un altro invito a partecipare a un corso di scrittura. dice che sarei perfettissimo per spiegare alla gente come si scrive. Lo dicono questi qui che sono delle persone che ne sanno di scrittura anche se non scrivono mai un cazzo di niente e se lo fanno c'è da cadere in tragici imbarazzi, presi come sono dall'idea che scrivere bene sia mettere la punteggiatura giusta e digitare con bella maestria maiuscole a inizio paragrafo. l'altro giorno mi è arrivato un ennesimo invito, a me che ho la socialità di un orso post letargico, per una serata in cui ognuno legge i suoi racconti e poi si parla di letteratura. una sorta di gruppo di autoaiuto degno dei fotogrammi iniziali di fightclub. cosa vuol dire che poi si parlerà di letteratura. come si inizia? quali sono i preliminari? si parte con un leggero petting letterario sventolandosi pagine reciprocamente per scacciare il caldo e stuzzicare il desiderio di parole e racconti? e poi perchè ci dobbiamo sentire i racconti degli altri aspettando di leggere il nostro. è ovvio che diremo bravi a tutti atterriti dalla possibilità che se gli diciamo a uno che scrive delle ovvietà, delle cazzate con uno stile tremendo in punta di "stormir di fronde" e "egli" e "nascondeva un dolce segreto" poi quelli si rifaranno su di noi e non c'è peggio di qualcuno che ti dica che scrivi cazzate se sei in un consesso di parascrittori. che due palle. torino poi è piena di orfani del tritacarne holden che girano come zombie di carta e si nutrono di refusi. ma dice che ci starei bene a tenere un corso di scrittura perchè ho l'approccio giusto,. me lo dicono guardandomi al bar davanti alla solita birra, mica leggendo la pochezza che riesco a lasciare su una pagina. a loro basta come bilancio con grazia letteraria il bicchiere in punta di labbra che lì son maestro indiscusso e ho i segni addosso e mi muovo come un cane scassato dai calci e gli piaccio perchè loro ne sanno di scrittura e una volta uno mi ha anche detto "si vede che tu hai fatto il classico". te lo vorrei far vedere come l'ho fatto io il classico, che sono una sorta di discarica vivente degli aoristi andati a male, delle scorie di una metrica che non saprò mai scandire compiutamente. ma certo che ci vengo ai corsi tuoi di scrittura però devi appoggiare la grana sul tavolo e avrai 'sto spettacolo d'uomo da spendere per aver misura di come ci si possa ridurre a scrivere cose che non son buone per la scrittura.
"e io piangerò e saranno lacrime di silicone, perchè il futuro tutti ci svelerà per quegli androidi di prima generazione che siamo, difettosi nel chip dell'emozione." blughost
giovedì 19 giugno 2014
Dice che te lo posso imparare io
un altro invito a partecipare a un corso di scrittura. dice che sarei perfettissimo per spiegare alla gente come si scrive. Lo dicono questi qui che sono delle persone che ne sanno di scrittura anche se non scrivono mai un cazzo di niente e se lo fanno c'è da cadere in tragici imbarazzi, presi come sono dall'idea che scrivere bene sia mettere la punteggiatura giusta e digitare con bella maestria maiuscole a inizio paragrafo. l'altro giorno mi è arrivato un ennesimo invito, a me che ho la socialità di un orso post letargico, per una serata in cui ognuno legge i suoi racconti e poi si parla di letteratura. una sorta di gruppo di autoaiuto degno dei fotogrammi iniziali di fightclub. cosa vuol dire che poi si parlerà di letteratura. come si inizia? quali sono i preliminari? si parte con un leggero petting letterario sventolandosi pagine reciprocamente per scacciare il caldo e stuzzicare il desiderio di parole e racconti? e poi perchè ci dobbiamo sentire i racconti degli altri aspettando di leggere il nostro. è ovvio che diremo bravi a tutti atterriti dalla possibilità che se gli diciamo a uno che scrive delle ovvietà, delle cazzate con uno stile tremendo in punta di "stormir di fronde" e "egli" e "nascondeva un dolce segreto" poi quelli si rifaranno su di noi e non c'è peggio di qualcuno che ti dica che scrivi cazzate se sei in un consesso di parascrittori. che due palle. torino poi è piena di orfani del tritacarne holden che girano come zombie di carta e si nutrono di refusi. ma dice che ci starei bene a tenere un corso di scrittura perchè ho l'approccio giusto,. me lo dicono guardandomi al bar davanti alla solita birra, mica leggendo la pochezza che riesco a lasciare su una pagina. a loro basta come bilancio con grazia letteraria il bicchiere in punta di labbra che lì son maestro indiscusso e ho i segni addosso e mi muovo come un cane scassato dai calci e gli piaccio perchè loro ne sanno di scrittura e una volta uno mi ha anche detto "si vede che tu hai fatto il classico". te lo vorrei far vedere come l'ho fatto io il classico, che sono una sorta di discarica vivente degli aoristi andati a male, delle scorie di una metrica che non saprò mai scandire compiutamente. ma certo che ci vengo ai corsi tuoi di scrittura però devi appoggiare la grana sul tavolo e avrai 'sto spettacolo d'uomo da spendere per aver misura di come ci si possa ridurre a scrivere cose che non son buone per la scrittura.
martedì 6 maggio 2014
Hula Hopper
Ieri notte sono finito nelle rovine del tempio del panino global. Dalle parti di Cremona. Non entravo in un fast food da anni e anni perchè ho difficoltà a coniugare il piacere con la sveltezza. Ma ieri notte dopo ore di viaggio ci siamo ritrovati in mezzo alla pianura padana e c'erano 'ste luci accese. Le uniche luci accese in quella botta di buio denso e, se ci pensi che dove guardi guardi non vedi montagne e non sospetti il mare, capisci che sei nel cuore nero del nulla e ti viene una fottutta paura dell'ignoto. Abbiamo parcheggiato, chiedendo ai cani di dare un occhio ai bagagli, che nel caso dei nostri cani è come chiedere a un vegano di finirti il kebab. Tanto è tutta la vita che possiamo fare a meno di quello che potrebbero rubarci e forse per questo non ci rubano mai niente. Il viaggio è stato un deliro. Sono riuscito anche a parcheggiare a Venezia, proprio Venezia, senza entrare nei silos. non m'era mai riuscito da sempre e nella laguna ci sarò andato qualche milione di volte. Insomma entriamo in 'sto posto che se vuoi puoi anche farti portare la roba al finestrino ma se tu fai entrare tre vassoi di merda fritta e cocacola a secchi nella nostra auto pigiata di bagagli e cani e tartarughe e noi, rischi di scatenare un casino pazzesco e quindi abbiamo rinunciato all'opzione cenetta sul cruscotto. Dentro c'era un'atomosfera da bar di guerre stellari. C'erano dei tizi, reduci di qualche rave, azzannati dalla fame chimica, che è uno stimolo superiore allo schifo che dovrebbe governare una persona che entra lì dentro. E poi c'era una coppia di sudamericani, lui e lei, e il maschio aveva la lacrima tatuata e insomma a saper leggere il libro del mondo c'erano pagine e pagine.
Fuori c'era un rondò di questi che ora se fai sei chilometri in campagna devi farne in realtà sedici perchè ci sono rotonde a ogni piscio di cane. La rotonda era l'unico punto illuminato, con quei fari gialli che ti mangiano la nozione corrente di cromia e che messi lì sembravano una nave aliena sbarcata sulla terra. Nel rondò c'erano tre quattro ragazze in attesa. ogni tanto una entrava nel paninificio e prendeva un dolcetto o un qualche cosa. Stavano quasi sempre al telefono. Io e Dani abbiamo preso un cazzo di panino non mi ricordo ma c'era il bacon e certe salse ricavate dai gatti investiti e a giudicare dalla velocità delle auto sulla statale era prodotto a chilometri zero. Dani mi ha chiesto come funziona il commercio della carne, e non parlava di quella ficcata nei panini, che il ragazzo avrà solo tredici anni ma l'ha capito che non si può credere alla favola che nei panini di quel posto lì ci sia della carne vera. Parlava delle tipe a bordo rotonda e le guardava dalla vetrata e in un gioco di specchi e riflessi i cani guardavano noi nella vetrina dai finestrini dell'auto. Ne abbiamo parlato mentre un ragazzo obeso con delle braccia grossissime faceva le puliziie spostando lo sporco in terra da una parte all'altra della sala. Ne abbiamo parlato mentre aiutavamo Ste a montare il gioco che aveva conquistato prendendo un menù bambino, che è tutto quello che Ste concede a quei posti lì quando si tratta di scegliere e mangiare. Ne abbiamo parlato come sempre si parla tra noi che abbiamo un pusher fermo davanti al portone e un travestito barese enorme che mangia al tavolo accanto al nostro nella trattoria solita. Ne abbiamo parlato con quella bella possibilità di misurarci sul mondo senza veli morali e infingimenti. Ficcati dentro un quadro di Edward Hopper in una notte appoggiata sul bordo della pianura padana e della strada.
martedì 29 aprile 2014
Di me e della mia vita appoggiato ai banconi
Nella roulotte la luce del sole è già entrata da
diverse ore. Zaff si rotola nella sua cuccetta e l'odore del caffè
che gorgoglia nella macchinetta da quattro, non sembra di grosso
stimolo per il suo risveglio. Ziff sta seduto sulla porta, con i
piedi che poggiano sul gradino metallico che dovrebbe agevolare
l'accesso a quella specie di casa ma che, visto lo stato d'usura e
ruggine, funge da antifurto. Nessun ladro rischierebbe il tetano per
due marumi.
La notte è trascorsa in un confuso intreccio di eventi
e Ziff ha la fronte solcata da rughe recenti.
Mentre medita, smangiucchia il bordo di una piadina con
l'alacco, l’unica cosa quasi commestibile che sia riuscito a
trovare negli stipi sgangherati della roulotte.
Di fronte a lui la scena di sempre. Si replica.
Teddy Danubio, divo canoro sconosciuto al successo, esce
sulla strada polverosa fasciato dal suo completo bianco con i
pantaloni a zampa di triceratopo, gli stivaletti in plastica
forellata e il mantello con le frange. Attraversa lento lo spiazzo
fino all'entrata di quello che lì, pomposamente, chiamano bar e che
altro non è se non un vecchio e malandato stand, reduce di
antichissime feste dell'Unità.
Teddy si guarda attorno con gesti misurati
dall'abitudine. Rimane sospeso una frazione di secondo, tutto
calcolato, poi si decide e entra.
Al bancone, come tutte le mattine, c'è Valerio Mascella
che asciuga bicchieri con una mano, versa Zabov con l'altra e regge
un mozzicone di sigaro con l'altra. A guardarlo bene i conti non
tornano ma da quelle parti la soglia dell’attenzione per certe cose
non tocca mai quote particolarmente alte. Valerio ai lati della
testa ha perso tutti i capelli e gli rimane un'unica, grossa treccia
azzurra sulla fronte.
Tra le sedie, Ramolino spolvera senza grosso impegno,
evitando di svegliare l'Operaio, che da sette anni dorme con la testa
appoggiata al tavolo vicino al telefono a scatti. Nessuno sa chi sia
e non c'è nulla che lo possa identificare, se si esclude la vecchia
tuta sporca di grasso. All'inizio hanno provato con scossoni, fischi,
rutti e imprecazioni, ma lui non ne voleva sapere e alla fine è
diventato parte dell'arredo. Questa mattina il vento fa vibrare le
pareti di lamiera e il bar è quasi vuoto, visto che quei pochi che
nella zona lavorano se ne sono già andati da un pezzo e gli altri
tanto vale che rimangano ancora a letto. Ci vorrebbe un sottofondo
musicale almeno un tantino allegro ma l'autoradio trasformata in
juke-box non funziona perché l'idrogeno si è esaurito.
Se ci fosse una porta, in questo momento sicuramente
cigolerebbe, ma all’entrata ci sono soltanto delle striminzite
fettucce di plastica, masticate ad altezza bambino.
Teddy Danubio entra, lento come un pistolero o come il
treno Matera Bari e viceversa. Quando Ramolino lo vede, smette di far
finta di spolverare e corre nel retro. Valerio Mascella cerca di non
tradire l'emozione e versa disinvolto dello Zabov sul sigaro che ha
in una mano, mentre con l'altra regge un bicchiere sporco che cerca
di fumare a grosse boccate. La treccia gli balla sugli occhi e una
sudarella gelata gli inchioda la schiena più veloce di quelle
potenti colle che non fai a tempo ad aprire il tappo e già il
tubetto fa corpo unico con le tue dita. Per sempre.
Teddy Danubio si accosta al bancone, mette la mano alla
tasca, sfila un pettine tartarugato che con la forfora e i resti di
brillantina sguscia tra le dita come un'anguilla. Guardandosi nello
specchio tra una bottiglia e l'altra, si pettina, bagna le
sopracciglia con abbondante saliva, fa un paio di facce da duro,
ravviva, sbarazzini, i peli che si intravedono nell'ampia
sbottonatura della camicia. Da ultimo, alza il colletto e si volta
per andarsene. È allora che, come del resto tutte le mattine di
quegli ultimi venti anni, Valerio Mascella, che fino a quel momento è
rimasto a guardare con tutte le mani tremanti, esplode.
"Stronzo di un morto di fame pappone di tua madre,
pezzo di merda catarroso e nero di un boia ladro infame e
doppiopettoblu, rottinculo fattinbocca da quattro soldi che a
sputarti addosso c'è da schifarsi! Quando cazzo ti deciderai a
fregare uno specchio come tutti. Bello lui, entra, si pettina, fa i
suoi porci comodi e mai una volta che faccia un'ordinazione. Se
ricapiti domani ti stacco quel ciuffo e..."
"Calmati Valerio, lo sai com'è fatto, non vale la
pena avvelenarsi il sangue per queste cazzate" interviene Ziff
che è entrato, non tanto per godersi lo spettacolo in replica,
quanto piuttosto per bere un Taffer che lo aiuti a digerire la
piadina con l'alacco.
"Sarà meglio che da queste parti non ci ricapiti
più, stronzo" continua Valerio "certo, lui è un divo del
microfono, il genio della chitarra. Sai dove te lo metto il
microfono..."
Valerio non finisce la frase e si volta verso l'entrata.
Riflesso nello specchio ha inquadrato uno strano tipo. Perlomeno
curioso. È rara cosa, in questa sconsolata periferia, riuscire a
vedere un personaggio come quello. Si tratta di un ometto vestito con
un completo grigio di cattiva fattura e che abbottona male, con un
cravattone pesantissimo verde smeraldo cangiante e, a completare
l'opera, un paio di occhiali della mutua. Le maniche della giacca e
della camicia penzolano ben oltre il polso e il risvolto dei
pantaloni finisce sotto il tacco dei mocassini con la frangia e i
carciofini. Non è comunque l'abbigliamento ad attirare l'attenzione
dei presenti sull'individuo. A guardarlo bene si capisce subito che è
un poverocristo come loro. La nota stonata è quell'aria particolare.
"Indifeso" pensa Ziff ad alta voce.
"Cosa dici?" Valerio ha sentito benissimo ma
non sopporta che gli si rubino i pensieri.
"Che strano tipo indifeso" incalza Ziff "sarà
meglio avvertirlo di stare attento. Da queste parti, uno con la sua
faccia, non respira per molto."
"Io mi faccio i cazzacci miei" Valerio espone
con disinvolta finezza la sua visione del mondo "basta che beva
qualcosa, poi per me può anche farsi ammazzare, pisciare nel
posacenere, addirittura pettinarsi."
Il tipo è gravato dal peso di alcuni grossi volumi. La
cosa sembra costargli un certo sforzo. Le copertine recitano
attraenti canti delle sirene in quel caffè di fini intellettuali: Le
Meraviglie del Mondo Sommerso, l'Enciclopedia del Bricolage,
l'Universo Sconosciuto, i Programmi della Televisione per i Prossimi
Trent'Anni.
L'ometto si avvicina a un tavolo e posa i volumi. Il
tavolino, a cui manca una gamba, si ribalta con fragore e i libri
cadono nella polvere, che è così spessa che sembra di camminare su
un campo da tennis. L'Operaio, scosso dal clamore, alza la testa dal
tavolino e guarda l'orologio, che nel corso degli anni ha studiato da
contachilometri e se n'è andato dalle parti di Arese a convivere con
una meridiana ombrosa ma piena di soldi. La cosa non scompone
minimamente l'Operaio che, dopo aver consultato il polso nudo, si
alza, va verso la cassa, paga, chiedendo lo scontrino a un Valerio
che definire stupito è poco; infine esce e a poco a poco scompare
verso San Pennacchio.
Intanto il buffo ometto dei libri ha raccolto la sua
mercanzia e l'ha appoggiata alla peggio sul bancone.
"Una camomilla, per piacere."
A Valerio pare che, per quel giorno, nulla più possa
stupirlo. Si è perfino già dimenticato di Teddy Danubio.
"Una camomilla come?" Valerio interroga lo
strano personaggio guardandolo con occhi torvi, resi strabici dalla
lunga treccia che continuamente gli balla sulla fronte.
"Una camomilla..." l'ometto esita con la
paura di fare una brutta figura "...una camomilla bestiale."
È difficile calmare Valerio. In un accesso di riso
convulso scivola sotto il lavandino e viene soccorso da uno
scarafaggio.
Intanto l'ometto, rosso in volto, è andato a sedersi a
un tavolino sano e si tiene la testa tra le mani. Ziff viene preso
dall'impulso irresistibile di andare a sedersi vicino a lui. Pensato
e fatto.
"Scusalo, fa così ogni volta che gli si chiede
una camomilla bestiale" cerca di minimizzare Ziff "posso
chiederti cosa fai da queste parti?"
"Vendo enciclopedie."
La cosa è ancora una volta molto comica, ma il tono
dell'ometto fa passare la voglia di ridere a Ziff.
"Scusa se mi intrometto negli affari tuoi, ma
questo non mi sembra il posto giusto."
"C'era questa zona da coprire e, visto che nessuno
la voleva, l'ho presa io. Tanto per me, finché dura, una cosa vale
l'altra."
"Cosa intendi dire."
L'ometto si chiude a riccio, diventa rosso e comincia a
dondolare la testa. Si vede che ha voglia di parlare con qualcuno ma
non sa da dove cominciare. Ziff è quello che gli ci vuole. Dopo un
bicchiere che, passate le prime reticenze, trova buona accoglienza
nello stomaco dell’ometto, l'atmosfera si rilassa e, un poco alla
volta, il tipo prende a raccontarsi, come del resto succede a tutti
quelli che parlano con Ziff.
Ma questa è un'altra storia, com'è sempre un'altra storia.
lunedì 14 aprile 2014
Sopravvincere
Forse
l’ho già detto ma piuttosto che andare a rileggermi tutto mi
ripeto. Quando c’è stato il terremoto in Friuli, sei maggio del
millenovecentosettantasei, non avevamo più una casa perché la
proprietaria, una che da piccolo mi faceva paura, aveva approfittato
del casino e diceva che lei era in stato di necessità e non aveva
più dove andare e le serviva la casa e noi in strada. Due mesi dopo
il nostro appartamento è stato venduto alla regione e dentro ci
hanno piazzato degli uffici. Bastardi. In ogni caso per mesi la gente
ha vissuto per strada e noi, senza casa, non davamo tanto
nell’occhio. Però i miei per farmi vivere meno il disagio di quel
campeggio infinito, che a me piaceva molto, mi hanno mandato a Torino
da Giovanni, che viveva in Corso Marconi in una casa che era davvero un
campeggio perenne. Mi sono divertito parecchio e Giovanni che non
sapeva esattamente come si gestisse un bambino di undici anni mi ha
dato le chiavi di casa appena arrivato e i soldi per un panino,
consigliandomi vivamente il buffet della stazione di Porta Nuova e
raccomandandomi di portargli un qualche cibo pure a lui. In quegli
anni stava incasinato con le donne, il lavoro e tutto. La sua casa
era piena di libri di fantascienza, piena di libri in generale ma in
quello già casa mia marcava bene. Lui aveva tutti quegli economici
favolosi e ciancicati e io me ne andavo in balcone a leggere e a
tenermi dentro una fame eterna. La mattina uscivo e giravo per
Sassalvario e c’erano le puttane a tutte le ore e io proprio in
quei mesi cominciavo a pentirmi di non aver prestato grande
attenzione a quella bambina che d’estate insisteva per mostrarmi il
culo in cambio di una sbirciata al mio pisello e io l’accontentavo
e me ne restavo lì a fissare quelle chiappe come un televisore
spento. Però quelle puttane lì più che proiettarmi nella nuova
dimensione erotica prepuberale mi sbalzavano indietro all’infanzia
più buia, quella delle megere delle favole che chiudono i bambini
nelle gabbie per ingrassarli e venderli ai comunisti. Giovanni stava
in uno degli ultimi condomini di Corso Marconi, dalla parte del
Valentino e sullo stesso marciapiede c’era un canaro, che vendeva
pure gli animali e io passavo e guardavo dalla vetrina questo tizio
che cotonava i barboncini e pensavo al buon soldato Sc’vèik che
avevo letto nell’edizione Feltrinelli con la copertina gialla.
Trovato a casa di mio padre. Ad Anzio. I canguri, era il nome della
collana ma era anche il nome che gli davo io per capirmi con mio
padre e credevo fosse una cosa del nostro lessico familiare e quando
anche oggi vedo un Feltrinelli col marsupiale a simbolo penso che ci
hanno copiato l’idea. In quella serie ho letto anche il compendio
del capitale di Cafiero ma solo per ritrovare le atmosfere dei
racconti di mio padre che mi descriveva questo nobile pugliese
rovinato dall’idea. Avevo dieci anni e se vi dico che tutto mi era
chiaro mi cresce il naso. Senza contare che sospetto che mio padre
quel libro lì non l'abbia mai letto e tutta la storia che ci montava
sopra deve averla rubata al Bacchelli del diavolo al pontelungo.
Questo però l'ho sospettato solo da grande e mio padre è uno che
racconta un sacco di storie e a volte cade in contraddizione ma io me
lo imparo a memoria pure ora che sono cresciuto e a tavola gli
rifaccio il verso e ridiamo. Come al solito esco dal tema. Dicevamo
che bighellonavo davanti alle vetrine della toelettatura per cani e
avevo questa fissa per gli animali e per i libri di animali e per i
negozi di animali e volevo fare il veterinario e quando mia mamma
m’ha detto che dovevo laurearmi ho pensato che era meglio fare il
guardiano dello zoo. M’avessi ascoltato da piccolo. A questo punto
mi gioco l’asso nella manica che convincerà anche i più dubbiosi
che a me devono darmi le chiavi della città di Torino, che da sempre
sono stato attento a tutto quello che accadeva, pur senza viverci, e
svelo che da piccolo frequentavo molto il giardino zoologico e
rimanevo un sacco di tempo a guardare l’ippopotamo con la bocca
spalancata. Un giorno Giovanni mi ha telefonato, anzi l’abbiamo
chiamato noi dalla cabina, che credo che siamo stati l’ultima
famiglia italiana a mettere il telefono in casa e io chiamavo sempre
dal telefono del pronto soccorso del Policlinico che era vicino.
Insomma Giovanni mi dice questa storia che l’ippopotamo è morto
perché una bambina gli aveva scagliato il Cicciobello nelle fauci
spalancate e quello si era sentito male che, a dispetto della mole,
sono bestie delicate e, siccome io non mi ero laureato veterinario,
non s’è potuto fare niente. Ci sono rimasto male e approfitto per
dire che mi piacerebbe conoscere quella bambina che sarà a spanna
mia coetanea e la guardo in faccia e dico ma perché gli hai lanciato
il Cicciobello e già me l’immagino che quella dice che si era
spaventata e io le credo. A quell’epoca una bambina col cavolo che
si liberava così dell’ambito bambolotto. Magari era Cicciobello
Angelonegro che aveva avuto meno successo e allora è un altro paio
di maniche. Ora, con la cosa del razzismo, non lo possono produrre,
che dovrebbero dire Angelonero e sembra una roba da film horror che
evoca morte e devastazione. Per capirci andate a leggervi
l’Apocalisse e i cavalieri della medesima che ne combinano di tutti
i colori. Con questo però non voglio millantare dimestichezza con le
sacre scritture che per quello che mi riguarda sono qui a cimentarmi
con l’ennesimo vangelo apocrifo. Anzi vi confesso che non credo in
dio così ci togliamo l'ennesimo dubbio. Spesso non credo nemmeno a
Ste, che è bugiarda matricolata, ma sul fatto che esiste non ho
molti dubbi visto che io porto i soldi a casa e lei li spende in
belletti, profumi e gorgonzola di Novara. Soprattutto quest’ultimo.
Le mie passeggiate da
piccolo per Sassalvario mi piacevano molto e guardavo dentro al
panettiere e pensavo che i grissini dovevano essere proprio buoni ma
non avevo il becco d’un quattrino e passavo oltre. Una volta Giovanni, che mi appioppava assurde commissioni per un bimbino di
dieci anni, mi ha mandato alla farmacia di via Gaetano Bresci a
comprare del carbone vegetale e una siringa da insulina. La tipa col
camice bianco mi ha guardato come si guarda un bambino drogato e pure
scorreggione. Mi è andata di culo che quella volta lì a Giovanni gli
erano avanzati dei preservativi sennò li aggiungeva alla lista e
facevo bingo.
Certe volte mi spingevo
fino in via Po, tutto a piedi, e guardavo le vetrine e tutte le
pasticcerie e insomma mi divertivo proprio. Un giorno, l’ultimo
prima di tornare dai miei, ho visto una bancarella al mercato che
vendeva ovviamente animali e mi sono comprato due tartarughe di terra
che sono ancora in ottima salute a distanza di quasi trent’anni.
Nel viaggio le avevo sistemate in una scatola di cartone con la
sabbia del gatto e stavo con l’angoscia che il bigliettaio mi
scopriva e mi faceva pagare il biglietto tariffa tartaruga. A un
certo punto queste bestie hanno preso ad agitarsi e scavavano e da un
buco della scatola ha cominciato a cadere sabbia di gatto. Sulla mia
testa. Le persone dello scompartimento mi hanno fatto notare la cosa
e io rimanevo lì, a guardarli con gli occhi sbarrati e senza
proferire parola. Metteteci che viaggiavo da solo sulla tratta Torino
Mestre e che mi trascinavo dietro un monopattino di legno che era il
regalo per mio fratello e va già bene che non mi hanno consegnato
alla Polfer di Desenzano.
Poi qualche anno dopo alla
trasmissione che si chiamava Samarcanda si vede Sassalvario e io quasi
mi commuovo a vedere quelle strade note. Mi sentivo nel cuore della
notizia e quelli a dire che era tutto una merda e non lo voglio
mettere in dubbio ma a me sembrava che ci doveva essere stata una
qualche epidemia di cattiveria e tutti quei ceffi quando passavo io
dovevano essere in pausa pranzo. Invece mi confermano che erano cazzi
anche allora ma a me non m’era parso. E allora Giovanni era proprio
fuori a mandarmi in giro senza pensiero o forse già davo
l’impressione di quello che sopravvive sempre.
sabato 12 aprile 2014
Palla a Missile
fai partire la canzone qui sotto e poi comincia a leggere.
Udine dei primi anni Settanta non era
ancora uno dei gangli pulsanti del nordest produttivo. Non era
neppure la reduce dello scellerato terremoto. Il miracolo economico
in Friuli s’era sentito appena, c’erano le fonderie, qualche
fabbrica sparsa ma era ancora terra di contadini. Quelli rimasti, che
i friulani s’erano sparsi ai quattro venti per cercar fortuna.
A Udine c’erano un mucchio di
caserme, a dire il vero in tutto il Friuli era un proliferare di
fortezze Bastiani perse tra Carnia e Carso. Mio padre era un militare
e siamo piombati dal nostro Sud su Udine perchè il lavoro per uno
che difende la patria era concentrato tutto lì, baluardo contro il
pulsante pericolo rosso. Se mio padre fosse stato operaio saremmo
finiti a Sesto San Giovanni a canticchiarci nell’orecchio tutte le
mattine la canzone dei Gang. Invece si partì per Udine. I meridios,
i napuli, i terroni, i mandarini da quelle parti non erano ancora
roba diffusa. Malgrado la mimesi linguistica attivata, malgrado il
biondo e gli occhi chiari, era palese che ero cosa altra. Piombammo
su Udine nella primavera del Sessantotto, io coi miei tre anni e il
respiro incerto, mia madre con la rinuncia alla vita agiata per
seguire l’amore, mio padre con la mimetica sbragata e una macchina
nuova, l’unica della nostra vita, ordinata alla Fiat per
l’occasione. Se uno compra l’unica auto nuova del suo esistere e
la compra di una nota marca torinese e la ordina nella primavera del
Sessantotto poi non si deve lamentare. E noi per mesi, a piedi nella
città sconosciuta, abbiamo fatto come se fosse normale mentre dai
cancelli di Mirafiori il nostro 124 bianco non usciva mai.
Stavamo in un appartamento piccolo al
primo piano. I soldi se ne andavano in buona parte per l’affitto e
poi si mangiava le cose di plastica dei supermercati in quegli anni
lì che quando allo Zecchino vinse “il caffè della Peppina” a me
sembrava una canzone neorealista. Si stava parecchio in casa, con la
tele a due canali biancoenero e con la merenda a base di pane e
marmellata: Le confetture arrivavano in certi pacchi di mia nonna che
sembravano gli aiuti umanitari al Burundi e dentro c’erano i
carciofini, le sopressate, le tende per la cucina, le foto di
battesimi e comunioni di parenti mai visti. C’erano pure i vestiti
dismessi delle mie cugine e lo capisco che si risolveva una parte del
bilancio familiare ma uno già deve fare lo sforzo di integrarsi e se
si presenta a scuola con un cappotto rosso e i bottoni dorati può
avere qualche difficoltà in più. Se poi si toglie il cappotto e ha
un maglione, fatto ai ferri dalla zia, con scene di vita campestre
prive di qualsiasi proporzione e la gallina e la casetta che sono
alte uguali, le cose si complicano vieppiù. Per buona sorte erano
anni tristi per quasi tutti e nessuno a scuola poteva fare tanto il
fighetto. Da più grande ho scelto d’essere punk così giustificavo
gli anfibi vecchi di mio padre ai piedi e un assurdo, pesantissimo
pastrano che se appoggiavi l’orecchio alla tasca destra sentivi
ancora il Piave mormorante.
La camera mia era arredata con un
lettuccio di ferro e un baule in legno pesantissimo che serviva a
tenerci i giocattoli. Per sollevare il coperchio del baule, facendolo
ruotare su cardini bastardi, ho rischiato più volte le falangi. Le
dimensioni incredibili del baule non erano giustificate dal
contenuto, che di giocattoli se ne vedevano rari, giusto qualche
soldatino per inventarmi le avventure di un padre che vedevo poco.
All’epoca pensavo che i figli dei fruttivendoli avessero dei
fruttivendolini con cui giocare, i figli dei medici dei medicini e
così via. Lo giuro.
Dalla finestra di camera mia vedevo il
palazzo di fronte. Al primo piano c’era un appartamento con una
terrazza che ci si poteva allestire un paio di campi da tennis
regolamentari e ancora avanzava. Tutto il tetto della coop dove si
faceva la spesa era la terrazza di questi qui di fronte. In quel
privilegio lì ci scorazzava un bambino, sempre da solo. Il padre
lavorava in banca, questo seppi un giorno. Mi feci l’idea che la
banca dovesse essere di loro proprietà. Insomma, questo bimbino
della medesima età mia aveva sempre un sacco di giocattoli nuovi,
prevalentemente a tema aerospaziale, che quelli erano gli anni della
corsa alla conquista dello spazio ma anche del telefilm UFO con gli
intercettori e il comandante Streicker che vigliacco se so come si
scrive. C’erano tutte queste marche di modellini “in metallo
pressofuso” recitava la pubblicità su Topolino, e si chiamavano
Dinky Toys, Mebe Toys, Corgy Toys. Io avevo i soldatini Baravelli con
certi difetti di fusione che il fucile sembrava la pala per fare le
pizze. Quello lì, quel bambino lì, aveva invece tutti gli aerei e
le navicelle e le macchinine e anche un casco da astronauta che se lo
infilava e si accendevano le luci con l’intermittenza. A me era
dato sapere di questi suoi averi perché passava il tempo a gridare
“ammaraggio”, “decollo”, “aziona i flap”, nella foga di
far vivere ai suoi giochi avventure mozzafiato. Passavo la giornata
incollato al vetro della mia finestra, con le ginocchia piantate sul
baule che avevo posizionato strategicamente. Così almeno serviva a
qualcosa. Sorridevo quando abbatteva nemici, andavo in ansia quando
annunciava un’avaria, non sapevo cosa cazzo fossero i flap. Lui,
dal canto suo, se n’era accorto e tutto quel circo lo faceva solo
nella porzione di terrazza che stava di fronte a casa mia. Quando mia
madre mi chiedeva notizie di me, nemmeno vivessimo nella reggia di
Caserta, rispondevo “sto guardando Missile”. Avevo iniziato a
chiamarlo così per gioco, quasi una piccola vendetta da pitocco che
irride il re, ma alla fine Missile era diventato il suo nome
naturale, privo di qualsiasi sfumatura. Un giorno, mentre camminavamo
bordo strada con mio padre che poco sapeva di me, passò una macchina
veloce e ci lavò alzando un’onda anomala da una pozzanghera
enorme. Gridai d’istinto “ammaraggio” e mio padre mi guardò
sbigottito mentre i nostri vestiti Postalmarket piangevano lagrime
d’oltraggio. Pensa tu se avessi gridato “aziona i flap”.
A questo punto vale la pena spendere
due parole sui miei genitori. Mia madre arriva da una famiglia di
imprenditori, proprietari di fabbriche, aziende agricole e lusso
ardito. Al contrario mio padre cresce in una famiglia di pescatori e
marinai, mille figli e pochissimi soldi. Insomma una vera storia
d’amore di quegli anni lì. Pino, mio padre, era bravissimo a
scuola ma essendo povero, aveva due possibilità rapide per
continuare a studiare: o diventava prete o entrava nell’esercito.
Visto e considerato che la predisposizione di mio padre, che è poi
cosa genetica che mi ritrovo, mal si accorda coi doveri dell’abito
talare, una volta si beccò pure un Auricchio nella nuca scagliato
dal padre pizzicagnolo di una sua fidanzata, scelse l’esercito. Gli
erano rimaste però le stimmate della sua giovinezza di strada e
ancora adesso se vede un albero carico di frutta non può
trattenersi. La mamma invece cercava di salvare la forma in quel suo
cadere a picco dall’agio alla borghesia piccola piccola, arrivando
a comprarmi un cappello da fantino che secondo lei dovevo indossare
nella vita di tutti giorni. Col cappotto rosso da femmina. Conciato
così mio padre la domenica mi portava a rubare la frutta e a pescare
di frodo nelle valli del Natisone. Quando saccheggiavamo i fiori di
zucca indossavo un enorme paio di guanti da elettricista per
proteggermi da quelle spine sottili sottili. Mio padre aspettava a
bordo strada col motore acceso. Solo ora capisco che nessuno ci
avrebbe mai detto niente per quelle mele stroppiate che si potevano
mangiare solo cotte e certe castagne stitiche ma allora la nostra
tabella dietetica dipendeva molto dal bottino del finesettimana e
dalla prontezza di riflessi di mio padre quando una bestia
commestibile attraversava la strada. A volte ce ne andavamo sul greto
del Torre e recuperavamo cose inutili, tipo un cavo telefonico lungo
qualche centinaio di metri che rimase in cantina per anni. Noi il
telefono l’abbiamo messo nell’ottantasette. Quando sono venuti a
istallarlo il cavo mia madre lo aveva già buttato via e non abbiamo
potuto vantarci.
Una sera mio padre mi svegliò per
mostrarmi il regalo che mi aveva portato. Di solito erano scatole di
Settesere Perugina che erano degli assortimenti di cioccolatini che
vinceva al biliardo del circolo ufficiali. Di solito quando tornava
la sera coi cioccolatini poi i miei litigavano. Un giorno mio padre
ha vinto la medaglia d’oro a boccette e allora le acque si sono
calmate che s’è capito che era uno sportivo vero e non un
tiratardi. Vedi alle volte a trarre subito le conclusioni. Quella
sera però il regalo era davvero merce preziosa: un pallone da
calcio. La marca non me la ricordo ma era tipo i Supertele che sono
quei palloni leggerissimi che costano niente ma in genere si bucano
se li guardi troppo intensamente o se uno fa un rumore improvviso.
Quando si giocava con quei palloni lì, dopo il goal nessuno esultava
per non compromettere l’unità molecolare del Supertele. Insomma mi
ritrovo questo pallone bianco a scacchi neri al centro della mia
stanza, ovvero tra il letto di ferro e il baule di legno, che vivevo
come Ismaele a bordo del Pequod. Non mi ricordo la reazione, so per
certo che non litigai con mio fratello per il possesso dell’ambito
oggetto perché ero ancora figlio unico. Voglio immaginare che
stropicciai gli occhi, percorso da fremiti come i bimbi della
pubblicità del materasso che cantavano bidibodibù e erano tutti
boccoluti. Purtroppo io già da piccolo ero brutto e facevo piuttosto
l’effetto di un randagio che viene svegliato con un secchio d’acqua
ma in ogni caso penso che aprii gli occhi e vidi la mia vita di bimbo
occupata dalla presenza di un pallone da calcio. Da non crederci. Da
non credere soprattutto che mio padre l’avesse comprato alle dieci
di sera. Chissà dove l’aveva recuperato. Non feci domande,
ingombrato dall’unico pensiero del pallone.
Rimasi tutta la notte a fissarlo e di
tanto in tanto mi alzavo, lo toccavo, lo annusavo. Il mio pallone. Il
giorno dopo era domenica e a questo punto della narrazione dovrei
dire “lo ricordo come fosse adesso”. Colazione lampo ingollando
il solito panellatte e fuori, che in casa non si gioca a pallone. Il
cortile divideva il mio palazzo da quello di Missile. A dire il vero
come calciatore ero imbarazzante ma mi muovevo gridando frasi
inconsulte come in una indiavolata telecronaca e sparavo sulla parete
del palazzo. Del palazzo di Missile per la santa precisione. E lui si
affacciò dalla terrazza e rimase a fissarmi e io mi indiavolai cento
volte di più. Poi rientrò in casa e i calci miei divennero quasi
annoiati e stavo già pensando di tornare a casa quando lo vidi. Era
lì, davanti a me, alto come me. Avanzava nel cortile. Missile aveva
abbandonato le sue basi spaziali e i suoi misteriosi flap e aveva
deciso di scendere in cortile colmando lo spazio tra la mia finestra
e la sua portaerei terrazza. Quello che però attrasse la mia
attenzione era il pallone. Il suo pallone. Non una cosa qualsiasi ma
il signore di tutte le sfere calciabili. Il pallone di cuoio, il
Santo Graal di tutti gli eserciti dei campetti rinsecchiti di
periferia. Io e quelli come me il pallone di cuoio nel negozio
cercavamo anche di non guardarlo che sembrava brutto. Insieme alla
bici cross con la radio che stavo cercando di vincere col concorso
delle merendine a cui probabilmente devo il degrado attuale del mio
fisico, il pallone di cuoio era in cima a tutti i miei desideri.
Missile lo posò a terra senza guardarmi e cominciò a tirare calci
maledetti a quella meraviglia di pelle bovina. E ogni volta che
colpiva il muro, del mio palazzo ovviamente, quel rumore pieno era il
segno dell’umiliazione feroce. Mi misi a sedere sul cordolo di
cemento col mio sgalfo pallonastro tra i piedi. Sentivo che
nell’intimo della mia stanza gli avrei voluto bene ancora, come
certi cani che li prendi da piccolo e poi crescono e sono orrendi ma
tu, sdraiato sul divano, gli gratti la schiena di puro affetto,
incurante che con l’età hanno pure preso il vizio di scoreggiare.
Però in quel momento battevo in ritirata sconfitto in impari
confronto. Di colpo Missile parve stancarsi del suo tramestio cuoiuto
e si mise a sedere di fronte a me, con la schiena appoggiata al muro,
il suo muro. Sazio di quelle pallonate corpose. Il pallone lo lasciò
lì, in mezzo al cortile. Quasi non gli interessasse più e
intendesse abbandonarlo. Furono minuti pesanti. Sospesi. Poi mi alzai
e mi accostai alla cuoiopalla. Missile mi guardava stupito. “Posso
fare un tiro” dissi, ed erano le prime parole tra noi. Ancora
carico di meraviglia fece un cenno d’assenso con la testa e non
aveva nemmeno finito che avevo già caricato un puntalone cattivo su
quel pallone di vacca sacra. La botta fu tremenda. Lo presi in
faccia, e giuro che non era nelle mie intenzioni, almeno in quelle
manifeste. Il poveretto andò a sbattere forte con la nuca contro il
muro a cui era appoggiato e si accasciò riverso con un rivolo di
sangue che gli usciva dal naso. Sbarrai gli occhi. Presi il mio
pallone e mi diedi alla fuga. Arrivato a casa dovevo averci l’aria
terrorizzata. Mia madre mi chiedeva con insistenza cosa avessi.
“Missile è morto” dissi a un certo punto rompendo il silenzio. E
dire che m’ero giurato di non confessarlo mai. Mia madre s’allarmò
e mi chiese spiegazioni: “Niente, è venuto giù a giocare e a un
certo punto è morto. Da solo” “Ma dov’è adesso” “Giù”.
Corsa per le scale di mia madre con me al seguito. Missile era ancora
lì per terra e piangeva. Segno che non era ancora completamente
morto, pensai io. Questione di minuti. Mia madre lo soccorse. Non
ricordo molto ma a un certo punto arrivò anche la sorella di
Missile, la stessa che anni dopo ascoltavamo di nascosto mentre
chiusa nella sua stanza col fidanzato faceva delle misteriose prove
ginniche e di respirazione. Chiesi scusa, perché la regola della
palla a Missile prevede che il vincitore chieda scusa sotto lo
sguardo minaccioso della madre.
Qualche giorno fa ho portato mio figlio
a vedere il cortile in cui sono cresciuto a Udine,
adesso vivo a Torino ma ho ancora una casa nei boschi friulani dove torno a cercare buona acoglienza all'emozione. Non ho resistito e sono andato a leggere i
campanelli. La famiglia di Missile vive ancora lì. Sul muro, certo
frutto della suggestione, m’è sembrato di ritrovare le tracce di
quel nostro sport. Uno di questi giorni a mio figlio gli spiego cos’è
un flap che non voglio che arrivi impreparato a certe tappe della
vita.
martedì 11 marzo 2014
a Pino, Ro e White
--> A Pino, Ro e White. Se v’è capitato mai di avere per le mani qualche libro mio, ce n’è uno in particolare che inizia proprio così. Anche in casa editrice, all’epoca della pubblicazione, mi chiesero chi erano i personaggi a cui dedicavo le pagine mie. Chi lavora con me ha nozione della moltitudine di incredibili atleti dell’esistenza che mi circondano e a frequentarmi c’è da farsene una ragione per non impazzire ma quella volta, di fronte a quella dedica, anche l’animo del redattore incallito si scosse. E questi adesso chi sono, da che circo sono scappati. Senza sapere che stavo solo citando l’incipit di uno scritto per me fondamentale, pagine a cui devo sicuramente la vita. Ro è una ragazza di buona famiglia che vive una vita di agi e privilegi nell’Italia degli anni Sessanta. Ha la patente e una Fiat 1100, mica la sganghera utilitaria vallettiana che possono permettersi gli italiani mentre scorrono i titoli di coda del miracolo economico. A una festa conosce Pino, uno mica tutto in bolla che fa il militare, il sottotenente per la santa precisione, in una caserma da quelle parti, ci muoviamo in area salernitana. Ro è bella, sembra un’attrice di quei film lì dell’epoca e Pino sembra proprio uscito da una pellicola americana e gira con una Dauphine bianca, continuamente inseguito da padri e fratelli di ragazze della zona e sempre in bilico su quell’istinto cresciuto nella sua infanzia di strada e quei milioni di pagine divorati la notte, nell’angolo della casa troppo stretta per tutti e con un padre che di notte era in mare. Ro vive tra Roma e Salerno, Pino vive allora in una stanzetta di una caserma sperduta di un posto che non sospettava prima. E si incontrano ancora in piazza madonnina a Battipaglia, così la chiamano anche se non si chiama così e la famiglia di Ro non è mica contenta che quei due si frequentino. Lui la porta al mare sulla Dauphine bianca e il mare lui lo conosce e se la gioca tutta. Ma l’ostacolo della famiglia resta, c’è apprensione per quel personaggio di cui non si conosce nulla e di cui niente si riesce a scoprire. E lui lo dichiara che non ha nulla da presentare se non se stesso. Fuori dagli schemi, con in tasca una antologia di poeti beat che ancora conservo e con quell’auto che è anche la sua casa possibile. A un certo punto lo minacciano e gli dicono di sparire. La notte, nella sua stanza, Pino, che ha un vizio maledetto della scrittura, prende carta e penna e mette nero su bianco il suo piano di fuga per farlo avere a Ro. L’ incipit “Pino, Ro e White”. Pino e Ro sono mio padre e mia madre e senza quel foglietto scritto di notte in una camerata di caserma mentre tutti gli altri dormivano vinti dalla fatica e da quell’odore lì che hanno i posti dove s’ammassano corpi sudati e disperati, io non ci sarei adesso. Non ci sarebbe il vizio mio di scrivere e quello di averci una macchina che è anche casa e l’abitudine di non sentirti a casa mai e di riprendere di nuovo il passo e il trucco del mare e i libri e la follia. Ah già, se non l’avete capito White era la vecchia e gloriosa Dauphine, comprata spendendo tutto quello che aveva per correre in un’Italia che si muoveva pressata in anonime scatolette tutte uguali. Noi del tutt’uguale ce ne siamo sempre fottuti. La canzone d'apertura è Borgo antico e la ritroverete nelle pagine di Ragazzi di vita, il libro che m'ha raccontato Pino da ragazzino, che lui in quelle pagine con Rancio Peloso e Primo e il rimorchiatore ci sarebbe potuto entrate tutt'un pezzo. Quella canzone lì la cantavamo in macchina d'estate durante i lunghi viaggi estivi. E la canto ancora e la canta anche mio figlio. E ridiamo.
Oggi, soprattutto oggi la dovevo raccontare questa storia. Oggi ce la dobbiamo ricordare e ci dobbiamo ricordare di Pino, di Ro e di White.
lunedì 3 marzo 2014
Domenica è sempre domenica
Tema: come sono uscito miracolosamente vivo dal mio finesettimana. Svolgimento. il finesettimana arriva alla fine della settimana e già che si chiama fine qualcosa dovrebbe farti presagire che non devi abbassare la guardia nel nome del meritato riposo. il venerdì io lavoro ma già la sera devo scontare il fatto che stiamo bussando alle porte del finesettimana. questa volta Dani era andato nel pomeriggio in garage e aveva tirato giù tutt'intero il motore dal "comandante diavolo" che è, come è noto a questo pubblico attento, il motorino razza ciao che sto allestendo per il viaggio che mi vedrà attraversare la penisola tutta e anche vostra solrella se avanza tempo. Sta di fatto che c'era il pavimento del mio studio, dico così pomposamente ma trattasi di stanza sganghera piena di obsoleto cartaceo fino al soffitto e dischi e giacche e chitarre e stronzate accumulate in una vita vissuta nel culto delle stronzate. una sorta di vittoriale ma se possibile ancora più idiota e in un palazzone a due passi dai cancelli di Mirafiori, la madre di tutte le fabbriche. Stimolati dalla competizione con la catena di montaggio che freme a poche centinaia di metri ci siamo dannati a ricostruire sano sano il motore del ciao e con i pezzi avanzati, lo giuro e seguiranno foto, abbiamo assemblato un secondo motore di riserva che ha una cilindrata esagerata e dai nostri calcoli dovrebbe farci superare agevolmente l'apecar dello spazzino che è un po' la nostra pietra di paragone quando parliamo di velocità. Insomma abbiamo finito a notte fonda e ho capito che la casa era un disastro quando ho visto il cane, quello a macchie bianche, tutto nero come l'altro che è già nero e quindi non puoi valutare l'impatto ambientale di quando ti porti un'officina al quinto piano di un palazzo di periferia.
il sabato siamo andati da Zichella a fare colazione e poi in giro perchè erano già le undici e visto che dani aveva un concerto con l'orchestra alle sette di sera e alle tre aveva le prove Ste ha pensato bene di restare in giro, che a quel punto non aveva senso tornare a casa. Ste è turista estrema e non smette di andare e vedere. Dani in orchestra suona il violoncello, e io che sono uno previdente gli avevo detto di scegliere triangolo come Dino Campana ma lui ha preso dalla mamma e se decide una cosa non lo smuovi. Ci siamo dunque camallata un violoncello per diverse ore nel nome del santo vagare. Una volta portato Dani alle prove abbiamo vagato ancora per librerie e botteghe del centro sotto una maledetta pioggia che pare bagnare solo me visto che Ste cammina con bella disinvoltura mentre io arranco come l'ultima riga di "centomila gavette di ghiaccio". La sera orchestra con repertorio allegrotto e carnascialesco. Quamdo vedo Dani suonare in un orchestra un repertorio classico mi commuovo e penso che nessuno lo sa che male deve fargli alle dita suonare dopo aver smontato un Ciao ma lui pare felice di questa vita che è l'unica che abbiamo. Durante il concerto, che è una cosa seria e lo capisci perchè dani è vestito con la camicia e il pantalone nero e le scarpe nere eleganti che sembra uno che lavora per Tecnocasa, c'è stato anche l'intervento agghiacciante dei piccoli cantori che sono un coro che dice che sono prestigiosi ma a noi forse ci avevano mandato le riserve. L'orchestra invece è stata favolosa e il fatto che ci suona mio figlio non mi impedisce una visione distaccata e razionale. Bravi bravi bravi. La sera pizza coi ciccioli da Pulcinella e ancora ritocchi al Ciao in nottata con verniciatura al buio di pezzi in balcone. Questa cosa della verniciatura non è stata una bella idea perchè la puzza è entrata in casa e si soffocava. Ste ha dato la colpa a me ma a dire il vero anche il cane era in balcone ed è quindi complice.
La domenica dovevamo andare a Nizza ma non sto a spiegarvi cosa e come che poi dite che scrivo lungo ma non ci siamo più andati. Ovviamente colazione da Zichella, quindi siamo andati al carnevale di Ivrea e all'inizio come tutti gli anni abbiamo dichiarato che ci saremmo tenuti fuori dalla mischia ma a breve posterò video (devo decidermi a montarlo un minimo e a ridurlo di peso) in cui si vede che bella famigliola selvaggia siamo e stiamo sotto al carro a tirare arance e a riceverne il giusto. Ringrazio la signorina che si è presa un'arancia in pieno volto facendomi da scudo umano mentre filmavo da vicinissimo, unico a filmare sotto sotto perchè in me alberga lo spirito di Robert Capa e di Pappagone tutt'insieme. La signorina non la conosco ma immagino che anche sua mamma abbia difficolta a riconoscerla ora. Il carnevale di Ivrea è palestra blackbloc formidabile e sarebbero da gemellare con i valsusini che almeno una volta possono sorridere della loro forza disperata. A sera siamo arrivati a casa distrutti ma non ci siamo fatti mancare un piatto di paccheri col raù perchè domenica è sempre domenica.
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