lunedì 3 marzo 2014

Domenica è sempre domenica







Tema: come sono uscito miracolosamente vivo dal mio finesettimana. Svolgimento. il finesettimana arriva alla fine della settimana e già che si chiama fine qualcosa dovrebbe farti presagire che non devi abbassare la guardia nel nome del meritato riposo. il venerdì io lavoro ma già la sera devo scontare il fatto che stiamo bussando alle porte del finesettimana. questa volta Dani era andato nel pomeriggio in garage e aveva tirato giù tutt'intero il motore dal "comandante diavolo" che è, come è noto a questo pubblico attento, il motorino razza ciao che sto allestendo per il viaggio che mi vedrà attraversare la penisola tutta e anche vostra solrella se avanza tempo. Sta di fatto che c'era il pavimento del mio studio, dico così pomposamente ma trattasi di stanza sganghera piena di obsoleto cartaceo fino al soffitto e dischi e giacche e chitarre e stronzate accumulate in una vita vissuta nel culto delle stronzate. una sorta di vittoriale ma se possibile ancora più idiota e in un palazzone a due passi dai cancelli di Mirafiori, la madre di tutte le fabbriche. Stimolati dalla competizione con la catena di montaggio che freme a poche centinaia di metri ci siamo dannati a ricostruire sano sano il motore del ciao e con i pezzi avanzati, lo giuro e seguiranno foto, abbiamo assemblato un secondo motore di riserva che ha una cilindrata esagerata e dai nostri calcoli dovrebbe farci superare agevolmente l'apecar dello spazzino che è un po' la nostra pietra di paragone quando parliamo di velocità. Insomma abbiamo finito a notte fonda e ho capito che la casa era un disastro quando ho visto il cane, quello a macchie bianche, tutto nero come l'altro che è già nero e quindi non puoi valutare l'impatto ambientale di quando ti porti un'officina al quinto piano di un palazzo di periferia.
il sabato siamo andati da Zichella a fare colazione e poi in giro perchè erano già le undici e visto che dani aveva un concerto con l'orchestra alle sette di sera e alle tre aveva le prove Ste ha pensato bene di restare in giro, che a quel punto non aveva senso tornare a casa. Ste è turista estrema e non smette di andare e vedere. Dani in orchestra suona il violoncello, e io che sono uno previdente gli avevo detto di scegliere triangolo come Dino Campana ma lui ha preso dalla mamma e se decide una cosa non lo smuovi. Ci siamo dunque camallata un violoncello per diverse ore nel nome del santo vagare. Una volta portato Dani alle prove abbiamo vagato ancora per librerie e botteghe del centro sotto una maledetta pioggia che pare bagnare solo me visto che Ste cammina con bella disinvoltura mentre io arranco come l'ultima riga di "centomila gavette di ghiaccio". La sera orchestra con repertorio allegrotto e carnascialesco. Quamdo vedo Dani suonare in un orchestra un repertorio classico mi commuovo e penso che nessuno lo sa che male deve fargli alle dita suonare dopo aver smontato un Ciao ma lui pare felice di questa vita che è l'unica che abbiamo. Durante il concerto, che è una cosa seria e lo capisci perchè dani è vestito con la camicia e il pantalone nero e le scarpe nere eleganti che sembra uno che lavora per Tecnocasa, c'è stato anche l'intervento agghiacciante dei piccoli cantori che sono un coro che dice che sono prestigiosi ma a noi forse ci avevano mandato le riserve. L'orchestra invece è stata favolosa e il fatto che ci suona mio figlio non mi impedisce una visione distaccata e razionale. Bravi bravi bravi. La sera pizza coi ciccioli da Pulcinella e ancora ritocchi al Ciao in nottata con verniciatura al buio di pezzi in balcone. Questa cosa della verniciatura non è stata una bella idea perchè la puzza è entrata in casa e si soffocava. Ste ha dato la colpa a me ma a dire il vero anche il cane era in balcone ed è quindi complice.
La domenica dovevamo andare a Nizza ma non sto a spiegarvi cosa e come che poi dite che scrivo lungo ma non ci siamo più andati. Ovviamente colazione da Zichella, quindi siamo andati al carnevale di Ivrea e all'inizio come tutti gli anni abbiamo dichiarato che ci saremmo tenuti fuori dalla mischia ma a breve posterò video (devo decidermi a montarlo un minimo e a ridurlo di peso) in cui si vede che bella famigliola selvaggia siamo e stiamo sotto al carro a tirare arance e a riceverne il giusto. Ringrazio la signorina che si è presa un'arancia in pieno volto facendomi da scudo umano mentre filmavo da vicinissimo, unico a filmare sotto sotto perchè in me alberga lo spirito di Robert Capa e di Pappagone tutt'insieme. La signorina non la conosco ma immagino che anche sua mamma abbia difficolta a riconoscerla ora. Il carnevale di Ivrea è palestra blackbloc formidabile e sarebbero da gemellare con i valsusini che almeno una volta possono sorridere della loro forza disperata. A sera siamo arrivati a casa distrutti ma non ci siamo fatti mancare un piatto di paccheri col raù perchè domenica è sempre domenica.




venerdì 28 febbraio 2014

Di me, del tempo e di Luciano Bianciardi









ho quarantotto anni. ci penso a volte, che fra venti sarò un vecchio e non sarà una nozione meramente morale, un'attitudine al pensiero canuto ma piuttosto la misura fisica dell'impaccio, della fatica d'essere e di camminare, una misura di quel fiato che manca e che serbi con parsimonia al futuro prossimo che a quell'altro di futuro non c'è più da pensare. non sono mica tanti vent'anni e allora chiudo gli occhi e penso cosa ho fatto nei miei primi vent'anni e dopo e ancora e le frazioni e i bisesti da contare col dubbio del baro al tavolo della tua mano di tempo. fra vent'anni sarò un vecchio, un vecchio abbastanza, e mio figlio sarà quasi me adesso e si porterà nel mondo pezzi miei, che siamo da generazioni razza vagante. fra vent'anni farò ancora l'amore ma forse non sarà quella disputa coi sensi che mi fotte tutti i giorni ora e prima, che i segni di quello scorrere impietoso del tempo non si palesano ancora sulle mie voglie e non sono di quelli che vanno tutti i giorni a correre al parco che ho da ballare piuttosto tra le lenzuola. ma chi può sapere tra vent'anni. non è una cosa che mi preoccupa, ci penso con curiosità e quasi con la certezza che altri venti non ho nemmeno da farli tutti interi per quello che mi resta e per quello che ho speso. fra vent'anni certo non sarò diventato più ricco, non son buono d'essere ricco e se lo fossi spenderei fino alla povertà. fra vent'anni guarderò alla mia vita come a una sfacciata fortuna, perchè è così che la guardo ora, vada come vada. fra vent'anni sarò morto o a un passo dal crepare e altri cento ne vorrei di anni, magari solo per poter camminare in confidenza con la risacca e sulla sabbia con accanto chi dico io. poi penso che quando è morto Bianciardi era già stato tutto e niente dentro un corpo solo e aveva la mia età adesso. mi sto regalando l'inutilità di altri vent'anni di questo passo.




lunedì 17 febbraio 2014

Shine on me











disguidi metropolitani. sto camminando verso il parco con il cane. sono completamente svuotato dall'ultima sessione davanti al computer e tra i fogli, per una di quelle cose di mestiere, che cerco di smazzarmi il finesettimana incastrando parole e immagini e pagine e file e chiavette e zippature e te l'ho mandato e non l'ho ricevuto e revisioni e maledizioni e sonno perduto e musica per respirare. Già, il mio mestiere, questo arranco editoriale bianciardiano che mi tiene in vita e mi ucciderà con immutata grazia alla fine. ma ora è notte e mi scrollo i copia e gli incolla dalla punta delle dita e i mela qualcosa, ricordandomi mentre cammino che l'ultima volta che ho mangiato era venerdi a pranzo e ora è sabato ed è notte e nemmeno uno straccio di kebab a portata di passo. respiro però e il cane mi guida come faceva un tempo con le pecore, che tra lui e me c'è comunanza per mestiere di vivere a volte e senza metafora. sono nel controviale che conosco a memoria come conosco a memoria tutte le strade sotto tutte le case che ho riempito in questi anni del niente disordinato che mi camallo da un trasloco all'altro, con la disinvoltura di un assassino seriale di memoria. Non passa nessuno nel viale e ce la camminiamo in punta di notte e il cane, tre passi avanti, ogni tanto si volta a vedere se sono ancora vivo, che le chiavi di casa ce le ho io e non si sa mai. Poi arriva questo con la sua macchina troppo coupè, troppo nuova, troppo giusta, troppo tedesca. Frena davanti al semaforo che è in turno di riposo e respira del sonno che sanno prendersi quegli aggeggi lì quando emettono con regolarità una luce gialla pulsante, che è presa di distanza da ogni responsabilità eventuale, che ti dice fai come cazzo vuoi che è notte ma poi non venirmi a cercare. Questo frena la sua macchina di lusso e scende sul bordo dell'incrocio. Avrà la mia età ma governa uno sproposito di cavalli mentre io ho un cane che potete anche chiamare Libero se volete e ho le dita che ancora grondano resti di parole. Scende e barcolla e è male in arnese e troppi ne vedo di questi che vengono a raccattare un pizzico di bonza dai senegal all'angolo per sentirsi vivi e per giustificare il guizzo della cravatta allentata e della risata e della faccia degna di un quadro di Kokoschka. Quel pittore lì ho sempre pensato che sarebbe stato perfettissimo per illustrare "Il tamburo di latta" fosse stato mai illustrato. come Lada per Sveick, la morte sua. E pure la morte di questo qui che è sceso dalla Porsche, che vigliacco se la propunci con la "e" finale che le spetterebbe. Barcolla e sta male. Arriva davanti all'auto si volta e vomita di getto. Sul cofano. Solo sul cofano. Mi guarda senza vedermi. Il cane s'è fermato e punta come quando c'è un conto in sospeso. L'altro risale in macchina pulendosi le labbra gonfie e bluastre con la manica della giacca. Ha i bottoni dorati. Riparte sgommando. Senza lasciare traccia perchè è così che si muove l'organismo complesso di questa città terminale. Il parco è lì a due passi e noi si riprende a vagare in punta di notte.





mercoledì 12 febbraio 2014

Bau Bau Freak Antoni














io son di quella razza lì che quando gli skiantos iniziavano a cantare già li sapevo e giravano i 45 giri e tutti ciondolavamo la notte ululando alla voglia di quell'età lì che ci piacevano le sbarbine. io son di quella razza che per ogni lampeggio azzurro che sciabolava nei vicoli magari attaccava a correre ma dentro gli partiva il karabigniere blues. io son di quella razza che al liceo saliva in piedi sulla cattedra e recitava i versi dedicati a buba loris e poi m'hanno bocciato. io son di quella razza che siamo rimasti quei ragazzi semplici che eravamo e il successo non ci ha cambiato. io son di quella razza che ci siamo fatti da soli. molti hanno anche salutato educatamente prima di andarsene. io son di quella razza che leggeva frigidaire e dentro le storie di paz c'era quella broda di freak. io son di quella razza che scriveva pure su frigidaire perchè al peggio non c'è mai fine e la razza mia lo sa bene. io son di quella razza che un'estate a sinalunga mentre mi stavano rubando un pezzo di vita che io i lucchetti non li metto mai tanto perdo le chiavi, sono andato al campo sportivo e c'era una festa di paese, di quel paese dove ci vivevo io e c'è nata rosi bindi e ci stanno asserragliati gli eredi ultimi del duce, e c'era un palco della musica da ballo che pompava sulla folla e un altro palco piccolo e sopra si agitava uno coi pantaloni mimentici larghissimi e dietro io l'ho riconosciuto che c'era il bestiale dandy bestia e erano loro al completo e hanno fatto un concerto per sei persone e poi abbiamo bevuto e ci siamo abbracciati per scambiarci il niente e ci siamo rullati di cartoni. io son di quella razza che ha i suoi libri di quello lì conservati dalla prima edizione. io son di quella razza che gli ha voluto bene sul serio. giù il cappello che se n'è andato Freak Antoni. bau bau baby.




domenica 2 febbraio 2014

Moto d'animo



eddai. come le altre volte. fai partire la canzone qui sotto e poi inizia a leggere.






Ho visto cose che voi umani non  riuscireste a immaginare, perché sono il vostro quotidiano, i vostri passi che credete sempre diversi e invece premono, alla stessa ora e con la stessa millimetrica forza, le solite piastrelle e i soliti vialetti e le solite scale. Ho visto cose che farebbero tremare i polsi ai più arditi ma che solo la distrazione cela allo sguardo. Ho visto cose che pochi possono guardare con i miei stessi occhi strabici, che mi consentono d’essere attento a due scene, in due direzioni contemporaneamente. Sempre con grande danno per l’esperienza e per il cervello.

Corso Vittorio al sole, nell’ora di punta dell’uscita dagli uffici e dalla noia. Per correre come furetti furenti verso quell’altra noia catodica e i piatti caldi come questa estate che porta sole e gente ai murazzi la sera. Sono le sei ma siamo nelle giornate più lunghe dell’anno o forse la mia memoria infallibile vacilla e sono solo le quattro ed è maggio o luglio o settembre nero. Arrivo all’incrocio col lembo ultimo del Valentino e poi davanti ho di nuovo il Po a marcia invertita che è più un rito di passaggio che un luogo in questa capitale sabauda cloppetettante sui tacchetti amplificati ad arte. Il Po passa schiumando tra i piloni di cemento, sempre nella direzione opposta alla mia sensazione. Da piccolo passavo i ponti e vedevo la distesa d’acqua, compatta e a specchio, senza indizi che svelassero il senso della corrente. O forse c’erano e non li sapevo decifrare. Adesso attraverso con la moto, attento come posso al traffico che marca a uomo, a cofano, a paraurti. Ho solo un attimo per guardare l’acqua e ogni volta mi meraviglio. Il Po a piazza Vittorio marcia contromano da un pezzo e la gente non se ne accorge. Mille anni prima di ora, non ricordo in quale carne io mi celassi ma c’ero, venivo in riva a quest’acqua che correva come dio consiglia, da piazza Vittorio a corso Vittorio, che allora si chiamavano con altro nome e migliore fantasia.
Ma stavolta è successo qualcosa. Si è sfasciato un tubo, una condotta, un qualcosa che pompa acqua nelle vene della metropoli e lo slargo è riempito da mezzo metro d’acqua furibonda. Un paralitico se ne rimane in mezzo al gorgo con le ruote affondate nel pantano e tutti sono sgomenti e quei vigili, chili di cerebro rubati dal barattolo dell’AB qualcosa, dirottano il traffico in un vialetto del parco che è strada chiusa e non sembra che si siano accorti del tipo che stringe le dita sulle ruote della carrozzella, i denti contro i denti e cerca di scampare al diluvio che tutti ci punisce ma lui lo fotte proprio. Dio è giusto. Giusto un po’. Sono in rara tenuta giacca e cravatta, capita con la cadenza delle eclissi totali o quando cambio lavoro. Per la santa precisione in questi ultii quindici anni m'è capitato questa volta qui e un'altra volta che con il Boia ci siamo ficcati in una storia che va bene da raccontare la sera al bar tra amici ma che rendere pubblica è azzardato. Insomma sospetto che a me la giacca e la cravatta non portino grande fortuna anche se quella volta con il Boia ci hanno cavato fuori dai casini. Ma torniamo alla porzione di città allagata. Me ne rimango seduto sulla mia Guzzi, che in questa sede eviterò di celebrare con enfasi ma che è evidentemente un parto della volontà divina cui l’uomo ha aggiunto la vernice e i filetti dorati tirati a mano. Il bicilindrico, badate bene che mi sono risparmiato di dire il mitico che di questa parola c’è manifesto e prolungato abuso, borbotta e tossicchia davanti a quell’acqua che sembra un modellino in scala delle tragedie di Po, delle acque invasate che invadono. Qui poi c’è pure puzza di merda. Mi affianca uno con un’Honda customizzata che mi guarda. Soprattutto la cravatta guarda questo qui e piega di rinforzo la faccia a ghigno. Ha un casco plasticoso e mimetico. Un pupazzo come ne girano tanti nel percorso garage bar. Quando viaggi per il mondo questi non li incontri mai. Memore dei guadi con Jeio, roba da dogma assoluto e fede incrollabile nella tecnica meccanica mandelliana, non degno di sguardo e dico vado. La prima strappa, anzi è la frizione che strappa mentre la prima entra con quel vezzo di certe volte di farsi sentire da tutto l’isolato. E muovo tutto quel peso tronfio, quell’eccesso di trippa ferrosa e affondo con le ruote e non mollo il gas per non succhiare acqua con gli scarichi e sfioro il paralitico che mi guarda speranzoso e lo supero che ho la moto mica il pattìno del bagnino e raggiungo l’asciutto e vado oltre. Nello specchietto, per tutto il tempo, mi è rimasto quello con l’Honda, a seguirmi fiducioso. Poi scivola e cade e è solo un'assenza nello specchietto per quello che mi riguarda. La città, questa città, è una giungla e ci sono pure le sabbie mobili.

mercoledì 22 gennaio 2014

Di carne e d'acciaio

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 insomma, dovresti aver capito come funziona ma magari te lo spiego di nuovo che se sei qui a leggere mica sarai tutto in bolla di tuo. fai andare la canzone qui sotto e poi leggi. La cosa migliore resta ascoltare la canzone e lasciar perdere il testo. Poi non dire che non ti avevo avvertito.


 


Dal mondo son tornato sempre vivo, lo posso ben dire. Che sono tornato tutto intero però direi che è già una bella affermazione azzardata. Avrò avuto circa sette o otto anni. In quell’inverno la crisi petrolifera aveva picchiato giù duro sull’Italia ancora coperta dalla polvere gloriosa dei fasti del Miracolo economico ma quando sono nato io, giuraci, non era più aria di miracoli per nessuno. Resta il fatto che s’era inaugurata per gli italiani l’Austerity e la domenica c’era il fermo totale delle macchine e si poteva sfrecciare per i viali della città in assoluta libertà. La bicicletta non l’avevo ma spesso mio padre lavorava la domenica e a quel punto fu d’obbligo comprarne una. Andammo tutti insieme in un garage di via Caccia dove c’era un vecchio che accroccava alla meglio vecchie bici e le rivendeva. Una cosa un po’ losca ma costavano un bianco e un nero. Mio padre tornò a casa con una pesantissima bici bianca e azzurra da donna, col portapacchi che scattava come una trappola per topi e il campanello e il fanale con la dinamo funzionante. Marca Dei. La guardavo e mi sembrava sul serio un pezzo di pregio, la più bella di tutte le bici. Quando la domenica mio padre partiva per andare a lavoro in bici ci affacciavamo tutti dalla cucina e lo salutavamo felici. Lui un po’ meno. Poi ‘sta storia dell’austerity venne meno e la bici, che sospetto mio padre odiasse, restò nel garage. Non che fossimo usciti dalla crisi, che se escludi gli anni Ottanta in cui pensammo che la nostra economia fosse un fulmine di guerra, scambiando una bambola gonfiabile per una femmina vera, dentro la crisi ci sono cresciuto e m’avvio a farmi vecchio. Però a quel tempo di nascosto andavo in garage e la provavo la benedetta ossessione a due ruote e riuscivo a pedalare perché era da donna e non aveva il cambrone e quindi restavo in piedi sui pedali e a vederla da lontano poteva sembrare la bici del demonio che pedalava da sola perché io ero uno gnappetto di venti chili. Un giorno d’estate scendo in cortile e gli altri si stanno attrezzando per andare alle collinette con le bici. Mi scoppia il cuore che se c’è una cosa che voglio fare quel giorno è andare con gli altri alle collinette con la bici e quel posto lì non è nemmeno così vicino e quella che si prepara è un’avventura degna di quelle esplorazioni alla fabbrica dei fiammiferi che facevamo certe sere estive. Le collinette, il santo Graal di tutti i biciclanti bambini dell’epoca e del quartiere. Sono salito a casa con una scusa, ho preso le chiavi del garage e già ve lo immaginate che l’ho fatto. Addosso avevo quell’adrenalina maledetta di quando fai una cosa che non dovresti ma che hai una fottuta voglia di fare. Una maledizione che non mi ha più abbandonato. La salita del garage con quel ferro pesantissimo era un’impresa degna di certe tappe alpine del giro d’Italia e ho stretto i denti e ho pedalato alla maledetta che quegli altri erano in cima e mai sarei arrivato spingendola a mano. Una volta in strada mi sono fatto fottere dall’aria in faccia. Quando provi per la prima volta l’aria in faccia mentre corri su qualcosa a due ruote quell’ebbrezza lì ti possiede e ti fotte per tutta la vita. Una trappola che ti porti addosso per sempre come una maledizione e che vuoi riprovare ancora, roba che m’è capitata solo con l’aria in faccia e la topa. Eravamo un branco e mezzo e stavamo ancora aspettando gli altri e io non riuscivo a stare fermo e continuavo a andare su e giù per la strada e gli altri mi urlavano cose e ridevano e ridevamo tutti. Non l’ho sentita arrivare ma in quel momento ero fermo a bordo strada, parlavo con Valentino, il fratello scemo di un mio amico, uno grande più di noi, parecchio più grande, che se la girava con noi per sentirsi quello che comandava ma non ce lo filavamo di pezza. Comunque ero sul bordo della strada, dopo la curva, fermo con il piede sul marciapiede per giocarmi un vantaggio vitale di qualche centimetro in più utile per reggere il ferro di mio padre. E non l’ho sentita arrivare. Dice che ha frenato, dice che ha sbandato, dice che correva come nei film degli inseguimenti. Mi ricordo il sapore in bocca e la ruota che mi mangiava la gamba e mi trascinava nell’asfalto e continuava a portarmi via e io ero ingombrato da quell’unica angoscia della bici clandestina che forse me l’avevano distrutta e volevo alzarmi e andare a vedere e chi lo sente mio padre ma questa cazzo di macchina non si ferma e io sto sotto e mi trascina. S’è fermata alla fine e quella troia è scesa dalla 500 rossa e ha gridato qualcosa vedendomi sotto la cazzo di fottuta macchina sua e poi, non crederci se vuoi ma è andata così, è risalita in macchina ha fatto retromarcia sempre ripassandomi sulla gamba che era rimasta sotto la ruota, ed è scappata. Gli altri stavano zitti e vigliacco se volevo piangere ma mi sono morso il labbro e ancora era la bici che m’occupava i pensieri e mi sono alzato e me l’hanno portata e aveva solo il carter storto e mi guardavano e nessuno parlava. L’ho presa dalle mani di qualcuno e stavolta andare a piedi non era disonorevole e quelli continuavano a guardarmi e non dicevano nulla. Da piccolo io la sera e la notte, che già allora dormivo poche ore a notte, leggevo tantissimo e in quei giorni ero alle prese con le prime pagine de “il giro del mondo in ottanta giorni”. Camminavo e continuavo a ripetermi che un gentleman come Phileas Fogg non perde mai la calma. E certo non sente nemmeno il dolore e soprattutto non deve guardare e io infatti la gamba non la guardavo e meno male che altrimenti l’avrei capito perché quegli altri, nel nome dei calzoni corti che tutti portavamo, erano rimasti azzittiti dall’orrore. Camminavo verso il garage e la traccia di sangue c’è rimasta per parecchio su quella discesa. Ho aperto il garage e ho rimesso a posto il carter e tremavo e se dico che a piegarmi non mi faceva male sono un bugiardo. Mi fottevo dal dolore ma non dovevo guardare. Poi sono andato verso il palazzo e in ascensore le gocce di sangue che cadevano a terra erano a quel punto una certezza. A quel punto il vero problema era che non dovevo dirlo a casa. Così ho detto che ero caduto dal muro per andare a prendere le albicocche e mia madre m’ha lasciato nella mia stanza con la gamba squarciata alla maledetta ma io m’ero infilato dentro le coperte e non si capiva bene quanto ero di concia. La sera è arrivato mio padre e forse mia madre non era convinta e gli ha detto di darmi un’ occhiata. M’hanno caricato sulla macchina e m’hanno portato al primo posto sanitario disponibile secondo la nozione topografica balenga di mio padre, che era l’ospedale militare di via Pracchiuso, forse perché a sua volta quando da ragazzino si era aperto in due tuffandosi dagli scogli a Anzio lo avevano curato i militari americani. Sta di fatto che un cazzo di infermiere scazzato mi guarda e dice “ tocca disinfettare” e apre una bottiglia di tintura di jodio e me la versa sana sulla gamba dilaniata e sul braccio. Credo di aver fatto un salto carpiato dal dolore e credo di essermi spento per qualche secondo. Ma non parlai. Se mi conosci lo sai che è dura farmi dire quello che non voglio dire ed è perché mi sono allenato da piccolo. Poi le madri degli amici coglioni se la cantarono nei giorni successivi e a casa mi fecero un culo a capanna perché gli avevo fatto fare la figura dei cretini col quartiere che quelli erano gli anni che quando ti facevi male tornavi a casa e prendevi il resto, proprio così si diceva. Per almeno sei estati la mia gamba non ha voluto saperne di abbronzarsi e m’era rimasta un’isola di pelle bianca che col tempo è smorta e ora è una traccia quasi invisibile ma io a volte mentre me ne sto sdraiato al sole mi guardo la vecchia pelle mia e la intravedo e sorrido che non era nemmeno la prima volta che morivo e ho cominciato appena nato a far prove di quella forza lì per dirgli alla morte che sono un osso duro.




mercoledì 18 dicembre 2013

Racconti di natale




Ricapitoliamo. Mentre leggi fai andare la canzone qui sotto.







Ogni giorno dove pranzo arrivava uno tarchiato che suonava la fisarmonica per strada. Sorrideva sempre. A volte gli offrivano un panino, a volte un bicchiere di vino che scalda. Lui sorrideva sempre. Un giorno Pasquale gli ha chiesto di venire al mio tavolo a suonarmi qualcosa. Ha accennato un Besame mucho senza convinzione. Ho offerto il pranzo. E sorrideva. Se ne stava nel tavolino vicino al frigo delle birre e anche vicino al motorino razza Ciao di Pasquale che è il titolare e nel suo locale ci tiene il motorino e poi dice che la gente si sceglie e non è un caso se vengo a mangiare qui da quindici anni. Quello della fisarmonica aveva raccolto a fatica venti euro, come li scasserei di schiaffi quelli che ti dicono “lo vedi quello in mezzo alla strada, è miliardario ma suona in giro”, e voleva mandarli a casa per natale. Al posto dove spediscono i soldi per il mondo gliene hanno chiesti cinque di commissione. Lui ne aveva promessi venti a casa. Allora ha deciso che doveva raggiungere la cifra di venticinque e s’è messo d’impegno. Suonava per le strade e la notte dormiva in una fabbrica abbandonata. Alla fine c’è arrivato a venticinque e quella stessa notte gli hanno sfondato la cassa toracica a calci e gli hanno rubato tutto. Non la troverete questa storia nelle statistiche. Nessuno denuncia nessuno qui. Trattenendo il fiato, che a respirare con le costole che ti inchiodano il passo c’è da farci attenzione, quello lì è partito per chissà dove. La mattina, scassato di botte, è passato per un saluto e un caffè e ha lasciato la fisarmonica in ricordo a Pasquale. Un cenno con la mano e ha sorriso e la bocca spaccata s’è aperta per una buona ragione. Ognuno ha le sue di buone ragioni. Nessuno di noi ha mai saputo come si chiamasse. Buon natale.



Ieri sera passavo per via Roma. Sotto quei portici abbaglianti e abbaianti alla crisi c’era uno che se ne stava accoccolato tra le coperte con un cane, un vecchio molossoide ansante, appallato di fianco. Un ragazzo con la bici, uno di questi ferri che si usano ora parecchio estetici e senza freni e che non mi sono molto simpatici, sfreccia sul marciapiede, che questi qui si fanno un punto d’onore di sfrecciare sempre, arriva all’altezza del tizio e frena di contropedale intraversando il ferro sul marmo  dei portici per bene. Sorride e dalla tasca tira fuori due tavolette di cioccolato. Le passa al tipo nell’angolo. L’altro le prende e nemmeno sorride. Torno due passi indietro e lascio i tre euro che mi galleggiano in tasca. Tutto quello che ho. Mi sono ricordato che i cani non mangiano cioccolata. Poi giro l’angolo e cerco il buio. Il freddo mi fa sempre venire voglia di pisciare. Buon natale.



Il natale del 1976 era il natale da terremotati. Mica solo per me e la mia famiglia, il sismo era stato il bel protagonista di quella stagione e s’era ficcato di prepotenza nelle vite di tutti  quelli che stavano in Friuli. Nelle vite e nelle morti a ben ricordare. Facciamo il natale tutti insieme, con quell’euforia che ti prende quando sei vivo e hai visto il tuo vicino morto per terra e pensi che avresti potuto esserci tu tra i calcinacci e il selciato. Tra la gente a messa, i miei in chiesa non ci andavano mai ma quella roba lì di essere scampati val bene una messa, c’è questa bambina, figlia di amici, che mi piace da morire. Mi fotto di timidezza oltre ogni ragione plausibile e poi sospetto di essere tutto quello che nessuno desidererà mai con i miei vestiti recuperati ai parenti e il mio raffreddore perenne e regali che non posso sognare. Hanno fatto le tavolate sotto un capannone e ci sono la cioccolata calda e il panettone. I miei mi siedono di fronte alla bimba bionda e io mi paralizzo. Mi giro di schiena. Mio padre prova a torcermi, a voltarmi, a convincermi con quei bei ragionamenti  che ti suonano in testa con la forza di una mano aperta e indisposta. Niente. Già allora ero piuttosto coriaceo. Passerò tutta la serata di spalle al mondo, che il mio mondo voleva stare tutto nel sorriso di quella bambina. Ma questa è una storia di natale e ci voglio aggiungere il lieto fine. Un giorno di primavera lei è arrivata al parco e mi ha visto accoccolato in un angolo che trafficavo. Si è avvicinata incuriosita e ho potuto, sempre senza dirle una parola, condividere il privilegio di stare con quei cuccioli nati in una crepa grossa del muro e che la madre nascondeva al mondo ma non a me. Stavo giocando in casa e ho alla fine vinto quei sorrisi e quelle parole. A modo mio però. Buon natale.



Mia nonna faceva gli struffoli a natale. Una macchina scenica che ingombrava la casa di odori e fiamme e fumo e meraviglia. Ne faceva montagne. Con mio fratello passavamo i pomeriggi a fingere di studiare e a mangiare gli struffoli. Li rubavamo alle porzioni che erano destinate in dono a altri. I nostri erano un tesoro da guardare a vista. Tutto quello che avevamo da guardare a vista. Buon natale.



Quando Dani aveva quattro o cinque anni siamo andati a fare il natale dai nonni a Perugia, che i miei vivono lì da un pezzo ma è un pezzo che non mi riguarda direttamente perchè quando sono andati a vivere in Umbria nell' ottantasette io stavo già per conto mio. A casa dei nonni si mangia oltre ogni misura plausibile e durante le feste di più. All'epoca mio padre aveva deciso di vestirsi da babbo natale per il nipotino. La corporatura lo rendeva decisamente credibile. La notte del ventiquattro andiamo nell'uliveto davanti a casa e facciamo correre i cani. A un tratto sul balcone vediamo questo omone vestito di rosso che ci saluta. Con mio fratello ci eravamo accordati e avevamo fatto lasciare al bambino un budino per babbo natale. Mio padre odia il budino. Dani continuava a dire "nonno, speriamo che babbo natale mangia tutto il budino" e lui ci guardava con odio vero. Appena Dani vede il signor babbo natale in atto di penetrare con effrazione all'interno delle nostre mura domestiche, si lancia verso casa. Gridando. A quel punto partiamo tutti, persone e cani. Gridando. Abbiamo detto a Dani che se riusciamo a catturare babbo natale lo scassiamo di botte e gli rubiamo tutti i regali. Fa parte dei criteri educativi che ho selezionato nel tempo. Spalanchiamo la porta e mio padre natale che sta ancora piazzando i regali sotto l'albero, si alza e cerca di scappare verso il balcone ma cade e urla "vaffanculo". Dani si blocca e sbarra gli occhi. "Ha la stessa voce del nonno e dice le stesse cose". Tutti ridono e mio padre sfugge miracolosamente alla cattura. Ritorna zoppicando e ci guarda con l'aria di volerci far arrestare per oltraggio alla tradizione. Di colpo Dani smette di scartare il regalo e guarda il nonno "Il budino, avrà mangiato il budino babbo natale" "andiamo a vedere" dice il nonno. Vanno in balcone e il piattino è vuoto. Dani è felicissimo. La mattina i cani si sono accaniti, è la natura loro, sul budino spiaccicato sul selciato. Proprio sotto il balcone. Buon natale.