fossero a bizzeffe e invece manco l’ombra. Ma dove cazzo ti sei cacciata Camargue. Com’è che nei documentari c’è tutto quel pulsare di vita e galoppo e ora che lui era qui, su questa sabbia, col mare davanti e le paludi alle spalle, nulla di quella meraviglia naturale gli si palesava. Un granchio, un fottuto gabbiano che per quel giorno aveva rinunciato al banchetto in discarica. Niente. Strinse gli occhi a fessura per arrivare il più lontano possibile con lo sguardo. Fino all’estrema linea d’orizzonte. Col dubbio che s’era ormai impossessato di lui e scavava come il carul nella sua testa. Per i non friulani il carul è un tarlo che mangia il cervello. Per i friulani è pure il vizio malato della modernità. E insomma aveva questo rovello che si faceva insistente. Vuoi vedere che pure in Africa di elefanti non ce n’era nemmeno l’ombra e la simpatica presentatrice i pachidermi li faceva arrivare dallo zoo di Boston, li piazzava sotto un baobab, di cartongesso pure lui, e li faceva inquadrare in campo lungo o con certi primissimi piani che occultavano la zampa fermata dalla grossa catena. Evitando di andare con l’obiettivo sull’occhio, altrimenti si capiva che erano bestie distrutte dalla tristezza.
Tutto il suo viaggio sarebbe stato a questo punto inutile. Ma cosa andava a pensare. Proprio gli elefanti che per muoverli tocca averci delle attrezzature costosissime. Sicuramente stavano al loro posto come da milioni di anni a questa parte. Da prima che nascesse l’uomo e la terra e l’universo. In principio erano gli elefanti.
Decise di finire la giornata su quella spiaggia, anche se di ore buone per viaggiare ce n’erano ancora parecchie e lui la Francia s’era proposto di sfiorarla appena. Non che quei posti lì, a parte la delusione della Camargue, gli stessero antipatici, solo che si era ripromesso di salire su fino ai paesi baschi, deviando dalla strada più breve, o almeno da quella che lui immaginava fosse la pista migliore per raggiungere i pachidermi, e s’era già sbagliato una volta. Sempre con quel confuso ordine geografico che si portava in testa e che era tutto generato da certe frequentazioni infantili di sussidiari che raccontavano di ogni posto, che vi si producevano cereali e ortaggi e vi si allevavano bestie e c’erano industrie e artigianato e queste cose si potevano dire di qualsiasi paese e la maestra annuiva sempre. Rafforzando il concetto con cartine col disegno della mucca, a porre l’accento sull’area vocata all’allevamento. A fare libri di geografia ci vuol poco ma a prendere un’insufficienza tocca essere maghi davvero. E lui in geografia non era mai riuscito ad andare bene, perché gli sembrava disonesto verso la maestra e il mondo raccontare le stesse frottole per tutti i posti e allora diceva che in quella certa regione si allevavano gli zebù e la maestra sussultava che era abruzzese per parte di padre e quelle bestie lì, col nome che ricordava il diavolo, a casa dei suoi nonni non le aveva viste mai. Insufficiente. Avrai tempo per recuperare.
Tutto il suo viaggio sarebbe stato a questo punto inutile. Ma cosa andava a pensare. Proprio gli elefanti che per muoverli tocca averci delle attrezzature costosissime. Sicuramente stavano al loro posto come da milioni di anni a questa parte. Da prima che nascesse l’uomo e la terra e l’universo. In principio erano gli elefanti.
Decise di finire la giornata su quella spiaggia, anche se di ore buone per viaggiare ce n’erano ancora parecchie e lui la Francia s’era proposto di sfiorarla appena. Non che quei posti lì, a parte la delusione della Camargue, gli stessero antipatici, solo che si era ripromesso di salire su fino ai paesi baschi, deviando dalla strada più breve, o almeno da quella che lui immaginava fosse la pista migliore per raggiungere i pachidermi, e s’era già sbagliato una volta. Sempre con quel confuso ordine geografico che si portava in testa e che era tutto generato da certe frequentazioni infantili di sussidiari che raccontavano di ogni posto, che vi si producevano cereali e ortaggi e vi si allevavano bestie e c’erano industrie e artigianato e queste cose si potevano dire di qualsiasi paese e la maestra annuiva sempre. Rafforzando il concetto con cartine col disegno della mucca, a porre l’accento sull’area vocata all’allevamento. A fare libri di geografia ci vuol poco ma a prendere un’insufficienza tocca essere maghi davvero. E lui in geografia non era mai riuscito ad andare bene, perché gli sembrava disonesto verso la maestra e il mondo raccontare le stesse frottole per tutti i posti e allora diceva che in quella certa regione si allevavano gli zebù e la maestra sussultava che era abruzzese per parte di padre e quelle bestie lì, col nome che ricordava il diavolo, a casa dei suoi nonni non le aveva viste mai. Insufficiente. Avrai tempo per recuperare.
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