giovedì 4 aprile 2013

Un PEZ alla volta




Non sono sicuro che le caramelle PEZ siano nell'immaginario condiviso degli italiani. Per certo sono uno dei cardini della memoria dei bambini friulani nati negli anni Sessanta, che andavano con la famiglia a comprare la carne e a fare il pieno di benzina in Yugoslavia, Yugo e basta si diceva noi, che all'epoca era tutto uno stato governato col ringhio di Tito. Insomma arrivavi a Caporetto, Kobarid dicono dall'altra parte, e mentre tuo padre faceva la fila per la benzina e tua madre comprava il girello dal macellaio, tu andavi al supermercato e compravi le gelatine all'arancia e al limone fatte a forma di agrume e cariche di zucchero, confezionate in scatole senza scritte e imballate alla brutta, che erano una cosa buonissima e davvero d'oltrecortina. Quelle gelatine lì non le ho più trovate e non penso che le abbiano tolte dagli scaffali perchè poco consone con le normative visto che ancora ieri nelle vetrine dei supermercati sloveni c'era il Rosso Antico, che da noi è fuori legge da qualche decina di anni e se l'hanno messo al bando qui doveva essere davvero micidiale, considerato che a Seveso fino all'ultimo ci siamo raccontati che c'era una bell'aria frizzantina. Comunque da piccoli ce la giravamo per i supermercati della Yugo a un respiro dal confine e non c'era tutta 'sta scelta, anzi. C'era un Vov con le scritte in cirillico, magari non era nemmeno Vov, e non chiedetemi perchè ma, se stavamo buoni la sera, a me e mio fratello ce ne davano un bicchierino. Poi dice che in Friuli c'è la piaga dell'alcolismo. Altro non c'era sugli scaffali. Biscotti al cocco, budini alla fragola, vigliacco se li trovavi in Italia a quel gusto lì e poi si andava alla cassa stringendo nelle mani piccole un pugno di dinari. Già, era lì alla cassa che restavi paralizzato davanti all'espositore delle PEZ. Si trattava di aggeggi di plastica parecchio simili, uguali direi anche per concezione tecnologica, al caricatore di una pistola. In cima avevano la testa di un personaggio, e si spaziava dalla banda di Topolino e Paperino per giungere a Hanna e Barbera, passando da buffi spaziali e streghe e mostri. Tu spingevi all'indietro la testa, come a sgozzare il personaggio, e si apriva il caricatore e ci infilavi, proprio come faresti con una Beretta o una Browning, delle caramelle proiettile che si impilavano una sull'altra premendo su un aggeggio a molla. Davvero educativo come gesto, da lì a fare una strage a scuola c'era solo la distanza incolmabile dettata dal costo alto delle pistole vere, ma tu potevi ben dire, dopo aver caricato cinque o sei PEZ, di essere pronto a prendere la strada del bosco e a darti alla clandestina lotta. Del resto quelli erano gli anni della guerra fredda e quel confine lì era pesantissimo da questo punto di vista e l'aria di tensione internazionale riverberava nei nostri giochi ambientati nello spazio e sulla luna, cresciuti nella suggestione di quella gara a chi aveva il missile più lungo, che vedeva confrontarsi i due blocchi. Ma la malaeducazione che scaturiva dall'utilizzo delle PEZ non si limitava alla dimestichezza che acquisivi nell'eventuale uso di armi da fuoco. Ogni volta che ne prendevi una o la offrivi, era figo offrirle generando stupore anche se ce le avevano tutti e a stupirsi non c'era nessuno, il gesto era quello dell'accendino. Enfatizzavi il gesto degli adulti, che all'epoca fumavano anche quelli nel polmone d'acciaio e per anni ho creduto che certi film fossero stati girati nella nebbia perchè al cinema si generava una cortina spessa che rendeva oniriche le storie magre proposte sullo schermo dei cinema di terza visione. Ma torniamo alle PEZ. Tiravi indietro la testa del personaggio e lui, a spalancagola, offriva la caramella proiettile, che si generava direttamente dalle sue viscere. Bellissimo. Poi potevi comprarti le ricariche ma il gusto vero era conquistare il personaggio nuovo. In auto ho sempre con me un caricatore di PEZ pronto all'emergenza. Sempre carico. Gusto fragola.
Venerdì stavo andando in Francia da strade secondarie. Sul passo del San Bernardino, tra Piemonte e Liguria, proprio in cima, con le pale eoliche che risvegliano il Quixote che è in me, c'è un albergo abbandonato. La suggestione filmica e l'idiozia militante che mi caratterizzano m'hanno spinto a curiosare dentro quelle stanze. C'era una soglia di marmo coperta di ghiaccio e ho fatto un volo da bell'arte circense. Cadendo la mano se ficcata in un tronco marcio e mi sono ritrovato con il dito medio della sinistra totalmente disarticolato e deciso a rimanere in una posizione davvero buffa e fuori dall'ordinario. Il resto della tribù rideva a tenersi la pancia e mi sono steccato con un ramo, come una giovane marmotta terminale. Ridevo anche io, fino alle lacrime. La sera ci siamo fermati a dormire in Liguria a Cisano dove mi sento di segnalarvi il Bar sport che non è un bar ma una clamorosa trattoria dove vado a mangiare spesso. La mattina, mentre mi rifacevo la stecca al dito medio, che persisteva nella sua posizione contro ogni logica anatomica, m'è venuta l'illuminazione e al posto dell'ennesimo ramo ho usato il caricatore delle PEZ. Me ne sono andato in giro per la Costa Azzurra con una sorta di braccio bionico che dal dito medio, sovrastato dalla testa di Pippo, mio personaggio totemico, distribuiva caramelle. Sono belle soddisfazioni. Poi dopo cinque giorni sono andato all'ospedale a Torino e ora ne ho per una cinquantina di giorni e pregare che vada bene e mi sono fatto pure coprire di insulti da medici e paramedici. Però è noto che io tengo più al mio pubblico che alle mie dita. Per male che vada mi toglieranno un PEZ.   







giovedì 14 marzo 2013

bastava dirti solo Ciao

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E la distanza generazionale. Capita spesso che ci si scontri tra padre e figlio e le incomprensioni crescono e fanno muro e la notte ritorni da quella vita fuori che ti stai strappando a morsi e magari hai un dolore che ti manda in risonanza la pelle o un’emozione che vorresti gridare e non hai voglia di fare i conti con le maledizioni che arrivano da quella stanza da letto al buio. Poi a tavola, quando ancora ci si incrocia, volano parole grosse e ti sta stretta questa gerarchia del branco e cominci a girare al largo e le tue passioni non pulsano più sull’accordo di un sorriso d’approvazione ma piuttosto trovano altra identità tra quelli come te, stesso odore e stesso guizzo. Capita anche spesso che il tempo restituisca vecchie pellicole della memoria, la mia è prevalentemente in bianco e nero, è una scelta che ho fatto andando su “impostazioni del cervello” e cliccando “scala di grigi” per cui c’è consapevolezza. E allora cambi l’angolo visuale, e allora sei in altri panni e non giustifichi tutto, almeno per la certezza che nessuno sarà mai disposto a giustificare tutto di te, ma riguadagni alla tenerezza gesti e sguardi e parole. Scopri che hai una casa, l’unica che ti sei permesso, perduta nel bosco, che è stata l’arena delle nostre condivisioni, perduti dietro i funghi e spiando gli animali e pescando di frodo. Scopri ancora che se ti guardi nelle foto lo ritrovi. Scopri che sei padre a tua volta.
In età adolescenziale mio padre lo vedevo poco, come prima del resto. Era stato un riferimento mica da ridere. Ancora me lo ricordo il giorno che lo raggiungemmo ad Asiago e lui arrivò nella locanda dove ci eravamo sistemati con mamma guidando una rumorosissima Guzzi Superalce. Ero timido, una timidezza che mi fotteva. Con lui non avevo grossa confidenza. Arriva con il giaccone di pelle nera e la Guzzi. Se lo sai che rumore fa quel monocilindrico cinquecento sai anche che quando è acceso vibrano tutti i muri intorno. Mi guarda, e io tutto il viaggio con i trenini locali m’ero dato ansia per questo incontro in cui volevo fare bella figura e m’ero portato un cinturone con la pistola da cowboy, come Zagor ma ancora non lo sapevo, e lui si presenta con quella Guzzi e azzera tutta la mia macchina scenica. Che cazzo me ne facevo ora di un cinturone di cartone pressato e una pistola finta a confronto con quella potenza futurista di motore e olio e biella e muscoli grinta officina sole come canta il bolognese di Pavana che scelsi proprio in adolescenza come riferimento paterno e allora, direte, te le vai a cercare. Lui mi sorrise e mi disse “sali che facciamo un giro”.Il mio rifiuto fu categorico. Per nulla al mondo. Alla fine se ne andò, ingoiato dal sentiero di ghiaia bianca e quel battito del motore. Dai diciotto anni a ora ho avuto una decina di Guzzi. Per dire.
Avevo la mia passione per la musica, una cosa ossessiva con pochi mezzi messi in campo. Un giradischi mono a cui avevo collegato le casse di un’autoradio procurate chissà come in quel quartiere di frontiera. Avevo un registratorino per le cassette che mio padre aveva comprato nel nome della santa tredicesima. Collegato con dei fili torti alle stesse casse. Registravo le canzoni dalla radiolina della cucina, con tutti i rumori di sottofondo. Mia madre che friggeva, mio fratello che giocava a pallone in corridoio, mia madre che si incazzava, mio fratello che smetteva per un po’ di giocare a pallone in corridoio. Facevo partire la registrazione e appena lo speaker riprendeva a parlare fermavo. Per aver la suggestione di un disco. Di vinili ne avevo tre o quattro, comprati usati dalla collezione del fratello di Gnagno, che viveva a Bologna e quindi noi si approfittava. Il fratello di Gnagno faceva il Dams e arrivava con certi vestiti fighissimi e la moto e il maggiolone e sempre un giro di figa mica da ridere per cui averci un suo disco era vivere un po’ come lui. Ora se legge ne approfitto per dirglielo. Insomma la mia stanza era una canzone continua, sempre con l’impaccio delle tecnologie sghembe. Mi ero registrato “Radici” di Guccini su una cassetta strausata e a un certo punto de “la locomotiva” il nastro impazziva per qualche secondo, all’altezza di “sembrava dire ai contadini curvi” e accelerava e per anni suonandola quella canzone arrivato a quel punto mi scappava una voce alla Paperino e acceleravo. Mio padre di musica si interessava poco. Cantava canzoni in auto in un linguaggio inventato  e culminava con “borgo antico” che sapevamo tutti a memoria e quando leggendo “ragazzi di vita” ho scoperto che c’era un ragazzino che tutti chiamavano “Borgoantico” e che cantava rivolto al Tevere mi sono sentito che Pasolini ci aveva rubato una cosa nostra. Insomma casa mia, grazie a me medesimo, era una continua proposta sonora e solo ora che faccio i viaggi in macchina e mio figlio attacca l’ipod, e bada che io e mio figlio condividiamo un sacco di musica e passione, e ci fa da dj piazzando le sue scelte a volte mi prende un senso vago di vertigine e guardo il mio di ipod che resta zitto nel cassettino con maledetta nostalgia. La tecnologia viaggia veloce ma la vita ha sempre gli stessi tempi. Una sera mio padre è arrivato a casa e ha varcato la soglia della mia stanza, una branda, un tavolo e i dischi e i libri sparsi come in una cella da ergastolano. Non mi ha detto niente ma gli si leggeva in faccia che sapeva di giocarsi le carte migliori. Era stato a cena per lavoro da qualche parte e al ristorante aveva incontrato un cantante famoso che gli aveva regalato un suo disco con la dedica. Cito testuale “A Giorgio e Andrea con simpatia… Pupo”. Mio padre mi porge il disco come una reliquia convinto di aver avuto accesso a quel cuore nuovo incontrollabile che mi stava crescendo in petto. Lo guardo come il peggiore dei mentecatti, come l’archetipo di tutti gli idioti proposti pure in larga misura nel catalogo dell’umanità ma in lui distillato sapientemente. Pupo? Ma che cazzo me ne faccio. Nell’altra mano ha due fasce di spugna da mettere sulla fronte, siamo alla fine dei Settanta e usava, con scritto “Pupo fans”. Poi il disco alla fine lo mettevo lo stesso, il pomeriggio da solo, e ho imparato la canzone e certe sere la cantavo con gli amici che ridevano e dicevano ma come cazzo fai a sapere Pupo a memoria. Però è risaputo tra gli amici che ho questa maledizione della memoria e conosco centinaia di poesie e milioni di canzoni e allora la meraviglia durava il tempo di attaccare a cantare con l’arpeggio intimista “Il lungo, il corto e il pacioccone”.
Oggi è oggi e ho quarantasette anni e domenica ce ne siamo rimasti io e mio padre e mi ha raccontato che la notte sogna di quando lavorava e la fatica e la rabbia. Avevamo il caffè davanti e quante volte da piccolo ripulivo il cucchiaino dallo zucchero residuo di quella bevanda nera che m’era proibita. Ora siamo pari. Nel bene e nel male. E io mi sto preparando a fare un viaggio per tutta la pianura padana a bordo di un Ciao, il motorino Ciao. Come quello cdi quando ero ragazzo, quella possibilità d’essere liberi che ancora mi sento addosso se sento odore di miscela. Non gliel’ho detto a mio padre del viaggio, non gli dico nulla di quello che faccio, parliamo delle cose che possiamo fare insieme e delle cose che abbiamo fatto. Delle botte e le urla parliamo poco. Però mentre organizzavo questo viaggio m’è venuto in mente il mio motorino e l’ho chiamato Dersu Uzala come il film che vedemmo proprio io e lui al cinema e in cui lui rivide il padre suo nei gesti di quel vecchio cacciatore perché è così che va con la memoria e lui con il padre non ci ha mai parlato troppo e a diciassette anni, guarda un po’, era già fuori casa. Destino genetico il nostro. E pensando al fatto che la musica è sempre la cifra solida dei miei pensieri ho immaginato che per questa impresa ci voleva una canzone. “Ciao” come la canzone di Pupo. Guarda un po’.




 

martedì 5 marzo 2013

Concerto per dolore e orchestra





Attenzione. Leggere attentamente le avvertenze e le modalità d'uso.

Prima di leggere fai partire la canzone qui sotto.




 






Preludio

“Sono tre giorni che ho una cosa nell'occhio che mi procura un certo fastidio. Tutto è cominciato venerdì, montando il carburatore al “Dersu Uzala”, che sarebbe il mio motorino razza Ciao. Mi bruciava l'occhio e ho pensato ci fosse finita dentro della benzina o dell'olio, succede spesso lavorando in officina. A me succede spesso. Vado a casa e sopporto il bruciore oculare come il prezzo da pagare per preparare il “Dersu Uzala” al viaggio africano che sto progettando da quest’inverno. Il sabato vado a Genova e la sera torno a Torino e in treno ancora questo fastidio che si sposta nell'occhio e mi rende meno piacevole la lettura dell’ultimo romanzo di Mailer. Ultimo nel senso che l’ha scritto e poi è crepato. Soprattutto a occhio chiuso il fastidio è una rottura di balle. La domenica mi vado a vedere, bel lusso il vedere lo capisco bene ora, quella delusione di "Educazione siberiana", che già il libro non mi convinceva ma il film è una vera puttanata. Visto poi con l'occhio critico... . La notte il fastidio aumenta. Una di quelle mie notti di insonnia a manetta per cui mi sono addormentato all'una e alle tre leggevo. Sempre con la balbuzie oculare. La mattina dico a Ste "guardami un po'", lei apre l'occhio con la disinvoltura di un guaritore filippino e emette il responso "hai un cellophane nell'occhio". Resto a guardarla con l'occhio abbacinato dalla lampada che mi ha piazzato a sei centimetri dal cristallino."un cellophane?" e lei con naturalezza "sembra un pezzo di cellophane"" un pezzo di cellophane?". Telefono al mio amico oculista e cerco di spiegare che ho una busta di plastica nell'occhio. Lui mi conosce da parecchio e dice "vieni subito da me". A due passi. Arrivo e mi fa l'anestesia e poi mi gira le palpebre come arancia meccanica. Estrae un'ala di insetto, una libellula credo io a giudicare dalle dimensioni, un moscone dice lui. Ridono. Che avranno tutti da ridere. Mi stanno spuntando le ali agli occhi. Dev' essere la primavera.”


Si salgono le scale e dal primo passo oltre la grossa porta a vetri sei già ficcato dentro quella polpa dantesca di dolore e dolenza e conforto a sfioro di spalle e odori alla gola e macchinette del caffè a monete e cigolare di ruote di mille dimensioni. Ruote per spostare i letti, ruote per spostare le poltrone, ruote per spostare i macchinari, ruote per il barbiere e la sua bottega, ruote per il giornalaio, ruote per le medicine e le bende, ruote passate su gambe braccia e toraci e fuggite via. Fuori da queste mura ancora la puoi vedere la ruota in cui ficcavano i figli di nessuno. L’ospitalità sacra dell’ospedale è un fatto etimologico ma è anche un fatto e basta, che ti sfido a trovarlo un altro posto dove un estraneo può occuparsi con sbrigativa indifferenza delle tue deiezioni e del tuo lamento. Dice che la ruota è stata un’invenzione potente, una rivoluzione copernicana rotolata lì a dare maggior spinta al progresso umano. Forse. Qui le ruote sono raramente della fortuna, muovono spesso altro che desiderebbe magari spostarsi in bell’autonomia e deve far piuttosto di conto con quel cigolio che enfatizza a ogni metro percorso la fatica di campare ancora. Già, la fatica del campare. Il mestiere di respirare. Forse.


Primo intermezzo

Al bar dell'ospedale. Arriva un’ infermiera, la stessa che mi ha riconosciuto mentre facevo la visita e ha gridato "tu sei Blughost, sono stata alla presentazione di Torino da bere" col medico che mi guardava come avesse scoperto la causa di tutti i miei mali. La tipa si avvicina e complice l'euforia mia da morte rimandata mi mette una polverina nel caffè. "Cannella" sussurra "una libidine". Forse non lo so ma pure questo è amore.


E io oggi all’ospedale ci stavo per poco e nulla, Una formalità, solo una formalità. Così cantavano quegli altri in un ennesimo spazio e in un ennesimo tempo che pure ho vissuto. E gli stessi poi canteranno in lode a una grazia ricevuta, mille anni dopo le formalità, le affinità e le divergenze, e nulla arriva a caso e tutto ci riporta al nostro presente. Alla ruota che gira. Forse. Comunque in questi immensi corridoi dell’ospedale ci sono soffitti alti contro ogni ragione architettonica e sanitaria plausibile. Per allenare l’anima ad abbandonare il corpo. Forse. Quanti forse. Me la giro in attesa del mio turno, che giusto qua mi permetto un largo anticipo, quasi a sperare che a far bella figura sapranno risparmiarti i dolori accessori. Ho tutto il tempo di prendere confidenza con la distanza che sappiamo mettere. Barricati nelle nostre poltroncine, il tempo di immergermi nello schema finale di Resident Evil. Dice che le gazzelle sane saltano alto per dire al leone "occhio che sono in forma cambia preda" e a me oggi scappava di saltare altissimo tra sacchetti pieni di merda e anoressiche ridotte un carasau e sfumature alte da chemio.


Secondo intermezzo

Aspetto il turno mio al macello sanitario. Con il numero ciancicato tra le dita e ogni tanto lo sbirci sperando che sia cambiato in tuo favore e invece quello batte sempre la sua distanza incolmabile dal display rosso che pulsa precedenze e codici di riguardo. Come al bancone del salumiere. A fianco ho un figlio sui dodici e un padre con i calzoni da cantiere. Parlano fitto e ridono. Peruviani. "come si dice cazzo in quechua" chiede il figlio scosso da una risata che quel posto impone di trattenere "non si dice" "quando telefoniamo al nonno glielo chiedo". Ridono e rido anche io e penso alle pagine di Arguedas. Il mondo è meraviglioso pure qui.


L’ospedale è un fatto di solitudine. Nel senso che ci arrivi anche accompagnato, è nel novero delle possibilità, ma alla fine ognuno finisce per essere inchiodato ai propri pensieri. Una galleria di tipi umani, di un’umanità dolente che è certamente plausibile e addirittura scontata in questo luogo, ti sfila davanti. E ogni volta prendi le misure a spanne, confrontando il tuo male con quello degli altri. Anche quando stai bene. Bastano anche labili indizi, l’affanno di un respiro portato di gorgoglio e fischi, un colpo di tosse che è già la lotteria dei secondi che restano. Ci sono i malati e i parenti e i medici e il personale sanitario e tutto scorre davanti a te. Ogni tanto si ferma quel brulicare di gente che ti ricorda le bestemmie di tuo padre quando apriva un fungo con il coltello e ci scopriva una colonia verminosa. Quando succede è perché sta passando un letto con una coperta e tracce di vita accennate da un piede che cerca aria, da una mano secca secca che spunta. Passa l’invito a morte e tutti quelli che fino a quel momento avevano fatto come fosse normale non possono fare a meno di inchiodarsi al terrore d’un lampo di consapevolezza. Ti ripeti che tu non lascerai che il tuo corpo arrivi a quel punto. Con la certezza che anche quelli lì, quelli attaccati alla bombola o quegli altri vecchi uccellini implumi dallo sterno reso vuoto dai ricordi rubati, se lo sono detti prima di te. Forse.


Terzo intermezzo

I pigiami e le vestaglie e le ciabatte. Non smetto di guardarli. Quella volta che m’hanno ricoverato mia madre m’ha comprato il pigiama e le ciabatte. L’unico della mia vita. Le uniche della mia vita. E il pranzo alle undici e mezza e la cena alle sei. Per darti ragione del fatto che ti hanno in pugno e possono cancellarti tutto, anche le certezze minime di un quotidiano abusato. Amore e morte in bilico sulla busta gialla con i raggi che stringi tra le dita da un’ora e questi ancora non ti chiamano. Dentro gli ospedali mi sorprendo a spiare le femmine con un guizzo nella spina che è fretta d’esistere. Con l’insistenza della mia voglia che grida “ti porterò via di qui, nel nome di tutte le cosce del mondo”.


L’odore dell’ospedale è una cosa densa, è l’ospedale. Quelli che nella vita inorridiscono se scoprono che un uccello gli ha cagato sul parabrezza, ora qui devi darsi ragione del fatto che quell’omino si porta al collo il sacco con le proprie merde che sciaguattano. In quel sacco ci son gli spiccioli di resto per una vita spesa e tu abbozzi e non c’è carità cristiana ma piuttosto la consapevolezza che potrebbe toccare anche a te. I medicinali, il cibo, il sudore dei panni arrangiati, i pappagalli e le padelle, il riscaldamento che funziona come funziona. Questo è soprattutto l’ospedale. Una memoria di odori che non fa i conti con l’anosmia, perché quegli odori sono immagini, sono concrete pareti affrescate d’orrore. In Morte a credito, Celine descrive gli odori densi delle povere case che il medico protagonista di quelle pagine va a misurare in sincrono con un livore che gli cresce dentro e che trova nell’umano il portatore mai sano di un morbo maledetto. Celine era medico. Appunto. Invece i medici dell’ospedale li riconosci subito perché si sono allenati a prendere la massima distanza e sono sempre in bell’ordine, a stridere con certi cascanti panni da degente e curati e abbronzati e hanno lo stetoscopio che è come la maschera del monatto delle incisioni medievali e scaccia il morbo. I medici non sentono gli odori. Meglio. Gli odori evitano i medici.


Finale

Camminare per i corridoi di un ospedale è come spiare la morte dal buco della serratura.








martedì 19 febbraio 2013

memoria fotografica




Per alcuni anni della mia vita ho catalogato beni culturali. Giravo per la penisola e scattavo centinaia di foto e compilavo schede. Prevalentemente il mio lavoro era la documentazione fotografica da affiancare alle schede di altri ma la straccia laurea che mi porto addosso e i corsi successivi mi abilitavano anche alla gestione della scheda ministeriale e non mi sono fatto mancare niente. Da solo o con i miei soci di allora, mi alzavo la mattina, caricavo la macchina con i valigioni pieni di obiettivi e pellicole e corpi macchina e cavalletti e lampade e stativi e filtri e pannelli riflettenti e cavi e prolunghe e ponteggi e tra battelli e panini e bibite. Piovesse o ci fosse il sole si partiva. Le norme ministeriali parlavano chiaro. Ogni scheda di un oggetto degno di menzione in seno al catalogo dei beni storico artistici, e già qui c’erano ampi margini di manovra e fantasia da impegnare, pretendeva le coordinate croniche e topiche, la descrizione e una stampa in bianco e nero grande, i provini a contatto e il negativo. Con le campagne di catalogazione ci ha campato per anni un’intera generazione di laureati in storia dell’arte, architettura e affini. A proposito del fatto che non mi  sono fatto mancare niente io seguivo come fotografo anche le campagne di catalogazione di antropologi e assimilati, compilatori entusiasti delle formidabili schede FK e qualcosa  concepite per la catalogazione dei beni demo-etnoantropologici. Quella parte del lavoro era davvero incredibile. Giravo le campagne a fotografare utensili da lavoro, pentole, qualche raro strumento musicale e ancora mi ricordo i tipici campanacci documentati in Carnia con la scritta all’interno “made in France” o la lunga teoria di zappe del Mugello che ha occupato più di una delle mie giornate. Ho lavorato prevalentemente nel Triveneto e in Toscana, ma m’è capitato di muovermi anche in altre zone, sempre carico all’inverosimile di tutta quella ferraglia che ogni giorno mi camallavo tra chiese, musei, case perdute e vicoli e scavi e catacombe per fare ancora la magia del fotografo. Già, quando arrivavamo nei paesini, nelle pievi di campagna, nei conventi sperduti d’appennino, era come mi immagino dovesse essere l’arrivo dei musici e dei saltimbanchi in epoca medievale. La gente veniva a vedere attratta dai mila watt delle nostre Janiro aggrappate ai barracuda Manfrotto. Una suggestione in bilico sull’idea che tutti si portavano addosso del racconto del cinema e della televisione visto dalla parte del narratore. Ti facevano le domande, ti si sedevano vicini in trattoria e ti trattavano come uno importante e ti offrivano un bicchiere, due bicchieri e tu bevevi e pensavi che dopo saresti rimasto quattro ore in bilico sui ponteggi a decine di metri da terra e speravi nella buona sorte. Poi c’erano i giorni in città e la gente e il traffico e scaricare e spiegare al vigile. Scoprivi presto che tutto s’aggiustava se dicevi “lavoriamo per il ministero”, e bada che noi si lavorava per ditte o enti che appaltavano da altre ditte più grosse che a loro volte redistribuivano lotti di lavoro ciclopici assegnati da ‘sto lontanissimo ministero, sorta di galassia centrale che a noi pianeti ai lembi dello spazio conosciuto era dato solo intuire. Ora in qualche corridoio delle segrete ministeriali giacciono migliaia di scatti miei, che si portano addosso il freddo di tutti quegli inverni che ho passato chiuso nelle chiese e nelle cripte e nelle tombe a fotografare e misurare. Il freddo, quello non smetto di ricordarlo, che a volte ci abbracciavamo alle lampade roventi per riprendere l’uso delle dita. E dicevamo delle città. Lì le cose cambiavano, non era più il paese con l’oste che era anche guardiano della pieve e ti apriva certi catenacci rugginosi e  un po’ ti guardava sospettoso un po’ gli scappava, e quante volte è successo, di chiederti se la domenica che si sposava la figlia si poteva scattare due foto così in amicizia. A Firenze fotografavo in Santa Croce coi turisti che arrivati in prossimità del mio cavalletto e dei miei stativi smettevano di parlare e camminavano in punta di piedi, a rischio di sovraesporre col rumore le mie delicate pellicole. Un mondo recente, roba che ha meno di vent’anni da misurare sul ricordo e che pure è stato spazzato via. Come un mucchio di cose di questi tempi. Un mucchio di cose che sento mie. Nel silenzio spazzate via. Pagine, pellicole, vinili, e voci che spariscono dalle cornette dei telefoni e facce che di colpo smettono di dividere i giorni con te e se ne vanno senza parole e senza saluti e se ce ne fosse la possibilità di dirsi qualcosa resterebbe l’imbarazzo di chi rimane. Quasi una colpa mentre il tuo mondo muore e tu resisti perché hai imparato a resistere e sei fottutamente coriaceo e di morire non se ne parla nemmeno da morti. E a sopravvivere ero già bravo allora e mi sono trovato a mangiare con gente che non ho mai più rivisto e ho sorriso a femmine di passaggio con la distanza incolmabile tra noi che l’esposimetro Gossen mi confermava. Del resto l’esposimetro fornisce molte più informazioni di quello che si crede ed è un potente generatore di stati d’animo, da uno stop all’altro.. Ho dormito in auto e case che non saprei descrivere perché ci arrivavo al buio e me ne andavo all’alba. Ho comprato formaggi da pastori che mai più saprò ritrovare. Una volta a Sansepolcro, mentre lavoravo su Piero della Francesca e affini, ho mollato le attrezzature all’albergo del Cavaliere che era il nostro personale angolo delle meraviglie e che aveva nell’enorme titolare, giocoliere di piatti e sapori, la figura di riferimento e sono partito. Con la moto mi sono ficcato nelle curve d’appennino per stare con Ste una notte e ho messo una ricotta comprata lì per lì nel bauletto. Ancora calda. Quando sono arrivato, complice la maledetta vibra del monocilindrico della mia Yamaha XT Tenerè sempre sia lodata, la ricotta aveva invaso il bauletto e era montata a neve aumentando di sei volte il suo volume originario. Ste ha sentito la moto planare nel giardino, allora vivevamo a Sinalunga, s’è affacciata ridendo della mia follia, che è un po’ un marchio di fabbrica che mi porto addosso da sempre, e io fiero di me ho spalancato il bauletto. La ricotta è esplosa in giro e ho guardato Ste con l’aria stupita di chi ha inventato la bomba atomica mischiando detersivo per i piatti e marmellata.
Tornando alla catalogazione dei beni culturali. Musei e chiese delle contrade senesi, pievi sul carso triestino, ossari veneziani con la puzza di umido a tagliarti la gola, le location del mio campare erano sempre variabili e imprevedibili e mi arrampicavo su ponteggi montati con i pezzi del meccano e una volta ho visto precipitare la mia Pentax seisette da una trentina di metri e polverizzarsi sulla nuda roccia. Sono stato perseguitato da preti resi pazzi dall’astinenza, che mi facevano discorsi deliranti, ho fatto amicizia con incredibili frati di montagna che avevano le api e raccoglievano i funghi. Dalle parti di Montalcino ho conosciuto un prete cacciatore che aveva distrutto un maggiolino, la Volkswagen mica l’insetto, per investire di proposito i cinghiali che nella notte aveva trovato sulla sua strada. Ci rimasi a cena e mi diede la grappa fatta da lui e mi mostrò le cantine e il congelatore con i lacerti di cinghiale tutti ordinati che nemmeno nella più efficiente delle morgue. In una piccolissima pieve senesem a non vi dico quale, ho ritrovato in una madia la testa mummificata di una monaca, con la pelle rossa come lo sciroppo di amarene e quattro denti che sporgevano, ficcata in un reliquiario con le vetrinette polverose. Un reperto da film dell’orrore, lontano dalle altre migliaia di reliquie: Mi sono immaginato che la monaca, forse in odore di miracoli e guarigioni, forse strega o chissà cosa, morta sul letto era oggetto dell’attenzione di un segaccio o di una mannaia che s’occupava del suo collo così da poterla tramandare fino a me nella migliore tradizione dei daiaki del Borneo di memoria salgariana.
Ho interagito con catalogatrici che già respiravano il lezzo del precariato a oltranza e s’aggiravano per le navate e le sagrestie come bestie ferite. La mia non era una situazione migliore ma io vivo sempre le cose per quello che di curioso sanno offrire. Mi sono misurato sul senso del bene, del male e del peccato per vincere la solitudine di quelle giornate di fottuto freddo chiuso nei luoghi sacri. Ne ho tratto debite conclusioni. Sospeso sulle impalcature ho visto una donna ben vestita rubare le elemosine e se sai che effetto fa una lampada da mille che si surriscalda e ti esplode in faccia già lo immagini che anche la mia condotta e le mie invocazioni non hanno potuto tenere in debito conto i luoghi in cui mi trovavo. Un giorno, sul Trasimeno, la macchina, ah già era una incredibile Renault Fuego nera duemila a gas, m’ha lasciato. Il meccanico che è venuto a ridarle vita ha visto le attrezzature e mi ha chiesto se facevo il cinema “No, faccio le foto” “Che fai, le foto porno?””No, fotografo i monumenti e le chiese””Per fortuna, se facevi le foto porno a forza di vedere la cicalina spalancata ti veniva magari a noia, ma se ti vengono a noia le statue che te ne frega”. Aveva potentemente riassunto il senso della mia vita.
Obiettivi decentrabili, scatti flessibili e rullini da caricare nei magazzini e fissaggio e tank e pentaprisma. Tutte parole lavate via da questa pioggia che mi mangia a bocconi voraci i giorni, il tempo e l’esperienza. E in bocca il gusto al mentolo dei rullini Ilford medio formato, che quando li avvolgevi dovevi fissarli con la linguetta adesiva come un francobollo e s’erano pensati quel gusto acidulo per far sorridere. Mi sono inventato altri mille mestieri, che quella stagione lì m’è morta mentre la tenevo stretta al petto come il più amato dei miei cani. Uno dei miei compagni di allora, mille se ne sono andati e qualcuno è riuscito a farmi pure schifo ma è nella regola, lo conservo come un fratello particolare e il suo nome se lo porta addosso mio figlio. Poi sono arrivate le macchine digitali e ho continuato a misurare la mia vita sul ritmo dei tempi e diaframmi ma erano più spesso le foto d’altri a occupare il mio tempo. Già, il tempo e la verità che pare occupino il senso compiuto delle fotografie e io non ci ho mai creduto. Nelle foto la verità non esiste. Ma avremo modo di parlarne. Intanto quella stagione è passata. In un altro maledetto sudario di silenzio. Tutto si trasforma ma non sempre ci riguarda davvero. Ma in fondo non è così importante. Almeno immagino non lo sia per gli altri. E questo vi può bastare.

mercoledì 6 febbraio 2013

Diviso a Berlino





Una sera sono andato a vedere uno spettacolo in un locale che mi ricordo benissimo come si chiama ma che non menzionerò per evitare di tirarmela troppo con questa storia della supermemoria. Facciamo quindi che ho un vuoto e annaspo e frugo inutili sinapsi zeppe di storie di paperino sfaticato e pippo yukyuk e orsi che fuggono il ranger con un cestino della merenda tra le zampe. Sia come sia, per entrare in questo locale bisogna scendere delle scale buie e dopo una curva sui gradini, che è una prova di fiducia nel cliente, si arriva in un rettangolo lungo, una stanza bordata a sinistra dal bancone. 

Una chiara media, dici quando non sai ancora come muoverti e non vuoi sbilanciarti.

Parallelo a questa stanza ne corre un’altra. Più grande, ma non molto di più. Sul palco, perché c’è pure un palco, c’era una consolle, così si dice, ma era più moderna di quella che avevamo a casa da piccoli e che aveva uno specchio che io dicevo difettato e mia madre antico. Il tipo dietro alla macchina del suono, discobolo furente, dice che viene da Berlino e questo già basta a fargli guadagnare punti. Così almeno mi sembra, a giudicare dagli entusiasmi estatici di chi mi accompagna e anche di quegli altri, i "sono arrivato prima per prendere il posto migliore". Cosa non si farebbe oggi per un posto. Il tipo ha un caschetto di capelli biondi che a me, abituato ai tedeschi della costa adriatica, pare obbligo morale e di bandiera. Occhiali sottili, dita sottili, gesti sottili, tette sottili. Madò, ha le tette!!! Sodoma, Gomorra e Gallarate tutto insieme. La musica è quella dei giovani contemporanei, accessori da dehor, scissi in un ultimo cruciale congresso, tra la coazione ossessiva a ripetere e i videoclip che sono troppo una figata. Zibu zabu zibu zabu, rengheghe rengheghe, zibu zabu zibu zabu e poi urletti, fischietti e scorreggette a mordicchiare il tappeto sonoro. Che bravo, sento dire, e ho capito che intendono lui che non suona e non fa nemmeno le pernacchiozze e per intuire d’essere vivo mi passo la mano sul viso. Giusto per sentire il grattare dei calli della ridicola chitarra acustica che nascondo sotto il letto. E non saprò mai suonare. E quello, che, giuro, è bardato di cazzo, dondola le tette e la testa mentre alle spalle gli proiettano delle slide di immagini che devono essere molto artistiche pure quelle ma io me ne intendo poco. Che bella vertigine. Arte, suono, bellezza ditribuita ovunque e suono, arte, bellezza zibu zabu. Un trionfo futuristico di stimoli verso il futuro tecnologico. Ancora arte meravigliosa, pensieri profondi spremuti come limoni astringenti in quelle sfocature sciolte come llo sciroppo d'orzata nei bicchieri colmi d'acqua fresca i pomeriggi d'estate da piccolo. Sfocature che devono far intuire membri tesi tra la porta del paradiso e quella di servizio. E Laura, vabbè qualche indizio ve lo lascio cadere con disinvolto gesto, che è miope e non ha gli occhiali, sovrappone a quella sfocatura l’altra, quella che dio le ha montato come accessorio costoso per farle sembrare che tutto attorno è più leggero, almeno fino a quando dimentichi gli occhiali, mi chiede cos’è e io rispondo "un cazzo" e lei dice ma dove lo vedi e io traccio con pazienza nell’aria e nel buio il profilo del maschio proiettato. Attorno gli altri sorridono, ma solo per la mia manifesta impermeabilità a quell’arte altra e alternativa e trasgressiva per voi citrulli, penso, che io me lo vedo duro come e più di quello tutte le volte che voglio e lì fiocca poesia e immodesto soppesare attrezzi d’amore e valvole della passione eccedente. Topo di campagna, mi ringuatto col muso tra le zampe, guardandomi dal commento e, dio come può scendere in basso l’uomo mimetico, arrivando a muovere la testa a dondolo, come rapito dall’estasi ipnotica del suono maestro. Sognando l'estasi in bilico tra la fame e dio che prendeva le tarantate prima che fosse moda pure quella. Il terziario avanzato, lasciate le Bic dietro gli sportelli di banca, le impronte persistenti delle chiappe sulle seggiole a ruote, celebra invasato la sua santeria e io con loro. Forse mendicando briciole d’attenzione ma più sicuramente beando la mia strulla curiosità. Se solo avessi le tette sarei perfettissimo ora.

La notte si torna meglio a casa.



lunedì 21 gennaio 2013

la cattiva influenza






In questi giorni sono stato divorato da una febbre micidiale. Una cosa mai provata prima. Quattro giorni a letto in una sorta di coma nemmeno troppo vigile, senza mangiare, forse senza bere. Restavo da solo in casa con i cani che mi vegliavano e la musica bassa. A volte la sentivo la musica ma più spesso venivo spinto in una sorta di dimensione spaziotemporale densa e catramosa in cui tutto, ogni minimo movimento, sembrava faticosissimo.

Ho delirato. I libri di tutte le librerie di casa e i dischi e i fumetti, tutto cadeva dagli scaffali e s’accumulava a terra nella polvere. Tantissima polvere. Al risveglio la mattina sono andato in studio e a vedere tutto a posto sono rimasto lì a guardare stordito la teoria infinita di dorsi di volumi che riesco a riconoscere ormai al minimo ammiccamento cromatico. Non avevo più misura del reale.

E una mattina ho aperto gli occhi e c’era la luce del giorno che filtrava dalla tapparella abbassata passando dalle fessure e proiettandosi sulla parete. Ero nudo nel letto ma non ero più tutto sudato come le altre mattine e non avevo più la sensazione che qualcuno m’avesse preso a calci le costole. Accanto a me c’era Ste e stavamo abbracciati e poi è arrivato Dani col pigiama di Paperinik e s’è buttato sul letto a ridere. Niente scuola, niente lavoro e noi lì come capita spesso nei festivi, a decidere dove andare a far colazione, che poi gira e gira sempre da Zichella andiamo. Mentre siamo lì dal corridoio arriva un lampo. Ci giriamo tutti da quella parte. Ste solleva la testa dalla mia spalla. Si è accesa la luce del bagno, forse era già accesa penso io e non ce ne siamo accorti prima. Restiamo lì a fissare quell’alone giallo sul pavimento del corridoio. Guardo i cani che dormono acciambellati vicino al letto. Come a sospettare che possano esserci loro nel bagno. Poi succede. Sentiamo tirare l’acqua. A questo punto ci si ferma il respiro. Dopo una prima incertezza, mi alzo e mi precipito in corridoio. E vedo un’ombra nera passare nel corridoio e entrare nell’armadio grande, che sta lì appoggiato alla parete che ci divide da un altro appartamento, addirittura da un altro palazzo. Arrivo allo stipite dell’armadio e resto aggrappato con le dita contratte su quel legno d’abitudine. Adrenalina. Una donna anziana con uno scialle nero sulle spalle si è infilata nell’armadio e io dietro di lei. Sul fondo del mobile, da cui pesco ogni giorno il mio giaccone, c’è una porta ancora e da lì intuisco un altro appartamento, quello della donna presumibilmente. La vicina che non sapevamo di avere, che percepivamo a volte come capita in questi condomini cresciuti ai bordi della città industriale, per qualche movimento enfatizzato dal vibrare delle pareti, un colpo di tosse d’esistenza a cui, nati e cresciuti in queste batterie per polli industriali, non abbiamo mai dato attenzione. E la vedo che si infila veloce e intanto penso che la casa, la nostra casa è sempre vuota e questa entra e gira per le stanze e come uno stupido immagino che legga i miei quaderni scritti fitti a mano e mi monta una rabbia maledetta. Sto quasi per entrare ma la vecchia mi compare all’improvviso davanti, un’ombra scura enfatizzata dal controluce che mi regala solo svantaggio. Grida e ce l’ho addosso. Mi respinge dalla mia parte, e alza le braccia al cielo ricordandomi una di quelle prefiche fotografate da Franco Pinna negli anni Cinquanta. E invece le dita le si serrano su una barra metallica, stiamo parlando di frazioni di secondo, e cala fragorosa davanti a me una serranda di metallo, come quella delle vecchie botteghe. Mio padre mi raccontò una volta che i fascisti trovarono per strada un compagno socialista di mio nonno che non si era tolto il cappello vedendoli passare. Lo misero sotto la serranda di un negozio e giù a fargliela cadere di peso sulle spalle come una ghigliottina. Papà s’era spaventato, avrà avuto sei anni, pure pensando che quella fine la poteva fare anche il nonno. E il rumore mi immagino dovesse essere proprio quello. Un fragore di lamiere e perni ingiuriati dall’ossido che gridano una guerra di corazze impossibili.

Mi ritrovo in un corridoio insieme al mio cane. Ho i vestiti addosso e ancora tremo e ho una rabbia fottuta che mi morde dentro. Mi fanno accomodare in un ufficio e gli racconto la mia storia e la luce del bagno e la vecchia e quel fragore di serranda. Ascoltano. A poco a poco attorno a quel tavolo si radunano tutte le persone che sono nell’ufficio. Quando ho finito il tizio a cui sto forse sporgendo una denuncia, non è chiaro, mi dice che devo seguirlo. Arriviamo in una vecchia aula, la stessa dove al DAMS tenevo le lezioni di storia della fotografia, e questo che mi accompagna mi mostra una sedia e mi dice “Si accomodi. La pregherei di ripetere il suo racconto alle persone che vengono a fare le solite denunce perché è emblematico, lei mi capisce, è davvero emblematico”. Non che non capisco ma non dico nulla, io che di solito conta fino a tre e sto già piantando un casino ciclopico, non dico nulla. Anzi, mi alzo e ricomincio a raccontare dall’inizio. “mi sono svegliato ed ero nudo sul letto ma non ero sudato come….”. Mentre parlo vedo che arriva altra gente e un poliziotto in divisa dice “Restate in corridoio, ha già cominciato, non può riprendere dall’inizio, appena finisce gli chiediamo gentilmente di ripetere anche per voi”. Sono pietrificato, vedo arrivare gente, sempre più gente e ripeto ancora la mia storia e ancora poi. Non oppongo più nessuna resistenza. Racconto e sento ogni volta quello stridere di serranda che mi gela il sangue. La mia voce. Percepisco la mia voce non come una cosa che arriva direttamente dal mio corpo ma piuttosto come una sorta di annuncio della stazione ferroviaria lontano e leggermente distorto. Anche le labbra sono fuori sincrono.

Mi sveglio nella stanza buia e vuota. Nudo e sudato. Tremo.



mercoledì 2 gennaio 2013

l'ultimo dell'anno se fosse un titolo mi spetterebbe di diritto


L'ultimo dell'anno. Un premio che avrei potuto vincere mille volte a mani basse ma anche un appuntamento cruciale con l'imbarazzo di vedere tutta quella gente appollaiata sui fili dello stendino della banalità ad aspettare la mezzanotte, aggrappati alla bottiglia di schiuma e qualcosa mentre il tempo, anche questo tempo che giurano speciale, glielo porta la televisione.
Meno dieci, nove, otto... La prima volta che ho fatto la mezzanotte in giro ce la giravamo io e Corrado in un maledetto freddo udinese e ci portavamo dietro una bottiglia di Gordon Gin. Per l'occasione entravo nei bar e mi presentavo come Arthur Gordon Gin e se non l'hai capita non importa che i miei quindici anni circa sono difficili da approfondire e a dirtela tutta ho ancora belle difficoltà a spiegarmeli da solo. Si andava in giro senza meta e a mezzanotte siamo rimasti preda di quella fetta spessa di bambino che ancora ci portavamo dentro e che ci ha fatto stare lì a guardare i botti che graffiavano il cielo e io li sapevo tutti i nomi di quella mercanzia. Erano i giorni che ancora sapevo le differenze infinitesime tra le varie biglie e c'erano le cinesine, le americane e i mongoli e certe differenze che facevano il loro peso sulle vincite. Un freddo da ammazzarci. e infatti l'anno dopo siamo andati a casa di qualcuno a Lignano e abbiamo fatto un maledetto punch con le meduse trovate nella spiaggia e l'abbiamo messo lì al buio della festa e ci godevamo quelli che si andavano a riempire il bicchiere golosi. Poi Corrado ha fatto un ballo acrobatico o qualcosa di molto coreografico e ha tirato un calcio in faccia a una ragazza che passava, forse una che si stava andando a servire la broda con le meduse e io avevo il cappottone nero che ho portato per mezza vita mia e ci siamo addormentati per terra e la mattina mi sono accorto che mi ero spento la sigaretta sul lembo del prezioso indumento invernale. Poco male, il giorno prima ci eravamo camallati nella fodera sdrucita dello stesso cappottone, hai presente i cappotti parecchio punk dell'epoca, neri e larghi da mercato dell'usato, un numero assurdo di scatolette di tonno per la festa e a un certo punto per strada la cucitura sotto aveva ceduto e io sembravo la copia postindustriale del cristo della moltiplicazione dei pesci con tutte le scatolette di riomare che rotolavano per la via. La mattina al risveglio dopo la festa avevamo messo Cocaine fatta da Clapton, a palla. Per svegliare gli altri. Non ho nessun ricordo di come siamo tornati a casa. Non ricordo nemmeno cosa intendessi per casa all'epoca. Mi ricordo solo che avrei voluto una femmina da baciare quella notte lì ma non c'era verso di trovarne una disposta ad innamorarsi di uno col cappotto ricucito con le graffette, il cappotto è ancora nel mio armadio, e bruciacchiato e un cappello dell'esercito secessionista e una fottuta timidezza e musica nel cervello e nelle orecchie e libri sgangheri a sfogliargli l'anima e risse per strada e l'alito pesante di gin e bigbabol che quella è una maledetta età di mezzo e le mani sporche di meduse e grasso di motorino. Come dargli torto alle femmine, dico io, anche se a ben vedere non è che pure loro fossero così raffinatine che il giro era quello e non è che c'era tanto da fare i superiori. Però a me non mi si filava nemmeno la fodera del cappotto.
Otto, sette, sei... Un capodanno in autostrada, una specie di vizio mio. Parto la notte e a mezzanotte mi fermo al primo autogrill e si ride con la cassiera e il barista e ti fanno il caffè e ti danno il panettone e una volta non mi hanno fatto pagare e quasi mi inammoro della ragazza dei Fattoria e delle Rustichelle e delle Melizie e ho la moto fuori e fa freddo e tu dopo che fai, raggiungo degli amici e tu, io vado in moto, ma dove vai, son venuto qui e ora mi è anche chiaro che il motivo c'era e non erano più gli anni del cappottone riempito di solitudine struggente e avevo imparato a rubare sorrisi. Il capodanno in autogrill è diventata una bella possibilità dei miei passi e proprio in una corsa nella notte in autostrada un vestito rosso e due occhi verdi m'hanno fatto da semaforo dell'emozione e ho dato un peso mica da ridere all'idea d'amore che credevo di aver perduto quando s'era scucita la fodera del cappotto anni prima.
Cinque, quattro, tre... il treno è fermo e non ripartiamo, ho perso la coincidenza, l'ultima coincidenza possibile e sono in mezzo alla penisola, lontano da tutto e mi son piazzato nella piccola sala d'aspetto con il mio zaino mezzo vuoto e il cane e nella libreria chiusa della stazione c'è in vetrina un libro mio che sta vendendo tanto in quei giorni e ho riempito la bottiglia dell'acqua, che quando lo faccio e subito dopo mi sfioro la tasca per sentire se c'è il multiuso vuol dire che sono pronto a affrontare tutto e il cane certe cose le capisce. Non avevo una lira e avevo da procurarmi da mangiare e già m'ero accordato col cane che a notte saremmo andati in trattoria a chiedere se c'era bisogno di una mano per rimettere in ordine dopo la festa. E invece è arrivata lei che s'era mangiata centinaia di chilometri con una macchina prestata e siamo scappati in riva a un lago.
Due, uno... hai davvero paura del bosco di notte? Orso ha sei anni e non sente ragioni e allora prendiamo i cani e le torce e saliamo e aspettiamo di vedere i fuochi d'artificio da quel punto in alto, nel cuore del bosco. Ridiamo e ci immaginiamo che le volpi e i tassi picchino sul soffitto delle loro tane per farci stare zitti con le mazze della scopa come quella rompicoglioni del piano di sotto della casa dove stavamo prima. Il fuoco acceso. E arriva la notte e i fuochi artificiali da tutta la valle e quando siamo tornati felici a casa, la nostra casa sul margine degli alberi, non c'era più la paura del bosco di notte. Per tutti e due.
Boom... evviva evviva, auguri. Evviva cosa. Gridate e vi agitate e in questi giorni scopro che altri che hanno lavorato con me una vita non esistono più, torno il primo gennaio per lavorare e alla vigilia di natale li hanno lasciati a casa dopo vent'anni di lavoro. Senza dire niente a nessuno, senza muovere al sospetto minimo. Un giorno ti presenti al lavoro e ti dicono che lì hai finito e che il preavviso te lo fai a casa ma hai mezz'ora per toglierti dai coglioni e su tutto cala un fottuto silenzio. Già, il silenzio, quello colpisce più di tutto. Stiamo lì in fila per la tragica doccia finale e procediamo ordinatamente e senza spingere che i guardiani si dispiacciono e ci trovano sconvenienti. In questi mesi una malaria maledetta s'è portata via un mucchio di persone con cui avevo diviso tensioni e fatica e ora ho il rimorso di certi sorrisi da pausa pranzo, hai presente quei sorrisi pesanti che si scambiano quelli che se non fosse per quella cazzo di maledizione di doverci avere un lavoro non si parlerebbero nemmeno perchè il lavoro è pure un piede di porco nel tuo senso della socialità minima. Sembra tutto irreale, dove lavoro io procede tutto poi alzi il telefono e scopri che intere aziende sono state sostituite da un poveraccio che risponde in sei lingue diverse chissà da dove e nemmeno una ne padroneggia di quelle lingue lì, che lui ha parlato da sempre un qualche dialetto perduto e ora è lì a ripetere che non è successo niente. Il silenzio cala su tutto e forse la voce ve la tenete per gridarvi gli auguri rimanendo svegli fino all'ardire della mezzanotte. Se è così vi meritate anche gli auguri miei. Se invece state correndo verso un autogrill ci siamo capiti e non c'è altro da dire. Buona fortuna a tutti e se non c'è n'è fatevela da soli questa maledetta fortuna, che il silenzio non basta più da un pezzo. Un abbraccio a quelli che sanno che li sto abbracciando ora, adesso, in questo maledetto momento. Questo silenzio... ancora questo silenzio... fino a quando... fino alla prossima buona fine e buon principio.