"e io piangerò e saranno lacrime di silicone, perchè il futuro tutti ci svelerà per quegli androidi di prima generazione che siamo, difettosi nel chip dell'emozione." blughost
mercoledì 2 gennaio 2013
l'ultimo dell'anno se fosse un titolo mi spetterebbe di diritto
L'ultimo dell'anno. Un premio che avrei potuto vincere mille volte a mani basse ma anche un appuntamento cruciale con l'imbarazzo di vedere tutta quella gente appollaiata sui fili dello stendino della banalità ad aspettare la mezzanotte, aggrappati alla bottiglia di schiuma e qualcosa mentre il tempo, anche questo tempo che giurano speciale, glielo porta la televisione.
Meno dieci, nove, otto... La prima volta che ho fatto la mezzanotte in giro ce la giravamo io e Corrado in un maledetto freddo udinese e ci portavamo dietro una bottiglia di Gordon Gin. Per l'occasione entravo nei bar e mi presentavo come Arthur Gordon Gin e se non l'hai capita non importa che i miei quindici anni circa sono difficili da approfondire e a dirtela tutta ho ancora belle difficoltà a spiegarmeli da solo. Si andava in giro senza meta e a mezzanotte siamo rimasti preda di quella fetta spessa di bambino che ancora ci portavamo dentro e che ci ha fatto stare lì a guardare i botti che graffiavano il cielo e io li sapevo tutti i nomi di quella mercanzia. Erano i giorni che ancora sapevo le differenze infinitesime tra le varie biglie e c'erano le cinesine, le americane e i mongoli e certe differenze che facevano il loro peso sulle vincite. Un freddo da ammazzarci. e infatti l'anno dopo siamo andati a casa di qualcuno a Lignano e abbiamo fatto un maledetto punch con le meduse trovate nella spiaggia e l'abbiamo messo lì al buio della festa e ci godevamo quelli che si andavano a riempire il bicchiere golosi. Poi Corrado ha fatto un ballo acrobatico o qualcosa di molto coreografico e ha tirato un calcio in faccia a una ragazza che passava, forse una che si stava andando a servire la broda con le meduse e io avevo il cappottone nero che ho portato per mezza vita mia e ci siamo addormentati per terra e la mattina mi sono accorto che mi ero spento la sigaretta sul lembo del prezioso indumento invernale. Poco male, il giorno prima ci eravamo camallati nella fodera sdrucita dello stesso cappottone, hai presente i cappotti parecchio punk dell'epoca, neri e larghi da mercato dell'usato, un numero assurdo di scatolette di tonno per la festa e a un certo punto per strada la cucitura sotto aveva ceduto e io sembravo la copia postindustriale del cristo della moltiplicazione dei pesci con tutte le scatolette di riomare che rotolavano per la via. La mattina al risveglio dopo la festa avevamo messo Cocaine fatta da Clapton, a palla. Per svegliare gli altri. Non ho nessun ricordo di come siamo tornati a casa. Non ricordo nemmeno cosa intendessi per casa all'epoca. Mi ricordo solo che avrei voluto una femmina da baciare quella notte lì ma non c'era verso di trovarne una disposta ad innamorarsi di uno col cappotto ricucito con le graffette, il cappotto è ancora nel mio armadio, e bruciacchiato e un cappello dell'esercito secessionista e una fottuta timidezza e musica nel cervello e nelle orecchie e libri sgangheri a sfogliargli l'anima e risse per strada e l'alito pesante di gin e bigbabol che quella è una maledetta età di mezzo e le mani sporche di meduse e grasso di motorino. Come dargli torto alle femmine, dico io, anche se a ben vedere non è che pure loro fossero così raffinatine che il giro era quello e non è che c'era tanto da fare i superiori. Però a me non mi si filava nemmeno la fodera del cappotto.
Otto, sette, sei... Un capodanno in autostrada, una specie di vizio mio. Parto la notte e a mezzanotte mi fermo al primo autogrill e si ride con la cassiera e il barista e ti fanno il caffè e ti danno il panettone e una volta non mi hanno fatto pagare e quasi mi inammoro della ragazza dei Fattoria e delle Rustichelle e delle Melizie e ho la moto fuori e fa freddo e tu dopo che fai, raggiungo degli amici e tu, io vado in moto, ma dove vai, son venuto qui e ora mi è anche chiaro che il motivo c'era e non erano più gli anni del cappottone riempito di solitudine struggente e avevo imparato a rubare sorrisi. Il capodanno in autogrill è diventata una bella possibilità dei miei passi e proprio in una corsa nella notte in autostrada un vestito rosso e due occhi verdi m'hanno fatto da semaforo dell'emozione e ho dato un peso mica da ridere all'idea d'amore che credevo di aver perduto quando s'era scucita la fodera del cappotto anni prima.
Cinque, quattro, tre... il treno è fermo e non ripartiamo, ho perso la coincidenza, l'ultima coincidenza possibile e sono in mezzo alla penisola, lontano da tutto e mi son piazzato nella piccola sala d'aspetto con il mio zaino mezzo vuoto e il cane e nella libreria chiusa della stazione c'è in vetrina un libro mio che sta vendendo tanto in quei giorni e ho riempito la bottiglia dell'acqua, che quando lo faccio e subito dopo mi sfioro la tasca per sentire se c'è il multiuso vuol dire che sono pronto a affrontare tutto e il cane certe cose le capisce. Non avevo una lira e avevo da procurarmi da mangiare e già m'ero accordato col cane che a notte saremmo andati in trattoria a chiedere se c'era bisogno di una mano per rimettere in ordine dopo la festa. E invece è arrivata lei che s'era mangiata centinaia di chilometri con una macchina prestata e siamo scappati in riva a un lago.
Due, uno... hai davvero paura del bosco di notte? Orso ha sei anni e non sente ragioni e allora prendiamo i cani e le torce e saliamo e aspettiamo di vedere i fuochi d'artificio da quel punto in alto, nel cuore del bosco. Ridiamo e ci immaginiamo che le volpi e i tassi picchino sul soffitto delle loro tane per farci stare zitti con le mazze della scopa come quella rompicoglioni del piano di sotto della casa dove stavamo prima. Il fuoco acceso. E arriva la notte e i fuochi artificiali da tutta la valle e quando siamo tornati felici a casa, la nostra casa sul margine degli alberi, non c'era più la paura del bosco di notte. Per tutti e due.
Boom... evviva evviva, auguri. Evviva cosa. Gridate e vi agitate e in questi giorni scopro che altri che hanno lavorato con me una vita non esistono più, torno il primo gennaio per lavorare e alla vigilia di natale li hanno lasciati a casa dopo vent'anni di lavoro. Senza dire niente a nessuno, senza muovere al sospetto minimo. Un giorno ti presenti al lavoro e ti dicono che lì hai finito e che il preavviso te lo fai a casa ma hai mezz'ora per toglierti dai coglioni e su tutto cala un fottuto silenzio. Già, il silenzio, quello colpisce più di tutto. Stiamo lì in fila per la tragica doccia finale e procediamo ordinatamente e senza spingere che i guardiani si dispiacciono e ci trovano sconvenienti. In questi mesi una malaria maledetta s'è portata via un mucchio di persone con cui avevo diviso tensioni e fatica e ora ho il rimorso di certi sorrisi da pausa pranzo, hai presente quei sorrisi pesanti che si scambiano quelli che se non fosse per quella cazzo di maledizione di doverci avere un lavoro non si parlerebbero nemmeno perchè il lavoro è pure un piede di porco nel tuo senso della socialità minima. Sembra tutto irreale, dove lavoro io procede tutto poi alzi il telefono e scopri che intere aziende sono state sostituite da un poveraccio che risponde in sei lingue diverse chissà da dove e nemmeno una ne padroneggia di quelle lingue lì, che lui ha parlato da sempre un qualche dialetto perduto e ora è lì a ripetere che non è successo niente. Il silenzio cala su tutto e forse la voce ve la tenete per gridarvi gli auguri rimanendo svegli fino all'ardire della mezzanotte. Se è così vi meritate anche gli auguri miei. Se invece state correndo verso un autogrill ci siamo capiti e non c'è altro da dire. Buona fortuna a tutti e se non c'è n'è fatevela da soli questa maledetta fortuna, che il silenzio non basta più da un pezzo. Un abbraccio a quelli che sanno che li sto abbracciando ora, adesso, in questo maledetto momento. Questo silenzio... ancora questo silenzio... fino a quando... fino alla prossima buona fine e buon principio.
martedì 27 novembre 2012
la ballata del perdere e trovare
E mi squilla il telefono e lo sanno tutti che io non
rispondo quasi mai, lo sanno
almeno quei tutti che provano a chiamarmi. Tranne rare eccezioni che conto
sulle dita di una mano, io, se mi chiami al cellulare non ti rispondo e quasi
mai ti richiamo. Non c’è un motivo, non c’è avversione, i più intimi sanno un
trucco per trovarmi lo stesso e mi parlano di sponda col rischio che io prenda
accordi e fissi orari senza sapere di averlo fatto. Ma questa è un’altra
storia. Il cellulare non lo odio affatto, ha uno schermo con dei bei colori e
mi piace quando si accende la notte mentre guido. Il cellulare lo dimentico per
giorni in giro, non l’ho mai perso o forse l’ho perso e ancora non me ne sono
accorto. Poi certe mattine parte la caccia al cellulare, che è inutile farlo
squillare che tanto sono sei giorni che sta da qualche parte buttato e avrà
smesso di respirare il litio delle batterie. Il cellulare che uso nella vita è
anche quello che uso per lavorare. Pazienza. Ci vuole pazienza. Di solito quando non lo trovo per dei
giorni sta sotto il sedile della macchina o in garage, tra i pezzi smontati di
qualche moto che un giorno rimonterò tutta e sarà uno spettacolo.
Poi capita che un giorno mi squilla il telefono. Un numero
sconosciuto, che nel mio codice etico da utente di telefonia mobile è la
tipologia assolutamente rifiutata. Numero privato, numero non in memoria… non
ce n’è, non ci sperare, dovessi mai premere il tasto della cornetta verde poi
la gola non riuscirebbe ad articolare il “pronto” che ti aspetteresti. Lascia
perdere. Invece una domenica mattina, fascia oraria tabù di suo, squilla il
cellulare e la sera prima chissà come ho perso la bassa tecnologia delle
comunicazioni che posso permettermi tra le lenzuola e quel cazzo di maledetto
trillo mi si pianta tra i ventricoli e gli altri icoli rischiando di uccidermi.
Scommettici che la mia suoneria è il vecchio squillo vintage dei telefoni di
una volta perché sono un uomo in bianco e nero e sogno di averci un cellulare a
gettoni. Squilla e io non ci vedo, ho perso la sensibilità dei polpastrelli,
sospetto l’amputazione notturna degli arti inferiori, mi chiedo perché mai la sera
prima mi sono mangiato uno sformato di topo vivo. Squilla e quell’altra accanto
scuote le chiappe e non per voluttà, per enfatizzare piuttosto lo stato tensivo
generato da quel suono lancinante che investe anche lei e che mi chiede con un
ringhio basso di placare. Squilla coi cani che escono da sotto l letto e mi
guardano con l’aria di dire “ma ti sembra l’ora”. Sapessi almeno chi è che
chiama ma non ci vedo, l’ho già detto, e rispondo sicuro di non sentirci neppure,
giusto per fermare la tortura di quel drin drin vibrato.
“Giorgio?”
Voce femminile dall’altra parte, sospesa nell’incertezza.
Conosce il mio nome. Qualcuno ha fatto il mio nome. Un infame di certo.
“Arughhh az”
Più o meno rispondo.
“Giorgio Olmoti?”
Armageddon, conosce tutto di me. I servizi segreti.
“Chi sei?”
Mi dice un nome e ride.
Resto lì, sdraiato nel letto con gli occhi di colpo sbarrati
e piantati nel soffitto dipinto con due mani di buio, che le tapparelle fanno
il loro sporco lavoro irreprensibilmente.
Già, la voce sua. Avrei dovuto riconoscerla. Così mi dico e
non parlo. E parla lei e ride che una amica comune chissà come, una che ora
vive dove vivo io e che non vedo mai, l’ha incontrata e le ha dato il mio
numero.
L’ultima volta che ci siamo sentiti sarà stato di certo da
un telefono a gettoni, che io il telefono a casa non lo avevo e ti chiamavo
dalla cabina del policlinico.
Nell’era di facebook e di internet e anche in grazia di
questo mio incessante vagare, ho ritrovato amici e compagni di scuola con cui
ho condiviso caffè leggendo a volte nel profondo dei nostri occhi che se non ci
eravamo più parlati per tutti questi anni forse un motivo c’era e quindi si parlava
di quegli altri di cui non si sapeva più nulla che è un bell’esercizio della
comunicazione a grado zero. Ma qui non c’è da parlare di scuola, di amici
comuni, di passi condivisi, che piuttosto ci siamo trovati di sguincio senza
cercarci e spaventati ogni volta. Nascosti senza che io avessi nulla da
nascondere. Avevo il mio motorino razza Ciao e ne ho ancora uno uguale, per
lealtà. E me lo sono chiesto dov’eri.
Mi chiedi se ho la moto, eccerto, se ho un cane, eccerto, se
ascolto ancora un mucchio di musica, eccerto, se ho figli, eccerto, se faccio
le fotografie, eccerto. Rispondo giusto a tutte le domande. Sono preparatissimo
su di me. Ma sei ancora completamente pazzo, ma canti per strada e ti vesti con
quella roba vecchia assurda. Quale roba assurda chiedo io. Ridiamo.
Toccherebbe a me fare le domande e dovrei chiederle se ha
trovato uno veramente ricco come sognava, se è ancora bella come me la ricordo,
se si ricorda come si disegna un tristallegro. Le mie domande fanno schifo e
salto il turno e apro la busta dei ricordi spiccioli. Perdendo a poco a poco
parole e confidenza. E restiamo così allora, ora ho il tuo numero e guarda che
ti cerco e ci dobbiamo troppo vedere.
La mattina davanti alla stazione ci arrivo col passo del
sorriso, che è un passo che m’è consueto e non pensare sia facile che il prezzo
della felicità è alto e paghi ogni giorno e lotti senza mai smettere. Sono
passati dei mesi da quella telefonata domenicale e siamo lì, in mezzo alle voci
e alla fretta, a un passo da quel posto dove trovammo un portafoglio che ci
regalò due giorni indimenticabili e sono passati trent’anni e lo dico senza il
conforto della prescrizione ma con la nostalgia del rischio. Del resto ci stavi
con me perché ero quello scasso della strada con gli anfibi e i pantaloni a
quadretti e il cappello dell’esercito confederato. Andiamo al bar e gli altri
ci lasciano da soli, perchè io sto con una donna meravigliosa che non ha mai
smesso di rispettare questa mia tensione verso le cose che accadono. Prendiamo
qualcosa che non ricordo e che non è nemmeno appiglio al passato, che allora
non ce l’avevo la fissa del chinotto per esempio. Non abbiamo nulla da dirci e
da condividere. Ha realizzato il suo sogno e non sogna più. Penserà lo stesso
di me. Probabile.
“S’è fatto tardi, ma ora ho il tuo numero e non mi scappi
più. Organizziamo una cena una di queste sere”
“Contaci”
Già... contarci... come fossero le pecore per un sonno che non sai
afferrare.
Buona notte.
mercoledì 14 novembre 2012
una mattina mi son svegliato
Oggi, ti piacerebbe forse, ma non ne sono sicuro davvero. La
gente sta scendendo in strada. Forse ti scapperà un sorriso e penserai che le
persone oggi fanno le cose per essere come la televisione, come le fotografie,
come il cinema e un po’ è anche colpa nostra se le urla arrivano così silenziose.
Oggi sta succedendo qualcosa e quindi già me lo immagino che dirai che non
succede nulla. Non è vero. Succede per esempio che tu stai morendo o sei già
morto da qualche parte e da qui in poi non sei mai esistito. Capita che non ho
idea del tuo reale dolore, mica una cosa morale ma piuttosto una maledetta
morsa nella carne, che provo a confrontare con la mia esperienza vaga mordendomi
la carne dentro le guance. Inciampo nel tuo ricordo e questo davvero mi
infastidisce, che preferirei caderti addosso sul serio e bestemmiare l’ingombro
del mio corpo goffo e delle tue ossa sottili. Che beffa che la mia ossessione per
la memoria debba misurarsi con l’indisposizione verso il ricordo ma è di più,
lo so che lo sai, è proprio che il ricordo in questo caso è un tabarro che
abbiamo imparato a far indossare alla vita quando non regala altre possibilità.
Stanno gridando ora nelle piazze e l’asfalto fa spazio agli schizzi di sangue
che hanno già prenotato il posto loro sulla strada del successo. Il problema è
tutto lì, nel successo che non è inteso come la possibilità di un bel rifulgere
in seno al tessuto sociale ma piuttosto come quello che è già capitato, già
accaduto. Inchiodati alla storia senza ragione di diventare più memoria, diresti
tu solo guardandomi, che le parole, le benedette parole sono danno e dannazione
di questo tuo respiro. Chissà se adesso c’è ancora il tuo respiro, ora intendo.
Non ci sei voluto stare al gioco del compianto sul povero cristo morto, troppa
iconografia scontata in saldo. Mi adeguo e non ho notizie ma stamattina, mentre
spiego a mio figlio cos’è uno sciopero, ti sento morire di quella morte che si
dimenticò di raccoglierti in montagna tanti anni prima. Aggrappato a un mitra
scarico. Cazzo, non ci sarai più. Se qualcuno verrà a dirmi che ancora vivi
nelle nostre scelte e nei nostri sorrisi, dovrà sapersi allontanare in tempo.
Balle, stai morendo o sei già morto. Maledetto bastardo. E le genti che
passeranno… passeranno appunto. Ognuno faccia la parte sua, questo certo che me lo devo ricordare. La tua faccia, quell'odore dei giorni in chiusura sono una cosa personale che non posso rischiare di perdere con l'azzardo dell'immaginario condiviso. Ora devo andare. In strada.
lunedì 12 novembre 2012
collegare la periferica
Allora, ti ricordi come funziona qui? Fai partire il pezzo e leggi.
Premessa. A Torino, negli ex mercati generali, ci hanno
ficcato una celebratissima iniziativa sull’arte contemporanea. A Torino ci sono
Artissima, Paratissima, Ganzissima e tutte ‘ste cose belle che contribuiscono a
costruire una robusta grammatica comune da spendere in coniugazioni d’azzardo
tra i tavolini della movida. Maledetto quello che ha deciso che un brulicare di
persone inerti bardate di bicchieroni di plastica caricati a ghiaccio e
qualcosa si dicono movida e fanno cultura metropolitana. Ieri era Paratissima
per me, che mi figuro sia una specie di festival dei calci di rigore a
giudicare dal nome. C’erano un mucchio di foto appese. L’ho già raccontato
altre volte che nel mio mestiere ci passa parecchio la fotografia e almeno una
volta al mese da vent’anni a questa parte, arriva uno a farmi vedere le sue
foto scattate in India e ogni volta mi mostra le stesse foto di quegli altri
prima di lui, passate in bianco e nero con un clic su un programma di
fotoritocco, che tanto basta. C’è un bramino a bordo Gange che l’ho visto così
tante volte presentato come uno scatto eccezionale, al punto da percepirlo come
un lontano parente. La suggestione è che anche lui sappia di me, dall’altra
parte del mondo con una scrivania ingombrata di foto mie e di altri, che mi
ritrovo di nuovo la sua faccia davanti e mi pare ammicchi e mi chieda di tacere
e reggergli il gioco dell’unico. Sono rupie meritate le sue. Ieri a
Paratissima, sulle pareti di quei padiglioni, ho contato quattro bramini. Lì
dietro Paratissima c’è il villaggio olimpico, che sono case vuote e mai
utilizzate e costruite con il fiotto caldo dei finanziamenti per le olimpiadi
invernali, sempre siano lodate, che arrivarono sulla città, che quando arrivano
i finanziamenti si dice che sono per la città e c’è questa cosa strana che tutti
i cittadini che conosco io, bada che non sono pochi, non si sono visti offrire
nemmeno un caffè. L’unica memoria sociale di quella stagione finanziatissima
sono i piumoni sgualciti che i vecchi volontari ancora indossano d’inverno e
non per vezzo ma piuttosto per necessità, come l’eskimo di Guccini. Andiamo
avanti. Dicevo che ci sono tutte queste fabbriche e queste aree che ancora
puzzano di un maledetto lavoro sporco durato decenni e poi ristrutturazioni
fatte nel tempi di un singhiozzo e acqua che trafila dai soffitti e crepe che
si aprono sotto il sole ma c’era da spendere i benedetti finanziamenti. Insomma
enormi leviatani spiaggiati sull’arenile di questa città regalata al pulsare frenetico del lavoro culturale
declinato in mille forme. Alla salute di Bianciardi perché qui sputano sulle
tombe ma lo fanno con la grazia della mano davanti alla bocca. A Paratissima io
ci sono andato ieri sera perché c’era l’ennesima presentazione di “La faglia”
che è un romanzo ambientato in una periferia di fantasia torinese, e la storia
è interessante ma soprattutto Massimo Miro, l’autore, è un catalizzatore di
energie sparse e organizza ‘ste serate con gente che parla, che suona, che
legge, che filma e proietta. Ci sono anche io in questo Barnum narrativo e
faccio Sgummo, che sarebbe uno dei personaggi del romanzo. Si parla di
periferie e città industriale e passato presente e piuttosto mi pare di notare
un occhio antropologico e un’attenzione sociologica negli altri che mi lascia
ammirato. Non ce l’ho quell’attitudine lì. Sono qui perché la periferia per me
non è una categoria storiografica e neppure un luogo dello spirito ma piuttosto
il contenitore di una fetta consistente della mia vita. Una cosa mica da poco
che mi ha condizionato al punto da farmi essere sempre periferia di qualcosa.
Senza rimpianti e senza rancori, con l’idea che un posto vale l’altro ma poi
sempre in periferia rimanevo. Senza il culto del perdente, che si vince a
prescindere da dove giochi, senza l’assunzione di un merdosissimo paradigma
vittimario perché ognuno fa i conti con la sua pelle. Insomma prendo il
microfono e leggo ‘sta storia di Sgummo e io non leggo quasi mai in pubblico,
parlare certo che parlo spesso a titoli vari ma leggere… roba d’altri poi.
Gratis per giunta. Non ho vantaggi da questa cosa, che nemmeno ce ne andiamo a
cena a ridere insieme, per me è importante stare attorno a un tavolo e ridere
insieme, vado lì e faccio Sgummo e a stento ho consapevolezza di chi ci sia sul
palco con me. Ma va bene così, che di cose mie sparse ce ne sono milioni e
Massimo Miro e il suo libro sono una bella cosa. Sta di fatto che ogni volta
son lì seduto che mi guardo attorno e penso che sul tavolo ci sono sempre mille
proposte brillanti per il lavoro sulle periferie e nell’esperienza mia tutto
quello che di brillante riguarda quella fetta estrema dei territori cittadini
finisce inevitabilmente sul bancone del “compro oro”. Bada che le periferie in
cui sono cresciuto io non sono torinesi ma dammi palazzi e puzza di miscela grassa
nelle strade e facce che ti inchiodano alla tua maledizione di essere “fuori
zona” e saprò trovare segno identitario.
Per dire, sabato mio figlio giocava nella palestra di via
Panetti. Dai, sfrutta la bella potenza delle tecnologie recenti e vai a vedere
dove sta piazzata a Torino ‘sta strada. L’immagine di Google Maps ti farà
vedere una bella zona verde, parco Colonnetti si chiama, bordata dalla salda
nervatura di viali dritti dritti che sembra siano lì per portarti a fare una
bella scampagnata fuori città. Certo, stai guardando dall’alto, dal punto di
vista di dio, e ci sta che da quel punto di vista ti sfuggano certe attenzioni
minime, certe sfumature, pare sfuggano anche al dio medesimo, soprattutto
oggidì che le sfumature di grigio le vendono al supermercato e te le regalano
per insistere sul tuo immaginario erotico bollito e sterilizzato. Bene, devi
sapere che sei nel cuore di Mirafiori, mica cazzi, Mirafiori, proprio quella
che aveva dato il nome alla meravigliosa FIAT 131 Mirafiori. Per inciso se giri
lì attorno su Google Maps ci vedi casa mia e ci vedi i resti del mammut della
fabbrica delle fabbriche.
Quando sono arrivato a Torino, stiamo parlando
dell’anno con la cilindrata portata a duemila tondi tondi, per Natale con Ste
siamo andati davanti ai cancelli della fabbrica delle fabbriche, con il nome
scritto grosso e grigio contro il grigio
del cielo e della terra. Lì, nel parcheggio vuotato dalla domenica, ho fatto
una foto a Ste con Dani di pochi mesi in braccio e lei aveva un cappottino nero
e lui un cappellone di lana fatto dalla nonna e la foto era in bianco e nero e
l’abbiamo stampata e mandata a tutti con gli auguri nostri dalla città della
fabbrica delle fabbriche. Da guardarsi ascoltando Vincenzina e la fabbrica
appunto. Non è un caso che dieci anni dopo ho scritto un libro, Cantastoria si
intitola se volete versare un contributo fattivo alla mia causa domestica, e
Vincenzina era il mio Virgilio che mi conduceva per cinquant’anni di storia
nostra, di imbarazzo nostro mnemonico, attraverso le canzoni. Tutto era partito
da quella fotografia. Fatta proprio dietro casa nostra, che ve lo dicevo che la
periferia per quelli come noi non è una possibilità o una maledizione, è e
basta. Insomma l’hai trovata via Panetti. Un capillare dell’arteria di via
Artom, una lingua d’asfalto che si infila nella topa verde di parco Colonnetti
e che dura qualche decine di metri, Uno pseudopodo urbanistico che muore nel
nulla di uno spiazzo di fango o di polvere, a seconda delle stagioni. Unica
meta plausibile un impianto sportivo che sta ormeggiato a bordo parco e che
comprende anche un palazzetto dove gioca mio figlio a basket. Il sabato lo
accompagno alla partita e Ste entra con lui e gli altri genitori mentre io
scelgo di andarmene in giro lì attorno e non devo dare spiegazioni perché nella
mia tribù lo sanno benissimo che ho questa maledizione che devo andare e
guardare e ascoltare e qualche volta raccontare a mia volta. Il cane è parte
integrante di questo passo. Stavolta però resto in macchina, nel mio vecchissimo
e indistruttibile pick up che è una seconda casa. In questo caso è un punto di
vista privilegiato. Mi sono parcheggiato di fianco al campo da bocce perché mi
piace sentire i discorsi dei pensionati, quasi tutti hanno versato il loro
tributo alla santa fabbrica delle fabbriche. C’è il sole, ho un paio di Zagor,
ho sempre qualche vecchio numero di Zagor sparso tra il bagno e il sedile
dell’auto, Tom Waits che fa piovere cani dallo stereo che mi sono montato da
solo sul magico pick up. Il cane acciambellato accanto. Se il cane sonnecchia
tutto filerà liscio. All’inizio di via Panetti ci sono quattro camper, un campo
nomadi improvvisato sulla strada con i panni stesi sulle recinzioni del parco,
ad asciugarsi a quello stesso sole che ci stiamo godendo io e il cane. Ho
vissuto quattro anni sul lembo di un enorme campo nomadi in un'altra città e
quella casa costava pochissimo perché nessuno ci voleva vivere e ancora me le
ricordo le grigliate e la musica e le retate. Bambini, un mucchio pazzesco di
bambini. Passano davanti al bocciodromo, due soprattutto, con le loro bici,
trionfo della cannibalizzazione. Uno più grosso, a occhio dodici anni come il
mio, va a prendere l’acqua con una tanica. A piedi nudi, sbilanciato dal peso
maledetto dell’acqua, nella mano sinistra stringe un telefonino di quelli che
quando li lanciano sul mercato la gente fa la fila per farsi colpire in fronte.
Mi fa ricordare una bellissima foto di Enzo Sellerio, scattata alla fine degli
anni Cinquanta circa in Sicilia e didascalizzata “baracca senza acqua ma con la
televisione” in cui si vede una ragazzina che esce con un secchio da una casa
sfondata e sbilenca sul cui tetto campeggia un’antenna televisiva. I ragazzini
che arrivano per giocare a basket scendono da macchine che sono già segnale di
famiglia e ordine, che poi vai a sapere come stanno le cose mi sussurra
l’esperienza di uomo che guarda. Incrociano i loro sguardi con quelli di quegli
altri stracciati con le bici e i panni stesi sul bordo del parco. Mi viene in
mente la sequenza di ladri di biciclette in cui il ragazzino protagonista con
la sua mozzarella in carrozza a filargli la tela della felicità a fior di
labbra, incrocia lo sguardo con l’altro, il bambino ricco, che conta il senso
della sua vita sull’avvicendarsi delle portate. Maledizione di tutta ‘sta
memoria di pagine e film e foto che mi porto ficcata in gola e che confondo in
questo mio scrutare. Insomma sto lì in bilico e per questa volta non sarò
agente di storia, di questa storiella mia a più voci, e resterò a fare quello col
finestrino sul cortile: Però, permettetemi, a ben vedere uno come me ficcato
dentro un vecchio pick up, con uno Zagor stretto tra le dita, una canzone rauca
che esce dagli sportelli e un cane che dorme tenendo l’occhio azzurro chiuso
visto dall’alto del vostro Google Maps fa già parte della giostra che cerco di
descrivere con distanza ma è questa mia attitudine ad essere storia e film e
foto e fumetto e uomo a mia volta. Con il sogno torbido e segreto di essere lo
Zagor delle mie periferie per giunta. Ormai lì in via Panetti, abbiamo
tracciato i confini di pertinenza, se non lo sapete facciamo così sempre nelle
periferie. Se metto la macchina qui dieci volte questo è il posto mio, se porto
il cane alle cinque al parco e sto in quel pezzo di prato non venirci col tuo
che si sbranano e questo è il posto mio, lo sanno tutti che è il posto mio. Un
fotografo un giorno s’è dedicato a raccontare le favelas attraverso i segni di
delimitazione degli spazi di pertinenza tra una baracca e l’altra. Ottima idea
ma non mi ricordo il nome del fotografo anche se l’ho conosciuto personalmente.
Stiamo lì e ognuno attiva l’attenzione degli altri ma la regola è non far
vedere che sei curioso e fare il vago. Tutti abili nell’esercizio d’estimo che
ci ha fatto intuire che non c’è preda tra noi che non si piscia dove si mangia,
ci godiamo il sole e il respiro di questo sabato pomeriggio. Nel palazzetto intanto
si vince, si perde. Come fuori. Poi arriva una macchina sportivissima e
teutonica, una cosa davvero fuori zona lì e penso subito “cazzo, il gran visir
degli spaccia viene a vedere i suoi topi che ballano”, che il parco, m’ero
dimenticato, è pure un supermercato stupefacente. Invece esce uno tutto
sportivoelegante e col capello giusto e tira fuori un paio di scarpe bicolori e
si cambia il mocassino e apre lo sportello e estrae una sacca da golf. Subito lo
raggiunge un altro, ancora una berlina in sfoggio di tecnologia teutonica che
brilla a quel sole che era il nostro sole fino a pochi secondi prima o ora per
suggestione pare che su di lui brilli di più. Si cambiano e tutte le altre
attenzioni della stradina si piantano sul bicolore di quelle scarpe e le mazze
e la borsa con le rotelle. Si avviano verso il lembo del parco e a questo punto
scendo anche io e scende il cane e lascio la macchina aperta e la musica che
continua orfana d’attenzione e me lo immagino che molti avrebbero chiuso l’auto
al posto mio premendo il telecomando e con le frecce che fanno l’occhiolino ma
il mio camioncino non ha nemmeno la chiusura centralizzata e lascio perdere.
Sul prato il comune, non ci posso credere, ci ha piazzato un campo da golf e
altri ne arriveranno con le scarpe bicolori e si eserciteranno al tepore di
quel sole. Ognuno adeguato all’altro in un equilibrio sospeso e surreale. Certo
i pericoli ci sono. Pensa tu se uno spacciatore inguattato nei cespugli in
fronte viene centrato alla tempia da una palla da golf. Rischia di restarci secco.
Secco sotto questo sole che scalda la periferia mia che non è un luogo dello
spirito ma piuttosto è lo spirito di tutti i luoghi. Buona fortuna a voi.
venerdì 9 novembre 2012
una canzone per me
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Non saprò mai rispondere a quelli che ti chiedono
qual è il libro che porteresti su un’isola deserta, razionalmente mi porterei
una buona lama di Maniago sulla suddetta isola e emotivamente ci vorrei la
femmina della mia vita, ma libri e dischi e cose così lasciamo perdere. Non ho
nemmeno una canzone da riferire a un momento preciso della mia vita e per uno
che ha fatto della memoria un’ossessione metodologica e un mestiere magari non
c’è coerenza ma tant’è. Ho estratto da certe pieghe profonde dello stomaco le
parole per un libro mio lasciandomi portare da quell’accordo insistito che
scava immagini ne La domenica delle salme
e non era nemmeno il libro che ho scritto su De Andrè, non era nemmeno un libro
sulle canzoni a ben vedere, e sull’argomento ho speso qualche boccia di
inchiostro. Eppure mi capita una cosa e mi capita da trent’anni almeno. Mi succede,
a far di conto per approssimazione col pallottoliere dei ricordi, da quando
vivevo al bordo assoluto della periferia, proprio dove finisce la città e avevo
il mio branco di amici, gente che ancora è la mia famiglia, e c’erano i nostri
anfibi e i motorini razza Ciao con gli adesivi che celebravano la musica nostra
e c’era quella sensazione di inadeguatezza in punta di rabbia. La musica che si
sentiva allora andava ascoltata forte, che le voci nostre erano poca cosa. Me
la ricordo quella musica lì ma, come dicevo, non la lego a un momento,
piuttosto la ripasso spesso anche oggi. C’è una canzone però, una in
particolare, che non ho mai reputato la migliore e nemmeno quella su cui
mettere un segno per riconoscere l’emozione. Stava lì nell’aria come tante
altre e se me la porto dentro non è perché me la son caricata con la passione
ma piuttosto perché me la sono beccata come un raffreddore, come una cosa che
non sai di portarti addosso fino a che i sintomi non dichiarano il danno loro.
Sta di fatto che nel corso della vita mi sono trovato spesso al bivio. Si
trattava sempre di scegliere tra cambiare facendo il compromesso di un sorriso
alla merda e restare quello lì, che allora avevo un giubbotto di pelle, gli
anfibi, una camicia a scacchi, un jeans sdrucito e un portafogli aggrappato a
una grossa catena mentre oggi ho un giubbotto di pelle, gli anfibi, una camicia
a scacchi, un jeans sdrucito e un portafogli aggrappato a una grossa catena.
Ogni volta che sono rimasto nel dubbio e sono arrivato vicino a perdere il
passo d’uso, non il migliore ma l’unico che conosco e quindi il più leale che
posso permettermi, ogni volta che mi sono detto che se avessi solo trovato che
lo schifo aveva un sapore schifoso ma che non si moriva di certo, quella cosa
succedeva e succede. Arriva in dissolvenza da chissà quali maledette volute del
mio cerebro sgualcito. Prima è una chitarra che picchia, dan dan dan dan… poi
una nota di basso a scivolare nel dubbio e quella voce che mi racconta il vento
in faccia che m’ha tenuto in vita fino a qui, che se era solo per il mero
miracolo biologico del mio corpo ero crepato da un pezzo. Quando la sento che
monta dentro di me, capisco che non ho scelta, che non c’è niente da scegliere,
che io sto dentro quelle pennate furiose, che quel Fender Precision che sta per
abbattersi sul palco in bianco e nero della copertina è lì a ricordarmi che io
non mi porto addosso nessuna morale di riferimento ma ho quella fottuta canzone
che s’accende come la spia d’emergenza del mio respiro. L’altro giorno, e ne ho
scritto da qualche parte, era l’ultimo giorno per concorrere al massacro del
concorso da insegnante, avevo compilato i moduli e me li rigiravo tra le mani e
in dissolvenza dan, dan dan, dan…. London Calling.
Con gli occhi delle donne
Premessa.
Ogni giovedi dalle 15 alle 16 su www.ondefurlane.eu c'è Convoy, trincea d'ascolto un programma in cui si parla, io parlo per la santa precisione di fotografia alla radio. Anche di fotografia a ben vedere. In appendice alla trasmissione carico sul blog il racconto di alcune delle immagini evocate dai microfoni, giusto per dare una possibilità in più alle fotografie di esistere oltre la mera nozione che ne abbiamo sfogliando le riviste e guardando sui muri delle città.
1936.
I
braccianti arrivano alla fattoria provenienti dalle contee vicine ma
anche dagli altri stati. In treno, viaggiando su carri merci presi al
volo, sempre con il rischio di essere scoperti e riempiti di botte da
quelli delle ferrovie. Altri arrivano in auto, non certo belle
macchine fresche di fabbrica, piuttosto rottami precari e rugginosi
che hanno preso il posto dei carri dei pionieri e sono mezzi di
trasporto ma anche letto e cucina e tetto. Per tutta la famiglia.
Gli accampamenti sono pieni di bambini laceri, almeno di quelli che
ancora non sono stati avviati al lavoro agricolo. Sono ormai anni che
quella multiforme comunità si sposta inseguendo i ritmi della
stagione agricola. Declinando l’esistenza soltanto al presente.
Dorothea
Lange si aggira per anni tra quei volti segnati ed è parte di quella
comunità, Di più, è la possibilità offerta alla memoria di quella
gente disperata. La Lange va in giro aggrappata
con ostinazione a suo apparecchio fotografico, con l'ossessione della
realtà, in contrapposizione alle foto finte e stucchevoli dei
pittorialisti, i fotografi che volevano realizzare foto che
sembrassero quadri. Se ne va in giro, Dorothea, portandosi addosso
il segno della poliomelite trasformata nel vantaggio di un passo
diverso per un'attenzione diversa. Ha la premura di raccontare le
cose più fragili, ben sapendo che sono quelle che possono
dissolversi da un momento all'altro. Si è dedicata per la parte più
consistente della sua esperienza fotografica, a documentare il reale,
senza infingimenti, senza espedienti. Le sue foto compaiono nelle
riviste dell’epoca e sono il racconto di quei giorni drammatici,
comprensibile anche da chi non sa leggere.
I
braccianti si sono radunati nell’area della California dove in quel
periodo si raccolgono i piselli destinati all’industria
conserviera. Chilometri e chilometri di monocolture. Sistemati ancora
una volta alla meglio. Al campo c’è anche Florence Owens
Thompson,. Trentadue anni e sette figli sono le cifre significative
dell’esistenza di questa donna. Dorothea è un’abitudine per
quella gente e ormai nessuno fa più caso alla fotografa dal passo
incerto che si aggira tra i rifugi di fortuna. Nessuno si mette in
posa e quello sguardo fissato nel vuoto, incorniciato tra i corpi
avvinghiati dei bimbi è il racconto potentissimo di quell’epoca.
Al punto da diventare una delle icone del Novecento, e una delle
pietre miliari della storia della fotografia di tutti i tempi.
![]() |
| Dorothea Lange, Madre migrante, California, 1936 |
1984
Il
campo profughi di Peshavar è una distesa infinita di tende. Sono
cinque anni dall’intervento massiccio dell’esercito sovietico.
Sono cinque anni dall’arrivo dei carrarmati con la stella rossa.
Gli elicotteri con il loro palpito di morte, hanno cominciato a
volare sui villaggi. Bombe, agguati nella notte, uomini che partono
dal villaggio senza più tornare. Questa storia Sharbat Gula la
conosce bene. Lei è una Pashtun, il suo è un popolo fiero che
resiste in quelle terre martoriate da una guerra eterna. Cambiano i
contendenti ma è sempre guerra e sempre tragedia per le vittime
indifese. Sharbat Gula è solo una ragazzina ma ha già dovuto fare
i conti con un’esistenza segnata dal dolore. Ha perso la sua
famiglia ed è arrivata al campo profughi in Pakistan dopo mille
traversie. Quel giorno è nella tenda che lì usano come scuola,
giusto per non perdere la speranza di un ritorno alla normalità.
Steve Mc Curry ha scelto di raccontare con le sue foto la tragedia
della guerra. Beirut, Jugoslavia, Cambogia, Filippine, guerra del
Golfo, Afganistan sono gli scenari in cui realizza i suoi scatti,
sempre caratterizzati da un uso intensissimo, drammatico del colore.
Ha imparato a vestirsi come i soggetti che intende ritrarre,
lascandosi assorbire dall’ambiente che lo circonda, diventandone
parte. Ha appreso la lezione dei grandi maestri di reportages e si
muove nel campo profughi con lo stesso rispetto di Dorothea Lange
tra i braccianti, tra gli ultimi. Il ritratto di quella ragazza,
ancora non lo sa, diventerà di lì a poco una delle più famose
copertine di tutti i tempi. Diciassette anni dopo tornerà sui suoi
passi e ritroverà Sharbat, ora madre. L’esercito dell’unione
sovietica se n’è andato, anzi è sparita dagli scenari
internazionali la stessa Unione sovietica, ci sono stati i talebani,
poi gli americani con i loro alleati e i terroristi islamici e di
nuovo gli integralisti. Tutti carichi di armi e rabbia. Il tempo,
quel tempo lì fatto di guerra e dolore e paura, ha segnato il volto
della donna ma gli occhi sono ancora quelli rubati sotto la tenda a
Peshavar e raccontano come nessuna immagine di soldati saprebbe fare
il dramma di un’esistenza senza pace.
Steve
McCurry ha imparato a raccontare la storia dal basso facendo suo il
linguaggio dei reporter che per primi hanno scelto di occuparsi della
foto sociale. Ha saputo condividere la lezione della Lange e ha
deciso di raccontare attraverso gli occhi di chi subisce.
![]() |
| Steve McCurry, Ragazza afghana, Peshavar, 1984 |
martedì 23 ottobre 2012
la lama sottile del ricordo
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L’ombra di mio padre due
volte la mia, lui camminava e io correvo…
A
dire il vero l’ombra accanto a me, quella di mio nonno Romolo, aveva l’aria di
essere abbondantemente oltre il rapporto uno a due. E io giusto l’ombra mi
ricordo di quel nostro andare sotto un sole che la memoria non riesce a
collocare ma che l’esperienza fa cadere necessariamente in agosto, che quella
era la stagione in cui caricavamo armi e bagagli per una delle rare visite ai
nonni. La casa sta ancora lì, col balcone che guarda il Tirreno. Quando nonno
aveva smesso di andare per mare la sera si sedeva lì e guardava le barche
passare e i mercantili giù in fondo e il tramonto che faceva il gradasso alle
spalle dell’arco muto che ancora stava in piedi. Le case popolari costruite in
pizzo in pizzo alla villa di Nerone, in bocca alle pendiche, in uno scenario
che ho vissuto e sento mio più per i racconti di mio padre che per averlo
sentito davvero sotto i piedi. Ci sono tornato a Anzio a vederla la casa dei
nonni. Dopo una serata romana in cui in un colpo m’avevano fatto un contratto
per un libro e davanti a una pizza avevamo siglato un patto segretissimo io e
Ste. La notte, salutati tutti, invece di prendere il raccordo verso nord e
tornare a casa m’ero puntato sulla Pontina, quella maledetta strada che mio
padre ogni volta cannava l’uscita e noi arrivati verso Spinaceto entravamo in
tensione e gli contavamo i metri che mancavano e lui si incasinava sempre. Mio
padre si perdeva solo sulla strada di casa sua. Ste in macchina dormiva. All’epoca
avevo una sgangheratissima Ford Scorpio e quando l’ho svegliata eravamo lì,
davanti al mare e davanti ai miei ricordi. Via Bengasi corre verso le
sterpaglie e il mare parallela ai muri tisici di una caserma e poi c’è il bar
da Ringo, che allora si chiamava così e ora non credo, con i cinturoni e i
cappelli di un west in odore di Cinecittà appesi ai muri. Mio padre era bravo a
scuola, parecchio bravo ma i mezzi di famiglia erano davvero limitati. Lui
studiava e lavorava già da piccolo piccolo e la notte d’estate faceva il
garzone sulle barche da pesca dei turisti e questi stronzi colla fiocina e la
lampara riuscivano a infilzare solo le razze che se ne stanno immobili sul
fondo. Toccava a mio padre, Peppino, bimbo d’un pugno d’anni, prendersi la
briga di togliere quelle bestie dall’arpione e, per chi non lo sapesse, le
fottute creature se le tocchi ti ficcano in corpo una scossa mica da ridere. I
turisti invece si sbellicavano di quello schiavetto che saltava e gridava
davanti agli occhi dei loro figli bambini. Per un pugnetto di lire misere. Alla
fine per continuare a studiare gli restavano il seminario e l’esercito e lui ha
scelto la seconda opzione e io guardando il muro crostoso della caserma che
correva parallelo a casa sua mi sono sempre immaginato che con quella scelta
gli era bastato scavalcare e andare da quell’altra parte, non la migliore delle
parti di certo ma quello c’era. Comunque io quella notte sono arrivato di
fronte a quel mare e ho deciso che volevo un figlio. Punto. Poi siamo andati al
porto e in fondo in fondo, dove muoiono le voci e le luci, c’era ancora la
baracca della grattachecca e me ne sono rimasto lì a vedere all’alba le barche
che rientravano e mi sono ricordato delle reti ammucchiate sotto casa di mio
nonno e lui ormai immobile nel letto che bestemmiava perché mia nonna voleva
buttare tutto.
Ritorniamo
a quell’ombra che è uno dei miei primi ricordi d’infanzia. Un caldo tremendo e
io e nonno. Forse l’unica volta che ce ne andiamo in giro da soli. Camminiamo
sulla strada verso il porto. Giorno di mercato. Giriamo per le bancarelle e io
ho sempre avuto una fascinazione per i mercati e a un certo punto ci fermiamo
davanti a uno che vende giocattoli. Ero stato addestrato a non guardarli i
giocattoli. A non desiderarli. Con l’aria che tirava nei conti di casa nemmeno
il desiderio ci si poteva permettere. Nonno parla con il tipo dei giocattoli,
discutono animatamente. Non mi chiede niente. Ripartiamo verso casa. In ordine
di apparizione il mare, la spiaggia, la striscia di asfalto, il sole, l’ombra
di mio nonno resa enorme da quella roba lì che si era caricato sulle spalle. Un
calessino rosso di metallo tutto perfetto e lucido, tirato da un asinello di
gomma con la faccia che rideva e i pedali e le ruote cromate. Non osavo alzare
lo sguardo. Non riuscivo nemmeno a pensarci che quell’attrezzo mi riguardasse.
Nonno continuava a non parlare e con quella forza sua si portò il calessino in
spalla fino a casa senza battere ciglio. Era famoso per la forza nonno. Al
tedesco che faceva lo stronzo lo aveva ficcato nella vetrina del bar nonno.
Aveva fatto le guerre e pure anni da ganzo in America nonno. I fascisti avevano
una santa paura di nonno. Leggeva i libri, tutti i libri del mondo, con la
lente nonno.
Insomma
arriviamo a casa, nonno molla il calesse nel corridoio e dice a mio padre che
quella cosa lì è per me. Nonno e papà si parlavano pochissimo. A me non dice
niente. Sono impazzito. Non osavo nemmeno salirci. Soprattutto non ricordo come
abbiamo fatto a caricare l’aggeggio e a riportarcelo a casa per seicento e
rotti chilometri da emigranti.
Nella
mia stanza il calessino la faceva da padrone, che c’era il letto, un tavolo, il
pallone ancora doveva arrivare, e insomma a livello di arredamento tra casa mia
e il riformatorio non c’era distanza. Però io mangiavo meglio, immagino.
Passano i mesi e quasi ci parlo coll’asinello che ero ancora figlio unico e
fuori c’era freddo e un dialetto difficile e l’asinello sapeva di quell’odore
di alici che stavano nei barattoli sul balcone di nonno.
In
quel tempo avevamo trovato un asilo di lusso, l’unico disponibile e i miei mi
mandavano lì a fiato corto di busta paga. Per natale le maestre convocano tutte
le mamme e i papà, per cui nel caso mio solo la mamma che il papà era
mimetizzato in qualche bosco a fare la guerra fredda. Dice che tutti i bambini
devono portare un loro giocattolo da dare a piccini meno fortunati. Mia mamma,
povera donna che sapeva farci sentire in una favola di sapori e profumi con il
poco che girava in casa, torna a casa e me la immagino che gira per le stanze e
pensa “e ora cosa gli diamo ai bambini poveri”. Ci state arrivando da soli, lo
sento. La mattina mi presento all’asilo con il calessino mio e le briglie erano
state decorate con uno di quei festoni argentati che si mettono sull’albero di
natale. Me lo ricordo che ero paralizzato da dolore. Ne avevamo parlato e non
avevo più fiato e lacrime. Eravamo in una città nuova dove nessuno ci parlava e
dove cercavamo una minima connessione sociale e quella storia dei bambini
poveri rischiava di mandare tutto a rotoli facendoci perdere punti importanti.
Per
giorni sono andato all’asilo e sono rimasto lì a guardare il mio asinello e il
calesse e l’ombra di mio nonno sotto il fottuto albero di natale. Per i bambini
poveri mi ripetevo. Senza osare domandarmi quanto poveri si doveva essere per
essere poveri.
Tutte le notti della mia vita mi sono addormentato con accanto un vecchio coltello con il manico d'osso smozzicato e arrugginito. Quello che nonno si era portato in tasca tutta la vita. Quando me l'ha dato di nascosto non avevo certo l'età per averci una lama ma ho giurato che quella non me l'avrebbero mai portata via. Prova a toccarla se non ci credi.
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