la linea del tempo. avete presente il sussidiario, quel libro delle elementari che conteneva quella porzione dello scibile che si riteneva potessimo metabolizzare in quell'età lì bambina dell'apprendimento che la didattica spreca puntualmente. la storia ce la proponevano per blocchi monolitici. c'erano i babilonesi che poi passavano la staffetta del tempo dell'umanità agli egizi e poi ai greci e poi ai romani e via così. fino a sfiorare la prima guerra mondiale che erano e sono le colonne d'ercole della didattica della storia per un fatto di tempi mica di contenuti. nessuno te lo diceva che mentre facevi i romani in egitto continuava la storia, era in parallelo e certe cose che avevi studiato con i greci le ritrovavi pure dopo con i romani e solo il punto di vista era cambiato. non te lo dicevano e non te lo dicono e ci sfugge la nozione minima di sincronia. pensaci. fino a fine marzo ogni giorno quelli dell'isis ne combinavano una delle loro, grandi coreografie di cui ho scritto ampiamente sul blog, bambini carnefici e bambini vittime, teste che saltavano che nemmeno nel consiglio di amministrazione di una multinazionale, territori conquistati da un'entità militare di cui, se ti guardavi indietro, fino a poco tempo prima non sapevi un cazzo. dal nulla al tutto. laboratori nelle scuole e prese di posizione e per carità dentro questo dibattito ci passa anche una possibilità oggettiva per il mio affitto e il mio pranzo e quindi mi tiro prepotentemente nel mezzo. ma del resto voi, che leggete qui gratis sempre, ve lo sarete posti il problema che da qualche parte i soldi per campare devo pure trovarli e quindi è chiaro che sono della partita quando si parla di storia recente e guerre e foto e film e cose così. poi arrivano i barconi e via di nuovo, che l'isis scompare. a dire il vero c'è una terra di mezzo in cui i barconi sono farciti di gente dell'isis che sbarcherà e si farà saltare in aria ma poi ci si concentra sui barconi e i disagi degli stranieri che rubano il lavoro e le donne. quando ormai siamo preparati sul tema e citiamo a memoria le spiagge di Lampedusa come fosse lo scenario del d-day il tema viene sopraffatto dalle zingare che hanno un ufficio stampa che comunica all'italia che sono sfrontate e guadagnano milioni rubando ogni giorno ed è per copertura che passano la vita tra i topi e a vent'anni sembra ne abbiano ottanta. e giù anche lì a schierarsi e ormai dell'isis ci siamo scordati proprio e quindi non c'è più, come i babilonesi quando eri arrivato ai romani appunto. ti sei messo l'animo in pace che il tema della contemporaneità sono gli zingari e arriva l'Expo, pagata sei volte quello che vale con soldi pubblici e arresti e intercettazioni ma questo ce lo siamo scordati perchè è notizia antecedente addirittura all'isis, e ci sono i black block e c'è da ripulire tutto e via a schierarsi e a dire che hanno il rolex questi black block e per prova c'è una foto di una tizia con il cinturino di un qualsiasi orologio al polso, una cosa da uovo di pasqua ma chi se ne frega la gente capisce quello che vuole capire o che vuoi fargli capire e quindi tirare dritto ancora. oggi leggo addirittura che la rolex scrive al governo lamentando il danno d'immagine. ma sto tranquillo perchè sta arrivando il caldo e presto ci concentreremmo sulle ondate di caldo che chiameremo Caronte e Lisippo e sulla moria dei vecchi lasciati a casa durante le vacanze. ci concentreremo il tempo di dover passare ai cani abbandonati d'estate e via così. quello che mi lascia stupito è che, rispetto a queste voghe di contenuti che si azzerano tra loro in progressione, Salvini resiste trasversalmente e allora tocca dircelo che la mutanda sporca è quella che ti porti addosso.
"e io piangerò e saranno lacrime di silicone, perchè il futuro tutti ci svelerà per quegli androidi di prima generazione che siamo, difettosi nel chip dell'emozione." blughost
mercoledì 6 maggio 2015
mutatis mutandis
la linea del tempo. avete presente il sussidiario, quel libro delle elementari che conteneva quella porzione dello scibile che si riteneva potessimo metabolizzare in quell'età lì bambina dell'apprendimento che la didattica spreca puntualmente. la storia ce la proponevano per blocchi monolitici. c'erano i babilonesi che poi passavano la staffetta del tempo dell'umanità agli egizi e poi ai greci e poi ai romani e via così. fino a sfiorare la prima guerra mondiale che erano e sono le colonne d'ercole della didattica della storia per un fatto di tempi mica di contenuti. nessuno te lo diceva che mentre facevi i romani in egitto continuava la storia, era in parallelo e certe cose che avevi studiato con i greci le ritrovavi pure dopo con i romani e solo il punto di vista era cambiato. non te lo dicevano e non te lo dicono e ci sfugge la nozione minima di sincronia. pensaci. fino a fine marzo ogni giorno quelli dell'isis ne combinavano una delle loro, grandi coreografie di cui ho scritto ampiamente sul blog, bambini carnefici e bambini vittime, teste che saltavano che nemmeno nel consiglio di amministrazione di una multinazionale, territori conquistati da un'entità militare di cui, se ti guardavi indietro, fino a poco tempo prima non sapevi un cazzo. dal nulla al tutto. laboratori nelle scuole e prese di posizione e per carità dentro questo dibattito ci passa anche una possibilità oggettiva per il mio affitto e il mio pranzo e quindi mi tiro prepotentemente nel mezzo. ma del resto voi, che leggete qui gratis sempre, ve lo sarete posti il problema che da qualche parte i soldi per campare devo pure trovarli e quindi è chiaro che sono della partita quando si parla di storia recente e guerre e foto e film e cose così. poi arrivano i barconi e via di nuovo, che l'isis scompare. a dire il vero c'è una terra di mezzo in cui i barconi sono farciti di gente dell'isis che sbarcherà e si farà saltare in aria ma poi ci si concentra sui barconi e i disagi degli stranieri che rubano il lavoro e le donne. quando ormai siamo preparati sul tema e citiamo a memoria le spiagge di Lampedusa come fosse lo scenario del d-day il tema viene sopraffatto dalle zingare che hanno un ufficio stampa che comunica all'italia che sono sfrontate e guadagnano milioni rubando ogni giorno ed è per copertura che passano la vita tra i topi e a vent'anni sembra ne abbiano ottanta. e giù anche lì a schierarsi e ormai dell'isis ci siamo scordati proprio e quindi non c'è più, come i babilonesi quando eri arrivato ai romani appunto. ti sei messo l'animo in pace che il tema della contemporaneità sono gli zingari e arriva l'Expo, pagata sei volte quello che vale con soldi pubblici e arresti e intercettazioni ma questo ce lo siamo scordati perchè è notizia antecedente addirittura all'isis, e ci sono i black block e c'è da ripulire tutto e via a schierarsi e a dire che hanno il rolex questi black block e per prova c'è una foto di una tizia con il cinturino di un qualsiasi orologio al polso, una cosa da uovo di pasqua ma chi se ne frega la gente capisce quello che vuole capire o che vuoi fargli capire e quindi tirare dritto ancora. oggi leggo addirittura che la rolex scrive al governo lamentando il danno d'immagine. ma sto tranquillo perchè sta arrivando il caldo e presto ci concentreremmo sulle ondate di caldo che chiameremo Caronte e Lisippo e sulla moria dei vecchi lasciati a casa durante le vacanze. ci concentreremo il tempo di dover passare ai cani abbandonati d'estate e via così. quello che mi lascia stupito è che, rispetto a queste voghe di contenuti che si azzerano tra loro in progressione, Salvini resiste trasversalmente e allora tocca dircelo che la mutanda sporca è quella che ti porti addosso.
mercoledì 8 aprile 2015
Ciò che è perso di noi
Tutto comincia come iniziano sempre le cose su cui poi poggia la parte consistente dei miei giorni. Un'altra di quelle travi che ficchi a sostegno della barcollante struttura che ti ostini a chiamare "la mia vita" e che a guardarla così, non troppo da vicino, rischia di farti l'effetto di certe tele impressioniste che fanno diventare le macchie un racconto. Insomma sono decenni ormai che tra noi tutti fratelli randagi di questo niente che non ha confini e non ha statuti e non ha neppure una grammatica condivisa ma che è tutto quello che s'è potuta permettere la nostra idea di libertà ci troviamo e ci lasciamo e gli abbracci, nell'uno o l'altro caso, si piazzano come pagine piegate all'angolo per tenere il segno sul libro del tempo. Un giorno, ne ho già scritto da qualche parte, ho chiamato un numero al cellulare e cercavo una redattrice per un corso di storia dell'arte e invece mi risponde una voce d'uomo. Mi parla in italiano e mi dice di vivere in Inghilterra e, guarda tu, arriva da Torino e abita vicino a casa mia e ce la raccontiamo e ridiamo della coincidenza che sbaglio numero e certo una col suo cognome e forse è una sua cugina ma vai a capire chi cazzo è. Solo mentre sto chiudendo la telefonata quella voce mi dice qualcosa che va oltre la coincidenza e soprattutto insiste sulla mia memoria amicale e anche su quel lusso di memoria da ascolto ragionato della musica e delle parole che ancora posso permettermi. Cazzo, io questo lo conosco. E mentre siamo ai saluti tra sconosciuti grido "Ma sei Stefano" e quello dall'altra parte si blocca e risponde che è lui e nella redazione della casa editrice dove lavoro, un open space che nella negazione alla minima intimità nasconde un agghiacciante pungolo alla produttività sempre, le mie telefonate sono sempre un momento topico della giornata e tutti si fermano a sentirmi, facendo finta di non ascoltare, che qua siamo pur sempre in terra sabauda e un contegno gli altri lo portano d'abitudine. Insomma quello dall'altra parte è il mio amico, mio fratello Stefano Giaccone e tra tutti e due ci siamo giocati i dadi nostri randagi che, così abituati a fermarci a quello che troviamo non ci siamo nemmeno accorti che c'era più necessità che caso in quel pezzetto di vita condivisa al telefono. Insomma l'ho cercato per caso Stefano, con il privilegio guadagnato negli anni di poter parlare in confidenza con uno di quelli che la stagione mia l'hanno cantata con la voce che io da solo ancora non sapevo tirar fuori e l'ho inseguito con tutto il branco suo dei Franti in giro per centri sociali e vinili distribuiti da un qualche dio minore del solco ficcato nei corridoi di una casa occupata o nella redazione di una radio libera ma libera veramente. L'ho cercato come lo cerco da sempre, da quando cammino coi passi miei, ho cominciato presto, e i suoi suoni cambiavano come cambiava la mia anina e l'attenzione delle mie narici all'aria attorno e lui era acustico quando io guardavo in bianco e nero e lui era rabbia quando camminavo per le strade con gli occhi stretti a fessura, sentendo la maledizione di sapere dove stavano le trappole e guardando quegli altri che con la vena vinta da una tagliola maledetta non smettevano di sorridere convinti di aver vinto loro. Da misurare non c'era che questa maledetta macchia bruna di sangue in comune. Questo sangue in comune. Questo maledetto sangue in comune.
Stefano all'affacciarsi dell'inverno è passato da casa mia a raccontarmi che se ne andava e che non aveva senso raccontare più come aveva raccontato fin'ora e io sono rimasto con il fiato sospeso e con la scusa di una lunga intervista che poi ho mandato alla radio in realtà ci siamo detti per ore cose tra noi, con il cane mio che arriva dal Galles sdraiato sotto la scivania e con lui che tornava da quelle parti a inventarsi padre come ci inventiamo padri noi che non siamo buoni se non come fratelli e solo per quelli della razza nostra. Insomma con un ultimo disco che sto recensendo finalmente in questi giorni, ce ne ho messo a convincere la rivista a farmelo pubblicare, Stefano se ne andava a masticare altra vita. Come abbiamo fatto tra tutti e come gli abbiamo visto fare altre volte. Però a salutarlo la sera tra pochi amici io me lo guardavo e speravo di poter legittimamente sospettare un ritorno.
L'altro giorno mi cerca Stefano. Torna, forse torna, e vuole spedirmi una cosa che ha fatto con suo figlio Talee alla batteria e lui al solito chitarra e voce. Un video in cento copie e mi dice "se ti va parlane che dietro c'è tutta una storia e voglio raccontarla" però le copie sono cento e insomma è una storia che non ci farà ricchi, nessuna storia è mai stata buona per provarci e quelle che sospettavamo le abbiamo scansate per timidezza, che le questioni di principio sono un esercizio di potere che non serve a un cazzo. Insomma mi arriva il dvd e apro il video e quella grafica e quelle frasi sono cose che riconosco e sono tempo di un altro tempo e sono la mia grammatica originaria, quei passi primi che ho fatto per muovermi nella parola. Mi passano davanti le fanzine e certi volantini appiccicati sui muri e sui pali della luce e dentro quel racconto c'è l'orrore della guerra che io porto in giro nello stesso modo, raccontando il massacro agghiacciante della prima guerra mondiale e le pagine di Ernst Friedrich. Siamo rimasti quelli lì, aggrappati a poche idee ma ostinate dicveva quell'altro.
La domenica mattina la casa è silenziosissima e io mi alzo presto e in mutande mi accoccolo nella poltrona dello studio e guardo cose e leggo pagine. Due guerre a confronto, la Prima e la Terza che stiamo combattendo noi senza consapevolezza, come capita a ogni buon fantaccino ubriacato che sta ficcato nei buchi scavati in terra. Guardo le immagini, leggo le frasi in punta anche di certa retorica che riconosco e mi fa sorridere, che il tempo a noi ci ha regalato anche l'ingiuria di qualche ruga nelle parole ma è giusto così. Ma il bello deve ancora venire. Dentro quel dvd c'è un tesoro di canzoni, un compendio di un'epoca riletto da Stefano in versione acustica. E alzo il volume e mio figlio si sveglia e viene a vedere e si siede sul divano e prende la chitarra elettrica e comincia a suonarci sopra e lo stesso faccio io e a un certo punto voglio sapere, voglio capire, che quasi mi incazzo che dentro quella mezz'ora di suono si concentra un tempo che mi pareva fosse immenso e invece sta tutto in un pugno e ora mi fa tenerezza chiamarla vita.
Lo cerco e Stefano mi spiega come stanno le cose con quel dvd e io vi giro la spiegazione sua. Per quello che mi riguarda ora ho un pallottoliere truccatissimo per fare i conti con il mio passato e aggiungere addendi al tempo di mio figlio. Direi che non è poco, non è poco per niente.
Grazie Stefano o, come dici sempre tu, mai soli.
Di seguito la storia per come me l'ha spiegata Stefano. Fatene buon uso e fatele buona guardia che la memoria non ce la può prendere nessuno. Perchè ciò che è perso di noi forse lo abbiamo solo nascosto troppo bene.
mercoledì 18 marzo 2015
Tango figurato del disdoro: figura 7
-->
Settembre 1976. Ho undici anni.
Sto seduto nello scompartimento di un treno. Seconda classe. Quelle poltrone
imbottite che scorrevano a formare un approssimativo giaciglio con la
complicità di chi ti stava di fronte. Quel conforto di tappezzeria e polvere su
cui s’erano masticati il sonno amaro del viaggio quelli prima di te, lasciando
sul panno tracce di bava, volendo restare su una visione ottimistica dell’umano
genere. Sei poltrone disposte a fronteggiarsi e chiuse nell’intimità di un
confine dettato dalla porta scorrevole. E sincronizzare il tuo mezzo sonno
sullo scorrere di quella porta fragoroso, che indicava l’irruzione del gendarme
obliteratore. “Biglietti prego”. Prego cosa. Prega piuttosto che sono ancora
troppo piccolo, che se quando mi sarò fatto uomo piomberai sul privilegio mio
da biglietto di seconda con codesta tracotanza me ne batterò del divieto e ti
lancerò come oggetto dal finestrino. E intanto quel treno attraversa la pianura
padana e mi riporta a casa dopo mesi di assenza. In un tintinnio di posacenere
grossi come urne e tavolini piegati al destino. E su tutto il monito dei moniti
che recita “tirare in caso di emergenza”. A rendermi più lieve il disgusto di
quell’andare che, l’avrete provato di certo, ti lascia in bocca e sui vestiti e
nelle mani quel sentore che dici “di treno”, certe riproduzioni monocrome delle
meglio meraviglie della penisola nostra. La piazza di Mazara, il palazzo
comunale di Vimodrone. Sulle teste dei viaggiatori le bagagliere, la rilettura
di quell’altro accessorio dell’epoca che erano i pesanti portapacchi montati
sui tetti delle auto. Ora si dicono barre e sono cose sottili e in odore di
ergonomia ma al tempo li chiamavano imperiali e a montarli c’era la sensazione
di incoronare la propria auto, come si sarebbe fatto con il miglior Carlomagno
della mobilità cittadina. Oggidì nei treni i bagagli sono riposti in angusti
fornetti plasticosi ma allora s’immaginava che le partenze fossero spesso esodi
domestici che obbligavano le famiglie al ciclopico sforzo di traslare pesanti
salmerie e gli scompartimenti erano soppalcati da pesanti grate su cui, alla
necessità, si poteva anche dormire.
Tutte le età sono buone per
viaggiare ma a undici anni mi stavo misurando con il mio primo percorso
ferroviario da solo, senza il supporto di familiari e affini. Certo non una
cosa da scherzarci troppo sopra. Da Torino a Udine. A maggio in Friuli c’era
stato il terremoto e mi avevano mandato dal parente torinese, ignari del
destino che mi avrebbe portato a vivere stabilmente nella capitale sabauda alla
mezza età e a vestirmi come il Gianduia della nota iconografia carnascialesca.
Avevo in quei giorni vissuto acquisendo ampie zone di libertà che da lì non
avrei più inteso restituire al nemico. M’era stata data una chiave di casa e
l’obbligo di ripresentarmi prima del buio. M’avevano segnalato per buono il
buffet della stazione se avessi avuto fame e m’avevano ficcato in tasca dei
soldi per badare a me medesimo. A undici anni a San Salvario. Provenendo da un
posto dove non succedeva mai nulla a parte i terremoti devastanti di tanto in
tanto. Sta di fatto che la mattina mi svegliavo, non mi lavavo affatto tanto
nessuno mi controllava e uscivo in strada a leggere il libro del mondo. Sotto
casa c’era un tosatore di cani e rimanevo davanti alle vetrine a guardare i
barboncini cotonati e le padrone dei suddetti cotonate anch’esse. In quei
giorni mi stava scoppiando qualcosa dentro che non sapevo gestire. Mi guardavo
attorno con un istinto di caccia e un desiderio che non trovava forma concreta
ma che mi si è ficcato nella pancia allora e non mi ha più abbandonato. Le
femmine erano passate al centro del mio universo e camminavo per la città, in
quella zona di suburra che m’era toccata della città, come il peggiore dei topi
di campagna arrazzati. C’erano anche le puttane a tutte le ore in giro per il
quartiere ma erano a prova di desiderio e fantasia e piuttosto me la giravo per
il mercato, ubriaco del frusciare delle vesti delle femmine domestiche.
Mangiare si mangiava quando
capitava, che il parente era spesso distratto da altro e mi lasciava a casa a
rincorrere mille pagine di fantascienza e orrore e dischi e quella tentazione
di prendere il fucile subacqueo dall’armadio e sparare ai piccioni del cortile.
Però certe volte andavamo a cena alla Pace e ordinavo per la famiglia numerosa
che cominciava ad albergarmi il corpo. E ridevo e mi divertivo e mi dimenticavo
la paura dei mesi prima a sentire il palazzo che rumbava sotto i miei piedi e
il buio e le grida.
Poi venne il tempo di tornare.
Mio padre mi aveva dato dei soldi ed era la prima volta che ne avevo di miei in
tasca. In terra straniera poi. Non li avevo spesi che non si può mai sapere e
me li ero portati arrotolati stretti nella tasca davanti dei pantaloni, che se
li metti in quella dietro sei un gaggio e poi non ti buttare nelle lacrime se
ti fanno la somma sul tram. Uno dei miei passatempi preferiti era stare a
guardare quelli che giocavano alle tre carte nel sottopassaggio della stazione
di Porta Nuova ma pregavo che non mi sgamassero la cifra che mi portavo addosso
anche se a dire il vero ci si sarebbero pagati forse una colazione. Insomma
l’ultima mattina a San Salvario vado al mercato di Piazza Madama e me la giro
con l’intenzione di recuperare qualcosa da portare a casa a mio fratello. Con me
c’era mio zio. Vediamo un monopattino di legno bellissimo e lui decide di
comprarlo senza pensare che viaggerò da solo. Poi però deve andare via e mi
lascia da solo con l’accordo che ci si rivede per andare a prendere il treno.
Ed è in quel momento che le vedo. Un ambulante vende canarini e criceti e pesci
rossi e in una cassetta ha, accatastate una sull’altra, alcune tartarughe di
terra. Mi avvicino. Mi abbasso a guardarle e con l’altezza che mi portavo
addosso non è un grosso sforzo. “E comprati una tartaruga” dice il tipo, portatore
di una sorta di tara genetica che getta l’ombra del sospetto incrocio della sua
stirpe con le testuggini che propone. Quasi si stesse vendendo i cugini.
“Quanto costano?”. Gorgoglia un prezzo e io devo aver fatto una faccia costernata
perché scoppia a ridere con quella sua bocca da rettile storta. “E quanto
volevi spendere?” “Ho solo questo” e pesco dal segreto della tasca anteriore. Guarda
le banconote ciancicate e le monete e ride ancora. “Sceglitene una” “No, ne
dovrei comprare due, perché una diventa triste da sola ma non ce li ho
proprio”. Ride ancora e ha un alito che ammazzerebbe le zanzare del vercellese
tutto con un paio di fiatate. “E tieni ragione, da sole si fanno tristi.
Scegline due” “Ma ho solo questi soldi” “E vabbè, tu scegli e non ti
preoccupare”. Del resto già una vota alla fiera di Santa Caterina ero andato
con mio padre e avevamo rotto il salvadanaio per scoprire che c’erano pochi
spiccioli e un dollaro regalato chissà da chi. Non ci avevo neppure pensato alla
possibilità che i soldi dei parenti che mettevo nel porcello di terracotta
venissero ripescati dai miei alla bisogna. Con la banconota che per me era
tutta l’America possibile ero andato da quello degli animali e ero riuscito con
mio padre a convincerlo a cedermi una tartarughina d’acqua. Quella volta non
potevo andare sulle giostre che eravamo in tempo di magra ma mia madre aveva
fatto le castagne e le tenevamo calde nella tasca del cappotto e ci sembrava
che eravamo molto più fortunati di quegli altri che andavano al freddo sulle
giostre. Diciamo che il mio rapporto con i venditori ambulanti di tartarughe è
sempre stato bizzarro ma la cosa è in sincrono con la mia vita tutta.
Nello scompartimento mi ci sistemo
grazie allo zio che m’ha caricato tutto sulla bagagliera. Compreso il
monopattino. E comprese pure le due tartarughe. Da sempre porto a casa animali
e da sempre mia madre si incazza. Stavolta l’ho fatta grossa. Non abbiamo un
giardino e viviamo nei palazzoni della periferia. Ma non è questo ora il
problema. Ho il mio biglietto ma le tartarughe viaggiano da clandestine perché
il parente per scherzo mi ha detto che dovrebbero fare il biglietto ma costa
troppo. Sono terrorizzato e soverchiato da quella maledetta timidezza che
allora mi rendeva muto e che adesso non mi azzittisce mai. Ho messo le
tartarughe in una scatola di cartone e sul fondo ci ho messo tre dita di sabbia
per gatti e due foglie di lattuga. Ho fatto posizionare la scatola proprio
sulla mia testa per tenerla sotto controllo. Non ho idea di quando arriveremo e
per i cinquecento chilometri che mi dividono da casa e dai miei guardo
continuamente fuori per scoprire indizi che mi segnalino che sono arrivato.
Leggo i cartelli azzurri delle stazioni e non ho che vaghe idee rubate alle
copertine dei quaderni “Regioni d’Italia Maxi Pigna” dei posti che attraverso.
Ogni tanto mi perdo un cartello e mi si serra la gola, che magari è la stazione
mia e devo scendere. Gli altri nello scompartimento forse si interrogano su di
me e tentano anche qualche approccio ma io sono un osso duro e non rispondo. A
un certo punto per mettere distanza tiro fuori un albo di Jacovitti con le
avventure di Zorrykid che mio zio mi ha comprato alla stazione e che conservo
gelosamente da allora. E mentre sto concentrato sulle pagine e sulle frenate
del treno che indicano il probabile transito in una stazione succede. Dalla
scatola in alto si sentono dei rumori ma sono coperti dallo sferraglio dei
binari e degli scambi. Io però li sento e sono in tensione. A un certo punto da
una fessura comincia a cadere sabbia di gatto. Sulla mia testa. Io resto
immobile. Minuti pesanti di silenzio. Tutti hanno notato. Un signore mi dice “Sta
cadendo qualcosa” ma io guardo dritto davanti a me e non rispondo. La sabbia
continua a cadere sulla mia testa, sorta di clessidra maledetta del tempo di
tutta la mia vergogna. Non mi devono scoprire. Non devono scoprire le mie
tartarughe clandestine. Quanto costa il biglietto ridotto tartaruga? Quando
arriva casa mia e mia madre e mio padre e mio fratello, che io non mi sono
fatto scoprire ma la notte a volte mi veniva un po’ da piangere a pensare a
loro quando stavo a Torino. Passa il controllore e i miei infami vicini di
poltrona gli dicono “Viaggia da solo”. Per fortuna quell’altro è al corrente
perché gli sono stato affidato ed è lui che mi farà scendere. Tranquillizza
tutti. Gli spiegano della sabbia e lui guarda la scatola e va via. Presumo sia
andato a prendere un moschetto per sparare a me e alle tartarughe in nome di
una speciale legge marziale che vige nei vagoni in transito tra Torino e Udine.
Torna con un vecchio quotidiano e lo piazza sotto la scatola. Rimango immobile
e silenzioso per tutto il resto del viaggio. La sera, sul balcone, diamo un
nome alle nostre tartarughe. Delle due una, Bonni, vive ancora sulla terrazza
dei miei e quando l’estate la ritrovo mi scappa un sorriso e io e lei ci siamo
già capiti, che da quella volta non ho smesso più di andare e di fare certe
figure da scemo.
mercoledì 4 febbraio 2015
Riti di passaggio
Riti di passaggio. Lei stava al mare, un mare del sud. La vado a trovare
e restiamo tutto il giorno insieme. La sera mi riavvio verso la
statale. Chiedo un passaggio. Sparo un passagio. Quello che vi pare. Sto
lì e sono ancora troppo giovane per fare davvero paura. Ho imparato che
dai quaranta in poi, quando spari il passaggio la gente o si schifa o
si spaventa e alla fine quelli che si fermano sono sempre la feccia
dell'umano genere. Per un fatto di affinità immagino. Quella sera sto al
buio della statale per un'ora ma è così che va quando spari il
passaggio ed è un po' come andare a pesca, devi lavorare sull'attesa
come una possibilità per il pensiero e il respiro. Sparare il passaggio è
rigenerante, specie se hai chiavato tutto il giorno chiuso in una
cabina del mare con le assi di legno che scricchiolano e la sabbia che
si infila ovunque. Stavo lì, intorpidito dalla temperatura della notte
che avanzava. un paio di scarpe di tela, un bermuda militare con le
tasche strappate e una maglietta di una squadra di qualche sport che non
ho mai saputo ma che avevo recuperato dai banconi delle pezze americane
pagandola un nulla. Non mangiavo dalla mattina. Stavo già valutando
l'ipotesi di dormire a bordo strada e ripresentarmi la mattina in
spiaggia. In realtà dovevo tornare indietro, perchè la mattina lavoravo
con quelli dei traslochi. Mi facevo tre giorni di carico scarico e
bestemmie, raccattavo i soldi e poi tornavo al mare. La prima volta che
ero andato a lavorare con quelli dei traslochi gli altri abituali mi
guardavano male, mi davano le cose pesanti, cercavano di sbilanciarmi
quando si portava le cose in due. Poi alla pausa pranzo io m'ero messo
da parte e facevo finta di niente e all'epoca non c'era nemmeno un
cellulare su cui fingere di leggere i messaggi e quindi fingevo di
appisolarmi. Ma loro oltre che padri di famiglia erano gente che quella
storia lì la sapevano bene e a un certo punto uno si è alzato e m'ha
passato la metà di un panino enorme. Ho provato a dire che non avevo
fame e sono scoppiati tutti a ridere e da lì è cambiata la storia. Però
ho imparato che i soldi me li potevo spendere tutti tranne quelli del
panino e le altre giornate arrivavo con il mio e loro sorridevano a
vedermi. La birra era calde e la dava il boss e era quella nelle
bottiglie grosse. Insomma la mattina dopo c'era da svuotare una casa.
Legalmente intendo. Quindi non avevo voglia di dormire in spiaggia o a
bordo strada ma pareva proprio che nessuno avesse in animo di farmi fare
quei settanta chilometri fino al letto mio. Avevo perso quasi le
speranze e stavo ormai seduto e quasi non facevo più cenni ai fari che
spuntavano dalla curva. E' importante, quando spari il passaggio,
posizionarti strategicamente all'inizio di un punto buono per la frenata
e l'ammaraggio del mezzo a bordo strada. Aiuta. A un certo punto vedo
arrancare un mezzo con un faro solo. Ansimava con fatica sull'accenno di
salita di quella strada. S'è fermato. Era un autocarro di quelli con il
cassone scoperto e la doppia cabina per portare gli operai in numero di
cinque a libretto ma anche dieci alla bisogna. C'erano tre muratori,
erano schizzati di calcina, seduti davanti. Mi chiedono dove vado e loro
vanno proprio da quella parte. Poi ridono e mi dicono "però ti devi
adattare". Ho viaggiato tenendo un cesso in braccio. Era un cazzo di
camioncino carico di tazze di cesso. Ci hanno tenuto a rassicurarmi che
le tazze non erano ancora state mai usate. La mattina, prima di arrivare
alla piazza dove il boss ci caricava, sono passato a farmi fare il
panino alla salumeria, che quei soldi me li ero conservati a casa per
non spenderli.
Iscriviti a:
Post (Atom)




